Vita religiosa

La montagna terra di lavoro e di vita dura ma anche terra di speranza, di preghiera, di tradizioni; una terra in cui ricercare e valorizzare le tracce del sacro sparse nel territorio, ed a scoprirne origine e storia legate alle diverse forme di religiosità popolare presenti.

Quella che segue è una raccolta di ricordi, che la memoria ha via via prodotto scorrendo sugli avvenimenti trascorsi oltre 60 anni fa: un insieme di rievocazioni che pur avendo un innegabile legame con la vita reale, sono però anche il risultato di continue sovrapposizioni da parte dell’immaginazione.

cerchio

I piloni

Una tradizione millenaria lega la montagna alla vita dell’uomo perché è il luogo più adatto per l’incontro tra il divino e il profano. Tuttora nella valle del Gravio e del Sessi si trovano segni e simboli di una religiosità che vede nella montagna un luogo sacro dove più sentita è la presenza divina.
Sui percorsi e sui passi della nostra montagna, lungo mulattiere e sentieri, nelle borgate o ai margini delle strade, dei ponti, dei crocevia, sono visibili, e oggetto di devozione, quelle piccole costruzioni in pietra chiamate “piloni”.
Queste piccole costruzioni costituiscono oggetto di culto e di rassicurazione per il viandante, ma anche un preciso punto di riferimento per individuare un luogo, un confine. Dai piloni emergono figure della nostra fede: dipinti di madonne o del Cristo crocefisso, oppure la statuetta di un Santo.
Sono testimonianze antiche di fede popolare che il tempo non ha cancellato. La riconoscenza per una grazia ricevuta ne ha suggerito spesso la costruzione; altre volte, invece, determinanti sono stati e il senso della paura e il bisogno di protezione lungo il tragitto ritenuto gravido di insidie e di pericoli.

Alcuni piloni della montagna Condovese

Camporosssetto

Camporosssetto

Coindo

Coindo

pilone crosatto1

Crosatto

pilone cumbay

Cumbay

pilone dij mòrt

Dei morti

pilone giagli

Giagli

pilone martinetto

Martinetto

pilone santa maria dij grand bòsch

Grand bosch

pilone sette strade1

Sette strade

pilone sigliodo

Sigliodo

pilone tugno1

Tugno

pilone turne

Turne

pilone turne3

Turne

pilone vierey

Vierey

pilone zanfuret

cerchio

I chierichetti 

A Condove, negli anni 50 del secolo scorso, tutti i bambini che avevano ricevuto la prima Comunione, potevano svolgere le mansioni di chierichetto e servire la Santa Messa. Don G. B. Bruno, ci aveva insegnato le varie fasi della S. Messa e il ruolo di noi chierichetti.

C’erano diversi oggetti da dover usare, il secchiello dell’acqua santa con l’aspersorio, il turibolo con l’incenso che diffondeva un fumo profumato, le ampolle che contenevano il vino e l’ acqua, poi c’ era il messale, i ceri, c’erano i paramenti sacri, il calice dorato, la pisside, insomma un armamentario di oggetti sacri e bisognava arrivare per primi in sacrestia per aiutare il prete a prepararsi. Noi vestivamo con una tonaca nera e una corta sopraveste bianca. Della prima erano previste due sole taglie per cui i più piccoli legavano una corda in vita per sostenerla al punto giusto. La vestizione del celebrante in sacrestia, prima della messa, era una funzione di particolare onore: si presentava il cordone sulla schiena del prete, si porgeva la stola sul collo facendola saltare al disopra del capo abbassato, si porgeva il manipolo per poi legarlo con l’apposita fettuccia, si presentava la pianeta adeguatamente ripiegata nella sua parte posteriore facendogliela poi ricadere in perfetto ordine lungo la schiena. Tutte queste manovre, che erano frutto di istruzioni precedenti, oggi si possono solo ricordare o immaginare, essendo quasi sempre sostituite da più semplici consuetudini. Altrettanto importanti erano alcuni servizi all’altare, che andavano a ruba tra i chierichetti, quali porgere al celebrante le ampolline con vino e acqua o la salvietta, fare il giro della chiesa per la questua con un sacchetto rosso attaccato a una lunga asta, che trovavo molto divertente far volteggiare sopra e tra le teste dei fedeli, tirare il cordone della campanella appesa all’uscita dalla sacrestia e scuotere il campanello col manico ai piedi dell’altare durante l’elevazione. Per questa funzione era prescritto di agitare lo strumento a lungo al “Sanctus”, brevemente ad ogni genuflessione del celebrante e all’elevazione dell’ostia e del calice, di nuovo lungamente alla successiva genuflessione finale.

