Dazio e daziere

Il dazio o gabella

Dazio, la parola deriva dal latino e l’istituzione è altrettanto antica. Si possono ritrovare esempi di dazi fin dai tempi più antichi: in epoca romana servivano soprattutto a fornire i fondi alle casse delle città, prima fra tutte la capitale. In epoca medioevale ai tempi in cui le città erano murate e le porte della città venivano chiuse di notte, lungo le vie di accesso si trovava il casello del dazio e chiunque “dal sorgere del sole al calare del sole” volesse introdurre merci in città pagava il dazio.

Tristemente famosa era la gabella sul sale che arrivava nel Basso Piemonte dalla Provenza: troviamo attestazioni di questo commercio sin dal XII secolo, lungo la via del sale. Si narra che in tempi remoti i commercianti di sale, di ritorno dalle saline ubicate in Provenza ed essendo oberati da alti dazi sul sale, usavano coprire l’ultima parte della botte, riempita di sale, con le acciughe, in modo da sfuggire agli occhi dei gabellieri, un espediente per evitare di pagare i dazi doganali, altissimi su questo prodotto e più bassi sul pesce. La guerra ai contrabbandieri del sale ha infiammato per secoli i sentieri fra il Ducato di Savoia e gli Stati confinanti.

L’usanza dei dazi continuò per secoli e dopo l’unità d’Italia, fu ufficializzata con  legge n. 1827 del 3 luglio 1864.

Era un’imposta per finanziare i comuni e di conseguenza le grandi città eressero una cinta daziaria per controllare il passaggio delle merci. Si pagava dazio sul vino, sui liquori e sulle carni. Poi, dopo la grande guerra, venne estesa a una vasta gamma di generi di consumo: olio, profumo, scarpe, tessuti, materiali da costruzione. Dal 1931 la parola dazio fu abolita, ma il pagamento rimase con il nome di Imposta Comunale di Consumo e le imposte venivano incassate direttamente dai comuni. Nel 1972 l’imposta di consumo fu eliminata con l’istituzione dell’IVA, che dura ancora oggi.

La cinta daziaria di Torino

La città di Torino era stata privata delle sue mura in età napoleonica in base all’editto del 23 giugno 1800, pochi giorni dopo la battaglia di Marengo.

Nel 1853 venne decisa la costruzione della cinta daziaria per motivi fiscali in base allo Statuto Albertino del 1848, che concedeva la possibilità alle città di riscuotere dazi. Il muro alto più di due metri fu costruito dal 1853 al 1858 aveva un perimetro di 16,5 km e includeva l’area compresa fra la Cittadella, l’attuale Cimitero Generale e San Salvario (dove c’era un forte problema di contrabbando, che si voleva debellare). All’interno del muro e lungo di esso correva una strada per tutta la sua lunghezza e così pure una seconda strada all’esterno del muro. La cinta aveva due caselli di controllo lungo le ferrovie (verso Genova e verso Susa), oltre a quelli di Nizza, Stupinigi, Orbassano, Crocetta, San Paolo, Foro boario, Francia, Martinetto, Lanzo, Milano, Abbadia di Stura, Regio Parco, Vanchiglia, Casale, Villa della Regina, Piacenza, Ponte Isabella, che permettevano l’accesso alla città e a queste barriere si riscuoteva il dazio.

La cinta daziaria del 1853 in una mappa di Torino del 1896

La presenza della cinta daziaria condizionò lo sviluppo urbanistico di Torino, tra il XIX e il XX secolo. Per non pagare il dazio, infatti, molte attività industriali si insediarono nei pressi delle barriere, così come fecero molti artigiani e molti operai, per i quali era più economico vivere fuori dalla cinta daziaria. La conseguenza fu che intorno alle barriere nacquero veri e propri quartieri, che ancora oggi portano nel proprio nome il ricordo della cinta (basti pensare alla Barriera di Milano, nata intorno, per l’appunto, alla barriera sulla strada che arrivava da Milano); spesso questi nuovi borghi ebbero uno sviluppo urbanistico disordinato, dimenticando l’antica pianta ortogonale che caratterizzava il centro cittadino. E non solo, il continuo aumento della popolazione intorno alle barriere, per evitare il pagamento del dazio, preoccupò le autorità cittadine, sia per lo sviluppo vertiginoso e incontrollato dei nuovi quartieri, sia, evidentemente, per le mancate entrate fiscali.

La cinta venne abbattuta quando Torino decise, nel 1912, di dotarsi di una cinta più ampia in seguito allo sviluppo della città. Lungo il percorso della cinta sono sorti alcuni dei corsi principali della Torino di oggi: corsi Bramante, Lepanto, Pascoli, Ferrucci, Tassoni, Svizzera, Mortara, Vigevano, Novara e Tortona.

La nuova cinta daziaria del 1912 mai completata

Nel 1912 in seguito all’espansione della città e a un piano regolatore del 1906 venne progettata e non del tutto costruita una nuova cinta daziaria, più esterna e molto più ampia della precedente, per includere le attività economiche nate nel frattempo sul territorio cittadino. La nuova cinta correva lungo quelli che oggi sono le vie Vigliani, Reni, Maria Mazzarello, De Sanctis, Cossa, Sansovino, Veronese, Botticelli ma non fu mai completata. Furono però edificate le barriere in quelle che adesso sono le piazze Bengasi, Massaua, Rebaudengo e Stampalia. Le barriere d’ingresso a Torino funzionarono fino agli anni 60 del XX secolo, molti dei torinesi più anziani le ricordano ancora.

Nel 1930, durante il periodo fascista, vennero aboliti i dazi e quindi anche questa cinta non ebbe più motivo di esistere. Anche se poi, caduto il regime, i dazi furono ripristinati e la loro abolizione ebbe luogo solo nel 1972.

Chi era il daziere o gabelliere

Era l’esattore del Dazio una tassazione particolarmente invisa al popolo. Il Dazio andava applicato al penultimo passaggio, quello tra grossista e dettagliante su di una marea di prodotti: dalle cucine a gas o a legna al ferro da stiro in ghisa, dai mobili di casa ai prosciutti e ai salumi, ed altri mille oggetti e mercanzie.

La procedura prevedeva che ogni commerciante che riceveva la merce avvisasse immediatamente (mi pare entro un massimo di 30 minuti) il Daziere, che di solito abitava in paese. Lui veniva, apponeva un sigillo che poteva essere un piombino chiuso su di uno spago che rimaneva allegato alla merce oppure se del caso con un timbro circolare. Naturalmente c’era da pagare e questo andava a caricare il prezzo di vendita.

Il Daziere poteva sanzionare chi non “metteva il dazio” con contravvenzioni piuttosto pesanti, ma lo stesso poteva fare se lui scopriva di esse stato chiamato in ritardo.
Con queste premesse si capisce perché il Daziere non fosse amato, anzi era poco simpatico praticamente a tutti, o quasi. Sicuramente temuto. Tentare di fregarlo era più uno sport che una vera e propria voglia di evadere.

La pesa pubblica di Condove

Era un meccanismo di grande precisione. Al vederla sembrava un pezzo di strada formato da una lastra di acciaio rigato perfettamente in piano. Ci salivi sopra con un camion di qualche tonnellata e lo pesavi. Poi passavi a consegnare anche solo un barattolo da 10 kg e, quando ci salivi sopra di nuovo, ti dava il nuovo peso preciso al chilo.

Indispensabile quando il dazio si pagava a peso perché stabiliva in modo ufficiale il netto dedotto della tara. Era utilizzata anche dai privati quando dovevano vendere un carro di fieno o di legna o un carico di pietre, ecc.

Sotto la piattaforma in acciaio c’era una fossa tutta foderata di cemento armato dove venivano posate una serie di leve e contrappesi lavorati con precisione. Il tutto era collegato, fuori terra, con una bilancia a leve.

La perfezione del meccanismo era tale da restituire il peso con alta precisione. Le pese pubbliche, in più, avevano la possibilità di stampare il peso inserendo un cartoncino dove veniva impressa a rilievo la data e il peso che acquisivano un carattere ufficiale e non contestabile.

