Mi racconto

Mi chiamo Gianni. Sono cresciuto trovandomi ad essere il sesto e ultimo nato di famiglia quando nella contrada dei Fiori e in tutta Condove ancora si nasceva in casa, così la mamma (Giuseppina Pautasso alias Pina dou Ieun) raccolse su di me in modo speciale l’intensità dei suoi affetti, mi creò depositario dei tesori dei suoi ricordi, mi iniziò ai misteri dei tanti suoi cassetti e scatolini, mi elesse conservatore dell’archivio di carte e immagini, travasò nel mio cervello tutto quanto era nel suo in fatto di tradizioni, leggende, costumi della montagna Condovese, inculcandomi l’amore per la lingua piemontese ed il francoprovenzale in tutte le sue finezze.

gianni coi genitoriFino alla morte (a novantadue anni) disse in franco provenzale (il patoà a moda ‘d nos di Laietto)  “ite quèy” e “dimèrcou”: non accettò la modernità piemontese di “stà ciuto” e “mèrcol” (sta zitto e mercoledì in italiano). Narrava assai volentieri le leggende delle masche del Coindo e le variegate credenze popolari.

Voglio viaggiare nel tempo, rivedendo schegge di momenti felici, testimoni di un’esistenza trascorsa sullo sfondo di un paese che cresce con la mia infanzia tra luoghi ricchi di ricordi e sensazioni.

Ho festeggiato il 68° compleanno e so di essere avanti negli anni. Come mio nonno materno Pautasso Battista di Pratobotrile, detto “Batita dou Ieun”, quando bambino tenendomi per mano mi raccontava le sue storie di vita contadina e con tanta fatica nei campi si procurava quel poco da mettere in tavola.

I Pautasso dou Ieun, da sinistra seduti Pautasso Battista e Versino Angela, dietro in piedi da sinistra Pautasso Gasperina, Antonio e Giuseppina

I Pautasso dou Ieun

Cordola Giovanni e Melania

I Cordola del Coindo

Oppure come mio padre e mia madre, quando dopo 35 anni di matrimonio mi raccontavano del loro viaggio di nozze nel 1929 iniziato all’alba e terminato alla sera del giorno dopo in una località marina della Liguria. Non ho conosciuto il nonno paterno Giovanni originario del Coindo, detto “Djiàn dla bërdzera” scomparso l’anno precedente alla mia nascita.

La contrada dei Fiori

La contrada dei Fiori

Oggi mi ritrovo a parlare di quando ero bambino con il mio nipotino Valerio, e lui non crede che quando avevo la sua età l’acqua si prendeva coi secchi alla fontana (l’acquedotto e la fognatura arrivarono ai Fiori solo nel 1955) ed in casa non c’era frigorifero, lavatrice, televisione, telefono e non esistevano video giochi, computer, cellulari e tante altre cose; la rete elettrica della borgata era ancora alla tensione di 120 volt. Lui non sa nemmeno cosa era un posto telefonico pubblico oppure come erano fatti i gettoni per telefonare dalle cabine.

postotelpubblico1gettonetelefonicoQuanti anni saranno passati? Non sembrano così tanti… Ma tutto mi sembra essere improvvisamente cambiato tanto da sentirmi quasi un dinosauro. Mi sembra quasi una vita, se penso ai tempi di quando ero un bambino: i fumetti allora in voga erano “Il monello” e “Topolino”per i più piccoli con “L’Intrepido” e “Tex Willer” per i più grandicelli, per divertirsi bastava uscire in strada. Oggi non si vede più nelle strade bambini che giocano.

INTREPIDO-1953n22a monello1953n5Una volta ce n’erano tanti, anche perché le famiglie erano più numerose; si formavano i gruppi dei vari rioni: i Fiori (il mio borgo), le Fucine, le case operaie, le villette, il Molaretto, la piazza, ecc. Tornano in mente momenti e compagni di gioco: Giorgio (mio fratello), Borgis Ercole e Clara, Midellino Felice e Bruno, Versino Marisa, Reinaudo Renata, e Guido di cui non ricordo il cognome perché dopo qualche anno si trasferì in Torino.

