Il tritatutto – La tranvia elettrica Torino-Rivoli

Molti ricordano che nella prima metà del Novecento sorgeva in corso Francia angolo piazza Statuto la stazione della ferrovia Torino-Rivoli, demolita negli anni Cinquanta.

Torino anno 1895 – La stazione della ferrovia Torino Rivoli all’inizio di corso Francia

La tranvia elettrica Torino-Rivoli, inaugurata nel 1914 ed attiva fino al 1955, nasce sulle ceneri di precedenti infrastrutture (una ferrovia a vapore a scartamento ridotto inaugurata nel lontanissimo 1871 e una parallela tranvia a vapore): infatti, già nel 1882 si raggiungeva il comune del celebre castello sabaudo con mezzi pubblici.

Il trenino correrà per tanti anni su uno dei corsi più lunghi d’Europa, il Corso Francia, o come veniva chiamato allora dal popolo, lo Stradone di Francia. Questo stradone, realizzato da Vittorio Amedeo II di Savoia nel 1711, nasce con l’intento di collegare in linea retta la residenza cittadina di Palazzo Reale con la residenza del Castello di Rivoli, coprendo un percorso di quasi 12 chilometri, largo 12 metri, piantumato da olmi. Ed è su questo lungo tragitto, all’epoca in aperta campagna da Torino, passando per Collegno e fino a Rivoli che nasce la ferrovia.

L’ingegner Giovanni Colli ottenne dal governo una concessione nel 1870 ricevendo la concessione gratuita della parte destra del corso per una ferrovia a scartamento ridotto di 0,90 m con trazione a vapore. Su questo lato destro del corso vennero quindi posizionati i binari per l’andata e per il ritorno.

Questi intersecavano la ferrovia Torino-Bussoleno-Modane a Collegno, in località detta Baraccone, dove oggi troviamo il sovrappasso Regina Margherita. Al posto di un passaggio a livello era stata preferita, già allora, la soluzione più onerosa di un ponte con travi metalliche fatto costruire all’estero. Nel 1871 all’inaugurazione un giornalista dell’epoca dava risalto a questo fatto, dicendo che in concomitanza si inaugurava anche il tunnel del Frejus e i due convogli ebbero a salutarsi come si salutano i convogli in movimento, in località Baraccone, dove si incrociano passando uno sotto e l’altro sopra il ponte metallico.

Vi erano tre biglietterie, una Torino, una Rivoli e una Collegno al Baraccone. Erano state fatte costruire tre locomotive a vapore, quindici vetture per passeggeri di prima e seconda classe, tre vetture per bagagli e altrettante per le merci. Un mezzo estremamente veloce per il periodo si percorreva l’intera tratta in trenta minuti.

Poteva trasportare sia passeggeri che merci e la sua realizzazione contribuì sicuramente a dare impulso economico anche al territorio. Verso fine ottocento, inizi novecento, infatti, numerosi insediamenti produttivi fiorirono sull’asse del Corso Francia, come il cotonificio Leumann, la fabbrica di Vermouth Chazelettes, il lievito Bertolini e il biscottificio Maggiora. Una notte dolente era però la sua pericolosità, tanto da essere anche chiamato tritatutto.

I vagoni, inizialmente a vapore, furono in esercizio fino al 1914 quando furono sostituiti sullo stesso percorso, senza interrompere l’esercizio, da una tranvia elettrica a scartamento ordinario tranviario di 1,445 m. Nel 1955 la tranvia va in pensione e viene sostituita dalla filovia, un filobus collegato a fili sospesi, un mezzo che viaggiava senza bisogno dei binari, mosso solo dall’elettricità dei cavi sopra la strada. Un mezzo che ha vissuto fino al 1979, quando è stato sostituito da più moderni autobus che avevano il vantaggio di non aver bisogno di cavi elettrici. Ora, sotto il Corso Francia, nel tratto tra Collegno e Torino, dal 2006 corre la metropolitana e prossimamente continuerà verso Cascina Vica e in futuro a Rivoli.

E la storia quindi continua. Ma a ricordo di quel trenino esiste ancora la stazionetta Leumann, posta davanti all’ingresso del cotonificio e voluta proprio da Napoleone Leumann con lo stesso stile con cui aveva costruito il suo cotonificio.

Questa è la storia della tranvia a vapore, diventata elettrica nel 1914, che attraversava una Torino ancora priva di semafori, senza attraversamenti pedonali e per questo terreno fertile per incidenti stradali. E la tranvia, viaggiando su binari e non potendo arrestare velocemente la corsa, di incidenti ne faceva tantissimi, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Trenino Tritatutto”.

Uno degli ultimi incidenti fu quello del 3 giugno 1950 causato da uno scambio difettoso, che causò il deragliamento e il conseguente rovesciamento di un vagone. L’episodio finì sulla prima pagina di ‘Stampa Sera’, che così descrisse gli avvenimenti: “Il convoglio era composto da una motrice e tre carrozze. Si presume che il numero di passeggeri salisse ad almeno quattrocento. Il convoglio era giunto alle ore 11.53 alla fermata che si trova nei pressi dello stabilimento dell’Aeronautica d’Italia. Ormai la stazione di arrivo era vicina, a pochi chilometri di distanza e a pochi minuti di percorso: tanto è vero che molti passeggeri, pur senza scendere dal vagone, avevano cominciato a farsi largo e a portarsi sui predellini per essere più pronti a balzare a terra quando il convoglio fosse nei pressi di piazza Statuto. È stata probabilmente questa circostanza fortunata a far sì che al momento in cui si verificò il drammatico incidente, molte persone potessero salvarsi lanciandosi tempestivamente al suolo. Alle 11.54 esatte, in perfetto orario, il convoglio ripartì. La sciagura avvenne subito dopo, quando il treno non aveva percorso che qualche decina di metri e quindi non aveva ancora acquistato eccessiva velocità. Subito dopo la fermata dell’Aeronautica d’Italia (n.d.r. corrente corso Francia 361) i binari si biforcano, e in quel punto si trova un congegno di scatto dello scambio, di quelli chiamati comunemente ad “ago”. La motrice superò questa biforcazione, ma subito dopo l’ago scattò da solo, azionando lo scambio stesso. Mentre la motrice proseguiva su un binario, la seconda vettura del convoglio e naturalmente le altre due, avanzavano su un altro che si stacca dal precedente. La carrozza deviata era quindi sottoposta a una trazione obliqua al suo asse, e questo fatto a poco a poco la fece inclinare verso il suolo, piegando poi fin quasi a toccare i binari.” Alla fine si contarono una quarantina di feriti, un bilancio piuttosto contenuto considerando il numero di passeggeri coinvolti.

Rivoli anno 1949 – Corso Francia con la tranvia Torino Rivoli a destra

Gianni Cordola

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Un pellegrinaggio d’altri tempi da Mocchie al Rocciamelone

Da sempre, alzando lo sguardo al cielo, gli abitanti della Valsusa scrutano il massiccio del Rocciamelone, con la sua imperiosa vetta di forma piramidale. È una montagna ricca di storia e di leggende; nei secoli passati era considerata (erroneamente) dalla popolazione locale, impressionata dalla sua mole, la più alta cima delle Alpi e fu meta di pellegrinaggi diventando un luogo di culto e di beatitudine spirituale. Il pellegrinaggio al Rocciamelone (3.538 m) è un’ascesa storica che unisce fede e alpinismo, con l’evento principale fissato tradizionalmente per il 5 agosto: Festa della Madonna del Rocciamelone.

