Ecco a voi, cari lettori, la foto della mia prima comunione a Condove, anno 1954. Sembriamo una grande nidiata di pulcini sotto le ali della chioccia. Un branco di monelli, troppo giovani per avere un poco di giudizio, ma tutti affezionati al parroco Don G. B. Bruno.
Qualche lettrice o lettore anziano non faticherà a ricordare qualcuno; le forme somatiche dei loro volti sono quasi rimaste invariate col passare del tempo, solo la statura è cambiata. I giovani di oggi potranno trovare in loro le sembianze dei loro padri e dei loro nonni.
Come sempre, i maschi da una parte e le femminucce dall’altra. Vi era una separazione tra i due sessi anche a scuola elementare, ove ci radunavamo prima del suono della campanella che segnava l’inizio delle lezioni, non c’incontravamo con le bambine, vi era si uno scambio di occhiate da ambo le parti, ma sotto gli occhi vigili dei Maestri/e e nessuno osava dire una parola.
Malgrado questo rigoroso e vigile controllo, molti di noi maschietti ci vantavamo di avere tra il gruppo delle femminucce la nostra “morosa”; certe volte erano i compagni stessi che ce l’affibbiavano, ma la ragazzina non ne sapeva nulla non essendoci stati contatti verbali.
Eravamo tutti belli, ragazzi e ragazze, come ancora oggi sono tutti belli i ragazzi di sette anni. Erano belli anche quelli che, a qualcuno di voi che guardate questa foto, sembrano un poco bruttini.
Avevamo la bellezze della fanciullezza che in fin dei conti è sempre quella vera. In due vestivamo alla marinara, io in bianco e Cianin C. in blu navy, come descrive della sua fanciullezza la scrittrice Susanna Agnelli, mentre le bambine portavano il vestito bianco e il velo; i nostri vestiti denotavano il poco benessere di allora, il mio vestito bianco era lo stesso che aveva già usato mio fratello Giorgio tre anni prima e che era stato ceduto da un’altra famiglia. L’anno successivo ben tre bambini nati nel 1948 vestivano alla marinara, e ancora prima nel 1937 mio fratello Ettore vestiva anche lui alla marinara di colore blu navy.
Condove 1954 Prime comunioni
Grandi rattoppi sul dietro e sul davanti dei pantaloni denotavano il lavorio delle mamme per il prolungamento del loro uso. Eravamo quasi tutti nelle stesse condizioni perciò nessuna invidia fra di noi ma tanto adattamento date le nostre condizioni economiche.
Guardando i volti dei miei compagni potrei raccontare approssimativamente la vita di ognuno, ne conoscevo i loro caratteri che col tempo non avrebbero mai cambiato, conoscevo i loro desideri che con difficoltà poterono essere esauditi, i loro sogni che raramente vennero realizzati.
Ognuno di loro seguì la strada che il destino aveva per essi tracciato, ognuno prese la sua via convinto che fosse la più bella e la più giusta, non sempre i migliori nello studio furono i più fortunati nella vita, ma vi fu una selezione in base al loro ingegno personale, i più continuarono la vita lavorativa dei loro padri, migliorandone le condizioni economiche e facendosi stimare per la loro rettitudine ed onestà. Tutti, ne sono certo, fecero tesoro degli insegnamenti a loro inculcati dai loro educatori e dall’esperienza di vita dei loro genitori.
E ora che la vecchiaia mi ha raggiunto, posso dire che la mia generazione, vissuta malgrado i tempi di sacrifici, può vantarsi di aver dato un contributo col suo esempio a coloro che sono venuti dopo e a quelli che verranno.
Tutto ciò è potuto accadere grazie ai Maestri di allora, al Parroco ed i suoi vice che si pigliarono cura di noi, insegnandoci come ci dovevamo comportare nella vita e facendoci capire il valore dell’onestà, della rettitudine e dell’amicizia mettendo davanti a noi il loro modo di vivere come esempio.
Con amore e pazienza ci hanno plasmati affinandoci, facendoci distinguere il bene dal male, l’utile dall’inutile, la giustizia dall’ingiustizia, la bontà dalla cattiveria. Sia ricordato sempre con gratitudine da noi e dalle generazioni a venire questo gruppo di veri educatori di scuola e di vita.
Ora la faccio finita, cari lettori, perchè non voglio tediarvi oltre. Perdonatemi questa chiacchierata e sappiate essere pazienti con un romantico impenitente a cui piace ricordare il suo passato.
Il San Giovanni d’inverno si festeggia il 27 dicembre ed è la ricorrenza di San Giovanni Evangelista, il discepolo prediletto. Questa festività cade a pochi giorni dal solstizio d’inverno (21-22 dicembre), specchiandosi simmetricamente nel San Giovanni Battista (il 24 giugno, legato al solstizio estivo).
Nella tradizione cristiana e simbolica-massonica, i due San Giovanni rappresentano le due porte dell’anno solare: il Battista apre alla luce crescente, mentre l’Evangelista accompagna l’uomo nel buio dell’inverno verso la speranza e la rinascita della luce.
In molte regioni alpine e di tradizione cristiana, il 27 dicembre si benedice il vino (ëlvinëdSanGioann). La tradizione nasce da un aneddoto associato alla biografia del santo: si racconta che, ad Efeso, venne offerto a Giovanni un calice di vino avvelenato. Prima di bere il santo fece il segno della croce sulla coppa e da questa ne uscì fuori il veleno, sotto forma di serpente verde. In quel giorno, fino a gran parte del secolo scorso, si soleva portare in chiesa delle bottiglie di vino per farle benedire e poi berle in famiglia come auspicio di buona salute, concordia e protezione dai mali dell’anno nuovo.
Anche nella montagna Condovese, San Giovanni d’Inverno si ricordava sempre. Pochi giorni dopo Natale, quando le case erano ancora piene di odori buoni e l’anno stava per chiudersi, si portava il vino in chiesa per la benedizione poi, una volta rientrati, si stappava la bottiglia: un sorso per ciascuno, anche solo per assaggiare.
Era un gesto semplice, ma fatto con coscienza, come si fanno le cose importanti. Il vino di San Giovanni d’inverno non era un vino qualunque. Se ne conservava sempre un po’ da parte perché si diceva facesse bene al corpo. Nei mesi freddi, quando arrivavano tosse, costipazione o stanchezza, quel vino veniva tirato fuori come un piccolo aiuto. Inoltre ogni volta che a casa fosse stata aperta una bottiglia di vino, un po’ del vino benedetto durante la festa di San Giovanni Evangelista sarebbe dovuto essere versato nella bottiglia nuova.
Riporto anche la tradizione massonica ed esoterica: San Giovanni Evangelista è storicamente il santo patrono dei Liberi Muratori (insieme al Battista), e il 27 dicembre si tengono tradizionalmente tornate rituali di solstizio e di passaggio delle cariche, incentrate sul simbolismo della ricostruzione interiore e del ritorno della luce
Il 27 dicembre era un giorno che insegnava ad entrare nell’anno nuovo con rispetto e fiducia. Così San Giovanni d’inverno passava, senza farsi notare troppo, ma restando nella memoria, come restano certe tradizioni, non fanno rumore, ma tengono insieme le persone.