I ragazzi della contrada dei FioriRicordo con nostalgia le gare di corsa con i cerchi, le sfide con le trottole e le biglie, il nascondino che si svolgeva nell’intero borgo, oppure a pallone. Le sfide calcistiche con altri ragazzi si giocavano nel cortile della vecchia parrocchia.

Mio nipote questi giochi fatti di poco non li conosce, ma anche se volesse farli non potrebbe perché le strade sono diventate pericolose per le troppe auto e molti spazi sono utilizzati come parcheggi. A me resta il ricordo di una gioventù spensierata, anche se spesso si era a pancia vuota e qualche volta si andava nelle campagne a rubacchiare fichi, pesche o ciliegie e questo era un modo per riempirsi la pancia ma con il rischio dell’arrivo improvviso ed indesiderato del proprietario, per cui si era costretti a scappare, inseguiti da lanci di pietra e da una sfilza di parolacce. Spesso il proprietario inseguitore riconosceva qualcuno di noi e puntualmente andava a fare le sue rimostranze presso i nostri genitori con la spiacevole conseguenza che, appena si ritornava a casa, ci aspettava una buona dose di cinghiate e di scapaccioni. figurine

Una cosa già esisteva allora: la raccolta di figurine dei calciatori sulla scia dei successi della Juventus con Stacchini, Charles, Boniperti, Emoli, Sivori e del ricordo del Grande Torino caduto a Superga. Del Papa ne sentivi parlare solo in chiesa o nelle lezioni di catechismo, il Presidente della Repubblica lo conoscevi attraverso la foto appesa al muro nell’aula scolastica, così come il festival di Sanremo lo si ascoltava solamente in casa per radio e le canzoni si imparavano sui famosi libretti tascabili che qualche adulto amante della musica acquistava dal giornalaio.

librettoFestivalSanremo1951a

Tascabile con i testi delle canzoni del festival

radioanni50

radio anni 50

Non c’era bisogno di orologio, la giornata si svolgeva tra i Fiori, Il borgo dove abitavo, e la piazza del paese con gli orari scanditi dalla sirena delle Officine Moncenisio o dall’orologio della torre civica.

Gli anni 50 rispetto a quelli pieni di sacrifici dei miei genitori, quando avevano la mia età sono stati migliori, torna la voglia di ridere, di emozionarsi e di guardare avanti. Ma quali sono gli svaghi che offre questo decennio sospeso fra tradizione e modernità? A Condove c’era un piccolo cinema e si poteva ballare nel salone al primo piano del dopolavoro “la bocio”.

grandhotel1954Ogni settimana in chiesa era affisso un foglietto su cui il parroco indicava se la visione del film era adatta ai ragazzi o ad adulti (si parla di film non vietati), stessa indicazione era data per alcune riviste in voga, pensate che Grand Hotel era una rivista “sconsigliata”.
La domenica ci sono le partite di pallone, nasce il tifo di massa e arriva “la schedina” del Totocalcio con la sua promessa di ricche vincite, e questo sport cessa di essere solo un gioco per trasformarsi in una vera e propria febbre.
La RAI TV, inaugura le trasmissioni nel 1954 e un anno dopo lancia un gioco a premi condotto da Mike Bongiorno. La nuova passione degli italiani si chiama “Lascia o raddoppia?”. Quando va in onda il quiz le case si svuotano e in tanti andavamo al piccolo cinema locale dove davanti allo schermo cinematografico c’era un grande televisore in bianco e nero.

bartelevisionemonoscopioraiIl televisore diventa così protagonista nei bar, nei cinema e nei luoghi di aggregazione. La visione è collettiva, l’apparecchio ingombrante e in legno svettava da un alto trespolo diffondendo immagini in bianco e nero da un unico canale.

600 Fiat

600 Fiat

Nel 1955 viene presentata dalla Fiat l’automobile 600 e due anni dopo nel 57 la nuova 500, l’automobile che segnò l’inizio della motorizzazione degli italiani.