Molto meno dignitose, ma sempre assai divertenti, erano alcune monellerie, come quella di chiacchierare e di farsi le smorfie alle spalle del prete. Ma il meglio era essere scelto per l’incenso; lì non bastava arrivare prima degli altri, lì era il Don che ti affidava direttamente l’incarico. Andare da soli in sacrestia durante la messa, accendere il carboncino, prendere il turibolo e iniziare ad agitarlo avanti e indietro tenendolo per la catena non aveva prezzo. E anche quel fumo dall’odore acre era così gradevole.

Ricordo una volta quando ho aiutato il prete nella Santa Comunione. Era la prima volta in questo ruolo per me ed ero agitato. Quando il prete dà la Santa Comunione, i fedeli si avvicinano alla balaustra, si inginocchiano insieme e aspettano. Il prete va dalla sinistra alla destra e dà a ciascuno l’Eucaristia. Un chierichetto aiuta il prete, sotto il mento di ciascuno quando riceve l’Eucaristia mette un piatto sacro. Neanche un granello dell’Eucaristia può cadere a terra! Quando il prete si avvicina a ciascuno, la persona chiude gli occhi, inclina all’indietro la testa, e fa la lingua aspettando l’Eucaristia. Allora ero il chierichetto con questo ruolo e quando ho visto la prima lingua aspettando l’Eucaristia, credevo che fosse buffo. La lingua certamente era molto lunga e volevo scoppiare a ridere. Ho dovuto combattere l’impulso di sorridere e tenere la bocca chiusa. I servizi alle funzioni erano particolarmente interessanti in quanto vigeva la lodevole consuetudine di elargire una piccola mancia al chierichetto da parte del prete.

Frequenti erano le tradizionali processioni in particolari festività ma anche altre che si facevano per le strade di campagna, per chiedere prosperità e buoni raccolti. Ricordo molto bene quando in Condove lungo il percorso della processione del Corpus Domini venivano allestiti altari con tanti fiori e i bambini vestiti da angeli.

Processione Corpus Domini a Condove

Processione Corpus Domini a Condove

Il compito dei chierichetti, era quello di portare la croce all’inizio della processione, il secchiello con l’acqua benedetta ed i vari altri simboli religiosi. Successe una volta, che per distrazione, il secchiello si rovesciò e si rimase senza acqua benedetta. Poco male, il prete non si accorgeva perché camminava avanti a noi, allora, uno di noi, correva alla fontana più vicina e riempiva di acqua il secchiello. I campi crescevano ugualmente rigogliosi, contava la fede della gente.

cerchio

Le celebrazioni del giorno di festa

L’evento principale della domenica nella vita del paese era la partecipazione alla messa. Delle due funzioni liturgiche, la prima si svolgeva al mattino presto, la seconda era quella più solenne, celebrata nella tarda mattinata cantata dal popolo con o senza l’accompagnamento dell’organo. La chiesa parrocchiale era in quel momento un punto di riferimento anche per i non credenti, perché alla messa comunque si andava. Il dissenso, o quanto meno l’indipendenza di giudizio, che contagiavano però i soli uomini, venivano manifestati da pochi con l’assenza, da molti con una temporanea uscita dalla chiesa durante la predica, quando Don Bruno sfoderava le sue esortazioni ad aprire le porte del cuore a Cristo e criticava alcuni comportamenti vigenti in paese. Era consuetudine vestirsi per l’occasione con gli abiti migliori, detti appunto della festa. Era segno evidente che gli abiti da lavoro non erano ritenuti appropriati, ciò che non riguardava però soltanto la partecipazione alla liturgia parrocchiale, ma si estendeva anche agli altri eventi sociali tipici delle giornate festive, facendo della domenica un giorno del tutto particolare. Al pomeriggio il canto dei Vespri, a cui però partecipava molta meno gente che alla messa: in pratica, oltre al sacrista ed i chierichetti, erano presenti poche altre pie, devote e affezionate persone. A quell’ora la maggioranza degli uomini del paese era all’osteria a giocare a carte o semplicemente a bere un bicchiere di vino. I più sportivi erano invece impegnati nel gioco delle bocce ai campi della bocciofila.