Negli anni 50 del secolo scorso, dopo le difficoltà della guerra, l’Italia si colora di nuovo ottimismo e di una forte voglia di rinascita: ma com’era la vita del mio paese (Condove) all’inizio di quel decennio?
Quando nascevi a Condove, come in tutti i paesi della Valsusa, negli anni 40 del novecento possedevi già la prima certezza della tua vita, non avevi ancora emesso il primo vagito e tutti sapevano che eri al mondo. La vita nel mio paese era sempre stata così, volenti o nolenti, appena muovevi un passo tutti ne erano a conoscenza prima che tu lo facessi. Questa d’altronde è vita vera è l’essenza più pura della storia, non della storia che si legge sui libri di scuola, ma della storia di tutti i giorni.
I giorni a Condove si susseguivano seguendo il ritmo delle stagioni e della fabbrica (la Monce), ovvero d’estate si rimaneva fuori sfruttando l’ultimo raggio di sole, e d’inverno già alle nove di sera non si vedeva più un’anima in giro e non perchè la gente aveva paura di uscire come nelle città, ma perchè la vita il giorno dopo cominciava al sorgere del sole . Il tempo d’altra parte in questi luoghi sembrava fermarsi. Lavatoi con mamme che lavavano ridendo e scherzando, bambini che giocavano per le vie, le persone s’incontravano e si salutavano caldamente, erano posti dove ci si conosceva tutti e dove ci s’informava del perchè la Pina stamani non era uscita a comprare il pane.
Erano giornate lunghe, intense, faticose ma ricche di parole, di ascolto e di condivisione e volti estranei non esistevano. La gente si muoveva in continuazione a piedi, le strade principali erano asfaltate, altre con l’acciottolato (le sterne), mentre la piazza principale era ricoperta da un ghiaino azzurrognolo. Lo stradone (la militar) era delimitato da paracarri in pietra regolarmente distanziati, che fungevano da ottimi sedili per una pausa durante la camminata.
La maggior parte della vita del paese si svolgeva in strada o nella piazza, in essa s’incontravano persone, si svolgevano tutti gli avvenimenti che caratterizzavano la vita di una piccola comunità nella quale tutti si conoscevano e dove le gioie e i dolori diventavano emozioni comuni e coinvolgenti. Le strade erano il primo ritrovo delle donne, che, con il secchio, andavano alla fontana schivando qua e là i ragazzi che si divertivano e che giocavano ai quattro cantoni, alle corse, o a nascondino. C’erano poche macchine e neanche sfreccianti centauri a seminare panico, la vita trascorreva tranquilla. Per la strada era tutto un andirivieni, passavano donne e uomini più o meno frettolosi e si formavano più che altro gruppetti di perdigiorno che osservavano curiosamente chi entrava e usciva dalle case: quando il medico, il prete, la levatrice, o quando, chissà perchè, la guardia comunale
Che stupore, che meraviglia e che interesse quando la corriera dalla stazione portava dei forestieri, allora ecco che si formavano subito ennesimi gruppetti di persone a domandarsi chi fosse codesto forestiero, da li nascevano così mille supposizioni dalle probabili a quelle più fantasiose e bizzarre, ecco allora che improvvisamente la serrata discussione veniva interrotta da quelle due o tre auto che strombazzando si facevano largo fra i curiosi. Eh si, le auto erano una rarità assoluta, la maggior parte delle persone andava a piedi, o meglio le donne andavano a piedi e gli uomini in bicicletta, salire in sella ad una bici per molte donne era considerato scandaloso… chissà cosa avrebbero pensato le più anziane del paese.
Poi esistevano paesi e paesi, il mio era fornito di negozi, di un mercato settimanale, di scuole elementari ed avviamento industriale e di qualche altra comodità in più, qui giungevano gli abitanti dei paesi vicini in treno e quelli delle borgate montane, che arrivavano seguendo i percorsi di millenarie mulattiere. Nel paese si comprava tutto ciò che era necessario alla sopravvivenza delle piccole comunità: generi alimentari, attrezzi, utensili vari e pure cianfrusaglie per le vezzose del paese. Quei negozi di alimentari però erano una gioia per gli occhi, buona parte della merce era esposta fuori dalla porta: legumi, merluzzo sotto sale, verdure di stagione e dentro i sacchi di riso e delle minestre e poi le scatole di latta dei biscotti, marmellate, salsicce appese, lardo, burro e formaggi.
Ma ecco che arrivava anche il momento del silenzio, intorno le botteghe chiudevano le porte, le serrande venivano abbassate, i ragazzi smettevano di gridare e correre… passava un funerale (a l’é passaje Catlin-a a disìo ij vej). Avanti al mesto corteo si trovava una lunga fila di donne precedute dalla croce poi il prete coi chierichetti e il carro funebre trainato dai cavalli, seguito dagli uomini. Ai funerali partecipava tutto il paese…in fondo eravamo quasi tutti parenti.
Una volta passata la triste processione la vita come per magia riprendeva e a proposito di vita il vero centro nevralgico del paese per la vita sociale era il dopolavoro (la bòciò).
All’interno si facevano le solite cose: si beveva (e tanto…), si giocava a carte e si parlava di tutto e di più. Del resto era un ritrovo vero, autentico, posti che non esistono più, quelli con il giornale spiegazzato e le carte da briscola e tressette unte e logore e fra il fumo di quelle stanze c’erano capannelli di pensionati, lavoratori e nullafacenti e fra tutti questi esistevano personaggi memorabili: c’era il beone(ël ciocaton)di turno e poi c’era sempre lui (ël savanton): quello che tutto sa, lui sapeva tutto, dalla politica, al calcio, a come far ripartire l’economia, a trovare funghi, sapeva pure le cure per guarirti da tutti i malanni.
Non si mangiava quanto adesso. A colazione pane secco o polenta nel latte, non certo merendine con marmellata cariche di zuccheri. Non si mangiucchiavano caramelle tutto il giorno. La carne la si mangiava una volta alla settimana e spesso di pollo o coniglio, tanta polenta e minestre di verdura. La frutta era contata, uno a persona, era facile essere magri.
Un particolare che solo quelli della mia età conoscono: i rettangoli di giornale meticolosamente ritagliati da papà e appesi al chiodo nel gabinetto all’esterno della casa, quando ancora si conosceva poco la carta igienica. Mi avevano insegnato, in caso di bisogno, a stropicciare il pezzo di carta prima di usarlo per renderlo più morbido e meno scivoloso.