A Condove negli anni ’60 l’ufficio del dazio era in Viale Bauchiero. C’era un daziere o gabelliere, un pubblico ufficiale incaricato della riscossione delle gabelle o tasse indirette. In realtà era una figura a metà fra l’ufficiale pubblico e un libero professionista, concessionario in proprio, in quanto una percentuale dei proventi derivanti dalla riscossione delle imposte gli era dovuta.

La pesa era accanto l’ala grande del mercato in via Cesare Battisti. Accanto alla pesa un piccolo vano in muratura ospitava la stadera fuori terra e i documenti.

pesa pubblica e ala mercato di Condove

Nel 1972 il dazio fu sostituito dall’IVA, che dura ancora oggi. I dazieri andarono in pensione o trovarono altri impieghi. La pesa pubblica durò ancora poco, ormai il commercio di materiale sfuso diventava meno diffuso, le aziende avevano la loro pesa in stabilimento.

Gianni Cordola

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La balma o barma

     Una breve riflessione sull’origine del termine: balma ritorna in numerosi toponimi e in parlate romanze dell’arco alpino, la sua area di diffusione va dall’arco alpino occidentale fino alla Guascogna attraversando la Francia meridionale. Il toponimo sulle Alpi piemontesi ha valore di antro, grotta, riparo sotto roccia. Con questo significato vive tuttora nel Piemonte. Nei dialetti liguri occidentali invece troviamo la forma arma, grotta per riparo all’ombra degli animali nelle ore più calde del giorno. Nel francoprovenzale si registra il toponimo barma con significato oltre che di riparo sotto la roccia anche di alpeggio. In francese balme, mentre in occitano presenta il consueto passaggio al – au diventando baume, in tedesco balm con significato identico ai precedenti.
                                                               Riepilogando
Piemontese:             Balma = antro, grotta, riparo sotto roccia per animali
Francoprovenzale: Barma = antro, grotta, riparo sotto roccia, termine tecnico dell’alpeggio
Occitano:                  Baume = grotta, riparo sotto roccia
Ligure occidentale: Arma = grotta, riparo per meriggio degli animali sotto roccia
Francese:                  Balme

     Gli anfratti rocciosi e le pareti strapiombanti che in un tempo remoto ospitavano animali selvatici oggi per lo più scomparsi, divennero in un secondo tempo il ricovero dei primi abitatori delle montagne. Sono tipi particolari di grotte presenti in aree alpine e prealpine, solitamente dei massi erratici, che dopo il distacco dalla parete rocciosa, o trascinati durante i periodi delle glaciazioni, si fermavano presentandosi in una posizione che, con un po’ di lavoro da parte dell’uomo, permettevano di ottenere un ricovero.
     La barma consiste in un unico vano naturale o scavato sotto un grosso masso che funge da tetto e chiuso sui lati da uno o più muri a secco. Veniva utilizzato a bassa quota per il ricovero degli animali, del foraggio o della lettiera, a maggiore altezza si usa come ricovero di emergenza in caso di maltempo. Generalmente la barma è priva di porta, l’accesso è libero. Usate ancora oggi come riparo temporaneo di bestie e pastori, durante la seconda guerra mondiale sono servite anche da riparo ai partigiani. In certe zone di montagna i luoghi degli alpeggi hanno spesso una balma vicina, riutilizzata di anno in anno.
     Alcune balme sono diventate veri monumenti di architettura rurale come a Balma Boves nel comune di Sanfront al piede del Monbracco o come la barma detta Binò Alpelté, in località Binò, che fa parte del Walser Ecomuseum di Gressoney-La-Trinité.
     Numerosi toponimi della Alpi Occidentali hanno origine da questo termine nelle sue diverse varianti, quali ad esempio quello del comune di Balme o il Colle della Barma e la punta omonima (al confine tra il Biellese e la Valle d’Aosta), oppure il villaggio di Barmasc nel comune di Ayas.
     Un uso particolare della balma si ritrova in Valle d’Aosta: oltre che come riparo infatti si è sviluppato l’uso delle barme chiuse, che prendono il nome di barmet, cantine o stalle a seconda dell’uso al quale viene destinato il locale. Ogni anno si tiene a Villeneuve la Fiha di barmé, la festa dei barmé o barmet, che possono essere utilizzati anche per la viticultura, come deposito per l’acqua per preparare il verderame con cui irrorare i vigneti.

     Anche nella montagna di Condove sono presenti delle barme, la più conosciuta è senz’altro la Barmanera (Barmanèiri in francoprovenzale) cioè la barma nera, oscura, che si incontra salendo al Santuario del Collombardo.

La Barmanèiri

Non da meno è la Barma moulere, riparo sotto roccia della cava di pietre da macina che si trova ai confini tra Condove e Mocchie lungo la strada piana di Mocchie poco dopo il Salto dei Francesi, luogo di riposo dei cavatori che lavoravano nei pressi al taglio e al distacco delle pietre da macina. Barma del masso dei messi (Barma dou roch dij mess o dou diav), dove durante la seconda guerra mondiali gli abitanti della zona erano soliti utilizzarla come riparo durante i bombardamenti.
     Nel territorio del comune di Condove troviamo ancora: barma larun, barma caté, barma du fin, barma chouquin, barmafrèida, barmarata, barma chërlichèta, barma dla traita, barma ‘d trombëtta, la mineri dla barma, barma gnasiet, barma davì, barma dle masque, barma ëd canal, barma fru e tante altre di cui si è perso il nome.

Gianni Cordola

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Il mio ricordo della scuola

Ciascuno di noi ha ricordi indelebili della scuola. A scuola diventiamo grandi, cominciamo a conoscere noi stessi e gli altri, ci confrontiamo con i sogni e la realtà, immaginiamo le persone che vorremmo essere e ci sorprendiamo a considerarli i migliori anni della nostra vita.

Anno 1953 La domenica del corriere annuncia l’inizio dell’anno scolastico

La scuola ai miei tempi iniziava il primo di ottobre e terminava a giugno. Mi ricordo il primo giorno nel lontano 1953, ordinato, lavato e pettinato, con il grembiulino nero, colletto bianco e un gran fiocco azzurro. Ero già stato all’asilo eppure quel giorno, ero preoccupatissimo ma anche curioso di conoscere questo nuovo mondo, mi batteva forte il cuore e la mamma, che mi accompagnava, cercava di rassicurarmi: “A scòla mama a-i é pa, ma a-i é ël magìster; ti it fas con chiel l’istess coma se i fussa mi – A scuola mamma non c’è, ma c’è il maestro; quindi comportati con lui come se ci fossi io”. Non mi va di fare un confronto retorico su quanto sarebbe bello se i genitori anche oggi dicessero una cosa del genere ai propri figli, voglio solo ripercorrere la potenza intimidatoria di cui erano investite queste parole… E per me ogni insegnante, fu un’autorità a cui si doveva il massimo rispetto. Alla fine, andò tutto bene, ritrovai amichetti dell’asilo e un maestro buono e paterno.

Il giorno seguente, ero già molto più tranquillo. I genitori, allora, affidavano i loro bambini alla scuola con fiducia, si dava per scontato che gli insegnanti avessero sempre ragione e non ci fosse mai da discutere con loro per difendere i propri figli. Essi avevano delle certezze, la prima era che gli insegnanti avrebbero fatto il loro lavoro nel migliore dei modi e, oltre all’istruzione, avrebbero anche dato un’educazione ai loro ragazzi, ma la cosa che più li faceva stare tranquilli, era il fatto che i bambini, dentro alla scuola, erano al sicuro, controllati e in un edificio solido, dove non sarebbe mai crollato il soffitto o parte di esso! Oggi, non è più così, le scuole stanno cadendo a pezzi ma non riusciamo più a trovare i soldi per la manutenzione, nemmeno dopo che sono successi incidenti gravissimi, per fortuna, non a Condove.

Ho frequentato la scuola elementare di Condove che accoglieva tutti i bambini del paese. Era una scuola con un aspetto severo nella piazza principale dotata di grandi aule, di una palestra e di un cortile per le attività fisiche all’aperto: corsa, salto ed esercizi a corpo libero. Si accedeva a scuola nell’anno in cui si compiva il sesto compleanno.