Nel 1945 l’allora parroco di Mocchie (comune autonomo fino al 1936 poi borgata di Condove) Don Romolo Mosconi per ringraziare la Madonna di aver posto fine alle sofferenze della guerra, propose un pellegrinaggio a piedi partendo da Villa di Mocchie per raggiungere la vetta del Rocciamelone. La proposta raccolse 32 adesioni. Partirono un sabato di agosto alle quattro del mattino dalla borgata Villa. Raggiunsero prima Frassinere e poi Prarotto, da lì percorrendo una mulattiera proseguirono fino agli alpeggi di Maffiotto per poi collegarsi con il sentiero dei 2000.

I più anziani della comitiva che già conoscevano il percorso raccomandarono a tutti di portare una bottiglia o borraccia da riempire d’acqua sopra gli alpeggi perché poi per un lungo tratto non ne avrebbero più trovata.

Il sentiero era abbastanza tracciato e strada facendo superarono le due rovine in direzione di Chianocco e affrontarono la dura salita del Colle delle Coupe (2345 m). Don Mosconi si legò la tonaca in alto con una cordicella per far si che gli facilitasse i passi in salita.

Giunti sul colle trovarono la casermetta ancora in ottimo stato e di fianco una vasca circolare in cemento per raccogliere l’acqua piovana. La cisterna era quasi piena ma imbevibile a causa di sostanze poco pulite in superficie. Ripreso il cammino giunsero al Colle della Croce di Ferro (2558 m) dove il gruppo fece una sosta per il pranzo vicino alla fontana in un bel prato con tante stelle alpine.

Dopo un breve riposino ripresero il cammino per raggiungere “ël pass dla cevra”, il passo della Capra (2456 m) e dopo ancora un’oretta di marcia, passato il costone, videro finalmente in lontananza la fontana Taverna e il rifugio Ca d’Asti (2854 m).

Giunti al rifugio passarono la notte in modo molto spartano. Allora il rifugio consisteva in un piccolo ricovero in legno e pietra e svolgeva il ruolo di punto di appoggio per chi non riusciva a completare la salita verso la cima (fu poi ristrutturato nel 1974). L’equipaggiamento per dormire consisteva nel mantello allora in uso agli uomini per ripararsi dal vento gelido.

L’indomani ripartirono con primo obiettivo la Croce di Ferro, che trovavano lungo il sentiero a quota 3306 m. Da Ca d’Asti notavano come il paesaggio cambiava e gli ampi pendii ricoperti d’erba si trasformavano in pietraie. La salita era sempre sostenuta e il percorso era su roccia e su sentiero abbastanza ristretto. Una volta alla Croce, mancava l’ultimo tratto per arrivare alla vetta: il pezzo un pò più difficile ma lo affrontarono con l’entusiasmo di chi vede avvicinarsi il traguardo.

Giunti in cima sembrava esserci spazio solo per le cose belle, un punto di vista privilegiato per osservare il mondo. Ai loro piedi vedevano: Susa, tutta la valle fino a Torino, il Monviso e il Monte Rosa. Dall’altro lato il ghiacciaio e il Lago di Malciaussia nelle valli di Viù.

In cima c’era il Rifugio Santa Maria e poco più su la statua della Madonna. Don Mosconi celebrò la messa per loro e per i tanti pellegrini che portavano quadri di ringraziamento alla Vergine per grazia ricevuta in diverse avversità della guerra. Breve sosta per rifocillarsi, e poi, pur sapendo che il ritorno sarebbe stato meno faticoso, decisero di scendere a Susa, poi col treno a Condove, e per finire salita a piedi dalla stazione ferroviaria a Mocchie. Tutti i partecipanti ricordano le oltre dodici ore di marcia impiegate da Villa di Mocchie al rifugio Ca d’Asti.

Agosto 1945 alcuni partecipanti al pellegrinaggio Mocchie – Rocciamelone

Gianni Cordola

Bibliografia: Bollettino parrocchiale Valle del Gravio e del Sessi – gennaio 2016

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I mulini della montagna Condovese

Nel secolo XVI Condove, Mocchie e Frassinere appartenevano ancora alla Castellania di Chiavrie e, attorno ai principali nuclei abitati, costituiti da case che accorpavano le funzioni civili e rurali, si presentava un uso del territorio caratterizzato da orti, campi, gerbidi, prati, maggenghi e pascoli, che denunciavano chiaramente la vocazione agricola e pastorale della comunità. La distribuzione altitudinale dei cereali coltivati in età tardo-medievale è ricostruibile attraverso l’ampia documentazione disponibile, per la Valsusa, costituita dai contratti di affitto e decime che i singoli abitanti e le comunità pagavano agli abati di San Giusto di Susa.

La segale, caratterizzata da una germinazione rapida anche alle basse temperature e da un breve ciclo vegetativo, era indubbiamente la specie più diffusa anche alle alte quote; ma era presente in maniera diffusa anche il grano, l’orzo, che, sebbene sia meno resistente al freddo della segale, cresceva anche dove il frumento non si adattava bene. Non mancavano inoltre cereali tipicamente medievali, come il miglio. Solo in alcune località a quota più bassa ed in pianura era presente anche il mais.

Produzione sementi a Condove, Mocchie e Frassinere anno 1829¹

SementiCondoveMocchieFrassinere
Grano (emine)²15401500400
Segale (emine)193060005600
Orzo (emine)1401000650
Avena (emine)30020001500
Mais (emine)1670

L’economia degli abitanti oltre che sui pascoli e sull’allevamento di animali si basava sui due corsi d’acqua principali, i torrenti Gravio e Sessi e su alcuni rii di grande portata quali il Puta e il Merdarello. Da questi corsi d’acqua venivano ricavate bealere e canali per l’irrigazione di prati e campi, ma anche la forza motrice per le ruote dei mulini e delle fucine. Nei mulini si macinavano segale e altri cereali per farne farina, ma si pestavano anche noci per ottenere olio e spesso si abbinavano attività diverse di fucina, segheria o tessitura per soddisfare i bisogni della popolazione.

Le ruote dei mulini erano generalmente azionate dalla corrente d’acqua di un’opera di derivazione; in questo modo si evitava di ostruire l’alveo con strutture ingombranti facilmente soggette al rischio di piene e si controllava la forza dell’acqua. La derivazione di acque per mulini era regolamentata e il loro sfruttamento era oggetto di specifiche convenzioni da parte delle comunità di paese e sempre citate nei Consegnamenti di beni e canoni spettanti all’abbazia di S. Giusto di Susa.

Per la loro posizione i mulini furono ripetutamente danneggiati, o completamente distrutti, e successivamente ricostruiti. L’immagine dei mulini travolti dall’acqua è forse la più bella sintesi tra l’acqua che costruisce e l’acqua che distrugge. L’edificio che funziona grazie alla forza dell’acqua vede interrotto il suo funzionamento dalla forza eccessiva dell’acqua stessa. All’inizio del 1900 il numero dei mulini sul territorio dei tre comuni risultava più o meno lo stesso numero di quelli cinquecenteschi.

