Ël travèt

Per i piemontesi “travèt” ha significato di impiegato modesto e diligente di bassa leva che ritiene di avere trovato “il posto sicuro”. Umile impiegato sempre maltrattato, sciatto, monotono, servile ma utile come un travetto per sostenere l’Amministrazione pubblica piena di falle.

Il termine deriva dal nome di Ignazio Travèt, protagonista della commedia piemontese “Le miserie ëd Monsù Travèt” scritta da Vittorio Bersezio. Opera in piemontese andata in scena per la prima volta al teatro Alfieri di Torino nel 1863. Tale raffigurazione non piacque al folto numero di impiegati statali che fischiò l’opera durante la prima; ma in seguito essa ebbe un grande successo, e il nome del protagonista entrò nella lingua italiana ad indicare appunto un impiegato vessato.

Non è una parola che capita spesso di vedere o udire, ma la figura da cui nasce, l’impiegato Ignazio Travèt, ai suoi tempi ha avuto un gran mordente sull’immaginario collettivo e di quando in quando viene ancora usata da saggisti o giornalisti particolarmente colti.

Il signor Travèt (cioè “travetto”, piccola trave) nella commedia di Bersezio è un impiegato pubblico che sul posto di lavoro subisce le vessazioni di un capoufficio che lo odia, vive la continua frustrazione di vedere cani e porci venir promossi prima di lui e svolge compiti monotoni e ripetitivi. Nonostante ciò nelle proprie mansioni è diligente, puntuale, e affronta il dovere con vero spirito di sacrificio; per di più nemmeno a casa le cose vanno meglio, per il signor Travèt, visto che anche lì subisce maltrattamenti da parte di moglie, figli e domestica.

Così il travet diventa per antonomasia il piccolo burocrate dedito tanto al proprio lavoro quanto all’ingoiare rospi con modestia. Una figura che anche a circa centosessanta anni di distanza dalla prima de “Le miserie ëd Monsù Travèt” non è certo sparita. Una parola bella e incisiva che veramente può impreziosire un discorso.

Teatro Alfieri di Torino

Per comprendere meglio la vita di un modesto impiegato nel 1870 ho letto il regolamento che disciplinava il comportamento dei dipendenti nello Stato Vaticano in un libro pubblicato dalla Pontificia Universitas Gregoriana, Miscellanea Historiae Pontificiae, dal titolo: La Vita religiosa a Roma intorno al 1870 ricerche di storia e sociologia, a cura di P. Droulers, G. Martina e P. Tufari dove sono citate le norme cui dovevano attenersi tutti gli impiegati delle ditte e delle botteghe presso lo stato Vaticano.

Il regolamento in Vaticano nel 1870

  1. Gli impiegati dell’ufficio devono scopare i pavimenti ogni mattina, spolverare i mobili, gli scaffali e le vetrine.
  2. Ogni giorno devono riempire le lampade a petrolio, pulire i cappelli e regolare gli stoppini, e una volta la settimana dovranno lavare le finestre.
  3. Ciascun impiegato dovrà portare un secchio d’acqua e uno di carbone per la necessità della giornata.
  4. Tenere le penne con cura; ciascuno può fare la punta ai pennini secondo il proprio gusto.
  5. Questo ufficio si apre alle sette del mattino e si chiude alle otto di sera, eccettuata la domenica, nel qual giorno resterà chiuso. Ci si aspetta che ciascun impiegato passi la domenica dedicandosi alla chiesa e contribuendo liberamente alla causa di Dio.
  6. Gli impiegati uomini avranno una sera libera alla settimana a scopo di svago, e due sere libere se vanno regolarmente in chiesa.
  7. Dopo che un impiegato ha lavorato tredici ore in ufficio, dovrà passare il rimanente tempo leggendo la Bibbia o altri buoni libri.
  8. Ciascun impiegato dovrà mettere da parte una somma considerevole della sua paga per gli anni della vecchiaia, in modo che egli non diventi un peso per la società.
  9. Ogni impiegato che fuma sigari spagnoli, faccia uso di liquori in qualsiasi forma, frequenti biliardi o sale pubbliche, o vada a radersi dal barbiere, ci darà una buona ragione per sospettare del suo valore, delle sue intenzioni, della sua integrità e onestà.
  10. L’impiegato che avrà svolto il suo lavoro fedelmente e senza errori per cinque anni, avrà un aumento di paga di 5 centesimi al giorno, ammesso che i profitti della ditta lo permettano.