Condove la scuola elementare

Le aule erano arredate con banchi da due posti con il calamaio in mezzo con l’inchiostro per scrivere e ogni volta che cadeva una goccia sui quaderni…aiuto…! Tanti rimproveri. La nostra salvezza era la carta assorbente. Il primo libro era il sussidiario, ma i metodi di studio erano ben diversi e non sempre adatti allo spirito dei bambini. A scuola si lavorava molto e spesso non si capiva bene ciò che il maestro voleva dire e allora erano guai… a casa dovevamo ricorrere ai genitori o ai parenti. Il primo insegnamento si basava sulle aste: cioè su segni che preparavano alla scrittura.

Non avevo lo zaino per i libri ma una borsa che si chiamava cartella, all’interno il sussidiario,la carta assorbente, l’astuccio in legno con le penne e i pennini, qualche matita colorata e un lapis nero, oltre a una o più gomme per cancellare, i quaderni erano più piccoli degli attuali, uno a righe ed uno a quadretti con la copertina nera ad effetto pelle di serpente. Si scriveva inizialmente con la matita e poi con un pennino che si bagnava con l’inchiostro.

Quaderni

C’era la lavagna con gessetto, cancellino e la cattedra. In quegli anni la lavagna non era appesa al muro, ma era posta su un supporto di legno e quando era completamente scritta da un lato, veniva ruotata sull’altro lato. Sui muri dell’aula c’erano tanti cartelloni con le lettere dell’alfabeto con a fianco l’immagine dell’oggetto la cui iniziale corrispondeva a quella lettera, oltre alla carta geografica d’Italia, la foto del Presidente della Repubblica e l’immancabile crocefisso.

Lavagna

Dopo aver imparato a leggere e scrivere in Italiano facevamo il dettato e i riassunti, di aritmetica facevamo la moltiplicazione, la divisione, la sottrazione e l’addizione; storia e geografia le studiavamo sul libro e il maestro ci risentiva quello che avevamo studiato a casa. L’anno scolastico era diviso in tre trimestri con voti per ogni materia alla fine di ognuno, i voti andavano da uno a dieci e al termine dell’anno scolastico si era promossi alla classe successiva o bocciati per ripetere l’anno. Era valutata anche la condotta ossia il comportamento in aula e fuori durante la ricreazione. Fino al 1958 si sosteneva un esame in terza elementare, si trattava di un esame vero e non di un pro forma e non era impossibile essere bocciati e dover ripetere la terza elementare anche se tutto quello che si chiedeva all’alunno era di saper leggere, scrivere e far di conto. Superato quello scoglio l’esame successivo era quello del quinto anno per ottenere la licenza elementare che permetteva di proseguire gli studi. Quando entrava il direttore o un insegnante, tutti ci alzavamo in piedi e dicevamo buon giorno. Le classi erano separate tra maschi e femmine, noi eravamo in 18 alunni, i più lontani provenivano dalle borgate Poisatto, Fucine e Ceretto. Le borgate di montagna avevano la loro scuola in loco.

Il percorso da casa mia, in contrada dei Fiori, alla scuola elementare non era lungo. Quando c’era neve la discesa dalle vie Francesco Re e Garibaldi, le ripide strade selciate che portavano alla piazza, era divertente perché permetteva di fare delle belle scivolate, con grande disappunto di molti, in quanto, passa e ripassa, in breve si formava una lastra di ghiaccio (che per la verità era proprio ciò che si voleva ottenere). Il divertimento era allora brutalmente interrotto dallo spargimento di sabbia, cenere o segatura. Partivamo dal borgo io, mio fratello Giorgio ed Ercole Borgis, che facevano la quarta elementare, l’anno successivo si aggiunsero Felice Midellino, Marisa Versino e Renata Reinaudo.

I ragazzi della contrada dei Fiori

Ricordo alcuni compagni di classe: Ravetto, Ferro, Midellino Piero, Cordola Luciano (il mio compagno di banco), Arrigoni Paolo, Zagner, Girardi Livio, Croce Giovanni, Soave, Cordola Bruno, Bonaudo Arturo, Borello Remigio, Lorigiola, Serrato, Listello Valter. All’uscita di scuola quasi sempre percorrevo via IV Novembre e Via Mazzini assieme a Lucianino che andava dalla nonna alle Fucine e Paolo che abitava vicino al rio della Rossa.

Il ricordo delle giornate di scuola mi rimase impresso a lungo negli anni seguenti, soprattutto per alcuni eventi inconsueti. Ad esempio, vigeva nella scuola la consuetudine dei castighi: non erano quelli corporali veri e propri, tipo bacchettate, già in quegli anni non più tanto di moda, ma consistevano in strane forme di punizione cosiddetta educativa ed esemplare: ho ben presente l’immagine di compagni discoli in castigo dietro alla lavagna oppure passare un periodo dietro la lavagna a scrivere molte volte la stessa frase o “penso”, oppure obbligati a scrivere sul quaderno ripetute volte il motivo del castigo.

Memorabile fu l’anno in cui con l’aiuto del nostro maestro Trovato ,costruimmo una mongolfiera (forse è più giusto dire un pallone aerostatico ad aria calda o lanterna) di carta dal diametro di circa tre metri, ed un pomeriggio sulla piazza del paese dando fuoco ad un panno imbevuto di alcool il pallone si alzò in volo. Grande fu la gioia di noi ragazzi nel vedere volare il pallone costruito da noi stessi con materiali poveri: canne di bambù, carta, colla e fil di ferro. Lo seguimmo per un tratto finché scomparve alla nostra vista verso la montagna. Per giorni aspettammo di ricevere una cartolina che avevamo attaccato ad esso per sapere dove fosse arrivato, ma niente, non abbiamo più saputo nulla, chissà dove era finito.

Pallone ad aria calda

Nell’ultimo anno di scuola ci fu un altro momento importante per noi: è stato quando abbiamo recitato un racconto con l’intervento di tecnici del terzo canale radio per la registrazione. Ognuno di noi aveva una parte nella recita e Lorigiola che aveva una bella voce cantava un allegro motivetto. Il tutto era stato diffuso in radio nel mese seguente.

Ricordo che ogni anno si celebrava la festa degli alberi, dove con i compagni di classe, esonerati da qualche ora di lezione, assieme al maestro, andavamo in corteo dalla scuola fino in Via Conte Verde sulle prime pendici dell’altura chiamata “La Mura” a mettere a dimora delle piantine di alberi forniteci dalla Forestale. Si cercava così di insegnare a noi bambini quanto era importante il bosco.

Nel periodo natalizio allestivamo in aula un piccolo presepe realizzato con ciò che avevamo a disposizione, ognuno di noi portava qualcosa ma tante volte casette e statuine erano di carta, ritagliate anche dai noi bambini. Le casette oltre che di carta erano fatte con pezzetti di legno o di paglia, usavamo la ghiaia per fare le strade e la carta blu dello zucchero per fare i ruscelli, era proprio una festa fare il presepe per noi bambini, poi si imparavano poesie sul Natale da recitare in casa la sera della vigilia.

Io non fui certo esente dai rimproveri, in particolare per la disciplina, era sufficiente che il maestro voltasse le spalle per lanciare palline di carta ai compagni oppure con la cerbottana costruita arrotolando la copertina di un vecchio quaderno far volare coni di carta lunghi e sottili fabbricati ad arte. Avevamo anche imparato a lanciare sassolini o chicchi di riso con un vecchio pennino fuori uso infilato nel banco di legno e usato come catapulta. Giochi non autorizzati e puniti dal maestro con rimproveri verbali o con la convocazione di un genitore ed allora erano guai seri.

Questi ricordi ed emozioni fanno parte di un grande dono che, oltre a consentirci momenti di piacevolezza nel rievocare, rappresentano un valido strumento di crescita attraverso l’osservazione di noi stessi consentendoci di mettere a confronto alcune nostre parti in un rapporto dinamico tra il prima e il dopo, tra il nostro passato e il nostro presente.