Erano storie di una volta, di ricordi di un tempo passato, storie e modi vivere dei nostri nonni, che si potevano e si possono riflettere su un qualunque paese valsusino, non occorre menzionarne uno specifico, ogni paese della valle viveva in questa maniera. Storie di vita più tranquilla, più vivibile, di un mondo dove riuscivi a sentirti meno numero e più persona. Un mondo dove potevi uscire per andare a bere un bicchiere all’osteria, sapendo che sicuramente avresti trovato qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.
Allora la vita era più semplice, ma socialmente più intensa e viva, pur nella ristrettezza dei mezzi e nella mancanza delle comodità odierne. La fine di quel mondo che ci sembra così lontano è dovuta proprio al benessere e al progresso avvenuto: l’auto, il cellulare, gli elettrodomestici, il computer, l’istruzione, ma soprattutto la televisione. Anche se quest’ultima all’inizio , quando ci si riuniva tutti in un unico stanzone, seduti su panche o su sedie portate da casa, aveva una funzione aggregante per le chiacchiere ed i commenti che ne seguivano.
Quando apro l’album delle vecchie fotografie ho sempre l’impressione di esserne risucchiato al suo interno. L’album è vecchio, ma è da sempre il raccoglitore dei ricordi in bianco e nero. Alzare quella copertina è un modo per scoperchiare il passato, vedere tutti quei volti famigliari è come un incontro che si rivela magico, quello del tempo. Sfogliare le pagine e vedere tutte quelle visioni ormai sbiadite riuniva le persone nei giorni di festa per raccontare la propria storia.
L’album è un volume rilegato composto da fogli di formato particolare a seconda dell’uso, adoperato soprattutto come contenitore. In questo caso il contenuto è fotografico, in passato lo era spesso, oggi diviene sempre più raro. È sempre più difficile stampare la moltitudine di fotografie, recuperarle dai vari supporti tecnologici, riuscire ad assegnare un vero ordine cronologico alle immagini, ma soprattutto provare un attaccamento emotivo e instaurare una relazione identitaria con esse.
L’album di famiglia non è soltanto una raccolta di fotografie in cui appaiono i nostri genitori, fratelli, sorelle o parenti stretti; si tratta, infatti, di una modalità attraverso la quale è possibile ricordare ma anche rinforzare, soprattutto a livello affettivo e storico, le proprie radici familiari e origini nell’universo. Visivamente riproduce parti della mia vita che rimandano al senso dell’appartenenza: importanti eventi, riti e tradizioni famigliari che vengono immortalati nella memoria attraverso lo scatto. Dal punto di vista psicologico, dall’album di famiglia può emergere il senso di appartenenza: ognuno di noi attribuisce un personale e intenso valore emotivo alle proprie immagini. C’è un momento in cui una persona si rende conto di stare al mondo, si rende conto che alcune persone esistevano prima di lei e che esiste una rete nel tempo e nello spazio tra le persone che la circondano. Questo momento, per alcuni coincide con l’appropriazione visiva del passato. Sfogliare un album della propria famiglia favorisce la comprensione delle dinamiche famigliari e del tempo che inesorabile scorre cambiando i volti, i luoghi, ma non gli affetti, non l’essenza fondante. Negli album, le fotografie, disegnano un percorso scandendo le tappe della vita. Così la memoria agevolata da poche e concise immagini, preserverà con maggiore facilità quel ricordo visivo, in rappresentazione di un pezzo di vita. Quello scatto non ha solo fermato il tempo, ma testimonia una parte di noi stessi, raccontando la storia della nostra vita e dei nostri affetti più cari.
“Trovesse, parlesse, volej-sebin,ma arcordesse che lalenga a l’ha gnun òss, ma a càusa ij maj pì gròss“. Trovarsi, parlarsi e volersi bene, ma ricordarsi che la lingua non ha ossa, ma causa i mali più grandi . Con questa massima mi fu un giorno sintetizzato dalla mamma con molta saggezza il senso antico del ritrovarsi insieme senza pettegolezzi.
Era veramente così. L’opportunità di incontrare la gente del paese mi fu offerta fin da piccolo, quando accompagnavo la mamma nel fare la spesa. La mia presenza non andava ovviamente al di là del ruolo di ascoltatore, ma di un ascoltatore curioso e attento: già allora le vicende che sentivo raccontare mi sembravano fiabe.
Di cosa sto parlando? Del pettegolezzo, una chiacchiera indiscreta, spesso malevola o non verificata, che riguarda la vita privata e i fatti di altre persone e vive in tutti i paesi: è quel qualcosa che cerca di avvicinarsi alla verità ma senza conoscerla, che si basa su un “sentito dire” senza fondamento.
Pensate che il grande filosofo Talete nato verso la fine del VII secolo a.C. a Mileto una colonia greca sulle coste dell’Asia Minore (Turchia oggi), già diceva: Gli Dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca per ascoltare il doppio e parlare la metà, esattamente il contrario di coloro che parlano troppo, come i pettegoli, o a vanvera.
Il pettegolezzo è una strana bestia dalle forme mostruose: ha cinque orecchie, dieci occhi, venti bocche. È dappertutto: può essere portato ovunque. Lo trovi la sera all’osteria, serpeggia tra una partita a carte e una gara a bocce; al mattino è nei negozi infilato nelle borse della spesa e lo trovi anche al mattino della domenica che sussurra in chiesa. Gira anche nel campo sportivo tra i ragazzi che giocano a calcio, sulle panchine della piazza e non manca mai nelle case.
Il pettegolo non è una persona intelligente, è furbo, fastidioso, anche crudele, ma mai intelligente! Non si concede mai riposo è sempre in agguato per carpire qualche notizia succosa e diffonderla al più presto, storpiandola e gonfiandola all’inverosimile.
Il pettegolezzo ha un habitat ideale, il paese, nel quale vive benissimo e si riproduce a dismisura. È un modo di fare vile, stupido: lo sanno tutti, eppure tutti, invece di isolarlo, lo portiamo con noi, lasciandolo solo quando dormiamo; dopo una notte di riposo lo riportiamo con noi ad accompagnarci nel nuovo giorno.
Ogni giorno a tutti capita di ascoltare qualche pettegolezzo, anche su persone che non si conoscono e sulle cui vite private non si sa nulla… Eppure, anche in queste condizioni, i pettegolezzi non mancano di interessare. Questo accade in tutte le latitudini e in tutte le culture: alle persone piace infatti sapere dei colpi di fortuna, o delle sfortune, che capitano agli altri, e questo è particolarmente vero nelle piccole comunità. Infatti, in una cerchia con un limitato numero di persone può essere sicuramente più utile e vantaggioso conoscere gli affari privati di tutte le persone con cui si viene in contatto e con le quali si devono stringere rapporti, allo scopo di capire meglio se ci si può fidare o meno.
