Il carnevale di Laietto

LOU CARLEVÉ DOU LIEUT in francoprovenzale

ËL CARLEVÉ DËL LAJET in piemontese

Il carnevale di Laietto è una delle più rappresentative e particolari manifestazioni del folclore alpino francoprovenzale. Si svolge a Laietto una frazione montana del Comune di Condove in Valle di Susa. Questo carnevale aveva nel passato due momenti distinti: le “Dëspresie” o le “Busaje” e le “Barbuire”. Si cominciava il giorno dell’Epifania, alternativamente si eseguiva una delle prime due, ovvero un anno si facevano “Le Dëspresie” (i dispetti) e l’anno successivo “Le Busaje”.

“Le Dëspresie” erano una serie di piccoli furti, che venivano praticati nella notte antecedente la festività da parte dei giovani del paese. Venivano asportati fuori dalle case, balle di paglia, scale di legno, pantaloni o altri indumenti stesi ad asciugare, falci, zappe o rastrelli, tutto andava bene. Ma la cosa non finiva male perché l’indomani mattina tutto quanto era stato “preso in prestito” sarebbe stato restituito ai legittimi proprietari depositandolo sul piazzale antistante la chiesa e le vittime di questi scherzi dovevano andare a cercarsi il loro maltolto senza poter scatenare le loro ire contro gli ignoti colpevoli e sottostare all’ironia comunitaria.

“Le Busaje” erano invece una pubblica presa in giro che si svolgeva, sempre sul piazzale della chiesa di Laietto alla fine della messa grande dell’Epifania, un corteo chiassoso costituito da giovani mascherati sommariamente con mantelli e cappellacci, al suono di strumenti improvvisati, attendeva i giovani uomini e le donne nubili all’uscita della funzione religiosa per unirli a caso in matrimonio, deridendoli e apostrofandoli con canti, lazzi, filastrocche e battute anche licenziose. I giovani, che si burlavano pure fra di loro, declamavano i loro versi sotto ad un grande ombrello mentre un’altro teneva in mano un grosso cero acceso. Al termine delle letture tutti i biglietti con le satire venivano bruciati pubblicamente al fine di non lasciare traccia di quanto detto e far scomparire ogni malizia con una risata nel nome del carnevale.

Il vero carnevale aveva luogo alla domenica grassa, ossia quella precedente le Ceneri, con protagoniste le “Barbuire”, ambigui personaggi mascherati che si dividono nel gruppo dei belli – il Monsù e la Tòta (il Signore e la Signora), i due Arlecchini con le maschere bianche e il cappello delle fate, il Dottore e il Soldato – e dei brutti – il Pajasso, che indossa corna di mucca e porta appeso ad una gamba un campanaccio che risuona ad ogni passo, e le coppie di Vecchi e Vecchie. Il rito si basa proprio sul Pajasso, che porta con sé un bastone alla cui sommità è legato un gallo: questo personaggio e le coppie di Vecchi si divertono a spaventare i borghigiani e a far scherzi, soprattutto alle ragazze, vere destinatarie della festa. Il corteo delle Barbuire, accompagnato dalla banda musicale, si snoda per le viuzze di Laietto e raggiunge un prato dove si vedono gli Arlecchini, Monsù e Tòta ballare al ritmo della musica della banda, mentre Pajasso e Vecchi continuano le loro scorribande. Entrano poi in scena Dottore e Soldato, che corrono in soccorso delle Barbuire stremate, per somministrare loro una potente medicina: cicchetti di vino e grappa fatti in casa. La rievocazione si chiude con il Pajasso che taglia la testa del gallo – che nel frattempo è stato appeso ad un pero in mezzo al prato – decretando la morte del Carnevale, la fine dell’inverno e l’arrivo della primavera, in un rituale di fecondità e prosperità per l’anno nuovo.

Il pajasso

Gianni Cordola

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