Le campane a quei tempi erano suonate a mano, tirando i canapi che giungevano fino al fondo del campanile: questa circostanza offriva la divertente opportunità, quando la campana era in movimento, di attaccarsi saldamente alla corda e di lasciarsi momentaneamente sollevare nel ventre del campanile al ritmo del suo dondolio. Non erano certo voli di grande entità, ma il fatto di librarsi in aria dava una piacevole sensazione di leggerezza, quasi si fosse trattato del volo trattenuto di un aquilone.

Il parroco oltre alla celebrazione delle Messe nei giorni festivi celebrava anche una messa feriale, inoltre faceva visita ai fedeli nelle borgate e impartiva lezioni di catechismo agli alunni della scuola. Le giornate erano scandite dal suono delle campane: all’alba, a mezzogiorno e al pomeriggio per i Vespri. I parroci in occasione delle celebrazioni della Pasqua, ponevano particolare attenzione ad accostare i fedeli alla Comunione. Allora vigeva il precetto del digiuno di cibo e di bevande dalla mezzanotte precedente l’atto della Comunione, per cui molti frequentavano la Messa, ma non ricevevano la Comunione. Notevoli le funzioni della Settimana Santa. I suoi riti occupavano molte ore della giornata, con un particolare coinvolgimento emotivo di persone di tutte le età. I ragazzi con speciali strumenti di legno (le raganelle), potevano e dovevano fare un gran baccano, rappresentando le forze del male, mentre le campane erano legate (ferme), il giovedì e il venerdì santo. Molto attesa la benedizione Pasquale delle case con particolare riguardo per le stalle e gli animali; il prevosto di Laietto doveva inerpicarsi fino alle più sperdute borgate e alpeggi d’alta montagna. È diventato aneddoto quanto capitò all’alp Anselmetti verso il Collombardo. Il prete Don Giovanni Battista Margaria, priore di Laietto dal 1902 1l 1938, era stanco e anche se vicino all’alpeggio non se la sentiva più di salire e allora gridò al margaro che di lassù l’attendeva: “Ehi! Ti posso benedire di quaggiù”. Al che il margaro alzando in alto una bella toma gli gridò di rimando: “Va bene, ma questa puoi anche vederla di laggiù”. Le processioni costituivano accanto alle celebrazioni di Pasqua, il punto di forza della vita religiosa, solo la Parrocchia di Mocchie ne contava circa venti. Tante borgate avevano una cappella coi suoi Priori impegnati in prima persona nelle feste religiose e nelle processioni oltre che nella distribuzione del pane della carità.

condove chiese1

cerchio
Le processioni al Collombardo

Il rito della processione è un momento di aggregazione delle comunità che scelgono di ritrovarsi per un percorso comune, denso di spiritualità e di significati simbolici e storici.
Nella processione vi è anche un aspetto diverso che sta nel piacere della gita, della giornata o del momento, a seconda della durata, da vivere assieme ad altre persone; è un incontrarsi che solleva l’animo e ritempra lo spirito.
La popolazione dei Comuni di Mocchie e Frassinere aveva una particolare devozione al Santuario del Collombardo dedicato alla Madonna degli Angeli, che si manifestava appunto con questo ritrovarsi per un cammino sacro. Oggi nel giorno della festa la processione prima della Messa esce dalla Chiesa portando la statua della Madonna, fa un giro nel pianoro attorno al Santuario per poi rientrarvi. Oltre 100 anni fa la processione partiva alle prime luci dell’alba da Laietto, durante la salita i cantori intonavano canti religiosi e si recitava il Rosario. Ad ogni mistero un coro di voci riempiva di echi la vallata. Dopo una breve tappa di riposo a metà strada, si ripartiva fino a raggiungere un pilone a circa 500 metri dal Santuario. A quel punto la processione si congiungeva con un’altra partita dal Santuario stesso, con chi era giunto prima sul colle, portando la statua della Madonna. Da lì una unica grande processione faceva il giro del Santuario ed entrava in Chiesa per la Messa.