Gianni Cordola (gennaio 2020)

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Anno 1970 i lavoratori della Moncenisio dicono no alle armi

Il 24 settembre 1970 i lavoratori della Officine Moncenisio, azienda metalmeccanica operante in Condove paese della Valle di Susa, primi e forse unici nel mondo, ebbero la consapevolezza e la dignità di chiedere alla proprietà di non produrre più armi, strumenti di morte e distruzione per i popoli. L’iniziativa suscitò la solidarietà da parte di persone e movimenti in varie parti del mondo e stimolò altri lavoratori ad affrontare la questione della produzione di armi e della riconversione dell’industria bellica.

Le Officine Moncenisio nate nel 1906, occupavano nel 1970 circa 850 persone tra operai e impiegati e fabbricavano principalmente vagoni ferroviari per il Ministero dei Trasporti e macchine per la tessitura di calze. Però, prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale le maestranze erano state impegnate a fondo nella fabbricazione di proiettili, bombe e soprattutto armi subacquee. L’industria Condovese era registrata negli elenchi dei fornitori della Marina Militare, la quale richiedeva ogni anno all’azienda gli elenchi dei giovani di leva per un eventuale arruolamento.

Officine Moncenisio di Condove

La mozione approvata dai lavoratori della fabbrica in assemblea generale segnava una importante presa di coscienza da parte della massa operaia. Era un documento unico nel suo genere in Italia.

Vediamo i contenuti principali del documento: “I lavoratori delle Officine Moncenisio, considerando che il problema della pace e del disarmo li chiama in causa come lavoratori coscienti e responsabili e che la pace è supremo interesse e massimo bene del genere umano…(omissis)… – diffidano – la Direzione della loro officina dall’assumere commesse di armi, proiettili, siluri o di altro materiale destinato alla preparazione o all’esercizio della violenza armata, di cui non possono e non vogliono farsi complici. – Avvertono – tempestivamente e lealmente le autorità aziendali di non essere pertanto in nessun caso disposti a lavorare, trasportare e collaudare i suddetti materiali bellici. – Esigono – dallo Stato e dal potere politico che il pubblico denaro, che è denaro dei lavoratori, sia investito nella costruzione e nella fabbricazione di cose utili ai loro interessi, richieste dalla loro dignità umana, rivendicate dal loro senso di giustizia e dal loro amore alla pace, di cui l’umanità ha estremo bisogno. – Chiedono – alle organizzazioni sindacali di appoggiare la loro strategia di pace, di propagandarla in Italia e, tramite le internazionali sindacali, fra i lavoratori di tutto il mondo; alla Chiesa cattolica e alle altre Chiese ed organizzazioni religiose di voler rilevare ed appoggiare il contenuto religioso e morale della loro presa di coscienza”.

Come si era arrivati all’approvazione del documento pacifista? Il tutto era stato preparato a lungo, copie della mozione erano state fatte circolare mesi prima in tutti i reparti dell’azienda, in modo che ciascun lavoratore prendesse conoscenza e consapevolezza del problema. C’erano stati dibattiti, discussioni, incontri con il GVAN “gruppo valsusino di azione non violenta”, fondato da Achille Croce, Don Giuseppe Viglongo e altri, di cui alcuni componenti furono tra i primi obiettori di coscienza e il cui sacrificio doveva portare al riconoscimento del servizio civile come alternativa alla leva militare. I giovani della Moncenisio erano molto favorevoli all’iniziativa mentre gli anziani erano più propensi a soluzioni di compromesso per timore di perdere posti di lavoro, ma il documento fu approvato quasi all’unanimità. Da quel momento l’iniziativa fu fatta pervenire ad altre fabbriche impegnate nella produzione di materiale bellico perché fosse discussa e portata avanti.

Possiamo dire che nel 1970 la non violenza entrò nella fabbrica: dove una volta si costruivano strumenti di morte, da quel giorno si lavorò per preparare la pace, partendo dalla base cioè dalla coscienza dei lavoratori. Il Mahatma Gandhi tolta la veste bianca aveva indossato la tuta del metalmeccanico.

Alcuni componenti del Gruppo Valsusino di Azione Non Violenta

In piedi da destra: Don Viglongo, Giovanni Croce, Walter Listello, Achille Croce, Roberto Carlovich, Ramsahai Purohit, sconosciuto, Gualtiero Cuatto, sconosciuto. Fila in basso da destra: Piersandro Roccati, Alberto Perino, Mario Suppo, Mariagrazia Benvenuti, Marina Falco, Giovanni Falco, Mariolina Montagnoli.

Gianni Cordola

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Il mio ricordo del Natale

È dicembre e tra pochi giorni arriverà il Santo Natale e per quelli della mia età, nati alla fine degli anni 40 questa era la festa religiosa più importante dell’anno, perché ricordava la nascita di Gesù Bambino portatore nel mondo di pace, gioia e amore. Per me questa festa è un tuffo nel passato quando la ricorrenza veniva vissuta necessariamente in forme diverse per gli scarsi mezzi economici a disposizione delle famiglie. Sembra incredibile pensare che, sessant’anni fa, le cose erano totalmente diverse, anzi, proprio l’esatto contrario: il Natale era una festa esclusivamente religiosa e vissuta in maniera più intensa e partecipata di quanto non lo sia oggi. Dai miei ricordi si può compiere un affascinante viaggio fra usanze e tradizioni che oggi vengono riscoperte e riportate in vita.

A Condove e sicuramente nella quasi totalità della Valle di Susa negli anni 50 si faceva il presepe e non l’albero di Natale. Era tradizione in tutte le famiglie, fare il presepe ma per realizzarlo veniva utilizzato materiale povero e naturale e veniva preparato per tempo; infatti nei giorni precedenti il Natale coi fratelli più grandi andavamo nei boschi a raccogliere il muschio, licheni, corteccia d’albero e pietre per il presepe.

Muschio

Le statuine del presepe non erano di plastica; spesso erano di legno o di argilla; altre volte erano di carta, ritagliate anche dai noi bambini. Le casette erano fatte di legno o di paglia, usavamo la ghiaia per fare le strade e la carta blu dello zucchero per fare i ruscelli, era proprio una festa fare il presepe per noi bambini.

Presepe

Il presepe veniva realizzato anche nella Chiesa di San Pietro in Vincoli, all’asilo Perodo e nella scuola elementare del paese. Il presepe veniva costruito seguendo delle regole precise: la grotta con Gesù Bambino veniva posizionata sempre a sinistra cioè ad ovest o ponente mentre i Re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sempre a destra.

I doni li portava Gesù Bambino durante la notte di Natale e i bambini li trovavano al ritorno della messa di mezzanotte o la mattina appena svegli; Babbo Natale arriverà solo alla fine degli anni cinquanta inoltre i doni in tante case non arrivavano a Natale ma alla Befana.

L’albero di Natale venne invece introdotto nei primi anni Sessanta: veniva fatto con rami di abete o altre piante sempreverdi legati assieme e decorati con mandarini, limoni, noci, castagne, pigne, frutta secca, qualche caramella e cioccolatino, biscotti preparati in casa, il giorno di Natale, poi, si mangiava tutta la frutta e i dolci che erano appesi.

Durante l’Avvento a Condove i ragazzi si riunivano nella Parrocchia per tutto il tempo che precedeva il Natale e intonavano i canti popolari della tradizione regionale, uno diverso dall’altro ma ciascuno con una sua particolarità, che narravano gli eventi della tradizione legati al Bambin Gesù, dall’annuncio a Maria, al viaggio a Betlemme per il censimento, alla nascita. Per le vie del paese cominciavano ad arrivare gli zampognari che andavano in giro per le case allietando con musiche caratteristiche del Natale; erano vestiti in maniera tipica, con maglioni in lana di pecora e non erano improvvisati: erano zampognari veri, di professione. Si tratta di una di quelle tradizioni che, cadute nell’oblio, vengono ora riproposte ai più giovani, con successo.

Zampognari

Durante la cena della vigilia si verificava un fatto che era specifico delle feste di Natale: prima della cena, sotto il piatto del Papà, i figli piccoli mettevano, di nascosto, una lettera dove si prometteva maggior impegno a scuola, maggior educazione in famiglia e si assicurava di volersi impegnare nello svolgere qualche lavoro. Le lettere venivano lette dal Papà e ascoltate con molta attenzione da tutti i commensali, seguiva la recita delle poesie imparate a scuola.