Salendo da Condove lungo il percorso della bealera comunale dei mulini, dalla presa in Gravio alla Dora, si raggiungono le Fucine inferiori, dove era presente un mulino con una grande ruota (ël mulin dë sota ò ‘l mulin ëd fons), il mulino inferiore delle fucine che fu, nel Settecento, dei Nurisso, e negli anni successivi gestito dai Garnero (1832), dai Guglielmone (1874), dai Pautasso (1911) ed altri ancora. L’ultimo esercente fu Chiaffredo Rolando e, al suo decesso, la moglie Martina Rosa, la mugnaia di Condove, fino agli anni ottanta del secolo scorso.

Proseguendo si raggiunge la fucina Col, attivata dal 1879 da Celestino Col su un opificio più antico, infatti vecchi documenti attestano che già alla fine del 1700 si lavorava il ferro e prima ancora la canapa. Nel medioevo questa fucina forgiava armamenti per il duca di Savoia.

Salendo ancora troviamo un secondo mulino con annesso forno (ël mulin dë dzora ò mulin molòire) trasformato dalla preesistente fucina settecentesca di proprietà del fabbro Margaira Luigi e, alla sua morte, della figlia Domenica che la gestiva con il marito Giovanni Battista Borla. Detto mulino funzionò fino alla fine degli anni ottanta del secolo scorso.

Ancora più su troviamo la fabbrica delle lime, la segheria e il mulino di punta o fabbrica del sapone (ël mulin ëd ponta ò fàbrica dël savon), fino a raggiungere l’attuale centrale idroelettica. Il mulino di punta era l’antico mulino Vinassa-Viretto diventato centrale elettrica per illuminare il paese nel primo novecento col nuovo proprietario Stefano Palli. Successivamente in quei locali furono esercitate varie altre attività quali una fabbrica di rivetti, una coltelleria, un saponificio.

La presenza della bealera comunale dei mulini costituì nel passato, oltre che un beneficio da sfruttare a pagamento (con tanto di pubblico registro delle derivazioni dell’acqua e pagamento annuale di canone per la concessione) anche un pericolo costante durante le alluvioni, divenendo la via privilegiata di sfogo delle acque del torrente Gravio.

Più in alto lungo il Gravio troviamo i tre mulini della famiglia Selvo (ij mulin dël Gravi)verso il Martinetto a Mocchie sulla via che porta alla cappella Madonna delle Grazie. Il primo sorgeva sul rio Puta e fu ricostruito dopo essere stato distrutto da un’alluvione nel 1891; gli altri due alimentati dal Gravio. Martinetto un nome che evoca rumore dell’acqua sulle ruote a pale, il ronzio delle pulegge, cigolio di macine e fragore di magli, nuvole di farina e l’odore della forgia. Questa era, nel passato, l’area artigianale di Mocchie e si possono ancora distinguere il mulino, la fucina coi supporti per il maglio e il forno.

Risalendo ancora si trova il mulino del Tugno (ël mulin dël Togn) presso il torrente Gravio esercito da Antonio Croce e dal figlio Battista fino al 1957 quando l’esondazione del Gravio ne determinò la chiusura. Fra il luglio del 1942 e l’agosto del 1943 vennero registrate quasi 19 tonnellate di frumento³ da macinare che resero 16 tonnellate di farina e il resto in cruscami. Nello stesso periodo furono lavorati 17 quintali e 57 chilogrammi di segale producendo oltre 13 quintali di farina. Di granturco se ne macinava molto poco, nel novembre 1941 ne furono lavorati 65 chilogrammi e nei due anni successivi neppure uno.

Più su il mulino anticamente chiamato di Cantarana, (ël mulin ëd bepin) verso Rosseno, così chiamato in onore del suo proprietario Giuseppe Alpe, era un mulino di elevata tecnologia. Era dotato di una coclea o vite di Archimede, un macchinario usato per sollevare e trasportare materiali granulari come i cereali direttamente alla macina senza mai fermarsi. Poteva lavorare a ciclo continuo senza interruzioni. Aveva anche un forno nel quale venivano cotti 40 micconi di pane contemporaneamente. Chi usufruiva del forno lasciava un miccone come compenso. Fu danneggiato dall’alluvione del Gravio nell’anno 1957 e non più ripristinato.

Verso la parte alta della valle c’era il mulino di Francesco (ël mulin ëd Cichin) ed un altro diventato una centrale di produzione elettrica. Verso est alla borgata Gagnor, il mulino di Puta, (ël mulin ëd gagnor), dal nome del rio da cui è alimentato.

Nella valle del Sessi un mulino esercito fino al 1935 dalla famiglia Cordola Giuseppe si trovava sotto la borgata Coindo (ël mulin dël Coindo); il mulino del Coindo era alimentato dalla gora del molino derivata dal torrente Sessi, è chiamato di Laietto in alcune mappe. Un altro molino si trovava più a monte del precedente ed era il mulino di Chiandone (ël mulin ëd tsandoùn) già in disuso da diversi anni ( a Mocchie nel 1838 risultavano esistenti due fucine, una attiva nella regione del Gravio di Stefano Croce e l’altra non funzionante in regione Chiandone). Un altro mulino più recente era sulla sponda sinistra del Sessi più in basso rispetto a quello del Coindo-Laietto e già nel territorio del comune di Caprie località Peroldrado.

Intorno ai mulini c’erano quindi attività produttive diversificate a seconda delle necessità contingenti. Ad usufruirne erano gli abitanti delle tante borgate e casolari sparsi dei tre comuni Condove, Mocchie e Frassinere: ognuno si serviva presso il mulino più facilmente raggiungibile attraverso le poche strade carrozzabili e le tante mulattiere che attraversavano boschi e valloni. Dopo l’alluvione del 1957 con esondazione di torrenti e rii tanti mulini danneggiati non furono più ripristinati, anche per il progressivo spopolamento della montagna causato dalla industrializzazione della valle.

Riporto a seguire i dati riferiti ai mulini tratti da documenti pubblici dell’epoca:

Nella guida commerciale d’Italia dell’anno 1906 troviamo:

Condove – Molini (eserc.): Col Valentino

Mocchie – Molini (eserc.): Cordola Vinc. – Croce M. – Davi Antonio – Selvo Battista

Nell’annuario generale d’Italia, una pubblicazione periodica, annuale, che dà una raccolta di informazioni statistiche sugli aspetti della vita sociale, amministrativa, commerciale e industriale del paese, compilata col concorso degli organi dello Stato, vediamo la parte riguardante i Comuni n. 58 CONDOVE, n. 70 FRASSINERE e n. 95 MOCCHIE nell’edizione dell’anno 1933.

CondoveMolini (eserc.): Rocci G. – Pautasso Pasquale. Fabbri: Col Giuseppe

Frassinere – Molini (eserc.): Alpe Lorenzo – Lavi Via

Mocchie – Molini (eserc.): Cordola Vincenzo – Croce Antonio – Selvo Battista. Fabbri: Croce Giacinto

Nel 1932 nel contenzioso tra il Consorzio irriguo del Gravio e le Officine Moncenisio sono citate: l’officina meccanica e il molino dell’ing. Stefano Palli (il molino di punta), la segheria di Giuseppe Gagnor e dei suoi figli, le officine meccaniche di Giuseppe Col e di Castore Castagneri, i molini di Pasquale Pautasso e Michele Rocci come aziende che avrebbero potuto aver danno dalla diminuzione della portata d’acqua a seguito degli interventi realizzati dalla Moncenisio.