Quando si usa il pettegolezzo? Il pettegolezzo viene spesso usato fra persone che non hanno particolari argomenti comuni di cui parlare, oppure per rendere più piccante e curioso un qualche argomento, interessare e sorprendere il proprio interlocutore, costruire con lui una relazione di complicità per le cose di cui si parla. Potremmo dire, per queste ragioni, che il pettegolezzo è una sorta di “lubrificante sociale”, in quanto indubbiamente facilita i rapporti. Esiste anche il pettegolezzo “positivo” usato per condividere notizie positive o incoraggianti anche se non sempre verificate. Attraverso il pettegolezzo positivo impariamo le cose della vita, conosciamo mondi che ci sono sconosciuti, ci confrontiamo con gli altri e capiamo come gli altri la pensano, cosa farebbero in una determinata situazione, come giudicano i protagonisti delle varie storie che si raccontano.
Il pettegolezzo può essere utile in quanto può essere usato come ansiolitico: alla fine si scopre sempre che gli altri non sono poi così felici come si immaginava, cala l’invidia sociale e ci si accontenta con maggiore convinzione di ciò che si ha e di ciò che si è.
La lingua italiana definisce la malalingua come “Persona pettegola e maldicente”. La lingua piemontese va giù in modo più pesante, vediamo qualche grano di saggezza dei nostri vecchi:
Grama lenga , cita testa, pés che la tempesta – Malalingua, piccola testa, peggio che la tempesta.
Lenga ch’a taja e a cus pés che vipre e bisse – Lingua che taglia e cuce peggio che vipere o biscie
La lenga a l’é sensa òss, ma a taja la ròba da còl – La lingua e senza osso, ma taglia i panni addosso
Ai curios a–j buto ‘l bech an cros – Ai curiosi mettono il becco in croce
Avej la lenga forcùa – Avere la lingua biforcuta
Chi a vëd, sent e tas, a ten ël mond an pas – Chi vede, ascolta e tace, mantiene il mondo in pace
Col òm-là a l’é brav mné la patalica – Quell’uomo è bravo a menare la lingua (bravo a pettegolare)
Avèj la botega duverta – Avere la bottega aperta (chiacchierone)
Brav a taché boton – Bravo ad attaccare bottone (chiacchierare)
Le grame lenghe a së straco cand gnun a-j dé da ment – Le malelingue si stancano da sole quando nessuno gli dà retta
A dëstissa ‘d pì na paròla che na sìja d’eva – Spegne più una parola che un secchio d’acqua
A parlé pòch as faliss mai – A parlar poco non si fallisce mai.
È una delle più antiche tradizioni, quella di benedire i campi, che risale addirittura all’epoca delle celebrazioni pagane, poi cristianizzate dalla Chiesa: oggi sta scomparendo e rimane viva solo nella memoria degli anziani montanari.
Le rogazioni, il cui verbo latino rogare significa pregare insistentemente, sono invocazioni e richieste di preghiera fatte in processione per implorare un buon raccolto, preservandolo da grandine e da siccità, e per proteggere l’uomo dalla malattie, dalla carestie, dalle guerre e dalle calamità naturali.
I segni di questa tradizione religiosa sono visibili camminando ancora oggi su sentieri e mulattiere della nostra montagna. Croci, edicole e piloni votivi con immagini di santi e madonne ornati, un tempo, con freschi fiori alpini. Il viandante di passaggio, ma anche i montanari nello svolgimento dei loro lavori, erano rassicurati sulla correttezza del percorso e, volendo, potevano raccogliersi in preghiera o cantare le lodi.
Le processioni delle rogazioni per la benedizione delle campagne si svolgevano nei tre giorni precedenti l’Ascensione (che si celebra nel quarantesimo giorno dopo la Pasqua), ed erano funzioni molto suggestive. Dopo la Santa Messa al mattino presto, partivano dalla chiesa parrocchiale ed avevano come meta, le cappelle e piloni votivi sparsi sul territorio, fermandosi ogni tanto durante il percorso per le invocazioni, recite di preghiere, letture di brani del Vangelo e benedizioni. Il Parroco aveva con sé un piccolo secchiello pieno di acqua benedetta che, con un ramoscello di ulivo o con l’aspersorio, spargeva sui prati benedicendoli. Tutti pregavano ad alta voce guardando cadere quelle gocce di acqua benedetta sui primi fili d’erba e sembrava già di vedere il fieno alto, rigoglioso e profumato.
Nella parrocchia di Mocchie (Condove) don Romolo Mosconi, parroco dal 1944 al 1964, ricordava che l’unico giorno in cui tutti i montanari si fermavano dal lavoro per venire alle funzioni, era per le Rogazioni, tre giorni prima dell’Ascensione. Alle 6,30 del mattino iniziava la processione, un giorno in località Bertolere, un altro alla Madonna delle Grazie alle Sinette, un altro ai Bonaudi. In testa al corteo un fedele con la Croce e i chierichetti, poi il Parroco che intonava le lodi alla Madonna e recitava preghiere e litanie: lo seguivano i Priori e una lunga fila di donne, bambini e uomini, un coro di voci diverse che pregavano.
Don Romolo intonava le litanie delle Rogazioni ed il coro di fedeli rispondeva a tono con partecipata devozione. Il percorso era studiato in modo che tutto il territorio della parrocchia potesse, sia pure a distanza, essere visto. Quando si arrivava nei punti prestabiliti, sempre fissi negli anni, la processione si fermava. Allora Don Romolo alzava la Croce e rivolgendosi ai quattro venti invocava la protezione del Signore pregando in latino e tutti gli altri inginocchiati a terra rispondevano, mentre lo sguardo d’ognuno andava verso il proprio campo. E così, ad ogni fermata, si andava avanti per alcuni minuti in questo fraseggiare latino che pare tutti capissero benissimo. Il rito finiva sempre con l’aspersione dell’acquasanta verso i quattro punti cardinali mente tutti si segnavano con un segno di croce e, muovendo quel minimo le labbra, ringraziavano e rivolgevano chissà quale preghiera al Signore. Con la croce si benediva tutta la montagna, poi la funzione nella chiesa parrocchiale. Era una festa molto sentita. Terminata la messa si rientrava e tutti andavano a compiere il proprio dovere gli uomini nei campi, le donne a casa e i ragazzi a scuola. Quei campi scoscesi, quei boschi, erano l’unica fonte di sussistenza, affidarli a Dio era insieme riconoscenza ed auspicio.
Erano tempi in cui la giornata era scandita dal suono delle campane: all’alba, al mezzogiorno e al tramonto per la recita dell’Angelus. Le processioni costituivano, accanto alle celebrazioni di Pasqua, il punto di forza della vita religiosa, solo Mocchie ne contava una ventina. Ogni anno il parroco pubblicava l’elenco dei Priori: uomini e donne chiamate a portare un grosso cero, vestite di bianco, durante le processioni e coinvolte in prima persona nelle altre circostanze religiose rilevanti.
