Quando si nasceva in casa

Fino ai primi anni 50 del secolo scorso a Condove e nella quasi totalità dei paesini di campagna e di montagna si nasceva in casa. Questo parto avveniva in modo concitato. Nell’imminenza del travaglio si allontanavano dall’abitazione uomini e bambini. Le donne adulte della casa o del vicinato entravano in azione riscaldando grandi pentoloni d’acqua e preparando le varie pezze di stoffa necessarie per il nascituro e la mamma. Al marito, l’unica cosa che toccava, era di andare a chiamare la levatrice o la donna esperta del luogo e che si era formata solo dopo una lunga pratica di parti poiché era lei che faceva nascere tutti i bambini del paese.
Quando arrivava trafelato un marito a cercarla, a qualsiasi ora del giorno o della notte, la levatrice non perdeva tempo. Sapeva quello che doveva fare, grazie alla sua esperienza. Non sempre il parto era facile, anzi. Quando si complicava bisognava correre a chiamare anche il medico. Quest’ultimo veniva interpellato solo in casi estremi, quando la partoriente era in gravi condizioni: nel mondo contadino, ci si è sempre arrangiati alla meno peggio.

Chi era la levatrice: una persona ben addentrata nell’arte sanitaria, capace di intervenire nelle circostanze più disperate nel difficile momento della nascita di una nuova vita. Ad occuparsi delle levatrici una serie di provvedimenti legislativi, a partire dal Regio Decreto del 1876, relativo al “Regolamento delle Scuole di Ostetricia per levatrici”, per proseguire con la legge sanitaria Crispi del 1888, con la quale si stabilivano i titoli necessari per poter esercitare un’attività sanitaria, seguito da altro decreto nel 1890. Con la creazione delle condotte ostetriche fu assicurato a tutte le donne povere ed abbienti l’assistenza ostetrica.

Altri provvedimenti seguirono in materia sanitaria, in particolare nel 1910 furono istituiti gli ordini professionali, dai quali sono escluse le levatrici. Con l’abolizione dei liberi sindacati ad opera del regime fascista e la creazione dei sindacati fascisti di categoria, fu istituito un sindacato nazionale delle levatrici. Con la creazione della O. N. M. I. nel 1925, alle levatrici furono attribuiti alcuni compiti nei consultori ostetrici e pediatrici. Nel 1935 con un R. D. L. abbiamo l’albo delle levatrici. Successivamente con un R. D. L . del 1937, il titolo di levatrice venne sostituito con quello di ostetrica, anche in considerazione del tipo di studi richiesto che si otteneva dopo la frequenza di un corso triennale.

Le donne partorivano in casa nella camera matrimoniale e in qualche caso nella stalla, al più tardi la prima domenica successiva, si procedeva al battesimo, perché si temeva per la sopravvivenza del bambino. Durante il parto era importantissima l’igiene, dunque bisognava far bollire tanta acqua per pulire bene la partoriente e il nascituro; questo era il solo mezzo utilizzato per disinfettare tutto. C‘era un gran trambusto di pentole e catini di acqua calda, ed ai fratellini o altri bambini, che ingenuamente chiedevano spiegazioni, si diceva che: ”la mama a cata ‘n cit”, e di andare fuori di casa “a vëdde la sicògna ch’a pòrta ‘l cit” che stava arrivando. Espletato il taglio del cordone ombelicale (con le forbici normali disinfettate con l’acqua bollente), e una volta che il neonato era ben lavato e asciugato veniva fasciato dal collo ai piedi con una striscia di stoffa bianca. Era una striscia alta circa 15 centimetri e molto lunga. Aveva l’incombenza di mantenere diritta la schiena e le gambe dei neonati, la testa era coperta con una cuffietta in filo di cotone lavorata con particolare cura.

La levatrice

La levatrice

Fasciare un bambino era un’impresa non semplice: due o tre giri intorno alla pancia altrettanti tra le gambe, di nuovo altri due tre giri sui fianchi e poi si provvedeva ad avvolgerlo strettamente. Possibilità di muovere le gambe: nessuna. Lo si lasciava così fino a quando, bagnato e sporco, si sfasciava, si lavava in qualche modo e si riavvolgeva in fasce pulite: igiene ridotta all’indispensabile, rossori e piaghe frequenti.

Allora generalmente le donne erano prosperose e i bimbi venivano allattati dalla mamma. L’allattamento durava finché la mamma aveva latte, poteva prolungarsi anche oltre i due anni: non costava niente e qualcuno credeva che impedisse gravidanze immediate. Adesso ci sono una infinità di marche di latte in polvere, per tutte le esigenze e intolleranze. In passato solo latte di mucca allungato con un po’ d’acqua, meglio ancora quello di capra, ma la capra non si trovava facilmente. Tutto quello che riguardava l’igiene del bambino era quasi sconosciuto per cui, frequentemente esso veniva colpito dalla gastroenterite o dal tifo, con conseguenze spesso gravi. La domenica mattina era di rigore il bagnetto nel “mastello” del bucato ed era di acqua tiepida, ben insaponata.

La culla era molto piccola, in legno decorato a mano, il materassino consisteva in un sacco di lana molto pieno e sulle coperte era steso un drappo il più bello possibile. Il tutto era tenuto fermo con una larga fettuccia di tela che passava negli apposito fori praticati ai lati della culla. Le case, all’epoca, non erano molto riscaldate e qualche volta i bambini morivano di polmonite nei primi mesi, soprattutto se avevano la sfortuna di nascere in inverno. Quando si temeva per la vita del nascituro, il battesimo veniva amministrato in casa subito dopo la nascita dalla levatrice e poi completato con la cerimonia in chiesa. Oggi si nasce quasi sempre in ospedale a Susa, Rivoli o Torino.

Prima, la nascita di un maschietto era l’avvenimento più bello che potesse capitare in famiglia, mentre la femminuccia non sempre era ben accettata, soprattutto se era la seconda o, peggio, la terza di seguito. Le nascite, durante il fascismo, erano numerose e, la peggior sfortuna, era di avere 6-7 figlie femmine. Ora, il sesso del nascituro non è più motivo di lamento qualunque esso sia e comunque, essendo diminuita la natalità, i pochi bambini che nascono sono un raggio di sole per l’intera famiglia.

Si cresceva senza tanti problemi, non c’erano giochi pericolosi per la salute e si era contenti di vivere con quello che passava il convento, si giocava con poco. Nei cortili e nelle contrade i bambini appartenevano alla comunità ed erano figli e nipoti di tutte le donne presenti, la loro sorveglianza ed educazione era un fatto corale.

Gianni nel 1947

Gianni nel 1947

Io stesso sono nato in casa alla contrada dei Fiori in Condove nel settembre 1947, ma, mi piace ricordare il sabato 4 agosto 1956 vigilia della festa del Collombardo, quando all’alpeggio Anselmetti a circa 1460 metri di altezza una donna che definire coraggiosa è poco, Giuglar Secondina moglie di Pettigiani Domenico, dava alla luce una bimba a cui veniva dato il nome di Piera e tutti i pellegrini che salivano a piedi al Santuario per la festa si fermavano a vedere la nuova nata. La settimana successiva veniva battezzata al Santuario da Don Luigi Siviero.

Gianni Cordola

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