Quando si bruciava il carnevale alla Torretta

Condove è un comune ricco di tradizioni e di cultura, con una storia che ha le proprie radici nel passato delle popolazioni Celtiche. Ogni evento storico ha lasciato tracce nelle tradizioni locali, nelle feste comunali e nelle ricorrenze religiose. Simboli di usanze agresti, di rituali legati alla natura e al volgere delle stagioni, al ritorno della vita e alla speranza di ottenere messi abbondanti e una vita sicura. Esistono delle tradizioni condivise e di queste una riguarda la celebrazione del Carnevale: maschere, scherzi, dolci e tanta goliardia che termina con il Martedì Grasso, ultimo giorno di vita di Re Carnevale che ha regnato su questa settimana trasgressiva. Al termine del Carnevale, si brucia un fantoccio che può assumere le sembianze di una Vecchia, del Re Carnevale o altro. Dell’usanza di bruciare un personaggio dalle sembianze umane al termine del carnevale, si trovano tracce in parecchie regioni d’Italia.

Bruciare solennemente questo pupazzo significa distruggere definitivamente la stagione invernale, segnando l’arrivo della primavera con la rinascita della natura e della vita stessa. Questo periodo coincide infatti con un tempo di tregua nei lavori stagionali della campagna. Nel Carnevale sono confluiti i riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo Celtico, connessi con le feste che segnano l’inizio di un ciclo agricolo e quindi stagionale, ispirati al bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male: per questo l’atto di bruciare rimane comune pur nelle diversità locali.

Noi abitanti della contrada dei Fiori e Rivi di Condove bruciavamo il Carnevale alla Torretta perché si vedesse da tutto il paese e sembrasse più grande di quello che veniva bruciato dagli abitanti della piazza e borgo della Chiesa su una piccola altura salendo da Via Matteotti lungo la mulattiera per la borgata Bodrola (sotto il truc La Comba); questo avveniva solitamente nella domenica successiva al martedì grasso.

La Torretta di Condove

I contradaioli dei Fiori, che più sentivano viva questa tradizione, erano soliti accumulare in un campo di loro proprietà il materiale necessario per la realizzazione del falò. Già nelle settimane precedenti, ma in linea generale durante tutto l’inverno, portavano nel campo scelto della paglia, ma anche i rami delle ultime potature. La tradizione vuole, infatti, che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi.

L’accumulare materiale per il falò di carnevale, nel nostro paese, ha una data di inizio ben precisa. È il giorno di Sant’Antonio, patrono degli animali. Una ricorrenza molto sentita sia nella alta che nella bassa valle di Susa. In molti casi veniva scelta una palo lungo e diritto che aveva il compito di fungere da pertica. Attorno ad esso veniva poi accatastato il resto: legna, fascine, paglia, fieno, oggetti vari, sedie spagliate, assi, panche. Giorno dopo giorno, la pira aumentava di volume.

Il falò

Dal colore della cenere del falò, anni fa i vecchi delle borgate sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme per il vento. Se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto. Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano spolverati di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della primavera.

La tradizione di bruciare il Carnevale era viva anche a Mocchie e Frassinere, mentre a Laietto “Le Barbuire” decretavano la morte del Carnevale con il “Pajasso” che tagliava la testa ad un gallo.

Dai giorni successivi al falò del Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timidi segnali di primavera, qualche primula e viola a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

Un’altra tradizione legata al Carnevale che cambia il nome da regione a regione (ma non la sua sostanza) è quella di mangiare le bugie (chiamate anche chiacchere o fiocchetti). Queste sono dei dolci tradizionali che hanno la forma di una striscia, sono fatte con un impasto di farina che viene fritto o cotto al forno e successivamente spolverato di zucchero a velo.

Gianni Cordola

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