Le feste

Voltarsi indietro, ascoltare i ricordi nitidissimi dei nostri vecchi sulle feste delle loro infanzie. I loro volti si illuminano: quasi gli vedi scorrere negli occhi quello che stanno raccontando, come un film. Facevano tutto insieme, non solo in famiglia ma tutta insieme la borgata, il paese.

A Condove, le feste e le fiere rompevano la monotona ma serena vita di paese con gaie note di colore. Attesa era soprattutto la fiera che vedeva riuniti nella piazza e strade adiacenti, mercanti provenienti da altre località con i loro prodotti e merci; quanta animazione, quanta cura nell’addobbare le coppie di buoi, gli asini, le manze perché apparissero bene e facessero fare bella figura al padrone e al paese.

La festa della Madonna degli Angeli il 2 agosto patrona del Santuario del Collombardo richiamava moltissima gente dalle borgate vicine: motivo dominante era quello religioso e famigliare, con la chiesa splendidamente adornata, la processione con la statua del santo portata a gara da baldi giovanotti che si contendevano tale onore, il fervorino dei predicatori, il pranzo al sacco con amici e parenti e la preghiera per i cari defunti e il vespro. Durante il pranzo non mancava certo l’allegria e spesso qualche fisarmonica accompagnava i cori che si protraevano fino al tardo pomeriggio.

Cinato Giorgio e Pettigiani Candido musicisti di Laietto alla festa del Collombardo

Cinato Giorgio e Pettigiani Candido musicisti di Laietto alla festa del Collombardo

Collombardo  anno 1955 In prima fila da sinistra Gilda con accanto il marito Antonio Vercellino che ha la nipotina francese sulle gambe, e poi la sorella di Gilda. Dietro da sinistra Alopite Walter in braccio alla zia Alopite Ines, Vercellino Giuseppina, Moro Polet da Parigi figlia di Cinato Maria, Vercellino Emilia, Brunetto Ida, Brunetto Elda, seduto Vercellino Sergio, il bambino Giorgio Vinassa, Anselmetto Elvira e Alopite Franca.

Collombardo anno 1955
In prima fila da sinistra Gilda con accanto il marito Antonio Vercellino che ha la nipotina francese sulle gambe, e poi la sorella di Gilda. Dietro da sinistra Alopite Walter in braccio alla zia Alopite Ines, Vercellino Giuseppina, Moro Polet da Parigi figlia di Cinato Maria, Vercellino Emilia, Brunetto Ida, Brunetto Elda, seduto Vercellino Sergio, il bambino Giorgio Vinassa, Anselmetto Elvira e Alopite Franca.

Altre feste erano legate alle varie scadenze ed eventi della vita parrocchiale e famigliare: le feste religiose di S. Vito il 15 giugno patrono di Laietto, S. Saturnino patrono di Mocchie, S. Stefano patrono di Frassinere, S. Pietro in Vincoli il 27 luglio patrono di Condove e quella di S. Antonio abate il 17 gennaio per la benedizione degli animali. Negli anni 30 e 40 del secolo scorso oltre alle parrocchie già citate, anche frazioni più piccole ma con una cappella festeggiavano il Santo patrono. Le feste erano allietate da qualche fisarmonica e clarinetto. La musica e i balli attiravano tutti gli abitanti del luogo e i giovani accorrevano anche dalle frazioni vicine per corteggiare le ragazze locali. Ma col passare delle ore e dopo abbondanti libagioni i giovani del posto che non gradivano questa invasione al grido di “domje a-j forësté” (diamogli ai forestieri) rincorrevano gli avversari che lesti come leprotti saltavano per i prati e tornavano alle loro case. A Condove durante la festa patronale la banda musicale girava di strada in strada anzi da cortile a cortile a suonare e la gente faceva donazioni oltre ad offrire paste e da bere. Dopo qualche ora passata a suonare e bere sotto il sole la banda cominciava a essere decimata, ad ogni fermata vi era un caduto che non si reggeva più sulle gambe.

Altre occasioni di festa erano i battesimi, sposalizi, prime comunioni e cresime. I giovani festeggiavano la coscrizione di leva con balli e sbornie se possibile.

Laietto così salutava il carnevale con due momenti distinti: le «Dëspresie» o le «Busaje» e le «Barbuire». Si cominciava il giorno dell’Epifania, alternativamente si eseguiva una delle prime due, ovvero un anno si facevano «Le Dëspresie» (i dispetti – piccoli furtarelli eseguiti la notte precedente con restituzione il giorno dopo davanti la chiesa) e l’anno successivo «Le Busaje» (una pubblica presa in giro davanti alla chiesa), si chiudeva con le “Barbuire”, vale a dire i personaggi mascherati nella domenica grassa. Protagonista era il “Pajasso”, che portava con sé un bastone alla cui sommità era legato un gallo: questo e altri personaggi si divertivano a spaventare i paesani e a far scherzi, soprattutto alle ragazze, vere destinatarie della festa. Dopo balli, schiamazzi e finte morti si giungeva al momento culminante della rappresentazione: il “Pajasso”, tagliando la testa al gallo (che nel frattempo era stato appeso ad un albero) ammazzava se stesso, decretando la morte del Carnevale, la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, in un rituale di fecondità e prosperità per il nuovo anno.

E nostro intento non disperdere le tracce di vite vissute, riappropriarci dei ritmi scanditi dalle stagioni, incentivare nei giovani il recupero della memoria storica ed invogliarli ad utilizzare al meglio ciò che la nostra tradizione offre.

Alcune immagini delle “Barbuire”

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