Ma torniamo a me: a cinque anni feci il mio ingresso all’asilo Perodo e ho ancora vivo il ricordo della suora che chiedeva alla mamma se sapevo parlare italiano perché pur conoscendo la lingua italiana mi esprimevo in piemontese, cosa comune a tutti i bambini di famiglie locali.

classe II elemNel 1953 iniziai il primo anno di scuola elementare a Condove in classi rigorosamente divise tra maschi e femmine. Ricordo alcuni compagni: Ravetto, Ferro, Midellino Piero, Cordola Luciano, Arrigoni Paolo, Zagner, Girardi Livio, Croce Giovanni, Soave Piero, Cordola Bruno, Bonaudo Arturo, Borello Remigio, Lorigiola Renato, Serrato, Listello Valter, con loro trascorsi 5 anni di studio ma anche di gioco e svago. Si scriveva con pennino e inchiostro, il banco aveva il calamaio. C’erano diversi tipi di pennini: il pennino della corona, quello che sembrava la Mole Antonelliana, più morbidi o più duri. Intingevi il pennino nell’inchiostro, scrivevi quattro parole e poi dovevi intingere di nuovo: quante macchie.

Banco scolastico

Banco scolastico

pennini3

Mi ricordo, attaccati alla parete dell’aula, i manifesti che mettevano in guardia i ragazzi dal giocare con certi ritrovamenti di materiale esplosivo residuo della seconda guerra mondiale. Oltre ai manifesti venivano nella scuola delle persone con una cassetta didattica di ordigni esplosivi per mostrarli a tutti i ragazzi e istruirli sul pericolo.
ordigni esplosivi1Erano state preparate ad uso didattico da varie direzioni di artiglieria, utilizzando gli involucri di bombe vere che erano state disattivate, e l’interesse era dato dal fatto che non si trattava di imitazioni ma di materiale originale, anche se parecchio maltrattato.

Nel 1954 con mamma e papà andai per la prima volta in treno a trovare la zia a Torino: il treno era ancora diviso in classi e noi salimmo su un vagone con tante porte e sedili in legno di terza classe (la terza classe nelle ferrovie fu abolita nel giugno 56).carrozza terza classe2

Terminata la scuola elementare alcuni compagni proseguirono gli studi alla scuola Media di Avigliana, mentre io fui iscritto alla scuola di Avviamento Industriale che era ospitata nello stesso palazzo delle scuole elementari: una scuola con insegnamenti diversificati tra maschi e femmine (solo nel 1961 tutte le scuole, dopo le elementari, vengono unificate in una sola, la scuola media unica). Nuovi compagni si aggiungono, alcuni provenienti da altri paesi (un paio da Alpignano, altri due da Ferriera di Avigliana, da Caprie e Borgone) più alcuni ripetenti dell’anno prima. Nelle sezioni maschili si insegnava a lavorare il legno il primo e secondo anno ed il ferro nel terzo anno anche con uso di macchine (tornio e trapano). Ricordo che nelle ore di laboratorio legno costruimmo degli attaccapanni e una cassetta porta gioie tutta con incastri a coda di rondine.

Alcune monetine degli anni 50

Alcune monetine degli anni 50

Non c’era internet, ma non c’era nemmeno il computer in casa. Per essere rintracciati si doveva tornare a casa, altrimenti non c’era modo di essere seguiti. Mio nipote chiede come potevamo resistere senza chattare, senza mandare messaggi: è molto semplice, non c’era niente a cui resistere, non ti può mancare un’abitudine che non hai mai avuto.
Per comunicare si bussava alla porta degli amici, ci si dava un appuntamento per una certa ora e ci si vedeva, in caso di contrattempo si aspettava con santa pazienza il suo arrivo fin quando lo si ritenesse opportuno. Oppure se l’amico aveva il telefono in casa si andava in cerca di un posto telefonico pubblico per chiamare a casa e lasciare un messaggio, le cabine telefoniche nelle città erano sparse ovunque quando non c’erano ancora i cellulari ma a Condove non esistevano. condove corriera in piazza3a