Le invocazioni delle Rogazioni erano tante, ne ricordo qualcuna:
Il prete diceva …A fulgure et tempestate… e i fedeli rispondevano Libera nos Domine!… …A flagello terrae motus… Libera nos Domine!… …A peste, fame et bello… Libera nos Domine!…
…A omni malo… Libera nos domine!… …Ut fructus terrae dare et conservare digneris… Te rogamus, audi nos! …Ut pacem nobis dones…. Te rogamus audi nos!
Molti ricordano che nella prima metà del Novecento sorgeva in corso Francia angolo piazza Statuto la stazione della ferrovia Torino-Rivoli, demolita negli anni Cinquanta.
Torino anno 1895 – La stazione della ferrovia Torino Rivoli all’inizio di corso Francia
La tranvia elettrica Torino-Rivoli, inaugurata nel 1914 ed attiva fino al 1955, nasce sulle ceneri di precedenti infrastrutture (una ferrovia a vapore a scartamento ridotto inaugurata nel lontanissimo 1871 e una parallela tranvia a vapore): infatti, già nel 1882 si raggiungeva il comune del celebre castello sabaudo con mezzi pubblici.
Il trenino correrà per tanti anni su uno dei corsi più lunghi d’Europa, il Corso Francia, o come veniva chiamato allora dal popolo, lo Stradone di Francia. Questo stradone, realizzato da Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1711, nasce con l’intento di collegare in linea retta la residenza cittadina di Palazzo Reale con la residenza del Castello di Rivoli, coprendo un percorso di quasi 12 chilometri, largo 12 metri, piantumato da olmi. Ed è su questo lungo tragitto, all’epoca in aperta campagna da Torino, passando per Collegno e fino a Rivoli che nasce la ferrovia.
L’ingegner Giovanni Colli ottenne dal governo una concessione nel 1870 ricevendo la concessione gratuita della parte destra del corso per una ferrovia a scartamento ridotto di 0,90 m con trazione a vapore. Su questo lato destro del corso vennero quindi posizionati i binari per l’andata e per il ritorno.
Questi intersecavano la ferrovia Torino-Bussoleno-Modane a Collegno, in località detta Baraccone, dove oggi troviamo il sovrappasso Regina Margherita. Al posto di un passaggio a livello era stata preferita, già allora, la soluzione più onerosa di un ponte con travi metalliche fatto costruire all’estero. Nel 1871 all’inaugurazione un giornalista dell’epoca dava risalto a questo fatto, dicendo che in concomitanza si inaugurava anche il tunnel del Frejus e i due convogli ebbero a salutarsi come si salutano i convogli in movimento, in località Baraccone, dove si incrociano passando uno sotto e l’altro sopra il ponte metallico.
Vi erano tre biglietterie, una Torino, una Rivoli e una Collegno al Baraccone. Erano state fatte costruire tre locomotive a vapore, quindici vetture per passeggeri di prima e seconda classe, tre vetture per bagagli e altrettante per le merci. Un mezzo estremamente veloce per il periodo si percorreva l’intera tratta in trenta minuti.
Poteva trasportare sia passeggeri che merci e la sua realizzazione contribuì sicuramente a dare impulso economico anche al territorio. Verso fine ottocento, inizi novecento, infatti, numerosi insediamenti produttivi fiorirono sull’asse del Corso Francia, come il cotonificio Leumann, la fabbrica di Vermouth Chazelettes, il lievito Bertolini e il biscottificio Maggiora. Una notte dolente era però la sua pericolosità, tanto da essere anche chiamato tritatutto.
I vagoni, inizialmente a vapore, furono in esercizio fino al 1914 quando furono sostituiti sullo stesso percorso, senza interrompere l’esercizio, da una tranvia elettrica a scartamento ordinario tranviario di 1,445 m. Nel 1955 la tranvia va in pensione e viene sostituita dalla filovia, un filobus collegato a fili sospesi, un mezzo che viaggiava senza bisogno dei binari, mosso solo dall’elettricità dei cavi sopra la strada. Un mezzo che ha vissuto fino al 1979, quando è stato sostituito da più moderni autobus che avevano il vantaggio di non aver bisogno di cavi elettrici. Ora, sotto il Corso Francia, nel tratto tra Collegno e Torino, dal 2006 corre la metropolitana e prossimamente continuerà verso Cascina Vica e in futuro a Rivoli.
E la storia quindi continua. Ma a ricordo di quel trenino esiste ancora la stazionetta Leumann, posta davanti all’ingresso del cotonificio e voluta proprio da Napoleone Leumann con lo stesso stile con cui aveva costruito il suo cotonificio.
Questa è la storia della tranvia a vapore, diventata elettrica nel 1914, che attraversava una Torino ancora priva di semafori, senza attraversamenti pedonali e per questo terreno fertile per incidenti stradali. E la tranvia, viaggiando su binari e non potendo arrestare velocemente la corsa, di incidenti ne faceva tantissimi, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Trenino Tritatutto”.
Uno degli ultimi incidenti fu quello del 3 giugno 1950 causato da uno scambio difettoso, che causò il deragliamento e il conseguente rovesciamento di un vagone. L’episodio finì sulla prima pagina di ‘Stampa Sera’, che così descrisse gli avvenimenti: “Il convoglio era composto da una motrice e tre carrozze. Si presume che il numero di passeggeri salisse ad almeno quattrocento. Il convoglio era giunto alle ore 11.53 alla fermata che si trova nei pressi dello stabilimento dell’Aeronautica d’Italia. Ormai la stazione di arrivo era vicina, a pochi chilometri di distanza e a pochi minuti di percorso: tanto è vero che molti passeggeri, pur senza scendere dal vagone, avevano cominciato a farsi largo e a portarsi sui predellini per essere più pronti a balzare a terra quando il convoglio fosse nei pressi di piazza Statuto. È stata probabilmente questa circostanza fortunata a far sì che al momento in cui si verificò il drammatico incidente, molte persone potessero salvarsi lanciandosi tempestivamente al suolo. Alle 11.54 esatte, in perfetto orario, il convoglio ripartì. La sciagura avvenne subito dopo, quando il treno non aveva percorso che qualche decina di metri e quindi non aveva ancora acquistato eccessiva velocità. Subito dopo la fermata dell’Aeronautica d’Italia (n.d.r. corrente corso Francia 361) i binari si biforcano, e in quel punto si trova un congegno di scatto dello scambio, di quelli chiamati comunemente ad “ago”. La motrice superò questa biforcazione, ma subito dopo l’ago scattò da solo, azionando lo scambio stesso. Mentre la motrice proseguiva su un binario, la seconda vettura del convoglio e naturalmente le altre due, avanzavano su un altro che si stacca dal precedente. La carrozza deviata era quindi sottoposta a una trazione obliqua al suo asse, e questo fatto a poco a poco la fece inclinare verso il suolo, piegando poi fin quasi a toccare i binari.” Alla fine si contarono una quarantina di feriti, un bilancio piuttosto contenuto considerando il numero di passeggeri coinvolti.
