L’alpeggio nella Valle del Sessi ieri

Nei primi anni del 900 a Laietto, ma anche in tutte le altre borgate della Valle del Sessi ogni nucleo famigliare aveva una piccola stalla, ed ognuna ricoverava pochi capi di bestiame (generalmente due o tre mucche, qualche pecora o capra e i più benestanti una bestia da soma). La vita era molto dura: d’estate le famiglie che avevano più animali salivano all’alpeggio, accompagnati da un fedele cane pastore.

La pratica dell’allevamento del bestiame era fondamentale per la sopravvivenza della comunità alpina. I bovini e i caprini erano prevalentemente utilizzati per la produzione di latte mentre gli ovini oltre che per il latte anche per la carne e la lana. Non mancavano gli avicoli: galline ovaiole e qualche volta anche palmipedi. Ogni famiglia possedeva un piccolo alpeggio costruito dai propri avi, situato solitario in un angolo sperduto della valle o raggruppato a due o tre formando una piccola comunità come ad esempio gli alpeggi Anselmetti (Sërmët), Barmanera (Barmaneiri) e Combadoro (Coumbadòr).

Alpeggio Anselmetti (Sërmët) abbandonato

L’alpeggio è una pratica molto antica che risponde a necessità economiche e tecniche a un tempo, sia perché permette di sfruttare la produzione foraggera di alta montagna, inutilizzabile in altro modo, sia perché irrobustisce gli animali e li rende più resistenti alle infezioni, particolarmente alla tubercolosi, portando ad una migliore qualità dei prodotti zootecnici. Essa consisteva nel trasferimento, per l’intero periodo estivo, del bestiame e della famiglia in baite a quote più elevate tra i 1400 e 1800 metri e coincideva solitamente con il periodo che va dai primi di giugno a metà settembre.

In primavera si aspettava con impazienza il giorno in cui si uscivano le mucche dalla stalla: quando si levava loro dal collo la catena che le aveva tenute legate nei lunghi mesi invernali, parevano impazzite, cercavano la porta d’uscita, si davano cornate, inciampavano come se le loro gambe fossero rattrappite. Giunte all’aperto avrebbero voluto liberarsi dalla corda che le teneva e ci voleva un buon bastone per trattenerle. II primo giorno d’uscita durava poco, si conducevano fino alla fontana che era poco distante. Nei giorni seguenti si andava oltre, tra i campi e, finalmente abituate a camminare, si facevano pascolare per tutta la giornata nei boschi attorno la borgata.

Dopo le prime uscite, al collo delle mucche erano stati appesi i campanacci con quei bei collari di cuoio, dalla borchia lucente, in ottone, con le iniziali del capo famiglia. Quel tintinnio sonoro e vario, all’orecchio di ogni montanaro sembrava il più bello: era motivo di orgoglio, ognuno avrebbe voluto primeggiare per ogni bel pendaglio appeso al collo delle proprie mucche. A parte l’esteriorità questi campanacci avevano prima di tutto un’utilità pratica: per tenere il gruppo più unito, per allontanare eventualmente qualche vipera e permettere al pastore di ritrovare rapidamente la mucca che cerca. Un buon pastore deve avere l’orecchio fine e sapere, all’occorrenza, riconoscere il suono di una campana nel concerto di una mandria scampanellante. E poi d’estate, all’alpeggio, quando le mucche rientrano dal pascolo la sera, è il suono del campanaccio che permette al pastore di ritrovare l’animale smarrito. E così anche quando la nebbia avvolge gli alti pascoli Il ritmo del tintinnio, rapido, irregolare o lento può segnalare una mucca in difficoltà.

Il campanaccio

DAL PAESE ALL’ALPEGGIO

Il trasferimento all’alpeggio era un avvenimento importante. I fabbricati d’alpeggio erano molto primitivi, realizzati con pietrame a secco e tetto in lose. La tipologia variava molto in funzione dell’estensione dei pascoli, il clima, la disponibilità idrica, i materiali da costruzione disponibili in loco. Le famiglie utilizzavano ciascuna una propria baita con una piccola stalla e altri pochi vani per la lavorazione del latte e le funzioni abitative. Con le pietre raccolte sui pascoli si realizzavano lunghi muri di confine per evitare sconfinamenti e controversie. Si costruivano i muri a protezione dei prati da sfalcio e degli orti e dai salti di roccia e burroni.

Le baite erano disabitate per parecchi mesi, perciò prima d’entrarvi con il bestiame per passarvi il periodo estivo, si accendeva un po’ di fuoco nella stalla. Se disponibile si adoperava legno di ginepro che era profumato, disinfettante e si pensava che potesse prevenire le malattie, creando molto fumo al fine di far uscire qualche vipera o altri animali indesiderabili che si fossero introdotti durante l’inverno o in primavera inoltrata. Questa precauzione si ripeteva ogni anno per evitare sgradite sorprese.