Gianni Cordola

¹ Dati desunti da “Quando la montagna viveva” di Giorgio Jannon ediz. Susa Libri

² Emina per aridi uguale a litri 23,054

³ Dati desunti da “Quando la montagna viveva” di Giorgio Jannon ediz. Susa Libri

Bibliografia : Bollettino parrocchiale valle del Gravio, valle del Sessi di gennaio 2005 e 2007

Mulini delle Fucine nella carta coi toponimi dei luoghi realizzata da Giovanni Falco nel corso di una ricerca alla Unitre di Condove
Mulini di Chiandone e del Coindo nella carta coi toponimi dei luoghi realizzata da Giovanni Falco nel corso di una ricerca alla Unitre di Condove
Mulino Cantarana carta del 1750
Mulino di Puta carta del 1750
Mulini del Gravio – mappa catasto Rabbini 1864

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Quando si saliva sul monte Rocciamelone da Foresto negli anni 50

Quand’ero ragazzino negli anni 50 del secolo scorso ed abitavo alla contrada dei Fiori di Condove, c’era un evento oltre a quello del 2 agosto, festa della Madonna degli Angeli patrona del Santuario del Collombardo, a cui mio padre non voleva assolutamente mancare ed era il 5 agosto festa della Madonna della Neve sulla sommità del monte Rocciamelone, patrona della Diocesi di Susa.

Non sempre si saliva il giorno della festa ma l’importante era farlo nel periodo di fine luglio – agosto. Quel giorno mio padre e due fratelli più grandi si svegliavano presto, e dopo una buona colazione e preparato lo zaino con viveri per due giorni, scendevano a piedi dai Fiori fino alla stazione ferroviaria di Condove e da lì prendevano il treno accelerato per Bussoleno.

Giunti a Bussoleno con una breve camminata arrivavano alla Chiesa parrocchiale di Foresto e da lì seguivano le indicazioni per il sentiero dei Ginepri. Al primo bivio prendevano il sentiero dei Monaci fino a passare il Monte Molaras raggiungendo Chiamberlando. Passavano poi diversi alpeggi fino a Borgata Tour (1825 m), da qui un ultimo tratto fra prati e sentieri portava alla partenza della salita principale, la Riposa (2150 m), che a quei tempi era un rudere diroccato.

La salita non si faceva attendere e i primi passi mettevano già a dura prova. Il paesaggio però era talmente bello che quasi non sentivano la fatica. Il percorso era segnalato da tacche di colore bianco/rosso e risaliva il fianco della montagna attraversando prati immensi. Verso la quota di 2476m una breve sosta per bere la fresca acqua della fontana Taverna. Riprendevano la cresta e finalmente intravvedevano il Rifugio Ca d’Asti (2854 m) posto dove passavano la notte in modo molto spartano. Allora il rifugio consisteva in un piccolo ricovero in legno e pietra e svolgeva il ruolo di punto di appoggio per chi non riusciva a completare la salita verso la cima (fu poi ristrutturato nel 1974).

L’indomani ripartivano con primo obiettivo la Croce di Ferro, che trovavano lungo il sentiero a quota 3306 m. Da Ca d’Asti notavano come il paesaggio cambiava e gli ampi pendii ricoperti d’erba si trasformavano in pietraie. La salita era sempre sostenuta e il percorso era su roccia e su sentiero abbastanza ristretto.

Una volta alla Croce, mancava l’ultimo tratto per arrivare alla vetta: il pezzo un pò più difficile. Qui bisognava prestare molta attenzione in quanto il sentiero era molto stretto e si arrampicava fra le rocce. Il tratto era comunque attrezzato con delle corde per i passaggi più difficoltosi.

Ancora poco più di 200 m di dislivello ed erano sulla vetta più alta della Val di Susa. Se prima ad ogni passo era un: “Chi me lo ha fatto fare?”, adesso trovavano la risposta. Lassù sembrava esserci spazio solo per le cose belle, un punto di vista privilegiato per osservare il mondo.

Ai loro piedi vedevano: Susa, tutta la valle fino a Torino, il Monviso e il Monte Rosa. Dall’altro lato il ghiacciaio e il Lago di Malciaussia nelle valli di Viù.

Mio padre Anselmo (del 1903) con mio fratello Lino (del 1935)

In cima c’era il Rifugio Santa Maria e poco più su la statua della Madonna. Breve sosta di raccoglimento con le numerose persone presenti, e per rifocillarsi, e poi iniziavano la discesa che li doveva portare prima a Foresto poi a Bussoleno e col treno a Condove. La discesa era eterna, metteva a dura prova piedi e ginocchia, ma permetteva di apprezzare e valutare il dislivello totale che, concentrati durante la salita, non riuscivano quasi a valutare.

Questo itinerario era molto faticoso, si macinavano 3000 metri di dislivello dai 505 m di Foresto ai 3538 m del Rocciamelone, ma in quel tempo mio padre e i miei fratelli erano allenati a percorrere lunghe distanze a piedi in montagna. Oggi solo gli sportivi raggiungono il Rocciamelone da Foresto, normalmente si raggiunge con l’auto il piazzale sottostante la Riposa e il tragitto è molto più breve adatto a persone di qualsiasi età purché abbiano un minimo di preparazione ad affrontare faticose salite.

Gianni Cordola

Mio padre Anselmo (classe 1903)
Mio fratello Lino (classe 1935)

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Il Museo Etnografico “La Ghindana” di Mocchie (Condove)

Museo della civiltà montanara allestito nel fabbricato dell’ex edificio comunale di Mocchie, in un contesto alpino che conserva ancora usi e tradizioni montanare. Il museo chiamato anche “Gente di montagna” trae il suo nome dal vicolo traverso in cui è posto, e illustra il modo antico di vivere in quella zona attraverso oggetti di vita quotidiana e strumenti di lavoro donati dagli abitanti della borgata e delle frazioni vicine dal 1997 ad oggi ed è dedicato al fondatore Pino Donatone.

Tutti gli oggetti esposti sono inventariati e schedati, e formano un patrimonio di cultura materiale omogeneo e riconoscibile per spiegare come si viveva una volta. Per questo il museo è interessante: ti fa vedere cose reali e, poi, ti porta a collegarle a una vita fatta di stagioni, fatica, miserie, e rende visibili le forme di organizzazione del lavoro, della socialità in borgata, dell’associazionismo religioso e del folklore profano. Guardando i numerosi oggetti e strumenti ci si ritrova a ricordare esperienze dei tempi passati che arricchiscono le nostre conoscenze e aiutano a familiarizzare con l’ambiente del montanaro.

Il museo si specializza in modo naturale sulla cultura d’alpeggio e sull’attività lattiero-casearia, centrale nella vallata del torrente Gravio.

L’esposizione è divisa in due locali:

– Prima sala – Vi sono gli oggetti della vita casalinga quotidiana (un tavolo apparecchiato; alle pareti diverse mensole con pentolame, ferri da stiro, lampade, oggetti usati per lavori femminili,come la cardatura della lana,la filatura,e dei manufatti, strumenti musicali usati dalla banda locale; una stufa; giochi per bambini e adulti, una culla; a una parete sono appesi abiti che formano una singolare collezione);

– Seconda sala – Vi sono gli utensili relativi ai lavori agricoli (una slitta, due aratri; appesi alle pareti o appoggiati su mensole vi sono zappe, falci e falcetti, gerle e altri strumenti per il trasporto del fieno e della legna; un angolo è dedicato all’attività dell’alpeggio con materiali quali: zangole per la preparazione del burro, forme per le “tome”, recipienti per la conservazione del latte e della panna; su una parete vi sono pannelli con vecchie fotografie che ritraggono persone al lavoro, abitazioni e paesaggi della zona).