Rivoli anno 1949 – Corso Francia con la tranvia Torino Rivoli a destra
Da sempre, alzando lo sguardo al cielo, gli abitanti della Valsusa scrutano il massiccio del Rocciamelone, con la sua imperiosa vetta di forma piramidale. È una montagna ricca di storia e di leggende; nei secoli passati era considerata (erroneamente) dalla popolazione locale, impressionata dalla sua mole, la più alta cima delle Alpi e fu meta di pellegrinaggi diventando un luogo di culto e di beatitudine spirituale. Il pellegrinaggio al Rocciamelone (3.538 m) è un’ascesa storica che unisce fede e alpinismo, con l’evento principale fissato tradizionalmente per il 5 agosto: Festa della Madonna del Rocciamelone.
Nel 1945 l’allora parroco di Mocchie (comune autonomo fino al 1936 poi borgata di Condove) Don Romolo Mosconi per ringraziare la Madonna di aver posto fine alle sofferenze della guerra, propose un pellegrinaggio a piedi partendo da Villa di Mocchie per raggiungere la vetta del Rocciamelone. La proposta raccolse 32 adesioni. Partirono un sabato di agosto alle quattro del mattino dalla borgata Villa. Raggiunsero prima Frassinere e poi Prarotto, da lì percorrendo una mulattiera proseguirono fino agli alpeggi di Maffiotto per poi collegarsi con il sentiero dei 2000.
I più anziani della comitiva che già conoscevano il percorso raccomandarono a tutti di portare una bottiglia o borraccia da riempire d’acqua sopra gli alpeggi perché poi per un lungo tratto non ne avrebbero più trovata.
Il sentiero era abbastanza tracciato e strada facendo superarono le due rovine in direzione di Chianocco e affrontarono la dura salita del Colle delle Coupe (2345 m). Don Mosconi si legò la tonaca in alto con una cordicella per far si che gli facilitasse i passi in salita.
Giunti sul colle trovarono la casermetta ancora in ottimo stato e di fianco una vasca circolare in cemento per raccogliere l’acqua piovana. La cisterna era quasi piena ma imbevibile a causa di sostanze poco pulite in superficie. Ripreso il cammino giunsero al Colle della Croce di Ferro (2558 m) dove il gruppo fece una sosta per il pranzo vicino alla fontana in un bel prato con tante stelle alpine.
Dopo un breve riposino ripresero il cammino per raggiungere “ël pass dla cevra”, il passo della Capra (2456 m) e dopo ancora un’oretta di marcia, passato il costone, videro finalmente in lontananza la fontana Taverna e il rifugio Ca d’Asti (2854 m).
Giunti al rifugio passarono la notte in modo molto spartano. Allora il rifugio consisteva in un piccolo ricovero in legno e pietra e svolgeva il ruolo di punto di appoggio per chi non riusciva a completare la salita verso la cima (fu poi ristrutturato nel 1974). L’equipaggiamento per dormire consisteva nel mantello allora in uso agli uomini per ripararsi dal vento gelido.
L’indomani ripartirono con primo obiettivo la Croce di Ferro, che trovavano lungo il sentiero a quota 3306 m. Da Ca d’Asti notavano come il paesaggio cambiava e gli ampi pendii ricoperti d’erba si trasformavano in pietraie. La salita era sempre sostenuta e il percorso era su roccia e su sentiero abbastanza ristretto. Una volta alla Croce, mancava l’ultimo tratto per arrivare alla vetta: il pezzo un pò più difficile ma lo affrontarono con l’entusiasmo di chi vede avvicinarsi il traguardo.
Giunti in cima sembrava esserci spazio solo per le cose belle, un punto di vista privilegiato per osservare il mondo. Ai loro piedi vedevano: Susa, tutta la valle fino a Torino, il Monviso e il Monte Rosa. Dall’altro lato il ghiacciaio e il Lago di Malciaussia nelle valli di Viù.
In cima c’era il Rifugio Santa Maria e poco più su la statua della Madonna. Don Mosconi celebrò la messa per loro e per i tanti pellegrini che portavano quadri di ringraziamento alla Vergine per grazia ricevuta in diverse avversità della guerra. Breve sosta per rifocillarsi, e poi, pur sapendo che il ritorno sarebbe stato meno faticoso, decisero di scendere a Susa, poi col treno a Condove, e per finire salita a piedi dalla stazione ferroviaria a Mocchie. Tutti i partecipanti ricordano le oltre dodici ore di marcia impiegate da Villa di Mocchie al rifugio Ca d’Asti.
Agosto 1945 alcuni partecipanti al pellegrinaggio Mocchie – Rocciamelone
Gianni Cordola
Bibliografia: Bollettino parrocchiale Valle del Gravio e del Sessi – gennaio 2016
Nel secolo XVI Condove, Mocchie e Frassinere appartenevano ancora alla Castellania di Chiavrie e, attorno ai principali nuclei abitati, costituiti da case che accorpavano le funzioni civili e rurali, si presentava un uso del territorio caratterizzato da orti, campi, gerbidi, prati, maggenghi e pascoli, che denunciavano chiaramente la vocazione agricola e pastorale della comunità. La distribuzione altitudinale dei cereali coltivati in età tardo-medievale è ricostruibile attraverso l’ampia documentazione disponibile, per la Valsusa, costituita dai contratti di affitto e decime che i singoli abitanti e le comunità pagavano agli abati di San Giusto di Susa.
La segale, caratterizzata da una germinazione rapida anche alle basse temperature e da un breve ciclo vegetativo, era indubbiamente la specie più diffusa anche alle alte quote; ma era presente in maniera diffusa anche il grano, l’orzo, che, sebbene sia meno resistente al freddo della segale, cresceva anche dove il frumento non si adattava bene. Non mancavano inoltre cereali tipicamente medievali, come il miglio. Solo in alcune località a quota più bassa ed in pianura era presente anche il mais.
Produzione sementi a Condove, Mocchie e Frassinere anno 1829¹
Sementi
Condove
Mocchie
Frassinere
Grano (emine)²
1540
1500
400
Segale (emine)
1930
6000
5600
Orzo (emine)
140
1000
650
Avena (emine)
300
2000
1500
Mais (emine)
1670
–
–
L’economia degli abitanti oltre che sui pascoli e sull’allevamento di animali si basava sui due corsi d’acqua principali, i torrenti Gravio e Sessi e su alcuni rii di grande portata quali il Puta e il Merdarello. Da questi corsi d’acqua venivano ricavate bealere e canali per l’irrigazione di prati e campi, ma anche la forza motrice per le ruote dei mulini e delle fucine. Nei mulini si macinavano segale e altri cereali per farne farina, ma si pestavano anche noci per ottenere olio e spesso si abbinavano attività diverse di fucina, segheria o tessitura per soddisfare i bisogni della popolazione.