Dopo la cena ci si preparava per andare ad assistere alla messa di mezzanotte. Prima di uscire di casa la mamma furtivamente metteva un dono sul mio letto per me. Il dono (lo scoprii negli anni successivi) era il regalo per i figli dei dipendenti Fiat, ma al ritorno della messa ero convinto fosse passato Gesù Bambino.

Durante la messa, quando nasceva Gesù le campane squillavano a festa, e un avvenimento che contribuiva a creare l’atmosfera natalizia era il bacio al Gesù Bambino rappresentato da una statua in gesso a grandezza naturale posta davanti alla balaustra.

Questo momento emozionante era seguito da tutti coloro che partecipavano alla messa mentre la Cantoria di quel tempo intonava il famoso e antico canto natalizio “Tu scendi dalle stelle”, accompagnato da tutti i fedeli presenti.

Il pranzo di Natale era uno dei pochi giorni in cui si faceva festa concedendosi una deroga ai frugali pasti quotidiani. Il menù tipico del Natale era rituale: qualche fettina di salame crudo e cotto e poi a seguire il classico risotto al vino, la gallina arrosto con patate lesse bevendo vino rosso locale. La frutta secca chiudeva il pranzo. Il dolce natalizio non era il panettone ma le frittelle di mele.

Capodanno, negli anni cinquanta non vi era l’usanza di aspettare svegli lo scoccare della mezzanotte, perché il 31 dicembre era un giorno come tutti gli altri. Dagli anni sessanta, si è cominciato a riunirsi in famiglia, facendo qualche giocata a tombola, per aspettare l’anno nuovo, come oggi. E allo scoccare della mezzanotte era tradizione lanciare fuori casa una scodella o un piatto usurati in segno di cambiamento rispetto al passato.

La festa dell’Epifania rappresenta il ricordo dell’offerta dei doni dei Magi nella grotta di Betlemme: questi Magi erano sapienti che, guidati da una stella, arrivarono dall’Oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato, offrendogli oro, incenso e mirra; successivamente vennero indicati come Re e ne vennero identificati tre, con i nomi Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. La tradizione folkloristica ha affiancato la figura della Befana come distributrice di doni. L’usanza era di mettere sotto il camino o vicino alla stufa una grande calza per permettere alla Befana di riempirla di doni. Appena svegli al mattino correvamo in cucina a vedere la calza gonfia e traboccante di roba, era davvero una grande festa per noi che esplodevamo di felicità. Cosa c’era nella calza: mele, noci, mandarini, caramelle, qualche biscotto. Per i bambini più monelli veniva portato il carbone nero, un dolce che richiama in tutto la forma del carbone ed è composto prevalentemente da zucchero.

Oggi il Natale lo viviamo diversamente, ma non è il Natale ad essere cambiato, bensì è il cuore degli uomini che ha perso un po’ l’obiettivo, non si ha tempo più per nessuno, perchè si corre dietro ai regali, alle luci e al divertimento. Come avrete notato il consumismo attuale ha cancellato tutto ma non ha cancellato i piacevoli ricordi della mia infanzia.

Gianni Cordola, dicembre 2019

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I suoni della borgata

Tutti noi conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo cresciuti; quel ricordo che, di solito, si trasforma in una visione che rende il luogo un paesaggio parlante.

A mio padre, che viveva al Coindo, una borgata di Condove (TO), gli era sufficiente aprire la porta di casa per sentire quei suoni, e avere la sensazione di un paesaggio che appare e scompare. Lui dalla porta osservava il sorgere del Sole, oppure l’aria carica di sottile foschia che pian piano si alzava al cielo, e si sentiva il caratteristico suono dell’acqua.

frazione Coindo

In natura sono poche le cose che offrono una varietà così grande di suoni come l’acqua, che in montagna trova sicuramente l’ambiente migliore per manifestare le sue diverse voci. Al rumore del rio, che cantava sottovoce quando scorreva in superficie, si contrapponeva il suono scrosciante del torrente col fragore della corrente rimbalzante tra i sassi. Quando il torrente era in piena le sensazioni erano più forti: il rumore era allora cupo, roboante, provocato da una corrente rabbiosa, con il rumore dei sassi che si urtavano tra loro, rotolando sul fondo, tanto pareva alzassero una voce lontana, da sottoterra. Anche gli spruzzi d’acqua della fontana avevano la loro voce: gorgogliavano cadendo nella vasca di pietra.

fontana del Coindo

Il sibilo del vento, seguito da nuvole scure, indicava l’arrivo di un temporale con fulmini e tuoni, quelli che in poco tempo lasciano a terra molta acqua e grandine. La pioggerella era silenziosa, ma diventava scrosciante quando martellava in un’acquazzone. La grandine si manifestava con un ticchettio il cui timbro cambiava al variare della cosa colpita e dalle dimensioni del chicco. Invece la neve, che pareva non avere voce, aveva il potere di attenuare ogni altro suono, ovattando anche il suono delle campane.

Unico è il suono delle campane del campanile, e in particolare il suonare a festa; lo scampanellare per la benedizione della sera; il loro suonare per annunciare il trapasso di qualcuno; e il pressante richiamo delle campane suonate a martello richiamava i paesani per i primi soccorsi in caso di calamità.

Laietto – Campanile parrocchia S.Vito

Molti altri sono i suoni entrati a fare parte dei ricordi di mio padre, montanaro di nascita. Impossibile infatti dimenticare il verso degli animali, così diverso per ciascuno di essi: il miagolio del gatto, l’abbaiare del cane, il pigolio del pulcino, il cantare del gallo e il chiocciare della gallina, lo starnazzare dell’oca, il muggito della mucca, il raglio dell’asino, il belato della pecora, il ronzio del moscone, il gracchiare dei corvi e delle cornacchie, il tubare delle tortore e delle colombe.

Poi, quando si avventurava per la campagna circostante la borgata, non mancava di ascoltare la voce del cuculo, i gorgheggi degli uccelli sopra gli alberi, il tamburellare del becco del picchio, lo squittìo dello scoiattolo, il gracidare della rana, il frinire del grillo e della cicala, compagni del ronzio delle api e dei calabroni; e ancora il soffio della serpe, il frullìo delle ali del fagiano in fuga tra i cespugli. E, in alta montagna, il fischio della marmotta, lo stridere del falco con i suoi battiti d’ala veloci e nervosi, oppure alle volte il grido dell’aquila.

Anche il tramonto aveva il suo concerto: nel tardo pomeriggio si udiva il il garrito delle rondini in volo attorno ai fienili; mentre più tardi, al calar della sera, si poteva ascoltare la civetta, e il suono appena percepibile dei pipistrelli in volo.

Per finire il suono dei campanacci al collo delle vacche in pastura; lo scampanellio giocoso della campanella della capra; il fischio del vento tra i rami e lo stornire delle foglie; i suoni dei rami secchi che si spezzavano sotto gli scarponi, e il fruscio delle foglie secche calpestate durante le passeggiate per sentieri e mulattiere.

Non meno intenso era il ricordo dei suoni del mondo del lavoro: il raschiare della sega a mano; i suoni del martello sul ferro, sul legno e sulla pietra; il rumore sfrigolante della falce sull’erba e quello raschiante della sua lama durante l’affilatura con la cote; il gorgoglio dei getti di latte nel secchio durante la mongitura; i colpi della scure per spaccare la legna.

Altri suoni ormai scomparsi sono i canti dell’osteria di Gildo al Laietto, sempre allegri; il suono del corno che annunciava lo sparo delle mine e poi segnalava il cessato pericolo durante la costruzione della carrozzabile per Laietto; il suono della raganella, lo strumento che il venerdì santo sostituiva le campane.

Osteria di Gildo

A questi ricordi di suoni della borgata natìa di mio padre, aggiungo qualche altro suono del paese di Condove all’epoca dei miei anni verdi. Primo fra tutti l’inconfondibile suono della sirena delle Officine Moncenisio che durante la giornata accompagnava l’entrata e uscita dei vari turni di lavoro. E la corriera che con le sue trombe segnalava la partenza per le borgate montane e il suono l’accompagnava in ogni curva del percorso.

