Dov’è finito il piemontese

(Anté a l’é finì ‘l piemontèis)

Il Piemontese (“Piemontèis”) è riconosciuto fra le lingue minoritarie europee fin dal 1981, anche l’UNESCO lo annovera tra le lingue meritevoli di tutela. È una lingua neolatina appartenente al sistema dei dialetti gallo-italici. Il Piemontese fa parte della branca occidentale delle lingue neolatine; l’Italiano, invece, appartiene alla branca orientale. I primi manoscritti in tale lingua possono essere considerati I Sermoni Subalpini, conservati alla Biblioteca Nazionale di Torino, risalenti al XII secolo.

Il Piemontese si parla quasi ovunque nella regione Piemonte. Nelle vallate occidentali la lingua è parlata a fianco dell’occitano e del franco-provenzale. Per lingua Piemontese si intende il linguaggio emerso verso la metà del Seicento, e che affonda le sue radici, per quanto concerne la morfologia, negli idiomi del Piemonte occidentale; questo tipo linguistico si è diffuso velocemente, innanzitutto come idioma di scambio commerciale, e poi come lingua dell’esercito anche in Val d’Aosta, arrivando addirittura a penetrare in Savoia e a Nizza Marittima.

Fino al secolo XVII la pur abbondante letteratura Piemontese si presentava alquanto slegata, poiché era espressa nei vari idiomi locali; con la nascita della lingua comune assistiamo allo sviluppo di una letteratura unitaria: nel Settecento il piemontese è la prima lingua ufficiale del regno dei Savoia: a corte si parla piemontese, nelle chiese i preti predicano in piemontese e il piemontese viene insegnato prima del latino, dell’italiano e del francese in alcune scuole e a tutti i cortigiani e diviene il mezzo di espressione di una splendida produzione con le opere di Isler, Ventura e Calvo.

Nel 1783 si stampa la prima grammatica Piemontese, grazie a M. Pipino; le norme grafiche descritte in quell’opera e perfezionate nel 1784 da G. Gaschi sono ancora in uso oggi, con poche variazioni. L’Ottocento vede una crescita del numero degli autori che la adoperano; fra i più celebri possono essere ricordati A. Brofferio e N. Rosa. Quel secolo segna inoltre la nascita del romanzo in Piemontese; infine ricordiamo che nel 1834 i Valdesi stampano a Londra il Nuovo Testamento e i Salmi di Davide in lingua Piemontese.

Perduto il rango di capitale dello Stato nel 1865 Torino vede allontanarsi la Corte, il Parlamento, l’apparato di governo, e trova nuovo slancio di vita nel fervore di una crescente attività industriale che la fa meta di un processo accelerato di inurbamento, che muove prevalentemente dalle campagne e dalle montagne circostanti. Questo fa si che per i patois delle vallate alpine “Occitano e Francoprovenzale” inizi l’adeguamento linguistico al Piemontese, già largamente diffuso e preminente nella regione per il prestigio che gli derivava dall’essere la parlata della capitale sabauda. Come lingua degli atti ufficiali, delle manifestazioni culturali e delle comunicazioni sociali domina incontrastato l’italiano che è imposto a tutta la nuova generazione attraverso l’istruzione elementare, divenuta obbligatoria e gratuita per la legge Coppino del 1877.

Per comprendere la decadenza del Piemontese dopo l’unità d’Italia è sufficiente vedere il Regolamento per le scuole municipali di Torino del 1879 all’art. 33 dove proibiva ai maestri “di parlare in scuola il dialetto o permettere che gli alunni ne facessero uso”: una immagine ideale auspicata ma molto lontana dalla realtà che vedeva i ragazzi parlare esclusivamente in dialetto sia nell’ambito famigliare che fuori. L’uso dell’italiano in famiglia non giovava se non accompagnato dalla cura continua del parlar bene ed anzi riusciva più dannoso che utile e regnava una scapigliata anarchia con uso di italianismi derivati da nomi dialettali.