È continuo l’aggiornamento dell’esposizione e nuovi oggetti vengono donati dagli abitanti per cui speriamo si trovino gli spazi per gli attrezzi relativi ad altri mestieri.

Gianni Cordola



Alcune immagini del museo

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Il Maometto di Borgone di Susa

Nel comune di Borgone di Susa, in un bosco di acacie che costeggia la vecchia strada tra Borgone e San Didero si trova un luogo con un nome curioso e misterioso “Il Maometto” dove Storia, Leggenda e Tradizione si mescolano da sempre. Il nome sembra derivi da un bassorilievo scolpito in loco, a circa quattro metri dal suolo, su un gigantesco masso erratico franato dalla vicina parete montana che accentua la dimensione a tratti fiabesca del sito.

Conficcato in una nicchia del grande masso compare il volto di un personaggio dell’antichità. Si tratta di un bassorilievo di un’edicola contenente una figura antropomorfa, vestita da una corta tunica e un mantello, con entrambe le braccia sollevate verso l’alto e reggenti due oggetti di non facile identificazione; ai suoi piedi si trova anche un animale, forse un cane, mentre sul frontone si rivela un’epigrafe, ormai semicancellata, scritta con lettere latine.

bassorilievo detto “il Maometto”

Il bassorilievo, databile tra il II e III sec. d.C., pare identificare un antico luogo di culto presumibilmente raffigurante Giove Dolicheno, divinità che proteggeva i primi legionari romani degli eserciti del Re Cozio, oppure secondo l’interpretazione più condivisa il Dio dei boschi Silvano o ancora la divinità dell’agricoltura Vertumnus collegato alla funzione protettrice del Dio in una zona dove sono documentate, oltre ad attività silvopastorali, anche attività di cava e miniera.

Masso erratico con bassorilievo

Sul fronte dell’edicola si intravedono tracce di un’iscrizione latina su tre righe, indecifrabile a causa della corrosione atmosferica. L’ultima riga, ci dice che sembra trattarsi di un ex voto a una divinità. Sono infatti ancora visibili le lettere V e M, che possono essere interpretate come V(otum) M(erito) o V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito).

Altri segni sono incisi nelle rocce sovrastanti: tre grosse macine incompiute ancora attaccate alla parete della roccia, e numerose coppelle che hanno fatto attribuire alla località anche il carattere di zona sacra, forse legata a particolari cerimonie celtiche stagionali (i Celti abitavano queste montagne dal 540 a.C. e vi rimasero sino all’arrivo di Giulio Cesare, nel 58 a.C., essi continuarono a venerare i loro dei anche sotto la dominazione romana, che tollerava le loro usanze così da non creare malumori tra popolazioni locali e miliziani). La parte superiore del masso è ricoperta da uno strato di terreno vegetale su cui crescono arbusti e specie erbacee non comuni nella zona. Inoltre nel punto centrale di questa piattaforma venne in luce una sepoltura con lo scheletro deposto nella nuda terra, circondato da una fila di lastroni in pietra. Tra le ossa è stato rinvenuto un omero fratturato e non calcificato, che indica come il momento della frattura coincida con la morte dell’uomo. Questo particolare ha permesso agli studiosi di datare il reperto in epoca preromana intorno al 3.000 a.C.

Macine incompiute

Altre strutture murarie sono state individuate nell’area limitrofa, verso Ovest. Costruite a secco con pietre di dimensioni e forme alquanto irregolari, sembrano essere state realizzate tra la fine dell’Età del Bronzo e la prima fase dell’Età del Ferro, all’incirca nel II millennio a.C. È possibile che il carattere religioso del luogo abbia avuto seguito dall’età preistorica all’epoca celtico-romana, e ancora in epoca recente con la credenza nelle “masche” e la fama di posto magico.

Il nome tradizionalmente attribuito al bosco “Maometto” non è riferibile a un effettivo legame con i Saraceni o con il Profeta: la raffigurazione antropomorfa e l’iscrizione sull’edicola ne escludono quest’origine. Inoltre, le incursioni dei Saraceni che avevano il loro covo a La Garde Freinet, nel dipartimento francese del Var, sono sì documentate nelle Alpi occidentali, ma tra il 921 e il 972 d.C.: all’epoca il bassorilievo era già stato scolpito da secoli. Il nome che ha acquisito nel tempo è da legarsi invece alle credenze popolari, che facevano risalire ai Saraceni tutte le opere antiche e le tradizioni di cui non si conosceva l’origine.

Nel corso degli anni la narrazione dei miti di questo bosco si è arricchita e diversificata: dapprima sono fiorite ipotesi fantasiose circa l’area dei rinvenimenti archeologici, molto citata la parete rocciosa a fianco del Maometto che presenta delle coppelle, ma soprattutto riguardo il masso erratico con le macine scolpite. Il masso recante due grosse macine di pietra scolpite, lasciate incompiute, che emergono a sbalzo dalla roccia, sono oggetto di interpretazioni controverse, da quelle che attribuiscono significati magici a quella di semplici mole. In effetti, la zona tra Borgone e San Didero è ricca di micascisti granatiferi, rocce dette “molere” perché abrasive e resistenti all’usura, adatte proprio alla realizzazione di macine.

La lavorazione era condotta dando una prima forma alla pietra sull’affioramento e staccando la macina tramite l’infissione di cunei di legno, che venivano poi imbibiti di acqua. Un’ipotesi è che alcune di queste macine siano state abbandonate senza portare a termine la lavorazione perché non ritenute di qualità. Una seconda spiegazione è che non siano state terminate a causa della dismissione della cava.

Il Maometto resta comunque un luogo circondato per anni da un alone di mistero con tante surreali leggende, dove la storia più antica si confonde con la tradizione orale, i riti e i miti, ma anche una parte del patrimonio archeologico, storico e cuturale della valle di Susa.

Gianni Cordola

Sitografia

www.imuntagnin.it/storie di pietra/

www.archeocarta.org/borgone-di-susa-to-il-maometto/

www.queryonline.it/2016/04/27/in-viaggio-con-gli-scettici-il-bosco-del-maometto-a-borgone-di-susa-piemonte/

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Ricordo di una gita al Collombardo e Monte Civrari (2302m)

A Torino abbiamo le montagne al fondo delle vie, una di queste è via Garibaldi: chi entra nella via da piazza Castello con tempo sereno, vede in fondo al rettilineo la gigantesca mole con cima trapezoidale del monte Civrari, con dietro la Croce Rossa e la Punta d’Arnas, innevate.

Vedendo questo panorama mi ricordo episodi della gioventù trascorsa a Condove, luogo delle mie origini: oggi mi è tornato in mente come negli anni Cinquanta del secolo scorso era molto sentito il partecipare alla festa della Madonna degli Angeli il 2 agosto patrona del Santuario del Collombardo, posto sul colle che separa la Valle di Susa da quella di Viù proprio ai piedi del monte Civrari.

Collombardo e monte Civrari

La ricorrenza richiamava moltissima gente da tutte le borgate Condovesi e dei paesi vicini: motivo dominante era quello religioso e famigliare, con la chiesa splendidamente adornata, la processione con la statua della Madonna portata a gara da baldi giovani che si contendevano tale onore, il fervore dei predicatori, il pranzo al sacco con amici e parenti e la preghiera per i cari defunti e il vespro. Durante il pranzo non mancava certo l’allegria e spesso qualche fisarmonica e clarinetto accompagnava i cori che si protraevano fino al tardo pomeriggio.