Noi ragazzi ci radunavamo in piazza o in altri luoghi aperti, ora ci si incontra prevalentemente in luoghi chiusi come i centri commerciali o addirittura in luoghi virtuali come le “chat”. Era il periodo del rock and roll e dei blue jeans. Ogni tanto, la domenica, ci si ritrovava a casa di un amico che aveva il giradischi per ascoltare canzoni del momento incise sui famosi 45 giri, oppure se si aveva una moneta da cento lire si poteva andare in un bar che avesse il juke-box, un apparecchio che riproduceva brani musicali in modo automatico in seguito all’introduzione di una moneta al suo interno e alla scelta della canzone da parte dell’ascoltatore. Con cento lire ascoltavi tre brani.

jukebox1962a

juke-box

giradischi

giradischi

Qualche volta si andava da Luciano D. in via Conte Verde dove i suoi genitori avevano un negozio di dischi per ascoltare qualche nuovo brano. Qualche ragazzo già cominciava a fumare di nascosto dai genitori, il tabaccaio vendeva le sigarette Nazionali e Alfa oltre che in pacchetti pure sciolte nelle bustine, ne potevi comprare anche solo una o due.

sigarettealfa1 sigarette nazionali

Verso la fine di luglio arrivavano i baracconi: per me le giostre sono e resteranno sempre definite baracconi o, per dirla in piemontese “ij baracon”. Questi animavano la centrale Piazza Martiri con i loro divertimenti, in una bolgia incredibile e con decine di motivi musicali in simultanea. C’era l’autoscontro, la giostra coi seggiolini volanti, le gabbie, quella dei cavalli per i più piccoli, vari tiro a segno e il pungiball dove noi giovani ci sfidavano per far colpo sulle ragazze, e per gli adulti il ballo al palchetto.

pungiball

pungiball

Autoscontro

Autoscontro

Giostra dei seggiolini volanti

Giostra dei seggiolini volanti

         

A quattordici anni già viaggiavo da solo in treno per andare a scuola a Torino: i compagni di classe mi deridevano perché secondo loro saltavo i binari del tram per paura di prendere la “scossa”, non era vero, ma era lo scotto da pagare arrivando da Condove, un paese della Valle di Susa che loro consideravano “baròt” ovvero contadino; io ribattevo dicendo che su alcuni tram torinesi al fondo della vettura c’era la targhetta delle Officine Moncenisio ad indicare che erano stati costruiti in parte a Condove.torino

Sicuramente c’era più socializzazione: prima se stavi alla fermata dell’autobus e non passava nulla ti mettevi a chiacchierare con i compagni di sventura che stavano in fermata con te. Il biglietto del tram nel 1961 costava se non ricordo male 35 lire e sul mezzo c’era il bigliettaio. biglietto tram

Noi giovani eravamo invitati a cedere il posto a sedere ad anziani e donne e venivamo redarguiti pesantemente se alzavamo i piedi sul seggiolino o parlavamo ad alta voce. In occasione di scioperi il servizio era in qualche modo coperto oltre che da autobus privati anche dall’esercito coi loro camion: salivi con una scaletta e ti accomodavi su panche in legno. In quell’anno la benzina normale costava 120 lire al litro, un giornale 30 lire e un caffè 50 lire. gelati chiavacci2

Sicuramente comunicare a distanza non era semplice come oggi ma nemmeno era un problema visto che quella era la normalità. Le giornate del pendolare erano lunghe, partivi all’alba, raggiungevi a piedi la stazione ferroviaria al di là della Dora, salivi sul treno, arrivavi e scendevi a Torino Porta Nuova, salivi sull’autobus per raggiungere l’Istituto Plana in Piazza Robilant. Tragitto inverso alla fine della giornata scolastica (si andava a scuola anche al pomeriggio) arrivando a casa verso sera.

A me è andata bene, perché finito di studiare ho trovato subito da lavorare. Erano altri tempi, poca disoccupazione e tante possibilità di lavoro. Nell’Ente dove lavoravo il primo stipendio è stato di 72.000 lire (eravamo nel febbraio 1965) che per un non ancora diciottenne era buono. La maggiore età era stabilità a ventuno anni e lo stipendio per i lavoratori al di sotto di quell’età era ridotto. D’estate facevo le ferie come tanti Condovesi al torrente Gravio, per prendere un po’ di tintarella a modico prezzo. A quei tempi la busta paga era consuetudine consegnarla ai genitori che me ne ritornavano una minima parte. Negli anni seguenti i primi benefici del boom economico cominciano a farsi sentire e si scoprono le vacanze. Le località turistiche sono prese d’assalto e in modo particolare le spiagge. Con la Fiat 500, in Lambretta o in Vespa, in treno o in pullman, in albergo, in tenda, al mare o in montagna, gli italiani scoprono il turismo di massa.