Ricordo però anche altri suoni famigliari. Anzitutto quello delle campanelle attaccate con un ferro a molla accanto alle porte dei negozi e attivati dal movimento delle stesse. Tra queste soprattutto quella della locale Alleanza Cooperativa Torinese, dove spesso venivo mandato a comprare generi alimentari di vario tipo, o anche dal tabaccaio per comprare sale e fiammiferi.

La ricordo con simpatia per il suo suono accattivante e impertinente, ma anche per il suo vezzoso dondolio che persisteva a lungo dopo ogni apertura della porta. Sonagli simili erano talora presenti alla porta delle case, sostituendo a tutti gli effetti gli attuali campanelli elettrici. Quando entrambi mancavano, ci si annunciava con la voce.

Passano gli anni e grandi sono stati i cambiamenti; ora gran parte di questi suoni non esistono più; le campane suonano soltanto nei giorni festivi; l’acqua, scorrendo nei ruscelli privi di manutenzione, spesso causano danno ai terreni. Nel paese i rumori prevalenti sono quelli delle autovetture: clacson, sgommate e frenate improvvise, e ancora lo sferragliare dei treni.

A questo punto non si è parlato di un suono: più che altro, è un rumore difficile da capire, anche se fa molto rumore: quello della vita del giorno d’oggi, che ci porta via pace e serenità, e segna il confine tra il rumore che ci disturba e il suono che ci affascina.

Gianni Cordola (scritto nel 2011)

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Quando si bruciava il carnevale alla Torretta

Condove è un comune ricco di tradizioni e di cultura, con una storia che ha le proprie radici nel passato delle popolazioni Celtiche. Ogni evento storico ha lasciato tracce nelle tradizioni locali, nelle feste comunali e nelle ricorrenze religiose. Simboli di usanze agresti, di rituali legati alla natura e al volgere delle stagioni, al ritorno della vita e alla speranza di ottenere messi abbondanti e una vita sicura. Esistono delle tradizioni condivise e di queste una riguarda la celebrazione del Carnevale: maschere, scherzi, dolci e tanta goliardia che termina con il Martedì Grasso, ultimo giorno di vita di Re Carnevale che ha regnato su questa settimana trasgressiva. Al termine del Carnevale, si brucia un fantoccio che può assumere le sembianze di una Vecchia, del Re Carnevale o altro. Dell’usanza di bruciare un personaggio dalle sembianze umane al termine del carnevale, si trovano tracce in parecchie regioni d’Italia.

Bruciare solennemente questo pupazzo significa distruggere definitivamente la stagione invernale, segnando l’arrivo della primavera con la rinascita della natura e della vita stessa. Questo periodo coincide infatti con un tempo di tregua nei lavori stagionali della campagna. Nel Carnevale sono confluiti i riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo Celtico, connessi con le feste che segnano l’inizio di un ciclo agricolo e quindi stagionale, ispirati al bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male: per questo l’atto di bruciare rimane comune pur nelle diversità locali.

Noi abitanti della contrada dei Fiori e Rivi di Condove bruciavamo il Carnevale alla Torretta perché si vedesse da tutto il paese e sembrasse più grande di quello che veniva bruciato dagli abitanti della piazza e borgo della Chiesa su una piccola altura salendo da Via Matteotti lungo la mulattiera per la borgata Bodrola (sotto il truc La Comba); questo avveniva solitamente nella domenica successiva al martedì grasso.

La Torretta di Condove

I contradaioli dei Fiori, che più sentivano viva questa tradizione, erano soliti accumulare in un campo di loro proprietà il materiale necessario per la realizzazione del falò. Già nelle settimane precedenti, ma in linea generale durante tutto l’inverno, portavano nel campo scelto della paglia, ma anche i rami delle ultime potature. La tradizione vuole, infatti, che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi.

L’accumulare materiale per il falò di carnevale, nel nostro paese, ha una data di inizio ben precisa. È il giorno di Sant’Antonio, patrono degli animali. Una ricorrenza molto sentita sia nella alta che nella bassa valle di Susa. In molti casi veniva scelta una palo lungo e diritto che aveva il compito di fungere da pertica. Attorno ad esso veniva poi accatastato il resto: legna, fascine, paglia, fieno, oggetti vari, sedie spagliate, assi, panche. Giorno dopo giorno, la pira aumentava di volume.

Il falò

Dal colore della cenere del falò, anni fa i vecchi delle borgate sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme per il vento. Se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto. Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano spolverati di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della primavera.

La tradizione di bruciare il Carnevale era viva anche a Mocchie e Frassinere, mentre a Laietto “Le Barbuire” decretavano la morte del Carnevale con il “Pajasso” che tagliava la testa ad un gallo.

Dai giorni successivi al falò del Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timidi segnali di primavera, qualche primula e viola a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

Un’altra tradizione legata al Carnevale che cambia il nome da regione a regione (ma non la sua sostanza) è quella di mangiare le bugie (chiamate anche chiacchere o fiocchetti). Queste sono dei dolci tradizionali che hanno la forma di una striscia, sono fatte con un impasto di farina che viene fritto o cotto al forno e successivamente spolverato di zucchero a velo.

Gianni Cordola

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I soprannomi dei paesi

(Jë stranòm dij pais)

Tutti i paesi delle nostre valli nel passato erano catalogati con uno o più motti coloriti. Questi nomignoli scherzosi venivano dati in base alle abitudini, ai lavori, ai pregi o difetti che gli abitanti del tal posto avevano, influiva anche la posizione del luogo, che contava molto per questa simpatica e tipica abitudine. Il soprannome veniva appioppato dai residenti di un paese a quelli dei paesi vicini, tradizionalmente avversi. Buona parte dei motteggi nacque dallo spirito di campanilismo che animò nel passato i rapporti tra i nostri piccoli agglomerati.

Presento ora un elenco di soprannomi o nomignoli (stranòm) nella lingua Piemontese di alcuni paesi della Valle di Susa, Val Sangone, Val Chisone e Valli di Lanzo, tratti in parte dalle preziose ottave di Don Michele Gallo, dallo studio del Gruppo Ricerca Piscina e da varie altre fonti.

Inizio dal mio paese Condove che è oggi un grande comune situato sulla sinistra orografica della Dora Riparia il cui territorio comprende gli ampi valloni dei torrenti Sessi e Gravio. Questo territorio montano fino al 1935 ha fatto parte degli ex comuni montani di Mocchie e di Frassinere un tempo popolati e produttivi, oggi quasi abbandonati.
Il dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna compilato negli anni 1834÷1854 riporta una breve descrizione degli abitanti dei tre comuni oggi accorpati Frassinere, Mocchie e Condove.
FRASSINERE – Gli abitanti sono robusti, applicati al lavoro ed al traffico, ed assai costumati.
MOCCHIE – I mocchiesi sono in generale vigorosi, ben fatti nella persona, affaticanti, sobri e gioviali: attendono all’agricoltura ed alla pastorizia.
CONDOVE – Gli abitanti di Condove sono assai robusti e pacifici, ma non si distinguono per vivacità d’ingegno come quelli che stanno sui vicini balzi posti a tramontana.

Gli abitanti delle borgate di Mocchie e Frassinere chiamavano i Condovesi “massòch” o “sgnaca babi”.   “Massòch” duri di comprendonio o poco svegli visto il riferimento ad un ceppo di legno.   “Sgnaca babi” (përché na vira a l’era na contrà rantanosa). Schiaccia rospi perché una volta la zona oggi occupata dagli stabilimenti industriali ex Moncenisio era un tempo un’area esclusivamente agricola e naturale: orti, frutteti e prati a nord, estesi terreni anticamente paludosi a sud (ij maresch).

Airasca: “rané” pescatore o venditore di rane

Alpignano: “gavasson” forniti di grossi gozzi

Avigliana: “mastia ociaj” mastica occhiali oppure “vilan” dal detto “Vian-a vilan-a për ij so peca a l’é sprofondà”, Avigliana villana per i suoi peccati è sprofondata.