Processione al Collombardo

Processione al Collombardo

Nel pomeriggio dopo i Vespri e la Benedizione si ripeteva la processione verso Laietto. Oltre alla processione della festa frequenti erano le processioni votive per richiedere interventi divini a protezione dei raccolti. Si ricorda l’anno 1858 in cui sei processioni coi rispettivi parroci salirono al Collombardo da Caprie, Novaretto, Celle, Mocchie, Frassinere e Laietto per chiedere la pioggia sui campi.

cerchioAlcune immagini di persone e momenti legati alla vita religiosa

Monsignor Vinassa , nato a Mocchie il 13 luglio 1840, compì gli studi nel Seminario di Susa e fu ordinato Sacerdote il 25 maggio 1864 da Mons. Oddone. Nominato parroco a Laietto nel 1865 vi restò per quasi 17 anni.

Mons. Vinassa parroco di Laietto dal 1865 al 1882

Don Giovanni Battista Margaria, nato a Susa il 7 dicembre 1873, ordinato Sacerdote nel 1896 dal Santo Vescovo di Susa Mons. Rosaz, dopo un periodo di vicecura a Bruzolo ed a Rubiana ed una breve parentesi come parroco di Rollières, era salito a Laietto il 1 novembre 1902 e vi rimase per 36 anni.

Laietto, piazzale davanti la chiesa, Don Margaria con alcuni parrocchiani

Don Margaria con alcuni parrocchiani

Don Margaria con alcuni parrocchiani

In prima fila da sinistra: Versino Angelo, Martin Adolfo, Don Margaria, Don Pautasso Luigi,Garnero Luigi, Miglia Federico e Versino Camillo; Dietro da sinistra Miglia Clementino, Charriere Adelino e Versino Augusto.

Don Suppo Giovanni parroco di Laietto con i bambini che nel 1941 avevano superato l’esame della “Dottrina grossa”. (foto Borla Carla)

Laietto 1941 – Don Suppo coi ragazzi della parrocchia

In prima fila la prima a sinistra Borgis Rina, il secondo Garnero Alessandro, il quinto Don Suppo, la sesta Margaira Nella (1926-1944). In seconda fila da sinistra, il primo è Charriere Flavio, la quarta Cordola Irma (1927-2000) e la quinta Cinato Firmina.

 Suor Pettigiani Rosina sorella di Pettigiani Modesto
(foto Piera Pettigiani)

Suor Pettigiani Rosina

Suor Pettigiani Rosina

 Don Luigi Siviero (a destra) Vice Parroco di Condove da ottobre 1954 a ottobre 1955 ed in seguito Parroco di Laietto sino al 3 maggio 1958 giorno del tragico incidente d’auto in cui perse la vita. A sinistra il Domenicano Monsignor Giuseppe Gagnor (1886/1964) nativo di Frassinere e Vescovo di Alessandria.

Mons. Gagnor e Don Siviero

Mons. Gagnor e Don Siviero

Anno 1950 Monsignor Gagnor in visita alla Parrocchia di Frassinere con Don Pesavento

Monsignor Gagnor a Frassinere

Monsignor Gagnor a Frassinere

Anno 1968 Monsignor Garneri Vescovo di Susa a Mocchie

Vescovo Garneri a Mocchie

Vescovo Garneri a Mocchie

Don Roberto Bertolo parroco di Laietto dal 1977

Don Roberto Bertolo

Don Roberto Bertolo