Le mucche entravano direttamente nella stalla, dove vi era la mangiatoia. In parte c’era la cucina con il pavimento in terra battuta, poco spaziosa, ma abbastanza da contenere un tavolo, un ripiano di legno per i secchi dell’acqua e una piccola piattaia per un minimo di piatti, scodelle, bicchieri e posate. Nel muro un armadietto per le provviste correnti: caffè, zucchero, sale, farina, pastina ecc. In un angolo il focolare da cui pendeva una catena di ferro per appendere i paioli. Dietro la cucina una piccola cantina, una vera grotta scavata nella terra con dei ripiani ricoperti di paglia per la stagionatura delle tome. Vi erano anche altri ripiani di legno per appoggiare i contenitori del latte, il recipiente della panna e in angolo la zangola per fare il burro e il torchio per i formaggi. La cantina era sempre fresca anche in piena estate. Per dormire poteva esserci un letto nella stalla separato dagli animali con una palizzata di legno oppure il fienile. A sera l’illuminazione si faceva con lumini a petrolio o con candele. Per avere sul posto un po’ di vettovaglie, tutti gli utensili della cucina e della cantina, coperte e lenzuola, dovevano essere trasportati con il mulo.

LA GIORNATA AL PASCOLO

Terminata la scuola per i bambini era una festa passare l’estate all’alpeggio e con la mamma o la nonna andare al pascolo, anche se sapevano che non si poteva dormire tanto. Si andava a letto tardi e al mattino occorreva alzarsi appena i primi raggi del sole indoravano le cime. Era piacevole passare un giorno lassù sulla montagna, nei pascoli fioriti, specialmente se splendeva un bel sole, ed il lavoro di governare il bestiame diventava un gioco. Si preparava un tascapane con le provviste per mangiare sull’erba vicino ad una sorgente d’acqua fresca. Si faceva colazione prima di partire, poi le mucche uscivano dalle stalle, si riunivano e salivano pian piano nel Gran Bosco brucando l’erba tenera e profumata, fino al luogo del pascolo. Nel frattempo gli uomini scendevano al mattino dall’alpeggio per effettuare i lavori nei campi giù in borgata e facevano ritorno la sera.

II pascolo era tutto un fiorir di viole, nigritelle, bottoni d’oro, ed alla sera si ritornava sempre a casa con un bel mazzetto. Si raccoglievano anche le larghe foglie di genziana gialla che, ben lavate, si mettevano intorno alla forma del burro per mantenerlo fresco. La giornata era lunga e si portava qualcosa da leggere, o la soletta per le calze da sferruzzare. Generalmente non si aveva l’orologio. Si sapeva che quando appariva un’ombra in un determinato posto su una roccia era quasi mezzogiorno. Si pensava allora al pranzo; l’appetito non mancava, si mangiavano fette di polenta, alle volte un pezzo di salame, pane e toma, un bicchiere di vino per i grandi ma non sempre, il più delle volte una sorsata d’acqua fresca.

Nigritelle e botton d’oro

Era l’ora in cui anche gli animali si riposavano. Non si sentiva più lo scampanio delle mucche, che sparse qua e la sui ripiani, stavano ruminando. Regnava il silenzio, interrotto soltanto dal ronzio degli insetti: tafani, mosconi ed api che, cariche di polline si affaccendavano da un fiore all’altro.

Bovino al pascolo

Quando calava il sole si pensava al ritorno: si controllava che non mancasse nessuna mucca o capra e si prendevano i sentieri della discesa. Era faticoso anche scendere, stancava i polpacci: le nonne ci facevano raccogliere e trascinare dei rami secchi di faggio che si trovavano per la strada, così si portava a casa un po’ di legna per cuocere la cena. Rincasati gli animali, seguiva un momento di silenzio, perché nella baita erano occupati a mungere e a preparare la cena.

Bovino al pascolo

Tutta l’estate trascorreva cosi, a Laietto e nelle altre borgate rimanevano poche persone per lo più anziani che non potevano più salire agli alpeggi. Unico diversivo era l’avvicinarsi della festa dedicata alla Madonna degli Angeli al Santuario del Collombardo, il parroco di Laietto don G. B. Margaria saliva al colle e vi rimaneva almeno una settimana. Qui celebrava la messa ogni giorno sempre con un buon numero di fedeli che raggiungevano la chiesa anche dagli alpeggi più lontani. A sua volta il parroco giorno per giorno portava la benedizione del Signore in tutte le baite. Il 2 agosto giorno della festa quasi tutti presenziavano alla messa ed alla processione, la devozione era tanta. Al termine della stagione prima di ritornare a valle negli ultimi giorni veniva sparso nei pascoli il letame accumulato nel periodo precedente. Nel mese di settembre l’ultima sera di permanenza all’alpe veniva festeggiata, la famiglia si riuniva per ringraziare Dio di un buon ricavato di latte, burro e formaggio.

Don Margaria al Collombardo

Gianni Cordola