Il pranzo domenicale

Era una domenica di maggio e, come da tradizione, in occasione della festa della mamma eravamo invitati a pranzo da nonna Pina. Nonna, abitava a Condove, nella bassa Val di Susa, in una casa sulla strada statale n. 24 che noi nativi del luogo chiamavamo “strada militare”. Vi abitava dal 1966, dopo aver lasciato con rimpianti la vecchia casa nella contrada dei Fiori dello stesso paese.

Ricordo ancora il chiassoso pranzo della domenica. La casa di Nonna non era grande eppure, la sala da pranzo, usata solo una volta alla settimana e tenuta sempre chiusa, pulita e in ombra, alla domenica assumeva una sacralità che la rendeva più grande.

Nonostante non vivessimo lontano, quella era l’occasione per stare insieme e ossequiare, tramite il cibo, un valore condiviso da ogni membro, nonostante ognuno a modo suo, ossia: la famiglia.

Oggi, quello che mi torna alla mente sono i profumi vividi di quel giorno; della cerimonia allegra e spensierata di quella giornata, che pure aveva le sue usanze e un pizzico di formalità. La tovaglia, quella buona, preparata fin dal mattino. Il sugo a sfrigolare nella pentola, fin dalle prime ore del giorno.

A capotavola (posto importante) si sedeva Nonno che, bonario, vigilava il gruppo: ai suoi fianchi gli uomini, poi le donne e i bambini. Nonno si prendeva cura anche del vino: in tavola un buon Barbera, travasato dalla damigiana ai bottiglioni.

Si mangiava tanto, troppo. Fin dal giorno prima, era pronto l’antipasto rosso piemontese, le acciughe al verde, i tomini al peperoncino, la bruschetta all’aglio e gli agnolotti fatti in casa. A chiusura degli antipasti, si affettava il salame cotto, altra prelibatezza pressoché esclusiva del Piemonte.

Come secondo, l’immancabile spezzatino, vivanda fatta di carne mista a pezzetti oppure, sovente, fatto con avanzi di carne bollita o arrostita e patate.

Per finire, anticipato dal formaggio, arriva l’atteso momento del dolce; e poi il caffè fatto con la caffettiera che “appena viene su” avvolge con il suo profumo esotico tutta la stanza.

Ricordo… arriviamo e il cancello è già aperto, siamo i primi; le bambine corrono gioiose a farsi baciucchiare dai Nonni. Vedo un senso di dolce malinconia affiorare negli occhi dei Nonni, incantati dai modi festosi dei nipoti. Nonna è una donna semplice; lei non giudica mai nessuno, e tiene unita la famiglia. Indossa, quasi sempre, un grembiule con tasche ampie. Questo abito è semplice, ma speciale: stoffa nera, a volte macchiato di qualche condimento. Sono macchie che richiamano alla mente le fatiche e i periodi di lavoro. Sono pennellati, con toni scuri, anche i terribili tempi della guerra e di povertà che hanno reso difficile l’inizio della loro lunga vita, ma che pure ne rappresentano le tappe più impegnative.

Nonostante tutto sia pronto da ore, è troppo presto per mettersi a tavola, quindi mi siedo su una panca davanti casa.

Vedo arrivare un uomo con una cesta di verdure che consegna alla nonna, e poi si siede accanto a me. È vestito da campagna con scarponcini, pantaloni resistenti, e una maglia grigio-verde simile al colore della terra. Il volto rugoso, e la barba non fatta da qualche giorno. Io lo guardo e, sorridendo, gli chiedo: “Si è alzato presto stamattina?”.

“Abbastanza, approfitto della frescura per raccogliere qualche verdura… tutta roba genuina! Il mio orto non conosce intrugli chimici, perché voglio bene alla campagna; e ho imparato dai miei genitori cos’è la terra e come si cura, perché i suoi frutti crescano sani. Queste verdure che ho portato, sono fresche, raccolte da neppure un’ora; sono tenere e dolci.”

Era bello sentir parlare il mio nuovo amico; era l’immagine della naturalezza e della genuinità campagnola. C’era tanta saggezza nelle sue parole, che pareva un libro stampato. Probabilmente, con il suo discorso, cercava di sapere se il suo lavoro fosse capito e apprezzato; cosa che non sono stato in grado di soddisfare. Ma lui, da buon saggio, intese il mio silenzio; c’eravamo intesi scambiandoci un’occhiata di comprensione e simpatia.

All’improvviso si alza dicendomi: “Io lavoro anche quando non lavoro; mentre chiacchieravo con lei, pensavo a quel che devo ancora fare e come farlo!”. Così, ci salutiamo con una buona stretta di mano, e mi accingo a entrare in casa perché è l’ora del desinare.

La cucina di Nonna era il cuore pulsante della casa. Non solo il luogo dove si prepara il cibo, ma un’oasi di profumi e sapori che non si possono dimenticare.

Nonna Pina, con le sue mani nodose ma agili, era la fata dei fornelli. Non si avvaleva di ricette scritte, i suoi ingredienti erano l’amore, la pazienza e un pizzico di una cosa misteriosa che solo lei conosceva. Questo segreto me lo svelò un giorno; non era un ingrediente particolare, ma il tempo. Il tempo di lasciar riposare la pasta; aspettare che la salsa acquistasse gusto; godere di ogni singolo momento; così ciascun ingrediente, per quanto semplice, si trasformava in capolavoro!

Sedersi a quella tavola non era soltanto pranzare: ogni piatto raccontava la storia della nostra famiglia; le ricette tramandate a voce; i segreti per rendere migliore ogni pietanza. Tra un assaggio rubato al cucchiaio di legno e il piatto pronto, si imparava che la cucina di Nonna non parlava solo del desinare, ma era ricevere un gesto d’amore.

I profumi e la cucina di Nonna sono il caldo abbraccio che ci lega alle nostre radici, ai valori delle nostre tradizioni famigliari, fino dall’ora, quando… ci prepariamo per tornare a casa nostra, con un po’ di verdure, regalate dai Nonni; e con il prezioso carico di ricordi che ci saranno compagni di vita, verso l’avvenire.

Gianni Cordola

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