Le ruote dei mulini erano generalmente azionate dalla corrente d’acqua di un’opera di derivazione; in questo modo si evitava di ostruire l’alveo con strutture ingombranti facilmente soggette al rischio di piene e si controllava la forza dell’acqua. La derivazione di acque per mulini era regolamentata e il loro sfruttamento era oggetto di specifiche convenzioni da parte delle comunità di paese e sempre citate nei Consegnamenti di beni e canoni spettanti all’abbazia di S. Giusto di Susa.
Per la loro posizione i mulini furono ripetutamente danneggiati, o completamente distrutti, e successivamente ricostruiti. L’immagine dei mulini travolti dall’acqua è forse la più bella sintesi tra l’acqua che costruisce e l’acqua che distrugge. L’edificio che funziona grazie alla forza dell’acqua vede interrotto il suo funzionamento dalla forza eccessiva dell’acqua stessa. All’inizio del 1900 il numero dei mulini sul territorio dei tre comuni risultava più o meno lo stesso numero di quelli cinquecenteschi.
Salendo da Condove lungo il percorso della bealera comunale dei mulini, dalla presa in Gravio alla Dora, si raggiungono le Fucine inferiori, dove era presente un mulino con una grande ruota (ël mulin dë sota ò ‘l mulin ëd fons), il mulino inferiore delle fucine che fu, nel Settecento, dei Nurisso, e negli anni successivi gestito dai Garnero (1832), dai Guglielmone (1874), dai Pautasso (1911) ed altri ancora. L’ultimo esercente fu Chiaffredo Rolando e, al suo decesso, la moglie Martina Rosa, la mugnaia di Condove, fino agli anni ottanta del secolo scorso.
Proseguendo si raggiunge la fucina Col, attivata dal 1879 da Celestino Col su un opificio più antico, infatti vecchi documenti attestano che già alla fine del 1700 si lavorava il ferro e prima ancora la canapa. Nel medioevo questa fucina forgiava armamenti per il duca di Savoia.
Salendo ancora troviamo un secondo mulino con annesso forno (ël mulin dë dzora ò mulin molòire) trasformato dalla preesistente fucina settecentesca di proprietà del fabbro Margaira Luigi e, alla sua morte, della figlia Domenica che la gestiva con il marito Giovanni Battista Borla. Detto mulino funzionò fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso.
Ancora più su troviamo la fabbrica delle lime, la segheria e il mulino di punta o fabbrica del sapone (ël mulin ëd ponta ò fàbrica dël savon), fino a raggiungere l’attuale centrale idroelettica. Il mulino di punta era l’antico mulino Vinassa-Viretto diventato centrale elettrica per illuminare il paese nel primo novecento col nuovo proprietario Stefano Palli. Successivamente in quei locali furono esercitate varie altre attività quali una fabbrica di rivetti, una coltelleria, un saponificio.
La presenza della bealera comunale dei mulini costituì nel passato, oltre che un beneficio da sfruttare a pagamento (con tanto di pubblico registro delle derivazioni dell’acqua e pagamento annuale di canone per la concessione) anche un pericolo costante durante le alluvioni, divenendo la via privilegiata di sfogo delle acque del torrente Gravio.
Più in alto lungo il Gravio troviamo i tre mulini della famiglia Selvo (ij mulin dël Gravi)verso il Martinetto a Mocchie sulla via che porta alla cappella Madonna delle Grazie. Il primo sorgeva sul rio Puta e fu ricostruito dopo essere stato distrutto da un’alluvione nel 1891; gli altri due alimentati dal Gravio. Martinetto un nome che evoca rumore dell’acqua sulle ruote a pale, il ronzio delle pulegge, cigolio di macine e fragore di magli, nuvole di farina e l’odore della forgia. Questa era, nel passato, l’area artigianale di Mocchie e si possono ancora distinguere il mulino, la fucina coi supporti per il maglio e il forno.
Risalendo ancora si trova il mulino del Tugno (ël mulin dël Togn) presso il torrente Gravio esercito da Antonio Croce e dal figlio Battista fino al 1957 quando l’esondazione del Gravio ne determinò la chiusura. Fra il luglio del 1942 e l’agosto del 1943 vennero registrate quasi 19 tonnellate di frumento³ da macinare che resero 16 tonnellate di farina e il resto in cruscami. Nello stesso periodo furono lavorati 17 quintali e 57 chilogrammi di segale producendo oltre 13 quintali di farina. Di granturco se ne macinava molto poco, nel novembre 1941 ne furono lavorati 65 chilogrammi e nei due anni successivi neppure uno.
Più su il mulino anticamente chiamato di Cantarana, (ël mulin ëd bepin) verso Rosseno, così chiamato in onore del suo proprietario Giuseppe Alpe, era un mulino di elevata tecnologia. Era dotato di una coclea o vite di Archimede, un macchinario usato per sollevare e trasportare materiali granulari come i cereali direttamente alla macina senza mai fermarsi. Poteva lavorare a ciclo continuo senza interruzioni. Aveva anche un forno nel quale venivano cotti 40 micconi di pane contemporaneamente. Chi usufruiva del forno lasciava un miccone come compenso. Fu danneggiato dall’alluvione del Gravio nell’anno 1957 e non più ripristinato.
Verso la parte alta della valle c’era il mulino di Francesco (ël mulin ëd Cichin) ed un altro diventato una centrale di produzione elettrica. Verso est alla borgata Gagnor, il mulino di Puta, (ël mulin ëd gagnor), dal nome del rio da cui è alimentato.
Nella valle del Sessi un mulino esercito fino al 1935 dalla famiglia Cordola Giuseppe si trovava sotto la borgata Coindo (ël mulin dël Coindo); il mulino del Coindo era alimentato dalla gora del molino derivata dal torrente Sessi, è chiamato di Laietto in alcune mappe. Un altro molino si trovava più a monte del precedente ed era il mulino di Chiandone (ël mulin ëd tsandoùn) già in disuso da diversi anni ( a Mocchie nel 1838 risultavano esistenti due fucine, una attiva nella regione del Gravio di Stefano Croce e l’altra non funzionante in regione Chiandone). Un altro mulino più recente era sulla sponda sinistra del Sessi più in basso rispetto a quello del Coindo-Laietto e già nel territorio del comune di Caprie località Peroldrado.
Intorno ai mulini c’erano quindi attività produttive diversificate a seconda delle necessità contingenti. Ad usufruirne erano gli abitanti delle tante borgate e casolari sparsi dei tre comuni Condove, Mocchie e Frassinere: ognuno si serviva presso il mulino più facilmente raggiungibile attraverso le poche strade carrozzabili e le tante mulattiere che attraversavano boschi e valloni. Dopo l’alluvione del 1957 con esondazione di torrenti e rii tanti mulini danneggiati non furono più ripristinati, anche per il progressivo spopolamento della montagna causato dalla industrializzazione della valle.
