Il Maometto di Borgone di Susa

Nel comune di Borgone di Susa, in un bosco di acacie che costeggia la vecchia strada tra Borgone e San Didero si trova un luogo con un nome curioso e misterioso “Il Maometto” dove Storia, Leggenda e Tradizione si mescolano da sempre. Il nome sembra derivi da un bassorilievo scolpito in loco, a circa quattro metri dal suolo, su un gigantesco masso erratico franato dalla vicina parete montana che accentua la dimensione a tratti fiabesca del sito.

Conficcato in una nicchia del grande masso compare il volto di un personaggio dell’antichità. Si tratta di un bassorilievo di un’edicola contenente una figura antropomorfa, vestita da una corta tunica e un mantello, con entrambe le braccia sollevate verso l’alto e reggenti due oggetti di non facile identificazione; ai suoi piedi si trova anche un animale, forse un cane, mentre sul frontone si rivela un’epigrafe, ormai semicancellata, scritta con lettere latine.

bassorilievo detto “il Maometto”

Il bassorilievo, databile tra il II e III sec. d.C., pare identificare un antico luogo di culto presumibilmente raffigurante Giove Dolicheno, divinità che proteggeva i primi legionari romani degli eserciti del Re Cozio, oppure secondo l’interpretazione più condivisa il Dio dei boschi Silvano o ancora la divinità dell’agricoltura Vertumnus collegato alla funzione protettrice del Dio in una zona dove sono documentate, oltre ad attività silvopastorali, anche attività di cava e miniera.

Masso erratico con bassorilievo

Sul fronte dell’edicola si intravedono tracce di un’iscrizione latina su tre righe, indecifrabile a causa della corrosione atmosferica. L’ultima riga, ci dice che sembra trattarsi di un ex voto a una divinità. Sono infatti ancora visibili le lettere V e M, che possono essere interpretate come V(otum) M(erito) o V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito).

Altri segni sono incisi nelle rocce sovrastanti: tre grosse macine incompiute ancora attaccate alla parete della roccia, e numerose coppelle che hanno fatto attribuire alla località anche il carattere di zona sacra, forse legata a particolari cerimonie celtiche stagionali (i Celti abitavano queste montagne dal 540 a.C. e vi rimasero sino all’arrivo di Giulio Cesare, nel 58 a.C., essi continuarono a venerare i loro dei anche sotto la dominazione romana, che tollerava le loro usanze così da non creare malumori tra popolazioni locali e miliziani). La parte superiore del masso è ricoperta da uno strato di terreno vegetale su cui crescono arbusti e specie erbacee non comuni nella zona. Inoltre nel punto centrale di questa piattaforma venne in luce una sepoltura con lo scheletro deposto nella nuda terra, circondato da una fila di lastroni in pietra. Tra le ossa è stato rinvenuto un omero fratturato e non calcificato, che indica come il momento della frattura coincida con la morte dell’uomo. Questo particolare ha permesso agli studiosi di datare il reperto in epoca preromana intorno al 1.500 a.C.

Macine incompiute

Altre strutture murarie sono state individuate nell’area limitrofa, verso Ovest. Costruite a secco con pietre di dimensioni e forme alquanto irregolari, sembrano essere state realizzate tra la fine dell’Età del Bronzo e la prima fase dell’Età del Ferro, all’incirca nel II millennio a.C. È possibile che il carattere religioso del luogo abbia avuto seguito dall’età preistorica all’epoca celtico-romana, e ancora in epoca recente con la credenza nelle “masche” e la fama di posto magico.

Il nome tradizionalmente attribuito al bosco “Maometto” non è riferibile a un effettivo legame con i Saraceni o con il Profeta: la raffigurazione antropomorfa e l’iscrizione sull’edicola ne escludono quest’origine. Inoltre, le incursioni dei Saraceni che avevano il loro covo a La Garde Freinet, nel dipartimento francese del Var, sono sì documentate nelle Alpi occidentali, ma tra il 921 e il 972 d.C.: all’epoca il bassorilievo era già stato scolpito da secoli. Il nome che ha acquisito nel tempo è da legarsi invece alle credenze popolari, che facevano risalire ai Saraceni tutte le opere antiche e le tradizioni di cui non si conosceva l’origine.

Nel corso degli anni la narrazione dei miti di questo bosco si è arricchita e diversificata: dapprima sono fiorite ipotesi fantasiose circa l’area dei rinvenimenti archeologici, molto citata la parete rocciosa a fianco del Maometto che presenta delle coppelle, ma soprattutto riguardo il masso erratico con le macine scolpite. Il masso recante due grosse macine di pietra scolpite, lasciate incompiute, che emergono a sbalzo dalla roccia, sono oggetto di interpretazioni controverse, da quelle che attribuiscono significati magici a quella di semplici mole. In effetti, la zona tra Borgone e San Didero è ricca di micascisti granatiferi, rocce dette “molere” perché abrasive e resistenti all’usura, adatte proprio alla realizzazione di macine.

La lavorazione era condotta dando una prima forma alla pietra sull’affioramento e staccando la macina tramite l’infissione di cunei di legno, che venivano poi imbibiti di acqua. Un’ipotesi è che alcune di queste macine siano state abbandonate senza portare a termine la lavorazione perché non ritenute di qualità. Una seconda spiegazione è che non siano state terminate a causa della dismissione della cava.

Il Maometto resta comunque un luogo circondato per anni da un alone di mistero con tante surreali leggende, dove la storia più antica si confonde con la tradizione orale, i riti e i miti, ma anche una parte del patrimonio archeologico, storico e cuturale della valle di Susa.

Gianni Cordola

Sitografia

www.imuntagnin.it/storie di pietra/

www.archeocarta.org/borgone-di-susa-to-il-maometto/

www.queryonline.it/2016/04/27/in-viaggio-con-gli-scettici-il-bosco-del-maometto-a-borgone-di-susa-piemonte/

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