Mio padre deportato

Cordola Anselmo Firmino – Mocchie il 17/08/1903 – Condove 29/07/1970

Seconda guerra mondiale, non ero ancora nato, quando mio papà che dal 1942 lavorava come opaeraio alla Fiat di Via Cigna a Torino, venne catturato dai tedeschi e deportato in Germania. Abitava a Condove nella contrada dei Fiori ma aveva ancora la vecchia casa paterna al Coindo dove si occupava nel tempo libero della coltivazione dei campi. Per i suoi spostamenti disponeva di un lasciapassare bilingue italo-tedesco. Ma ciò non impedì che il mercoledì 28 giugno 1944, mentre era intento a raccogliere ciliegie in una località sopra il Coindo, di essere fermato dai tedeschi saliti da Condove, portato a Mocchie dove già erano stati presi come ostaggi altri uomini, trasportati in Municipio a Condove e da lì deportati in Germania per il lavoro coatto.

Quello fu il primo rastrellamento fatto a Mocchie, mio padre all’arrivo dei tedeschi non tentò di fuggire o di nascondersi credendo che il lasciapassare gli garantisse immunità, ma così non fu. Mia madre Giuseppina rimase sola con quattro figli di 14, 9, 7 e 3 anni e un altro in arrivo (era all’ottavo mese di gravidanza) ma non si perse d’animo e diede fondo a tutta la sua caparbietà per portare avanti la famiglia nonostante la guerra e le privazioni.

Mio padre affrontò le peripezie di un viaggio che durò più giorni. Alla stazione ferroviaria di Torino venne caricato e ammassato con altri su carri merci con solo poca paglia sul pavimento e un secchio per i bisogni. Ogni tanto il treno faceva una sosta e veniva dato loro un po’ di pane con poca acqua sino alla destinazione.

Gli fu chiesto se era operaio o contadino, lui rispose “contadino” pensando di essere mandato a lavorare nei campi. Lo portarono a Mannheim e il lavoro consisteva nello sgombrare le macerie delle case distrutte dai bombardamenti alleati. Il loro alloggio era in baracche del tutto simili a quelle dei campi di concentramento ed il vitto consisteva in una brodaglia e un po’ di pane. Indossavano una divisa con il numero di matricola. Dopo qualche tempo durante un trasferimento gli fu nuovamente chiesto se era operaio o contadino, questa volta rispose “operaio” sperando di migliorare come vita. Fu destinato a Francoforte a lavorare in una industria meccanica: sveglia al mattino presto e una marcia di quasi due ore per raggiungere la fabbrica, ma il vitto era sempre uguale e la fame si faceva sentire, facevano cuocere pure le bucce di patata raccolte negli avanzi dei tedeschi. Nella fabbrica la paura era maggiore a causa dei frequenti bombardamenti aerei che miravano proprio a colpire l’industria bellica.

L’anno dopo la guerra terminò e mio padre finalmente con un viaggio altrettanto lungo riuscì a ritornare in Italia. Giunto a Torino si fermò qualche giorno dalla sorella Virginia in Via Cristalliera dove seppe della morte dell’altra sorella Maria-Luigia col marito Ettore periti in quel tragico 1944 durante i bombardamenti su Torino di luglio nella cantina della loro casa in Via Chiomonte. I suoi compagni di prigionia giunti a Condove ricevettero dalle Autorità un pacco dono con generi di prima necessità. Lui ritornò qualche giorno dopo gli altri e non ci fu più nessuno a riceverlo e neanche il pacco. Erano i primi giorni di agosto del 1945 e tornò molto provato nel fisico e nello spirito per le sofferenze patite, specialmente la fame, quando il piccolo Giorgio nato il 1° agosto 1944 dopo la sua partenza cominciava a muovere i primi passi.

La famiglia era nuovamente unita, lentamente mio padre riprese le sue attività, ma parlò sempre poco delle sue peripezie. Nell’autunno dello stesso anno un altro Cordola di nome Alfonso che aveva la casa proprio sopra la sua al Coindo fu ucciso dai soldati tedeschi appostati verso Campambiardo mentre camminava con la zappa in spalla davanti casa.

Gianni Cordola (tratto dai ricordi di mio fratello Ettore)