Il rondò della forca a Torino

Torino una città esoterica che affascina chiunque la visiti. Si dice, infatti, che la città sia il vertice di due triangoli: quello della magia bianca, insieme a Praga e Lione, e quello della magia nera insieme a San Francisco e Londra. Uno dei luoghi più visitati a Torino dal turismo esoterico è il Rondò della Forca. Con questo nome si indica un punto preciso, che si trova nell’area risultante dalla confluenza degli attuali corsi Valdocco, Principe Eugenio e Regina Margherita con via Cigna (il Rondò della Forca non è distante da piazza dello Statuto: uno dei fulcri della Torino esoterica). In realtà, il comune di Torino non ha mai assegnato questo nome a questo luogo. Il nome è stato tramandato dalla tradizione popolare perché qui sono avvenute le esecuzioni capitali (pubblica impiccagione) per un periodo abbastanza breve dall’anno 1835 al 1853. Precedentemente la forca era innalzata sulle rive del Po, in seguito della Dora per poi finire in Piazza delle Erbe (attuale Palazzo di Città) e nella Piazza Reale (attuale Piazza San Carlo). Negli anni dell’occupazione francese la forca fu sostituita dalla ghigliottina e le esecuzioni avvenivano in Piazza Carlo Emanuele II detta Piazza Carlina.

La zona del rondò della forca nella carta di Torino del 1839

La zona del rondò della forca nella carta di Torino del 1839

Perché questa località era stata scelta per le esecuzioni? Nei secoli passati l’esecuzione doveva essere pubblica e doveva coinvolgere il maggior numero di persone cioè far vedere che il reo veniva punito ed intimorire gli spettatori per prevenire i reati. In quel periodo, l’attuale Rondò della Forca era aperta campagna: era stato scelto proprio questo luogo per la sua vicinanza alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello ed essendo uno spazio molto ampio per contenere un numero elevato di spettatori, inoltre era circondato da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro. Tutt’intorno prati, fossi, pozze e poche case.

L’esecuzione capitale era preceduta da un’usanza che aveva tutto il gusto di un rituale sacrificale: al condannato venivano legati capo e mani, poi saliva sul carro in compagnia del sacerdote. Tale carro percorreva, in mezzo alla folla, le vie della città verso il luogo d’esecuzione pubblica, preceduto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Misericordia con i loro cappucci e mantelli neri, fiancheggiato dai carnefici e dai soldati, mentre la campana del carcere coi rintocchi a morto cadenzava la marcia. Lungo tutto il percorso, il corteo era fatto oggetto a lanci di sassi o di immondizia, verso il condannato o verso il boia che lo accompagnava, secondo l’umore del momento. Arrivata l’ora dell’impiccagione, il Sindaco della Misericordia bendava gli occhi al condannato e don Cafasso concedeva l’assoluzione facendo baciare il crocifisso.

La forca veniva rizzata di volta in volta in quanto l’uso non era frequente e se fosse rimasta in piedi sarebbe stata oggetto di atti vandalici e magari anche di distruzione perché poco amata dai cittadini. Nei giorni precedenti l’esecuzione si rizzava la forca composta da due pali in legno infissi verticalmente nei fori centrali di due grosse macine da mulino ancorate al terreno, sulla loro sommità veniva incastrata una trave trasversale. Su quest’ultima si appoggiavano due scale contrapposte, su una saliva il boia e sull’altra il condannato già col cappio al collo. Fissata la corda del cappio alla trave il boia dava una violenta spinta al condannato che restava appeso nel vuoto e strangolato. Alcune volte il boia saliva sulle spalle del condannato mentre il “tirapiedi” del boia tirava il condannato verso il basso per affrettarne la morte.

esecuzioneLa pena capitale era comminata soltanto nei casi di omicidio e cospirazione politica.
Nel 1853 le due macine vennero rimosse e collocate alla Cittadella dove restarono fino all’abolizione della pena di morte avvenuta nel 1890 (l’ultima esecuzione avvenne nel 1864).
Il giorno dell’esecuzione una grande folla raggiungeva il Rondò della forca e lo spiazzo aveva l’aspetto di una festa popolare con saltimbanchi, cantastorie, venditori e borsaioli. Nel momento cruciale si contava il numero di giri che il corpo dell’impiccato avrebbe fatto prima di restare immobile per giocarli al lotto. Certe volte il pubblico manifestava i suoi umori mediante lanci di sassi al condannato se la condanna era ritenuta giusta oppure alle forze dell’ordine se la condanna era ingiusta.