Balme: “gait” allegri gioiosi gaudenti

Bruino: “sensa fede” senza credo

Bussoleno: “sofièt” soffietti, forse deriva dal frequente rumore del fischio dei treni

Casellette: “mangia givo” mangia maggiolini

Chiusa S. Michele: “pasi” mansueti, tranquilli forse dal detto Piemontese “A toca andé a la Ciusa, là ‘t lo fan a comand” . Bisogna andare alla Chiusa, là te lo fanno su comando (un detto per definire gli incontentabili)

Coazze: “lacia crave” mungitori di capre

Collegno: “fora gavass” pungigozzo

Cumiana: “pavè” per la condizione delle strade

Druento: “mangia rave” mangia rape

Fenestrelle: “ ij pentnëtti” i pettinini

Fiano: “fidlin” vermicelli

Giaveno: “porchet” maiali

Givoletto: “siole pien-e” cipolle ripiene

Grugliasco: “përpojin” pidocchi dei polli

La Cassa: “ciocaton” ubriaconi

Lanzo: “cravon” caproni

Lemie: “mangia can” mangia cani, per colpa della povertà gli abitanti si adattavano perfino a mangiare i cani.

Mompantero: “mangia coco” mangia cuculo per significare uomo sempliciotto

None: “sensa onor” senza onore

Pianezza: “sëmna sal” semina sale

Piscina: “rasatà” abbruciacchiati o abbrustoliti per la carenza di acqua

Rivalta: “malinteis” perché intendono le cose al contrario

Rivoli: “pià ‘nt le fëtte” presi nelle fette ossia sempre in ritardo

Sangano: “sensa lege” senza legge

San Gillio: “pista senëvra” pesta senape

Susa: “sgnaca bugnon” schiaccia ascessi riferito a pratiche molto diffuse in paese di medicina popolare

Trana: “balord” balordo

Torino: “bicerin” bicchierini per l’uso molto diffuso da metà ottocento di bere una bevanda fatta di cioccolato, caffè, fior di latte, ecc. in un piccolo bicchierino di vetro.

Usseglio: “barbaboch” barba di becco “përché na vira le fomne d’Ussej a calavo ‘nt la pian-a a cheuje le piantin-e ‘d barbaboch për vendje peui an sij mërcà”. Perché una volta le donne di Usseglio scendevano al piano a raccogliere le piantine di barba di becco (scorzonera, salsefrica, trapogon pratensis) per venderle poi nei mercati.

Val della torre: “brusatà” bruciacchiati perché privi d’acqua

Varisella: “mangia riondela” mangia malva

Viù: “grata cul” gratta culi “frut dla reusa servaja ch’a fa graté ël cul”, frutti della rosa selvatica che fanno prudere il sedere, per dire rompiscatole, fastidioso, noioso

Volvera: “cossòt” zucchine

Per concludere questa breve ricerca, voglio riportare alcuni versetti in Piemontese di Gallo Michele sull’ironia dei soprannomi, trovati sull’Almanacco Piemontese del 1969:

Soportoma ‘n santa pas / costi epiteti ch’ai dà / sò caratere ò ‘l cas / ai pais e a le borgià; / Ij’abitant për soa natura, / se ‘nt’na val ò ‘nt’na pianura, / s’a son bei ò s’a son brut, /stranomà son dapërtut.

Gianni Cordola

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Quando si viveva senza frigorifero

Se fino agli anni 50 del secolo scorso a Condove e nella quasi totalità delle borgate montane il frigorifero era un elettrodomestico sconosciuto, come conservavano gli alimenti le nostre nonne? La risposta in queste poche righe che descrivono gli “usi” più popolari.

Il frigorifero, l’elettrodomestico più utilizzato nelle nostre case, è stato inventato negli Stati Uniti prima degli anni 20 del secolo scorso, era dotato di un compressore che produceva il freddo localmente e autonomamente. L’idea è talmente buona da spingere un decennio dopo a produrlo a livello industriale. In Italia è arrivato verso la metà degli anni ’40 e, solo nelle case ricche, poiché troppo costoso. Ha cominciato a svilupparsi dappertutto negli anni 60.

L’impiego del freddo per la conservazione alimentare è una pratica consolidata da secoli. Ma mancando in passato i sistemi moderni per generarlo, l’unico modo con cui mantenere basse temperature per molti mesi all’anno era quello di costruire ghiacciaie sotterranee, caricate durante l’inverno con neve e ghiaccio. Ma come si riusciva nel passato a produrre ghiaccio e a conservare gli alimenti deperibili quando non si possedeva il frigorifero?

La ghiacciaia, era un buco profondo, in un luogo freddo, dove si raccoglieva la neve durante l’inverno e si copriva il tutto con fascine. Questa neve diventava ghiaccio che durava fino all’inverno successivo. La persona che custodiva la nevaia, tagliava, con una sega, man mano il ghiaccio necessario e, alla fine dell’estate, il buco era diventato così profondo che gli occorreva una scala a pioli per arrivare in fondo alla nevaia.

Il ghiaccio della nevaia, veniva comperato dalle famiglie, oltre che per tenere i cibi al fresco, per realizzare sorbetti o granite. Il pezzo di ghiaccio veniva grattato poi, sul composto ottenuto, si versava lo sciroppo, quasi sempre di menta o amarena: una delizia per grandi e piccini.

Ma senza ghiaccio come si faceva? Gli alimenti deperibili venivano consumati in giornata o, al massimo nei due giorni successivi. La conservazione del cibo è sempre stata la principale preoccupazione dell’essere umano, nel corso dei secoli si sono tramandate tecniche che hanno funzionato abbastanza bene.

Come dicevo esistono varie tecniche per mantenere i cibi, o strategie che i nostri vecchi mettevano in pratica, e non sono neanche tanto complicate, vediamo come.

Innanzitutto le nostre case avevano una cantina o un locale adatto alla conservazione degli alimenti cioè fresco, buio, asciutto e senza muffe o umidità, bastava soltanto preservarlo da roditori e insetti che potevano penetrare. Trappole per topi e recipienti pieni di acqua e zucchero, dove le mosche annegavano non mancavano mai.

Castagne: tendono facilmente a prendere la muffa o i vermi. Si conservavano tenendole a bagno in acqua per nove giorni: i frutti bacati salivano a galla e potevano essere gettati. Quindi si mettevano ad asciugare e si stendevano in cantina tra strati di sabbia ben secca.

Formaggio: veniva avvolto in panni di lino imbevuti di aceto di vino e posato su un’asse sospeso al soffitto nella cantina.

Frutta: mele e pere venivano adagiate in lunghe file tra foglie secchie sopra i pavimenti di solai o cantine, mentre prugne, lamponi, fragole, pesche, ciliegie, albicocche ecc. diventavano marmellate, composte, gelatine, sciroppi e liquori. Fichi e prugne si facevano anche seccare al sole. L’uva si appendeva a corde o a telai: se i chicchi appassivano, bastava immergerli un quarto d’ora prima dell’uso in una bacinella piena d’acqua tiepida. Le noci venivano immerse nella sabbia secca, ma più frequentemente trasformate in olio.

Cereali: venivano conservati con la macinatura o con l’essiccatura al sole o all’aria ma spesso germinavano o ammuffivano.

Patate: si conservavano in un locale asciutto e spazioso per poterle stendere e areare ogni tanto, scuro per evitare che inverdiscano e ne troppo freddo ne troppo caldo, per impedire gelo o germinazione. I germogli venivano tolti prima che si sviluppassero (un accorgimento era di posizionare le patate in vicinanza delle mele perché il gas etilene sprigionato dal frutto ritardava la maturazione delle patate).

Insalata: veniva avvolta in panni umidi, ma la maggioranza della verdura in generale finiva in barattolo; a seconda della stagione infatti le massaie mettevano sott’olio, sott’aceto o in salamoia, con ricette variabili da paese a paese, fagiolini, cipolline, cavoli, melanzane, peperoni, funghi, pomodori.