Gianni Cordola

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I riti e le usanze della notte di San Giovanni

Mi piacciono le tradizioni, le usanze, e alcune di queste riguardano il 24 giugno, la notte di San Giovanni, da sempre considerata una notte magica, che segue il solstizio d’estate quando il sole è al suo apice e imprime forza e vigore alla natura e alle sue creature. È una festa cristiana che, come spesso accade, si è innestata su una precedente festa pagana risalente probabilmente alla ritualità celtica (Litha solstizio d’estate) celebrata con riti propiziatori e l’accensione dei falò, usanza che ancora oggi illumina la sera della festa di San Giovanni in diversi paesi. In questo particolare periodo dell’anno, la natura raggiunge il suo massimo splendore,

A Mocchie, Laietto, Frassinere e in tutte le borgate di Condove la mattina del 24 giugno, non mancavano mai porte di case e stalle con del ramoscello di noce appeso allo stipite ed un bacile su un davanzale contenente l’acqua o rugiada di San Giovanni.

Con fronde di noce si adornavano le case traendone responsi propizi dal sussurrare delle foglie al vento e dal loro avvizzire lento o veloce. Usanza conosciuta come il “ramoscello di noce di San Giovanni”, albero che fiorisce verso la fine di giugno e porta i gustosi frutti in autunno, da porre all’ombra prima che sorga il sole e verificare già dopo il mezzogiorno le condizioni della noce, come da antiche tradizioni contadine. Se la noce appassisce prima di mezzogiorno estate molto secca, di contro se resta verde per più giorni estate piovosa. Per alcuni servivano anche a non far entrare in casa le streghe, in volo per raggiungere il luogo di ritrovo di cui parliamo più avanti.

L’acqua di San Giovanni, per chi non la conosce, è semplicemente un’acqua dove la sera del 23 Giugno vengono poste corolle di fiori e erbe.

Lasciata tutta la notte all’aperto su un davanzale, godrà dei benefici della rugiada di questa notte magica e il mattino dopo sarà pronta per essere usata per lavarsi viso, occhi e corpo avendo acquisito anch’essa poteri straordinari proteggerà dalle malattie, dalle disgrazie, dall’invidia.

La ricetta è semplice, un bacile, acqua, erbe e fiori. Per tradizione le erbe e i fiori dovrebbero essere raccolti da mani di donna, meglio a digiuno, al tramonto del 23, in numero dispari. L’acqua meglio di fonte ed il bacile non di plastica.

Quali fiori, quali erbe? Si raccolgono 7 qualità diverse: i fiori di iperico detti anche di San Giovanni o scaccia diavoli contro il malocchio, di artemisia detta anche assenzio selvatico per la fertilità, di lavanda e malva, foglie di menta, rosmarino e salvia. Erbe e fiori legate al buonumore, alla prosperità e fecondità, all’allontanamento del maligno e delle negatività.

Al tramonto erbe e petali vanno adagiati in un bacile colmo d’acqua fresca, che verrà sistemato all’aperto in modo che possa ricevere il beneficio dei raggi della luna e della rugiada.

La mattina seguente si inizierà la giornata con il lavaggio del corpo o di una sua parte a scopo purificatorio con questo infuso che nella notte ha raccolto sostanze e profumi inebrianti e freschi. Al di là di credenze e riti, di storie e tradizioni, risulta una eccezionale delizia e un piacere ineffabile. Non si conserva, se avanza va regalata agli amici.

Nella tradizione cristiana la rugiada di San Giovanni rappresenta le lacrime che Salomé versò dopo essersi pentita di aver desiderato e provocato la decapitazione del Battista. Disperata e divorata dal rimorso, Salomé iniziò a coprire la testa del Santo di lacrime di disperazione, ma improvvisa, la bocca del Battista si spalancò rilasciando un vento fortissimo che spinse Salomé e la complice madre in aria, dove restarono a vagare per l’eternità.

Secondo la tradizione nella notte di San Giovanni la rugiada da forza generatrice ed energica. Bagnarsi gli occhi con la rugiada è un gesto di purificazione che rimanda al Santo Battesimo. Si dice che raccoglierla e poi berla allontani il malocchio e favorisca la fecondità.

Ma la notte di San Giovanni resta soprattutto collegata all’albero di noce e ai suoi frutti, E’ proprio durante questa notte che si devono raccogliere le noci dette appunto di San Giovanni per la preparazione del nocino, il liquore ottenuto dalla infusione delle noci ancora verdi e immature, nell’alcol. L’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali, o liquori risale a tempi antichissimi. Le noci per fare il nocino sono sempre in numero dispari, 33 per un litro di alcol, e devono essere verdi ancora nel mallo e tenerissime così da poterle tagliare in quattro parti.