Al numero 2 di via Franco Bonelli, all’epoca detta “Contrada dei Fornelli” per i molteplici fornelli pubblici, abitava Piero Pantoni, l’ultimo boia di Torino, diverse esecuzioni a carico e una moglie che per la vergogna non usciva mai di casa. La vicina chiesa di Sant’Agostino era detta la “chiesa del boia”, in quanto nei suoi pressi vi venivano sepolti i condannati a morte e i detenuti defunti in carcere: qui il boia cittadino si era guadagnato il diritto ad avere un banco tutto per sé e ad essere sepolto sotto il campanile. Cambia la zona, ma non la considerazione popolare per il mestiere di boia. In alcuni negozi, per ricevere i suoi soldi, gli veniva passata una scodella che serviva a lavare il denaro proveniente dal suo ruolo istituzionalizzato di assassino. E alla moglie del boia i panettieri porgevano il pane al contrario: dopo ripetute proteste da parte del boia alle autorità, un’ordinanza vietò questa pratica e sembra che alcuni forni di Torino cominciarono a cuocere uno strano pane a forma di mattone in modo che potesse essere dato al boia sempre al contrario senza che quest’ultimo potesse lamentarsi. La leggenda vuole che da questa invenzione per aggirare la legge e continuare a manifestare il disprezzo per il boia ebbe origine il pancarré, quello utilizzato per i toast.

“Meglio avere la moglie del boia come cliente, che essere clienti del boia”, dicevano allora.
Diceria popolare vuole che il Pantoni avesse come unico amico il Becchino di Rivarolo, tale Caranca, con il quale si confidava e si disperava per le esecuzioni da lui ritenute ingiuste. Dalla pratica del mestiere del boia ebbero origine diversi modi di dire piemontesi. Il più comune è “bòja fàuss” imprecazione dovuta al fatto che il popolo non accettava che il boia guadagnasse denaro dall’uccisione di altri uomini, per questo i Torinesi lo battezzarono “fàuss”; oppure per indicare un atto compiuto sgarbatamente si dice che “a smija ch’a daga la contenta al bòja”, cioè sembra che dia la paga al boia; per alludere ad una persona che si trovi in fin di vita si dice che abbia preso il brodo delle undici “a l’ha pijà ‘l breu dle ondes ore” perché alle undici del mattino, un’ora prima dell’esecuzione, era usanza offrire una tazza di brodo ai condannati; oppure per indicare un luogo lontano si dice che è sulla forca “an sla forca”.
Nel maggio del 1945 al Rondò della forca ci fu un’ultima esecuzione (ma senza cappio) postuma: la sedicenne Marilena Grill, colpevole secondo alcuni di essere una spia, in realtà una semplice ausiliaria della Repubblica Sociale Italiana, venne fucilata dai partigiani.

Monumento a San Giuseppe Cafasso

Monumento a San Giuseppe Cafasso

Oggi all’angolo con Corso Regina Margherita è possibile ammirare una statua, eretta nel punto esatto in cui una volta c’era il patibolo. Il piccolo monumento, eretto nel 1960 in occasione del centenario della morte, è dedicato a San Giuseppe Cafasso, originario di Castelnuovo d’Asti (AT), nato il 15 gennaio 1811 e moro a Torino il 23 giugno 1860. San Giuseppe Cafasso fu, a Torino, l’apostolo dei carcerati e, in particolare, dei condannati a morte che usava accompagnare, per confortarli, fin ai piedi della forca che li attendeva.

Sulla base del monumento, nei rispettivi quattro lati, si legge:
“A San Giuseppe Cafasso MCMLX”
“Qui sul Rondò della Forca ritorna la soave figura del Santo degli impiccati per ricordare che la giustizia umana ha bisogno di accompagnarsi alla carità di Cristo”
“I carcerati di tutta Italia hanno eretto questo monumento al loro celeste patrono nel centenario della sua morte in umile testimonianza di riconoscenza e sincero proposito di redenzione”

Particolare del monumento a San Giuseppe Cafasso

Particolare del monumento a San Giuseppe Cafasso

“Come un ponte ideale fra le cupole della Consolata e Dell’Ausiliatrice brillano le figura dei Preti Santi: Can. Cottolengo, Don Cafasso, Don Bosco, che hanno reso famoso nel mondo il nome di Torino”.
La storia macabra di questo slargo non è attenuata da una storia più antica, testimoniata ancora dal nome del Corso Valdocco che deriverebbe dal toponomastico latino Vallis Occisorum. L’area sarebbe, dunque, un luogo da lungo tempo deputato alla morte e, per tale motivo, entrato nei tour di Torino degli appassionati di occultismo ed esoterismo.

Gianni Cordola

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