Edmondo De Amicis in un’opera del 1905 parlando delle bambinaie reclutate nelle valli piemontesi scriveva: “Il bambino saprà da lei che non va bene a raviolarsi nel paciocco e che nel domorarsi si corre rischio di sghigliare sulle ploglie di portogallo e quindi cascare e farsi il nisso sul fronte”. I giornali più noti, la “Gazzetta del Popolo” e la “Gazzetta Piemontese” (diventata poi La Stampa) sono scritti in lingua italiana. È redatto invece in Piemontese ‘L Birichin “giornal piemontèis ch’a seurt al saba, a un sòld la còpia” foglio settimanale illustrato, letterario e umoristico nato nel 1887 e vivrà fino al 1928. Una “Biblioteca Popolar Piemontèisa” viene pubblicata come “Edission dël Birichin”: sono fascicoletti da “doi sòld” che diffondono romanzi, racconti, testi drammatici in piemontese.

Negli anni 20 del secolo scorso la letteratura Piemontese rinasce; pietra miliare di questa risurrezione è la fondazione della “Famija Turinèisa” (1925) e la “Companìa dij Brandé” (1927).

La “Famija Turinèisa” con la rivista settimanale “Ël caval ëd brons” si propone di mantenere vive le antiche gloriose tradizioni di Torino e del Piemonte, di ispirare e coltivare le memorie del passato ed impedire che si perda la lingua piemontese (il settimanale nato nel 1923 in lingua piemontese venne negli anni successivi redatto in italiano con ritorni nostalgici alla parlata dei vecchi).

La “Companìa dij Brandé” è un movimento letterario animato da Pinin Pacòt (1899-1964) che realizza l’unità grafica della lingua sulla base della tradizione secentesca e che avvia una fioritura assai efficace di poesia e di prosa.

Nel 1957 nasce l’“Associassion Piemontèisa” – Compagnia Città di Torino per le tradizioni popolari piemontesi per iniziativa di Andrea Flamini che tuttora la dirige. Ha portato in Italia e all’estero sempre vestito come Gianduja, il folklore piemontese, facendone conoscere gli aspetti e le espressioni più autentiche.

Negli anni 1950÷60 in connessione con una politica di sviluppo industriale si gonfia il flusso dell’immigrazione dalle regioni meridionali verso il Piemonte. L’entità massiccia e la celerità dell’apporto hanno reso impossibile una graduale assimilazione temperata e temperante dei nuovi arrivi. In Torino si formano quartieri interi, dal vecchio centro decaduto alla nuova periferia, popolati quasi esclusivamente o almeno in prevalenza di nuovi venuti, così si creano isole linguistiche alloglotte ed il tessuto linguistico dei rapporti cittadini è fortemente alterato e condizionato. Negli stessi anni la diffusione della televisione arriva a portare in ogni casa immagini e parole in lingua italiana diventando così il veicolo della comunicazione generale. Per alcuni anni si configura una situazione di bilinguismo (piemontese – italiano) corrispondente alla struttura cittadina non amalgamata, ma ben presto con le nuove generazioni diminuisce fortemente la parlata piemontese.

È però da tenere in conto una tendenza antagonista per mantenere viva la lingua piemontese con l’edizione nel 1976 del “Vocabolario italiano piemontese” di Camillo Brero e qualche anno dopo della “Gramàtica piemontèisa” sempre dello stesso autore.

Una letteratura in Piemontese si afferma anche in Argentina, dove i figli e i nipoti degli immigrati piemontesi parlano e scrivono, seguendo la stessa grafia generalizzatasi in Piemonte.

Carta linguistica del Piemontese

Gli studiosi più importanti, non hanno alcuna difficoltà a riconoscere che il Piemontese è una lingua totalmente indipendente dall’italiano e dai suoi dialetti, e che in virtù della sua originalità e vitalità certamente merita di sopravvivere. Va citata la lodevole iniziativa di alcuni ingegnosi piemontesisti che hanno costruito il sito “Wikipedia an piemontèis”, con l’uso del piemontese come lingua di comunicazione e di informazione. Un riferimento va pure fatto alla rivista “La Slòira”, alla più che quarantennale rivista “Piemontèis Ancheuj” e a diversi editori come Viglongo, il Centro Studi Piemontesi, Piemonte in Bancarella, Il Punto, Gioventura Piemontèisa, Piazza, Dell’Orso, Priuli-Verlucca, ecc., che contribuiscono a mantenere viva la lingua Piemontese.

Gian dij Cordòla (gennaio 2013)

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