Anno 1958 – La processione

Era agosto 1958 abitavo alla contrada dei Fiori di Condove e si partiva di prima mattina su per la montagna; attraversavamo la Torretta, la Cappella dei Breri, Sigliodo, il Laietto e si arrivava a vedere le prime case di Pratobotrile. Qui facevamo la prima sosta per rifocillarsi, poi dopo un breve riposo si ripartiva.

Usciti dalla borgata ci inoltravamo nel bosco, attraversavamo un rio su un ponticello e in breve raggiungevamo le Case Breri per continuare lungo il sentiero 569, che unisce Condove con il Collombardo. La mulattiera saliva nel bosco dove il castagno in breve scompariva a tutto vantaggio di betulle, pini silvestri e poi di faggi, raggiungendo il pilone votivo Pautasso, il primo di altri che si incontravano nel percorso. Si proseguiva arrivando al rio Marzo che si attraversava nel punto detto “Salto del Bue” presso ardite pareti rocciose.

Proseguendo si incontrava il secondo pilone votivo, detto “dei Granboschi” costruito in modo tale da permettere il riparo in caso di maltempo. La mulattiera attraversava ora un bosco misto di faggi e betulle, dove pure era notevole la presenza di cespugli di rododendro. Si guadagnava alla fine un’ampia aperta zona di pascoli (Alpe Barmanera) priva di vegetazione arborea. A Barmanera passavamo la notte ospitati nel fienile sovrastante la stalla all’alpeggio di Pautasso Gasperina sorella di mia mamma. Il mattino successivo dopo aver consumato una gran tazza di latte caldo preparata dalla zia, si ripartiva per arrivare al Santuario in tempo per la messa grande.

Dopo aver attraversato due notevoli corsi d’acqua il sentiero riprendeva rapidamente a salire toccando diversi alpeggi. Passando vicini ad un altro pilone e seguendo tracce nei pascoli, bisognava risalire sino al terzo, quello più in alto, poi seguendo la traccia si raggiungeva la sommità il grande piano presso il colle dove sorge il Santuario della Madonna degli Angeli 1888 m.

La giornata passava veloce: si partecipava alla processione e alla Santa Messa, poi si consumava il pranzo al sacco, si faceva un riposino e nel primo pomeriggio salita al monte Civrari.

Il pranzo al sacco

Dal colle del Colombardo in un’ora e mezzo si saliva sul Civrari; si iniziava superando quelle gibbosità che stanno dirimpetto al Santuario del Collombardo, girare il piccolo valloncino dietro ad esse, rimontare la pietraia e dirigendosi verso un enorme masso spaccato, posto in mezzo ad esso, salire verso una pietraia di minuto detrito di forma conica, e che dal colle si vede benissimo; rimontato questo si è sulla cresta costituente il Civrari, pochi passi separano ancora dal pilone eretto sul punto culminante 2302 m. Il Civrari è formato da una cresta di roccia foggiata ad arco, e con la concavità ad est, il fondo della quale è occupato dal laghetto detto di Civrari. La cresta terminale fa parte del crinale divisorio tra la valle di Susa e la valle di Viù e con direzione da est ad ovest e vi si innalzano tre punte: a nord la Torretta del Prete di 2264 m.; al centro la Punta Imperatoria di 2302 m. e a sud la Punta della Croce 2234 m.

Salendo al Civrari

Il nome Civrari significa: Monte delle capre, infatti solo le capre potevano avventurarsi a pascolare sulle scoscese falde di questo monte. Il pilone della sommità edificato nel 1882 da un gruppo di frati Torinesi in ritiro religioso al Collombardo, è chiamato dai montanari locali “pilon dij Frà” (pilone dei frati) e fu ricostruito nel 1996 da un gruppo di volenterosi dopo il parziale crollo avvenuto l’anno precedente.

Il panorama che si gode da questa vetta è immenso. A levante la pianura del Po con lo sfondo delle colline; poi man mano, girando lo sguardo, il Rosa, il Cervino, il gruppo del Gran Paradiso, la Levanne, la Ciamarella, la Bessanese ; le montagne della Savoia, la Croce Rossa, la punta della Roussa, del Collarin, d’Arnas; poi la Lunella, il Rocciamelone, il gruppo d’Ambin, l’Orsiera e il gruppo del Rocciavrè, fra cui nel lontano orizzonte spuntano le alpi del Delfinato, la Meije, la Barre des Ecrins, ecc., indi le montagne delle valli del Chisone, del Pellice e nello sfondo la triade del Viso.

Dopo aver osservato con piacere il panorama iniziava la discesa al pianoro del Collombardo e da li con gli altri che non avevano partecipato alla salita del Civrari incominciava il cammino di ritorno a Condove senza più fermate se non quelle per dissetarsi o rifocillarsi.

Il 30 giugno 1879 su questo monte perdeva la vita Matteo Pampilione, impiegato alla Biblioteca Nazionale di Torino. Allontanatosi dai suoi compagni di ascensione, scomparve, e per quante ricerche fatte sui due versanti non fu dato di trovare alcun indizio. Due mesi dopo il 30 agosto un uomo da Rubiana portava la notizia a Viù di aver trovato un cadavere sopra il lago del Civrari mentre si recava a dissetarsi ad una valanga di neve.

Le autorità accorsero e trovarono l’uomo disteso ai piedi di una roccia, sovrastata da uno scosceso burrone che spacca il monte fin sulla vetta, e dove si pensò che il giovane, per nulla pratico del luogo, coperto allora da nevi ingannatrici, era precipitato. Trasportato al paesello di Col San Giovanni vi ebbe sepoltura.

Gianni Cordola

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Il pranzo domenicale

Era una domenica di maggio e, come da tradizione, in occasione della festa della mamma eravamo invitati a pranzo da nonna Pina. Nonna, abitava a Condove, nella bassa Val di Susa, in una casa sulla strada statale n. 24 che noi nativi del luogo chiamavamo “strada militare”. Vi abitava dal 1966, dopo aver lasciato con rimpianti la vecchia casa nella contrada dei Fiori dello stesso paese.

Ricordo ancora il chiassoso pranzo della domenica. La casa di Nonna non era grande eppure, la sala da pranzo, usata solo una volta alla settimana e tenuta sempre chiusa, pulita e in ombra, alla domenica assumeva una sacralità che la rendeva più grande.

Nonostante non vivessimo lontano, quella era l’occasione per stare insieme e ossequiare, tramite il cibo, un valore condiviso da ogni membro, nonostante ognuno a modo suo, ossia: la famiglia.

Oggi, quello che mi torna alla mente sono i profumi vividi di quel giorno; della cerimonia allegra e spensierata di quella giornata, che pure aveva le sue usanze e un pizzico di formalità. La tovaglia, quella buona, preparata fin dal mattino. Il sugo a sfrigolare nella pentola, fin dalle prime ore del giorno.

A capotavola (posto importante) si sedeva Nonno che, bonario, vigilava il gruppo: ai suoi fianchi gli uomini, poi le donne e i bambini. Nonno si prendeva cura anche del vino: in tavola un buon Barbera, travasato dalla damigiana ai bottiglioni.

