A Torino abbiamo le montagne al fondo delle vie, una di queste è via Garibaldi: chi entra nella via da piazza Castello con tempo sereno, vede in fondo al rettilineo la gigantesca mole con cima trapezoidale del monte Civrari, con dietro la Croce Rossa e la Punta d’Arnas, innevate.
Vedendo questo panorama mi ricordo episodi della gioventù trascorsa a Condove, luogo delle mie origini: oggi mi è tornato in mente come negli anni Cinquanta del secolo scorso era molto sentito il partecipare alla festa della Madonna degli Angeli il 2 agosto patrona del Santuario del Collombardo, posto sul colle che separa la Valle di Susa da quella di Viù proprio ai piedi del monte Civrari.
La ricorrenza richiamava moltissima gente da tutte le borgate Condovesi e dei paesi vicini: motivo dominante era quello religioso e famigliare, con la chiesa splendidamente adornata, la processione con la statua della Madonna portata a gara da baldi giovani che si contendevano tale onore, il fervore dei predicatori, il pranzo al sacco con amici e parenti e la preghiera per i cari defunti e il vespro. Durante il pranzo non mancava certo l’allegria e spesso qualche fisarmonica e clarinetto accompagnava i cori che si protraevano fino al tardo pomeriggio.
Era agosto 1958 abitavo alla contrada dei Fiori di Condove e si partiva di prima mattina su per la montagna; attraversavamo la Torretta, la Cappella dei Breri, Sigliodo, il Laietto e si arrivava a vedere le prime case di Pratobotrile. Qui facevamo la prima sosta per rifocillarsi, poi dopo un breve riposo si ripartiva.
Usciti dalla borgata ci inoltravamo nel bosco, attraversavamo un rio su un ponticello e in breve raggiungevamo le Case Breri per continuare lungo il sentiero 569, che unisce Condove con il Collombardo. La mulattiera saliva nel bosco dove il castagno in breve scompariva a tutto vantaggio di betulle, pini silvestri e poi di faggi, raggiungendo il pilone votivo Pautasso, il primo di altri che si incontravano nel percorso. Si proseguiva arrivando al rio Marzo che si attraversava nel punto detto “Salto del Bue” presso ardite pareti rocciose.
Proseguendo si incontrava il secondo pilone votivo, detto “dei Granboschi” costruito in modo tale da permettere il riparo in caso di maltempo. La mulattiera attraversava ora un bosco misto di faggi e betulle, dove pure era notevole la presenza di cespugli di rododendro. Si guadagnava alla fine un’ampia aperta zona di pascoli (Alpe Barmanera) priva di vegetazione arborea. A Barmanera passavamo la notte ospitati nel fienile sovrastante la stalla all’alpeggio di Pautasso Gasperina sorella di mia mamma. Il mattino successivo dopo aver consumato una gran tazza di latte caldo preparata dalla zia, si ripartiva per arrivare al Santuario in tempo per la messa grande.
Dopo aver attraversato due notevoli corsi d’acqua il sentiero riprendeva rapidamente a salire toccando diversi alpeggi. Passando vicini ad un altro pilone e seguendo tracce nei pascoli, bisognava risalire sino al terzo, quello più in alto, poi seguendo la traccia si raggiungeva la sommità il grande piano presso il colle dove sorge il Santuario della Madonna degli Angeli 1888 m.
La giornata passava veloce: si partecipava alla processione e alla Santa Messa, poi si consumava il pranzo al sacco, si faceva un riposino e nel primo pomeriggio salita al monte Civrari.
Dal colle del Colombardo in un’ora e mezzo si saliva sul Civrari; si iniziava superando quelle gibbosità che stanno dirimpetto al Santuario del Collombardo, girare il piccolo valloncino dietro ad esse, rimontare la pietraia e dirigendosi verso un enorme masso spaccato, posto in mezzo ad esso, salire verso una pietraia di minuto detrito di forma conica, e che dal colle si vede benissimo; rimontato questo si è sulla cresta costituente il Civrari, pochi passi separano ancora dal pilone eretto sul punto culminante 2302 m. Il Civrari è formato da una cresta di roccia foggiata ad arco, e con la concavità ad est, il fondo della quale è occupato dal laghetto detto di Civrari. La cresta terminale fa parte del crinale divisorio tra la valle di Susa e la valle di Viù e con direzione da est ad ovest e vi si innalzano tre punte: a nord la Torretta del Prete di 2264 m.; al centro la Punta Imperatoria di 2302 m. e a sud la Punta della Croce 2234 m.
Il nome Civrari significa: Monte delle capre, infatti solo le capre potevano avventurarsi a pascolare sulle scoscese falde di questo monte. Il pilone della sommità edificato nel 1882 da un gruppo di frati Torinesi in ritiro religioso al Collombardo, è chiamato dai montanari locali “pilon dij Frà” (pilone dei frati) e fu ricostruito nel 1996 da un gruppo di volenterosi dopo il parziale crollo avvenuto l’anno precedente.
Il panorama che si gode da questa vetta è immenso. A levante la pianura del Po con lo sfondo delle colline; poi man mano, girando lo sguardo, il Rosa, il Cervino, il gruppo del Gran Paradiso, la Levanne, la Ciamarella, la Bessanese ; le montagne della Savoia, la Croce Rossa, la punta della Roussa, del Collarin, d’Arnas; poi la Lunella, il Rocciamelone, il gruppo d’Ambin, l’Orsiera e il gruppo del Rocciavrè, fra cui nel lontano orizzonte spuntano le alpi del Delfinato, la Meije, la Barre des Ecrins, ecc., indi le montagne delle valli del Chisone, del Pellice e nello sfondo la triade del Viso.
Dopo aver osservato con piacere il panorama iniziava la discesa al pianoro del Collombardo e da li con gli altri che non avevano partecipato alla salita del Civrari incominciava il cammino di ritorno a Condove senza più fermate se non quelle per dissetarsi o rifocillarsi.
Il 30 giugno 1879 su questo monte perdeva la vita Matteo Pampilione, impiegato alla Biblioteca Nazionale di Torino. Allontanatosi dai suoi compagni di ascensione, scomparve, e per quante ricerche fatte sui due versanti non fu dato di trovare alcun indizio. Due mesi dopo il 30 agosto un uomo da Rubiana portava la notizia a Viù di aver trovato un cadavere sopra il lago del Civrari mentre si recava a dissetarsi ad una valanga di neve.
Le autorità accorsero e trovarono l’uomo disteso ai piedi di una roccia, sovrastata da uno scosceso burrone che spacca il monte fin sulla vetta, e dove si pensò che il giovane, per nulla pratico del luogo, coperto allora da nevi ingannatrici, era precipitato. Trasportato al paesello di Col San Giovanni vi ebbe sepoltura.
Gianni Cordola



