lambretta1950

lambretta 1950

vespa1953

vespa 1953

Ebbi la prima automobile nel 1972, la mitica 500. Se ti si fermava la macchina in una qualsiasi strada andavi a bussare alla prima casa che trovavi chiedendo di poter telefonare.
Mio nipote è frastornato a pensare a come vivevamo, quando non c’era il tablet. I suoi occhi mi guardano come io guardavo mio nonno quando mi raccontava della guerra, nei momenti in cui provo a raccontargli che il mondo era diviso in due e non era così facile viaggiare in certi paesi, perché c’erano i muri che dividevano il mondo. Ai miei tempi i selfie erano le cartoline postali, foto “conversazionali”, il discorso viaggiava lentamente nella lettura tra chi inviava e chi riceveva. I messaggini li scrivevamo su dei pezzetti di carta da passare alla compagna. La connessione e i social network hanno trasformato quel palcoscenico privato in scena pubblica.
Forse sono diventato vecchio quando ho iniziato a raccontare a mio nipote di quando avevo la sua età. Perché improvvisamente mi sono sentito travolto da un’invidiabile malinconia, perché fino a qualche tempo prima ero convinto di vivere nella mezza età e non mi ero accorto di aver già raggiunto la terza.

Ho portato a conoscenza di mio nipote le usanze ed i costumi della mia terra, i ricordi di un passato che tanti di noi, in particolare modo di coloro che come me sono nati negli anni 40, hanno ancora impresso nella loro mente, non tanto per averli vissuti in prima persona, ma per averne seguito tutte le evoluzioni fino ai giorni nostri.

A mio nipote sembrano cose d’altri tempi, ma in realtà non è così perché sono passate da allora due generazioni, la cosa impressionante è che le cose sono cambiate talmente in fretta da fare dire “cose d’altri tempi”.terza eta

Oggi mi sembra di non riconoscere più il paese della mia giovinezza che rievoco con una punta di malinconia, ma ho raggiunto un’età in cui posso meditare sui ricordi del passato, sulle proprie esperienze di vita, sul significato della medesima ed ho pensato di descrivere, avvalendomi delle moderne tecnologie informatiche, la vita della montagna Condovese raccogliendo i ricordi della mamma e la cultura, la sensibilità, le tradizioni secolari di tutto il popolo montanaro; invece di fare un giro veloce, cerco di entrarci e camminare le strade frequentate dai suoi abitanti, entrare nelle case ed ascoltare come parla fatica gioisce e soffre, come nasce, si sposa, lavora e muore.

Dico spesso a mio nipote: prendi i tuoi sogni e raccontali a chi sa capire. Fortunatamente per i sogni come per i ricordi non basta premere il tasto “cancella” per dimenticarli, essi sono ancorati nel nostro io e ci accompagnano per tutta la vita. Dal primo giorno che ho visto Valerio ho pensato di raccontargli la vita passata sapendo che l’avrei lasciato prima degli altri e in parte ci sono riuscito, tanto da farmi pensare egoisticamente di morire sazio della vita non stanco della vita.

Gian dij Cordòla (dzèmber 2015)

Altre immagini degli anni 50

domenica corriere festival 55 grandhotel1957 INTREPIDO-1953n30a macchina cucire pennini2 sigarette anni50stufa cucina 1 stufa stadera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagini della contrada dei Fiori nell’anno 2016

Il pilone dei fiori

Il pilone votivo della contrada dei Fiori

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La contrada dei Fiori, nel vicoletto a sinistra di fronte all’auto bianca al numero 9 vide la luce Gianni l’autore della pagina

Via don pettigiani2

Via Don Pettigiani, a sinistra c’era l’Osteria dei Fiori e a destra il lavatoio che serviva tutta la contrada

Vicolo fiori1

Il vicolo dei Fiori

vicolo fiori

Il pilone all’angolo con via Don Pettigiani