Il mio ricordo della scuola

Ciascuno di noi ha ricordi indelebili della scuola. A scuola diventiamo grandi, cominciamo a conoscere noi stessi e gli altri, ci confrontiamo con i sogni e la realtà, immaginiamo le persone che vorremmo essere e ci sorprendiamo a considerarli i migliori anni della nostra vita.

Anno 1953 La domenica del corriere annuncia l’inizio dell’anno scolastico

La scuola ai miei tempi iniziava il primo di ottobre e terminava a giugno. Mi ricordo il primo giorno nel lontano 1953, ordinato, lavato e pettinato, con il grembiulino nero, colletto bianco e un gran fiocco azzurro. Ero già stato all’asilo eppure quel giorno, ero preoccupatissimo ma anche curioso di conoscere questo nuovo mondo, mi batteva forte il cuore e la mamma, che mi accompagnava, cercava di rassicurarmi: “A scòla mama a-i é pa, ma a-i é ël magìster; ti it fas con chiel l’istess coma se i fussa mi – A scuola mamma non c’è, ma c’è il maestro; quindi comportati con lui come se ci fossi io”. Non mi va di fare un confronto retorico su quanto sarebbe bello se i genitori anche oggi dicessero una cosa del genere ai propri figli, voglio solo ripercorrere la potenza intimidatoria di cui erano investite queste parole… E per me ogni insegnante, fu un’autorità a cui si doveva il massimo rispetto. Alla fine, andò tutto bene, ritrovai amichetti dell’asilo e un maestro buono e paterno.

Il giorno seguente, ero già molto più tranquillo. I genitori, allora, affidavano i loro bambini alla scuola con fiducia, si dava per scontato che gli insegnanti avessero sempre ragione e non ci fosse mai da discutere con loro per difendere i propri figli. Essi avevano delle certezze, la prima era che gli insegnanti avrebbero fatto il loro lavoro nel migliore dei modi e, oltre all’istruzione, avrebbero anche dato un’educazione ai loro ragazzi, ma la cosa che più li faceva stare tranquilli, era il fatto che i bambini, dentro alla scuola, erano al sicuro, controllati e in un edificio solido, dove non sarebbe mai crollato il soffitto o parte di esso! Oggi, non è più così, le scuole stanno cadendo a pezzi ma non riusciamo più a trovare i soldi per la manutenzione, nemmeno dopo che sono successi incidenti gravissimi, per fortuna, non a Condove.

Ho frequentato la scuola elementare di Condove che accoglieva tutti i bambini del paese. Era una scuola con un aspetto severo nella piazza principale dotata di grandi aule, di una palestra e di un cortile per le attività fisiche all’aperto: corsa, salto ed esercizi a corpo libero. Si accedeva a scuola nell’anno in cui si compiva il sesto compleanno.

Condove la scuola elementare

Le aule erano arredate con banchi da due posti con il calamaio in mezzo con l’inchiostro per scrivere e ogni volta che cadeva una goccia sui quaderni…aiuto…! Tanti rimproveri. La nostra salvezza era la carta assorbente. Il primo libro era il sussidiario, ma i metodi di studio erano ben diversi e non sempre adatti allo spirito dei bambini. A scuola si lavorava molto e spesso non si capiva bene ciò che il maestro voleva dire e allora erano guai… a casa dovevamo ricorrere ai genitori o ai parenti. Il primo insegnamento si basava sulle aste: cioè su segni che preparavano alla scrittura.

Non avevo lo zaino per i libri ma una borsa che si chiamava cartella, all’interno il sussidiario,la carta assorbente, l’astuccio in legno con le penne e i pennini, qualche matita colorata e un lapis nero, oltre a una o più gomme per cancellare, i quaderni erano più piccoli degli attuali, uno a righe ed uno a quadretti con la copertina nera ad effetto pelle di serpente. Si scriveva inizialmente con la matita e poi con un pennino che si bagnava con l’inchiostro.

Quaderni

C’era la lavagna con gessetto, cancellino e la cattedra. In quegli anni la lavagna non era appesa al muro, ma era posta su un supporto di legno e quando era completamente scritta da un lato, veniva ruotata sull’altro lato. Sui muri dell’aula c’erano tanti cartelloni con le lettere dell’alfabeto con a fianco l’immagine dell’oggetto la cui iniziale corrispondeva a quella lettera, oltre alla carta geografica d’Italia, la foto del Presidente della Repubblica e l’immancabile crocefisso.

Lavagna

Dopo aver imparato a leggere e scrivere in Italiano facevamo il dettato e i riassunti, di aritmetica facevamo la moltiplicazione, la divisione, la sottrazione e l’addizione; storia e geografia le studiavamo sul libro e il maestro ci risentiva quello che avevamo studiato a casa. L’anno scolastico era diviso in tre trimestri con voti per ogni materia alla fine di ognuno, i voti andavano da uno a dieci e al termine dell’anno scolastico si era promossi alla classe successiva o bocciati per ripetere l’anno. Era valutata anche la condotta ossia il comportamento in aula e fuori durante la ricreazione. Fino al 1958 si sosteneva un esame in terza elementare, si trattava di un esame vero e non di un pro forma e non era impossibile essere bocciati e dover ripetere la terza elementare anche se tutto quello che si chiedeva all’alunno era di saper leggere, scrivere e far di conto. Superato quello scoglio l’esame successivo era quello del quinto anno per ottenere la licenza elementare che permetteva di proseguire gli studi. Quando entrava il direttore o un insegnante, tutti ci alzavamo in piedi e dicevamo buon giorno. Le classi erano separate tra maschi e femmine, noi eravamo in 18 alunni, i più lontani provenivano dalle borgate Poisatto, Fucine e Ceretto. Le borgate di montagna avevano la loro scuola in loco.