Si mangiava tanto, troppo. Fin dal giorno prima, era pronto l’antipasto rosso piemontese, le acciughe al verde, i tomini al peperoncino, la bruschetta all’aglio e gli agnolotti fatti in casa. A chiusura degli antipasti, si affettava il salame cotto, altra prelibatezza pressoché esclusiva del Piemonte.

Come secondo, l’immancabile spezzatino, vivanda fatta di carne mista a pezzetti oppure, sovente, fatto con avanzi di carne bollita o arrostita e patate.

Per finire, anticipato dal formaggio, arriva l’atteso momento del dolce; e poi il caffè fatto con la caffettiera che “appena viene su” avvolge con il suo profumo esotico tutta la stanza.

Ricordo… arriviamo e il cancello è già aperto, siamo i primi; le bambine corrono gioiose a farsi baciucchiare dai Nonni. Vedo un senso di dolce malinconia affiorare negli occhi dei Nonni, incantati dai modi festosi dei nipoti. Nonna è una donna semplice; lei non giudica mai nessuno, e tiene unita la famiglia. Indossa, quasi sempre, un grembiule con tasche ampie. Questo abito è semplice, ma speciale: stoffa nera, a volte macchiato di qualche condimento. Sono macchie che richiamano alla mente le fatiche e i periodi di lavoro. Sono pennellati, con toni scuri, anche i terribili tempi della guerra e di povertà che hanno reso difficile l’inizio della loro lunga vita, ma che pure ne rappresentano le tappe più impegnative.

Nonostante tutto sia pronto da ore, è troppo presto per mettersi a tavola, quindi mi siedo su una panca davanti casa.

Vedo arrivare un uomo con una cesta di verdure che consegna alla nonna, e poi si siede accanto a me. È vestito da campagna con scarponcini, pantaloni resistenti, e una maglia grigio-verde simile al colore della terra. Il volto rugoso, e la barba non fatta da qualche giorno. Io lo guardo e, sorridendo, gli chiedo: “Si è alzato presto stamattina?”.

“Abbastanza, approfitto della frescura per raccogliere qualche verdura… tutta roba genuina! Il mio orto non conosce intrugli chimici, perché voglio bene alla campagna; e ho imparato dai miei genitori cos’è la terra e come si cura, perché i suoi frutti crescano sani. Queste verdure che ho portato, sono fresche, raccolte da neppure un’ora; sono tenere e dolci.”

Era bello sentir parlare il mio nuovo amico; era l’immagine della naturalezza e della genuinità campagnola. C’era tanta saggezza nelle sue parole, che pareva un libro stampato. Probabilmente, con il suo discorso, cercava di sapere se il suo lavoro fosse capito e apprezzato; cosa che non sono stato in grado di soddisfare. Ma lui, da buon saggio, intese il mio silenzio; c’eravamo intesi scambiandoci un’occhiata di comprensione e simpatia.

All’improvviso si alza dicendomi: “Io lavoro anche quando non lavoro; mentre chiacchieravo con lei, pensavo a quel che devo ancora fare e come farlo!”. Così, ci salutiamo con una buona stretta di mano, e mi accingo a entrare in casa perché è l’ora del desinare.

La cucina di Nonna era il cuore pulsante della casa. Non solo il luogo dove si prepara il cibo, ma un’oasi di profumi e sapori che non si possono dimenticare.

Nonna Pina, con le sue mani nodose ma agili, era la fata dei fornelli. Non si avvaleva di ricette scritte, i suoi ingredienti erano l’amore, la pazienza e un pizzico di una cosa misteriosa che solo lei conosceva. Questo segreto me lo svelò un giorno; non era un ingrediente particolare, ma il tempo. Il tempo di lasciar riposare la pasta; aspettare che la salsa acquistasse gusto; godere di ogni singolo momento; così ciascun ingrediente, per quanto semplice, si trasformava in capolavoro!

Sedersi a quella tavola non era soltanto pranzare: ogni piatto raccontava la storia della nostra famiglia; le ricette tramandate a voce; i segreti per rendere migliore ogni pietanza. Tra un assaggio rubato al cucchiaio di legno e il piatto pronto, si imparava che la cucina di Nonna non parlava solo del desinare, ma era ricevere un gesto d’amore.

I profumi e la cucina di Nonna sono il caldo abbraccio che ci lega alle nostre radici, ai valori delle nostre tradizioni famigliari, fino dall’ora, quando… ci prepariamo per tornare a casa nostra, con un po’ di verdure, regalate dai Nonni; e con il prezioso carico di ricordi che ci saranno compagni di vita, verso l’avvenire.

Gianni Cordola

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Streghe e diavoli in Val di Susa

Articolo di Claudio Gogo “Masche e diav an Val Susa” pubblicato nel bollettino parrocchiale di Mocchie del 2 luglio 1981.

Resti di antiche credenze “tributarie del diavolo” per usare un’espressione che ritroviamo nel processo a loro carico, le streghe fanno ancora oggi parte del folklore della nostra Valle, benché le leggende e le storie di cui sono protagoniste non abbiano quella diffusione che avevano in passato.

La credenza nelle streghe e del resto antichissima e si ritiene che le “masche”, come vengono correntemente chiamate, si trovino in ogni luogo e gettino i malefici, avvelenino le acque dei pozzi e dei fiumi, rapiscano i bambini e tolgano il latte alle mucche.

Ho volute tracciare un breve profilo della nostra valle nelle sue leggende sulle streghe perché, a mia memoria, sul bollettino non si era mai toccato un argomento così “diabolico”.

Troviamo pertanto il termine “masca” comune a tutto l’arco alpino occidentale, nell’Edictum Rotari del 643, la legge 197 riporta infatti “Strìa quod est masca” e questa precisazione sta a dimostrare che il secondo termine ha ormai una diffusione tale da soppiantare il più classico “Strìa”.

A Laietto* è opinione comune che le streghe possano essere viste soltanto in chiesa, e questa facoltà è propria del chierichetto che serve messa: se al termine della funzione egli mette un piede sulla stola del celebrante, vede le streghe.

Se le streghe hanno il potere d’affatturare tutto ciò che toccano, ne deriverà la necessita di tutelare se stessi, difendere i propri beni, i figli e il bestiame. In questo caso (e qui parliamo sempre delle credenze al Laietto) si deve far uso di particolari riti pittoreschi e fantasiosi. Uno dei più semplici è quello di porre sulla porta di casa alcuni fuscelli in croce, oppure la zappa e il rastrello incrociati. Del resto, sono sufficienti alcune precauzioni: i nostri vecchi valligiani, fino a non molto tempo addietro raccomandavano di non lasciare esposti all’aria i panni del neonato dopo l’Ave Maria, sarebbero venute le streghe a gettarvi qualche maleficio.

Si racconta di due giovani che si recavano dal Laietto a Condove a trovare una loro coetanea, incontrarono sulla strada una giovenca e credendola smarrita la legarono con la fascia che, secondo l’uso del luogo, uno dei giovani portava al fianco, e la trascinarono dietro di loro. L’animale li seguì docilmente per un certo tratto di strada finché, giunti alle prime case del paese, dà uno strattone e si libera, mentre nella notte risuona una beffarda risata. I giovani dopo un attimo di stupore, riprendono il cammino e giungono alla casa della ragazza: qui la sorprendono mentre tenta affannosamente di togliersi dal collo la stessa fascia che legava la giovenca. Era una “masca”.