Riporto a seguire i dati riferiti ai mulini tratti da documenti pubblici dell’epoca:
Nella guida commerciale d’Italia dell’anno 1906 troviamo:
Condove – Molini (eserc.): Col Valentino
Mocchie – Molini (eserc.): Cordola Vinc. – Croce M. – Davi Antonio – Selvo Battista
Nell’annuario generale d’Italia, una pubblicazione periodica, annuale, che dà una raccolta di informazioni statistiche sugli aspetti della vita sociale, amministrativa, commerciale e industriale del paese, compilata col concorso degli organi dello Stato, vediamo la parte riguardante i Comuni n. 58 CONDOVE, n. 70 FRASSINERE e n. 95 MOCCHIE nell’edizione dell’anno 1933.
Condove – Molini (eserc.): Rocci G. – Pautasso Pasquale. Fabbri: Col Giuseppe
Frassinere – Molini (eserc.): Alpe Lorenzo – Lavi Via
Nel 1932 nel contenzioso tra il Consorzio irriguo del Gravio e le Officine Moncenisio sono citate: l’officina meccanica e il molino dell’ing. Stefano Palli (il molino di punta), la segheria di Giuseppe Gagnor e dei suoi figli, le officine meccaniche di Giuseppe Col e di Castore Castagneri, i molini di Pasquale Pautasso e Michele Rocci come aziende che avrebbero potuto aver danno dalla diminuzione della portata d’acqua a seguito degli interventi realizzati dalla Moncenisio.
Gianni Cordola
¹ Dati desunti da “Quando la montagna viveva” di Giorgio Jannon ediz. Susa Libri
² Emina per aridi uguale a litri 23,054
³ Dati desunti da “Quando la montagna viveva” di Giorgio Jannon ediz. Susa Libri
Bibliografia : Bollettino parrocchiale valle del Gravio, valle del Sessi di gennaio 2005 e 2007
Mulini delle Fucine nella carta coi toponimi dei luoghi realizzata da Giovanni Falco nel corso di una ricerca alla Unitre di CondoveMulini di Chiandone e del Coindo nella carta coi toponimi dei luoghi realizzata da Giovanni Falco nel corso di una ricerca alla Unitre di CondoveMulino Cantarana carta del 1750Mulino di Puta carta del 1750Mulini del Gravio – mappa catasto Rabbini 1864
Quand’ero ragazzino negli anni 50 del secolo scorso ed abitavo alla contrada dei Fiori di Condove, c’era un evento oltre a quello del 2 agosto, festa della Madonna degli Angeli patrona del Santuario del Collombardo, a cui mio padre non voleva assolutamente mancare ed era il 5 agosto festa della Madonna della Neve sulla sommità del monte Rocciamelone, patrona della Diocesi di Susa.
Non sempre si saliva il giorno della festa ma l’importante era farlo nel periodo di fine luglio – agosto. Quel giorno mio padre e due fratelli più grandi si svegliavano presto, e dopo una buona colazione e preparato lo zaino con viveri per due giorni, scendevano a piedi dai Fiori fino alla stazione ferroviaria di Condove e da lì prendevano il treno accelerato per Bussoleno.
Giunti a Bussoleno con una breve camminata arrivavano alla Chiesa parrocchiale di Foresto e da lì seguivano le indicazioni per il sentiero dei Ginepri. Al primo bivio prendevano il sentiero dei Monaci fino a passare il Monte Molaras raggiungendo Chiamberlando. Passavano poi diversi alpeggi fino a Borgata Tour (1825 m), da qui un ultimo tratto fra prati e sentieri portava alla partenza della salita principale, la Riposa (2150 m), che a quei tempi era un rudere diroccato.
La salita non si faceva attendere e i primi passi mettevano già a dura prova. Il paesaggio però era talmente bello che quasi non sentivano la fatica. Il percorso era segnalato da tacche di colore bianco/rosso e risaliva il fianco della montagna attraversando prati immensi. Verso la quota di 2476m una breve sosta per bere la fresca acqua della fontana Taverna. Riprendevano la cresta e finalmente intravvedevano il Rifugio Ca d’Asti (2854 m) posto dove passavano la notte in modo molto spartano. Allora il rifugio consisteva in un piccolo ricovero in legno e pietra e svolgeva il ruolo di punto di appoggio per chi non riusciva a completare la salita verso la cima (fu poi ristrutturato nel 1974).
L’indomani ripartivano con primo obiettivo la Croce di Ferro, che trovavano lungo il sentiero a quota 3306 m. Da Ca d’Asti notavano come il paesaggio cambiava e gli ampi pendii ricoperti d’erba si trasformavano in pietraie. La salita era sempre sostenuta e il percorso era su roccia e su sentiero abbastanza ristretto.
Una volta alla Croce, mancava l’ultimo tratto per arrivare alla vetta: il pezzo un pò più difficile. Qui bisognava prestare molta attenzione in quanto il sentiero era molto stretto e si arrampicava fra le rocce. Il tratto era comunque attrezzato con delle corde per i passaggi più difficoltosi.
Ancora poco più di 200 m di dislivello ed erano sulla vetta più alta della Val di Susa. Se prima ad ogni passo era un: “Chi me lo ha fatto fare?”, adesso trovavano la risposta. Lassù sembrava esserci spazio solo per le cose belle, un punto di vista privilegiato per osservare il mondo.
Ai loro piedi vedevano: Susa, tutta la valle fino a Torino, il Monviso e il Monte Rosa. Dall’altro lato il ghiacciaio e il Lago di Malciaussia nelle valli di Viù.
Mio padre Anselmo (del 1903) con mio fratello Lino (del 1935)
In cima c’era il Rifugio Santa Maria e poco più su la statua della Madonna. Breve sosta di raccoglimento con le numerose persone presenti, e per rifocillarsi, e poi iniziavano la discesa che li doveva portare prima a Foresto poi a Bussoleno e col treno a Condove. La discesa era eterna, metteva a dura prova piedi e ginocchia, ma permetteva di apprezzare e valutare il dislivello totale che, concentrati durante la salita, non riuscivano quasi a valutare.
Questo itinerario era molto faticoso, si macinavano 3000 metri di dislivello dai 505 m di Foresto ai 3538 m del Rocciamelone, ma in quel tempo mio padre e i miei fratelli erano allenati a percorrere lunghe distanze a piedi in montagna. Oggi solo gli sportivi raggiungono il Rocciamelone da Foresto, normalmente si raggiunge con l’auto il piazzale sottostante la Riposa e il tragitto è molto più breve adatto a persone di qualsiasi età purché abbiano un minimo di preparazione ad affrontare faticose salite.
Novembre 2023 – In Cognomi Condovesi, sono pubblicate le ricerche sulle origini di 51cognomi Condovesi.
Aggiornato in La Storia – Il Francoprovenzale il piccolo vocabolario Italiano-Francoprovenzale-Piemontese in formato pdf.
In Cercando le nostre radici – Come si viveva una volta, percorriamo la strada alla scoperta della vita al Coindo e Laietto nel 1900÷1905, vita difficilissima irta di difficoltà e di miseria per i montanari, ma anche il mondo da cui deriviamo e che non dobbiamo dimenticare.
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