Uova: immerse in vasi di terracotta colmi d’acqua di calce, dai quali venivano pescate con speciali mestolini bucati oppure sepolte in cassette con sale fino e sistemate in cantina. Sul fondo della cassa rivestita di carta veniva posto uno strato di sale fino e su questo le uova una accanto all’altra. Gli spazi tra le uova venivano colmati di sale e coperti con un ultimo strato. Le uova conservate in questo modo si mantenevano sane anche per otto mesi. Altro metodo era di seppellire le uova in cassette colme di grano.

Salumi: se interi si conservavano appesi, in un luogo fresco e riparato dalla luce solare.

Le carni: venivano di solito messe sotto sale, sotto il grasso della sugna, oppure essiccate, affumicate, in salamoia o sotto aceto.

L’affumicatura è un processo che richiede generalmente da 24 a 48 ore per essere portato a termine. La qualità del legno utilizzato per produrre fumo è fondamentale per il sapore finale: quercia, faggio, ontano, acero, melo e ciliegio sono generalmente legname di prima scelta che dona sapori caratteristici alla carne.

L’essiccamento di carne, ma anche di pesce e frutta, era praticata secondo il metodo antico e utilizzava soltanto la luce solare e il vento: il calore del sole e una costante brezza secca che scorreva tra gli alimenti da conservare favoriva l’espulsione dell’acqua e rallentava la decomposizione e la moltiplicazione dei microrganismi nocivi.

La salagione può essere efficace quanto l’affumicamento nella conservazione del cibo e spesso costituiva il passo preliminare per un’affumicatura di successo. Il sale creava un ambiente fortemente alcalino in cui ben pochi funghi, muffe o batteri potevano sopravvivere: ogni cellula vivente subiva un veloce processo di disidratazione fino a morire per carenza d’acqua.

La salamoia consisteva nell’immergere gli alimenti in una soluzione di acqua e sale, all’interno di piccoli vasi di terracotta.

La conservazione sotto aceto. L’aceto crea un ambiente salino o acido in cui i batteri e le muffe non sono in grado di proliferare, consentendo la conservazione del cibo anche per mesi.

Questa carrellata di usanze ci racconta un pezzo della nostra storia scandita attraverso la tecnica e l’ingegno dei nostri antenati affinché le nuove generazioni conoscano l’asprezza della vita nei tempi passati.

Gianni Cordola

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Coindo: perché non ne vada perduta la memoria

Mi piace scavare nel passato, ma soprattutto, amo i luoghi abbandonati della montagna Condovese che assomigliano a fantasmi di pietra, dove vecchie storie raccontano eventi e situazioni passate dai nostri avi, storie che sanno di semplicità, povertà e onestà. Mi piace entrare nelle case abbandonate e guardare cosa resta della memoria di chi era vissuto.

Oggi faccio un salto alla borgata di origine della mia famiglia e di tante altre con lo stesso cognome Cordola: il Coindo (Ou Couindou in francoprovenzale, ël Coindo in piemontese – si pronuncia Cuindu) un piccolo borgo rurale del comune di Condove diviso in due agglomerati di case denominati l’uno Superiore e l’altro Inferiore (Couindou damoùn e daveù).

frazione Coindo arrivando dalla mulattiera

frazione Coindo

Sino al 1936 le due borgate han fatto parte del Comune di Mocchie poi aggregato con il Comune di Frassinere a Condove. La parrocchia di appartenenza è Laietto. Le frazioni sono collocate sul versante esposto a sud della Valle di Susa e poste in destra idrografica del torrente Sessi. Il terreno, su cui si alternano principalmente faggeti, castagneti e pascoli, è caratterizzato da una decisa pendenza verso il fondo valle ed il torrente Sessi.

Al borgo superiore si arriva a piedi dopo aver percorso una mulattiera dalla provinciale che porta alla frazione di Laietto. Case a due piani, la stalla e la cucina sotto e sopra le camere, a volte un fienile, tetti coperti da lastre di pietra.

Solo 100 anni fa, una cinquantina di persone sopravviveva in questa borgata, che fu abbandonata quasi di colpo perché arrivarono strade migliori e la gente riuscì a scappare da quella che considerava una schiavitù, consegnandosi al paese dove, dal 1906, stava crescendo la prima grande industria: La Società Anonima Bauchiero per la costruzione di veicoli ferrotranviari. Sono rimaste case, mulini, barme, fontane: ruderi coperti di polvere, ragnatele, divorati dalle erbacce e dal tempo. Paese fantasma che è ormai difficile scorgere, nella boscaglia. Però sono ancora lì, nascosti e a loro modo vivi: testimonianza di un tempo recente eppure lontanissimo che meriterebbe di essere conosciuto, ricordato.

Una borgata che era davvero molto popolosa, gente di montagna, gente d’altri tempi, dalla tempra e dal carattere forte come le rocce che neanche il vento riesce a scalfire. Persone laboriose, avvezze al lavoro e alla fatica quotidiana, ma, al contempo capaci di sorridere, anzi, di ridere con quei modi di essere arguti e sornioni.

Le giornate iniziavano prima dell’alba e terminavano a notte fonda, conoscevano bene l’alternarsi delle stagioni, ciò che preannunciava il temporale e quindi la necessità del darsi da fare, mentre capivano subito quando il tempo era favorevole, l’esperienza era condita dai proverbi e dai detti popolari. Si viveva di castagne, dei prodotti dell’orto, di una mucca, di qualche capra e del loro latte, della segala coltivata sulle fasce strette. Il bosco, certo: con la legna, i sentieri puliti come il letto dei torrenti e dei rii.

Mia nonna “Melain (Cordola Melania 1858-1929)” curava la casa, le bestie nella stalla, il piccolo orto davanti casa e lavorava il latte. Il nonno “Djàn dla bèrdzera (Cordola Giovanni 1862-1946)” si occupava dei lavori nei campi, nel bosco e di un pergolato davanti casa carico di grappoli d’uva che ogni autunno trasformava in vino. Il fratello del nonno “Miqlin (Cordola Michele 1846-1929)” valente falegname creava oggetti in legno per tutta la piccola comunità; si trattava di arte povera limitata alle cose essenziali cioè armadi, sedie, tavoli, cassapanche, sgabelli e tutto ciò che poteva servire in casa, con un lavoro di pialla e scalpello. Alla sera si radunavano nella stalla del nonno oppure in quella di “Carlin (Cordola Carlo 1847-1929)”, “Cetch (Cordola Francesco 1851-1918)” o “Tounin (Cordola Antonio 1845-1930)”.

Là, alla luce del lume a petrolio le donne più anziane filavano la lana, le più giovani facevano la maglia o rammendavano, i giovani incontravano le ragazze nubili sotto lo sguardo vigile delle madri, gli uomini chiacchieravano, giocavano a carte e soprattutto raccontavano di fatti magici vissuti o risaputi, mentre i bambini ben svegli sgranavano gli occhi per l’interesse e per la paura, pronti a farsi accompagnare per andare a dormire onde non rischiare improvvisi avvistamenti delle masche. La serata finiva con un buon bicchiere di vino.

Non mancava lo spirito di collaborazione: quando una mucca doveva partorire tutti, in quella stalla davano il meglio e diventavano veterinari.

Lascio il Coindo e raggiungo i ruderi della borgata Chiandone affrontando grovigli di liane e di rovi, come un esploratore a colpi di roncola. Riscopro questi luoghi perché non ne vada perduta la memoria: scosto porte cigolanti, mi avventuro sotto tetti pericolanti, trovo piccoli dettagli: un paio di scarpe sfondate, lo scheletro di un letto, piatti sbeccati e cocci di bottiglia, una scritta a carbone sulla pietra, che raccontano storie infinite.

Ruderi borgata Chiandone

Anno 2014 – Ruderi borgata Chiandone (foto E. Borroni)

 

 

 

 

 

 

          

A volte tornando in questi luoghi sento un brivido come percepissi delle presenze e mi convinco che un giorno la gente capirà che questi posti non devono essere abbandonati e tornerà ad abitarli. Una casa al Coindo è già stata ristrutturata nonostante la mancanza di una strada carrozzabile e mi auguro non resti l’unica ma venga seguita da altri interventi.

Gianni Cordola

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