La stessa leggenda, ma con qualche variante è narrata nella zona di Frassinere, la Rocca e borgate limitrofe, dove però non si tratta di una mucca bensì di una pecora bianca.

Risalendo la valle ci imbattiamo in una tradizione che, pur non avendo i caratteri di originalità, è forse opportune raccogliere. Qui si narra che una vecchia contadina di Maffiotto, sola in casa, sentì improvvisamente un gran frastuono nell’aria, e le sue mucche muggire impaurite nella stalla. Impressionata, la vecchia andò a chiedere consiglio ad una vicina di casa e questa le rispose che si trattava di un sortilegio di una loro coetanea, una masca. Per liberarsene doveva rubare alla strega una calza e gettare l’indumento in una pentola d’acqua bollente non appena avesse sentito il frastuono. La vecchia rubò la calza e tornò a casa ad attendere gli eventi. Alla sera improvvisamente sentì il frastuono, non esitò: gettò la calza nell’acqua bollente ed un attimo dopo la porta si aprì di colpo ed entro la vecchia indicata come masca, la quale tremante, le si gettò ai piedi chiedendo pietà e promettendo di non fare più del male.

Ci troviamo evidentemente di fronte ad un caso di feticismo alla rovescia, non raro del resto nel folklore piemontese in cui l’indumento rubato ha la funzione di rompere l’incantesimo e di far perdere ogni potere magico. Le streghe hanno poi dal demonio il potere di trasformarsi in animali e di rendersi invisibili. Nel primo caso, se durante la notte si vede aggirarsi qualche animale sospetto e sconosciuto bisogna colpirlo subito e storpiarlo; il giorno dopo si vedrà la strega, che si era celata sotto le spoglie dell’animale, con un braccio o una gamba rotta.

Il Rocciamelone è il monte che per lungo tempo fu ritenuto il più alto del Piemonte, e fu, secondo la leggenda, dimora del diavolo. Si narra che un re di nome Romuleio, lebbroso, aveva raccolto sulla cima un tesoro e che in accordo con il diavolo, orribili bufere, tormente di neve e temporali con tuoni e fulmini si levavano non appena qualcuno arditamente tentava di salire sul monte per impadronirsi dei tesori. La stessa cronaca riporta che, nella seconda meta del secolo X, Arduino Glabrione riusci a salire in cima al Rocciamelone facendosi però precedere dal clero con la croce e l’acqua benedetta. Non trovò però il tesoro ed il popolino disse che i diavoli erano fuggiti sulle altre cime della catena alpina non appena avevano visto la croce ed avevano portato con se tutti i tesori di Romuleio. E con Romuleio e le sue fortune possiamo concludere il nostro breve viaggio nel mondo di “masche e diav” della nostra Valle.

*Laietto borgata di Condove (TO)

Cogo Claudio

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Il ponte del diavolo di Lanzo

Nel comune di Lanzo Torinese, piccolo centro di circa 5000 abitanti a due passi da Torino, si trova il famoso e suggestivo Ponte del Diavolo.

Il ponte del Diavolo fu edificato nel 1378 con il consenso del vice castellano di Lanzo, Aresmino Provana di Leynì, collaboratore di Amedeo VI di Savoia, noto come il Conte Verde. La spesa per costruirlo, interamente sostenuta dalla Castellania di Lanzo, fu di 1400 fiorini, per sostenere questa spesa venne imposta una tassa sul vino per dieci anni. Il ponte in pietra (detto il Pont dël Ròch in piemontese) serviva a collegare Lanzo e le sue valli con Torino superando la Stura e permettendo così di evitare il passaggio da Balangero, Mathi e Villanova, territori governati dai principi di Acaja, e da Corio, sotto il controllo dei marchesi del Monferrato, entrambi ostili ai Savoia.

Il Ponte si trova in una stretta gola con pareti a precipizio scavate dalle acque del fiume Stura in tempi preistorici. Costruito a schiena d’asino ha una luce di 37 metri, un’altezza di 16 m, lunghezza di 65 e larghezza minima di m. 2,27.

Le caratteristiche “Marmitte dei Giganti”, ritenute le zampe del Diavolo, sono fenomeni geologici dovuti all’azione vorticosa dell’acqua sulle rocce che trova lungo il suo passaggio. Al centro del ponte si trova un arco in pietra, resto di una porta costruita nel 1564 su ordine del Consiglio di Lanzo per impedire che forestieri portassero in Lanzo la peste che si era diffusa in Avigliana e zone limitrofe e minacciare la salute degli abitanti.

Il nome attuale del ponte deriva dalla leggenda secondo la quale fu il Diavolo in persona a costruirlo. La leggenda racconta di come gli abitanti di Lanzo avessero costruito il ponte per ben due volte e che tutte e due le volte questo fosse crollato, lasciando nello sconforto gli abitanti. Il Diavolo, avendo assistito a ciò, si propose di costruire egli stesso un ponte che non sarebbe crollato, ma in cambio avrebbe preso l’anima del primo essere che lo avrebbe attraversato. Gli abitanti riuniti in assemblea accettarono il patto: “se tu riuscirai davvero a costruire un ponte solidissimo, sicuro sotto ogni aspetto e che durerà per secoli, ti promettiamo di darti, come compenso, il primo essere vivente che vi passerà sopra”. “D’accordo, affare fatto! Domani avrete il ponte e io la mia ricompensa”. Gli abitanti si allontanarono e il diavolo non perse tempo: subito scatenò fulmini, tuoni, e chiamò a raccolta tutti i diavoli dell’Inferno. Nell’intensità della bufera, all’oscuro di occhi curiosi, tutti i demoni mobilitati nell’opera saettavano intorno alle due sponde della Stura: le acque scure nella notte nera rispecchiavano le luci sinistre degli occhi e degli artigli di quei diabolici operai. A velocità pazzesca, i diavoli smuovevano con leggerezza enormi massi. Li mettevano, li spostavano e li univano con malte estratte dal loro regno infernale. Allo spuntare del giorno, il ponte era finito e i diavoli sparirono, ma nessuna persona aveva il coraggio di attraversarlo per paura di finire all’inferno.

Dopo una riunione gli abitanti decisero di ingannare con uno stratagemma il Diavolo e far passare per primo un animale e precisamente una capra. Il Diavolo, resosi conto di essere stato abilmente tratto in inganno e furioso per l’affronto subito, sbatté con violenza i suoi zoccoli sulle rocce, formando le caratteristiche marmitte dei giganti, visibili ancora oggi dietro la cappella di San Rocco e si preparò alla vendetta, voleva far sprofondare il ponte, il paese e tutta la valle, ma, dall’altra parte del ponte, ecco avanzare un crocifisso sorretto dal parroco, seguito da una lunga processione di persone del paese tutte con una corona del rosario in mano. Alla vista della croce il Diavolo, arrabbiatissimo, rimbalzò nel fiume e sparì in una nube di zolfo. Il ponte, immerso nel parco dove passa il fiume Stura, è il posto ideale per una piccola gita fuori porta, all’insegna della natura, della bellezza e delle innumerevoli leggende che le valli di Lanzo tramandano di generazione in generazione. Anche in altre località si possono vedere dei “Ponti del Diavolo” con storie analoghe: per esempio a Dronero in provincia di Cuneo e a Pont Saint Martin in Valle d’Aosta.

Gianni Cordola

Il ponte dl diavolo di Lanzo

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