Il percorso da casa mia, in contrada dei Fiori, alla scuola elementare non era lungo. Quando c’era neve la discesa dalle vie Francesco Re e Garibaldi, le ripide strade selciate che portavano alla piazza, era divertente perché permetteva di fare delle belle scivolate, con grande disappunto di molti, in quanto, passa e ripassa, in breve si formava una lastra di ghiaccio (che per la verità era proprio ciò che si voleva ottenere). Il divertimento era allora brutalmente interrotto dallo spargimento di sabbia, cenere o segatura. Partivamo dal borgo io, mio fratello Giorgio ed Ercole Borgis, che facevano la quarta elementare, l’anno successivo si aggiunsero Felice Midellino, Marisa Versino e Renata Reinaudo.

I ragazzi della contrada dei Fiori

Ricordo alcuni compagni di classe: Ravetto, Ferro, Midellino Piero, Cordola Luciano (il mio compagno di banco), Arrigoni Paolo, Zagner, Girardi Livio, Croce Giovanni, Soave, Cordola Bruno, Bonaudo Arturo, Borello Remigio, Lorigiola, Serrato, Listello Valter. All’uscita di scuola quasi sempre percorrevo via IV Novembre e Via Mazzini assieme a Lucianino che andava dalla nonna alle Fucine e Paolo che abitava vicino al rio della Rossa.

Il ricordo delle giornate di scuola mi rimase impresso a lungo negli anni seguenti, soprattutto per alcuni eventi inconsueti. Ad esempio, vigeva nella scuola la consuetudine dei castighi: non erano quelli corporali veri e propri, tipo bacchettate, già in quegli anni non più tanto di moda, ma consistevano in strane forme di punizione cosiddetta educativa ed esemplare: ho ben presente l’immagine di compagni discoli in castigo dietro alla lavagna oppure passare un periodo dietro la lavagna a scrivere molte volte la stessa frase o “penso”, oppure obbligati a scrivere sul quaderno ripetute volte il motivo del castigo.

Memorabile fu l’anno in cui con l’aiuto del nostro maestro Trovato ,costruimmo una mongolfiera (forse è più giusto dire un pallone aerostatico ad aria calda o lanterna) di carta dal diametro di circa tre metri, ed un pomeriggio sulla piazza del paese dando fuoco ad un panno imbevuto di alcool il pallone si alzò in volo. Grande fu la gioia di noi ragazzi nel vedere volare il pallone costruito da noi stessi con materiali poveri: canne di bambù, carta, colla e fil di ferro. Lo seguimmo per un tratto finché scomparve alla nostra vista verso la montagna. Per giorni aspettammo di ricevere una cartolina che avevamo attaccato ad esso per sapere dove fosse arrivato, ma niente, non abbiamo più saputo nulla, chissà dove era finito.

Pallone ad aria calda

Nell’ultimo anno di scuola ci fu un altro momento importante per noi: è stato quando abbiamo recitato un racconto con l’intervento di tecnici del terzo canale radio per la registrazione. Ognuno di noi aveva una parte nella recita e Lorigiola che aveva una bella voce cantava un allegro motivetto. Il tutto era stato diffuso in radio nel mese seguente.

Ricordo che ogni anno si celebrava la festa degli alberi, dove con i compagni di classe, esonerati da qualche ora di lezione, assieme al maestro, andavamo in corteo dalla scuola fino in Via Conte Verde sulle prime pendici dell’altura chiamata “La Mura” a mettere a dimora delle piantine di alberi forniteci dalla Forestale. Si cercava così di insegnare a noi bambini quanto era importante il bosco.

Nel periodo natalizio allestivamo in aula un piccolo presepe realizzato con ciò che avevamo a disposizione, ognuno di noi portava qualcosa ma tante volte casette e statuine erano di carta, ritagliate anche dai noi bambini. Le casette oltre che di carta erano fatte con pezzetti di legno o di paglia, usavamo la ghiaia per fare le strade e la carta blu dello zucchero per fare i ruscelli, era proprio una festa fare il presepe per noi bambini, poi si imparavano poesie sul Natale da recitare in casa la sera della vigilia.

Io non fui certo esente dai rimproveri, in particolare per la disciplina, era sufficiente che il maestro voltasse le spalle per lanciare palline di carta ai compagni oppure con la cerbottana costruita arrotolando la copertina di un vecchio quaderno far volare coni di carta lunghi e sottili fabbricati ad arte. Avevamo anche imparato a lanciare sassolini o chicchi di riso con un vecchio pennino fuori uso infilato nel banco di legno e usato come catapulta. Giochi non autorizzati e puniti dal maestro con rimproveri verbali o con la convocazione di un genitore ed allora erano guai seri.

Questi ricordi ed emozioni fanno parte di un grande dono che, oltre a consentirci momenti di piacevolezza nel rievocare, rappresentano un valido strumento di crescita attraverso l’osservazione di noi stessi consentendoci di mettere a confronto alcune nostre parti in un rapporto dinamico tra il prima e il dopo, tra il nostro passato e il nostro presente.

Gianni Cordola (gennaio 2020)

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