La festa di Sant’Antonio Abate nella vita contadina di ieri

Il 17 gennaio si festeggia, come da tradizione, Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, patrono dei contadini, degli allevatori, dei macellai e dei salumieri, Santo al quale chiedere di ritrovare ciò che si è perduto; ecco tutto quel che c’è da sapere su questa festa.

Una volta si diceva che l’annata agricola inizia il giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno di San Martino, durando pertanto dal 17 gennaio all’11 novembre. Le due date sono significative, oltre che onorate dalla Chiesa con due grandi Santi. Questa giornata di gennaio viene alla fine del periodo dove la notte sembra non debba aver termine, ora il giorno sta riprendendo il sopravvento; così pure la terra, che sembrava morta ed oppressa dal grande buio comincia a rinascere. Fin dall’antichità, l’uomo, ha segnato questo periodo che prelude alla primavera con una serie di riti propiziatori, sacrifici di animali e feste. Per tale motivo la Chiesa, dopo le feste di Natale che celebrano la venuta del figlio di Dio tra di noi, indice dopo l’Epifania il periodo di festa del Carnevale, e pone proprio a metà di gennaio la venerazione di Antonio Abate.

In questo giorno era tradizione recarsi alla messa a prendere il santino nuovo da inchiodare alla porta della stalla e a ricevere dal prete il pane benedetto da mangiare, un pezzetto per ognuno in famiglia e da mettere nel pasto degli animali.
Molti portavano a benedire anche gli animali, davanti al sagrato della chiesa, e poi svariate volte il prete stesso andava di casa in casa a benedire le stalle, anche contando sulle offerte dei fedeli. Una festa tradizionale, a metà fra il sacro e il profano, che si rinnova ogni anno fra canti popolari, vino rosso e dolci tipici con cui si rende omaggio a Sant’Antonio.

Chi era Sant’Antonio

Antonio nacque a Coma in Egitto (oggi Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti (eremiti dediti alla contemplazione e alle pratiche ascetiche) facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l’intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un’attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.

In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando guarigioni e liberazioni dal demonio.

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.

Visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

Antonio è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, si consacrarono al servizio di Dio. Ma che c’entra Sant’Antonio con la campagna e gli animali, seppure sia sempre raffigurato con un porcellino con la campanella al fianco, la fiamma in mano ed il bastone, dal momento che visse nel deserto ed in luoghi in cui i maiali non c’erano?

Sant’Antonio, ritiratosi nel deserto della Tebaide, prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.

Mentre era in vita tanti ammalati si recavano dal Santo per chiedere e ottenere guarigione da terribili malattie; tra queste vi era l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, per tale motivo era invocato come potente taumaturgo. In alcune parti d’Italia, è tradizione accendere nella sera del 17 gennaio grandi falò in suo onore, in ricordo anche della leggenda che lo vuole donatore del fuoco all’umanità: sceso all’inferno per contendere al diavolo le anime di alcuni defunti, accadde che il suo maialino sgattaiolò dentro creando scompiglio fra i demoni; il Santo ne approfittò per accendere col fuoco infernale il suo bastone che poi portò fuori, insieme al maialino recuperato, accendendo con esso una catasta di legna.

Nel 1088 poi un nobile francese, Gaston de Valloire, dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un ospedale e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati, che col tempo si sarebbe trasformata nell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Costoro avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio, e con la carne, nutriente e calorica nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore delle campagne e dei contadini, degli animali domestici ma anche dei macellai e dei salumieri.

Anche oggi, il culto di Sant’Antonio Abate non conosce crisi: non c’è stalla o cascina ove non si trovi appesa una sua immagine e così anche le parrocchie di Condove, Frassinere, Mocchie e Laietto festeggiano il Santo nelle domeniche di gennaio con liturgie solenni, feste e lotterie che vedono sempre una grande partecipazione di fedeli. Durante le funzioni ha luogo la benedizione del pane (chiamato pane della carità) che poi viene distribuito ai fedeli e al termine della messa i contadini portavano gli animali domestici (muli, asini, mucche, cavalli, capre, pecore, cani, ecc.) fuori dalla Essere priore della festa era motivo di orgoglioChiesa a ricevere la benedizione di Sant’Antonio.

A Laietto fino agli anni 60 del secolo scorso la festa era molto sentita, non mancavano mai i priori che si alternavano ad organizzare la celebrazione addobbando la Chiesa ed offrendo il pane della carità, ma spesse volte non erano di Laietto o Pratobotrile. Ricordo alcune di queste famiglie: Martin da Camporossetto, Cordola del Coindo, Margaira di Vagera, Pettigiani e Vercellino del Sigliodo e i Giuglard della Brera. Essere priore della festa era motivo di orgoglio. Anche i bambini della scuola elementare uscivano accompagnati dalla maestra, perché in quel periodo veniva celebrata il giorno esatto anche se feriale, e divoravano velocemente il pane benedetto.

Secondo una leggenda la notte fra il 16 gennaio e il 17 gli animali possono parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire le greggi parlare sarebbe stato di cattivo auspicio quindi, se vi capita di sentire il vostro cane o il vostro gatto che discutono tra loro non vi preoccupate… state comunque lontani perché interrompere loro non porta bene.

E poi, c’è la credenza popolare che vuole che il Santo aiuti a trovare le cose perdute. In Piemonte si diceSant’Antoni dla barba bianca fame artrové lòn ch’i l’hai perdù – “Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi ritrovare quello che ho perso”.

Gianni Cordola


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