Una credenza secolare è che in questa fase solstiziale dell’anno le streghe fossero solite darsi convegno nella notte tra il 23 ed il 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noce. Le leggende narrano che intorno a questo grande noce si svolgessero anche le famose danze delle streghe alle quali partecipavano le più famose streghe. Durante il sabba le streghe raccoglievano erbe per creare pozioni con le quali “incantare” gli uomini. Tra queste erbe anche le noci acerbe. Che si veda come rito propiziatorio o no, il 23 giugno diventa così la notte delle streghe, attorno alla quale si sono sviluppate nei secoli ricorrenze, feste popolari e riti.

Tra le tradizioni popolari legati a questo periodo ci sono i fuochi di San Giovanni, falò accesi nei campi considerati propiziatori e purificatori, perché le lingue delle fiamme vadano a dare rinforzo al sole che accorciandosi le giornate inizia a perdere energia. Il fuoco è considerato purificatore e la tradizione dice che porti bene saltare sul fuoco pensando intensamente a ciò che vogliamo migliorare o modificare della nostra vita. E poi saltarne le ceneri, buttarsene un po’ tra i capelli per preservarsi da tutti i mali.

La notte di San Giovanni è soprattutto una notte colorata d’amore: perché il 24 giugno è considerata la data più propizia ai matrimoni.

Molti rituali sono legati alla possibilità di trovare marito, o di sapere chi sarà o come sarà ricco o povero. Come l’usanza delle tre fave, che incartate e poste sotto il cuscino daranno il mattino dopo la misura di quanto sarà ricco il marito. A mezzanotte, prendere tre fave: alla prima togliere completamente la buccia, alla seconda togliere la metà della buccia, e alla terza lasciarla intatta. Incartare le tre fave come caramelle con tre carte identiche, metterle sotto il cuscino e dormirci sopra. Il mattino pescandone una a caso, se la buccia è intera vuol dire che s’incontrerà un marito ricco, con mezza buccia benestante e senza buccia povero.

In certe zone le ragazze usano, prima di addormentarsi, pregare San Giovanni di far mostrare loro in sogno il volto del futuro compagno; altri dicono che se una ragazza a mezzanotte si guarderà allo specchio, vedrà riflesso accanto al suo volto quello di lui. Anche mettere sotto il cuscino un mazzetto di foglie di alloro serve per sognare il volto del futuro amore.

Una leggenda dice che solo a mezzanotte in punto, una pianta di felce che nasce lungo i ruscelli fiorisca: chi riuscirà a cogliere questo fiore acquisterà la fama di saggio e capacità di leggere il passato e prevedere il futuro. Oppure cogliere un ramo di felce allo scoccare della mezzanotte aiuta ad aumentare le entrate economiche.

E che dire ancora sull’aglio che si deve comprare il giorno di San Giovanni e che, appeso in casa, porta ricchezza e protegge dalle streghe? Un vecchio proverbio recita: “Chi non prende aglio a San Giovanni, è povero tutto l’anno”.

Concludendo con la festa di San Giovanni si assiste alla glorificazione dell’acqua, simbolo della fecondità e della purificazione e vede il Santo protettore dalle influenze malefiche, assicurando la rinascita della luce.

Chi era Giovanni il Battista?

Giovanni Battista è l’unico Santo, oltre la Madre di Gesù, del quale si celebra con la morte (29 agosto) anche la nascita (24 giugno). Fu il più grande fra i profeti perché poté additare l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Giovanni è il precursore del Cristo con le parole e con la vita. Egli è l’ultimo profeta dell’antico testamento e il primo apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita.

Si dice nel vangelo di San Luca che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria e la madre Elisabetta. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.

Un giorno a Zaccaria , apparve l’angelo Gabriele che gli annunciò che Elisabetta avrebbe partorito un bambino al quale avrebbe dato il nome di Giovanni. Zaccaria fu turbato e non credette alle parole dell’angelo che lo rese muto fino alla nascita del bambino. Elisabetta diede alla luce un bambino che i sacerdoti volevano chiamare come il padre, ma volendo la madre chiamarlo Giovanni, chiesero quindi a Zaccaria che nome mettere al bambino ed essendo quello muto chiese una tavoletta sulla quale scrisse “il suo nome è Giovanni”: in quell’istante Zaccaria riacquistò la parola e cominciò a benedire Dio.

Della sua infanzia e giovinezza si sa poco ma quando ebbe l’età giusta, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita nel deserto, portava un vestito di pelle di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi, il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Iniziò la sua missione intorno al Giordano, esortando la conversione e predicando la penitenza. La gente accorreva da tutta la Giudea ad ascoltarlo; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati, immergeva nelle acque del Giordano coloro che accoglievano la sua parola.

Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il precursore. Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo”, Giovanni lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui nel segno di una colomba.

Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, sempre pronto nel denunciare le ingiustizie non ebbe paura nemmeno quando dovette accusare di adulterio il re d’Israele Erode Antipa, e fu proprio questa accusa che lo portò alla morte. Il re Erode provava rispetto per Giovanni e non voleva farlo uccidere, ma cedendo alle richieste di Erodiade lo fece imprigionare.

Una tragica sera, mentre Erode dava un banchetto, Salomè figlia di Erodiade, danzò per i convitati, ed Erode promise alla giovane donna qualunque cosa gli avesse chiesto. Salomè, istigata dalla madre, chiese “la testa di Giovanni”. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata in un vassoio d’argento e portata alla ragazza che la diede alla madre.

Il suo culto si diffuse in tutto il mondo, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati. La festa della Natività di San Giovanni Battista fin dal tempo di sant’Agostino, (354-430), era celebrata il 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.

Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore, si dice che il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri. Per la testa che si trovava a Costantinopoli, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII secolo. Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica a Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di San Silvestro in Capite, mentre la Cattedrale di San Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento.

Il culto per San Giovanni si estese in tutto il mondo della Cristianità in poco tempo, sia per il modello di vita ascetica che per l’esempio di coerente fermezza fino alla morte, e molte città e chiese ne presero il nome. In valle di Susa diverse chiese sono intitolate a San Giovanni Battista: Cesana, Foresto, Puy Beaulard, Salbertrand e Sauze d’Oulx, senza dimenticare il capoluogo del Piemonte: Torino.

Gianni Cordola

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Meglio ieri o meglio oggi

Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar! Era la canzone preferita dei nostri bisnonni di cento e più anni or sono che vivevano nelle borgate montane di Condove, Mocchie e Frassinere ed esprimeva in modo evidente e semplice il grande desiderio di una vita migliore, l’ansia di liberarsi da una condizione di miseria, dalla fame e da una vita dura e sacrificata, anche se vissuta nella semplicità di una società laboriosa, solidale e sostanzialmente buona ed onesta.

Questo occorre ricordare e ribadire soprattutto ora, all’inizio del secondo ventennio degli anni 2000, quando cominciano sempre più frequentemente a venire fuori gli allarmismi di facili e possibili scenari disastrosi, fantasticando di tempi ed avvenimenti da finimondo (guerre, pandemie, terremoti, ecc.).

Da un lato ci sono i pessimisti che moltiplicano le ansie degli ingenui raccattando le varie previsioni profuse di tempo in tempo, mentre dall’altra parte ci sono i nostalgici del tempo passato che vanno rimpiangendo la serenità dei bei tempi antichi mitizzandone la quiete ed il benessere: “Come si viveva felici ai tempi dei nonni”. Sarà poi vero?

Tempo addietro ho letto sul “Bollettino parrocchiale Valle del Gravio e Valle del Sessi” di gennaio 2012 una ricerca condotta da Francesco Pautasso sui registri parrocchiali dei defunti dal 1829 al 1939 a Laietto(°): dando uno sguardo complessivo, ho constatato quanto fosse difficile in quel periodo la salute e la stessa vita.

Nel 1830, la parrocchia di Laietto a cui facevano riferimento le borgate Pratobotrile, Coindo inferiore e superiore, Sigliodo inf. e sup., Camporossetto, Chiandone, Muni, Mianda, Brera, Breri, Cascina e Vagera, contava 511 abitanti poi aumentati sino a raggiungere i circa 900 nel 1904 e ancor più nel decennio successivo. Il libro dei defunti della parrocchia per il periodo che va dall’inizio della parrocchia, il 5 giugno 1829 al 31 dicembre 1939 contiene 1690 atti di morte (820 femmine e 870 maschi). Dei 1690 atti di morte, quasi la metà cioè 813 atti riguardano bambini sotto i sei anni di vita. Di questi 303 vissero alcuni giorni, 271 alcuni mesi e 239 tra uno e sei anni. Considerando le 877 persone decedute ad un’età maggiore di cinque anni, l’aspettativa media di vita per i 422 maschi è di 56 anni, mentre per le 455 femmine è di 51 anni. Nel 1918 dal 7 novembre al 16 dicembre muoiono a Laietto 2 bambini e 12 adulti per l’epidemia influenzale “Spagnola”. Diverse donne nel periodo considerato muoiono a causa del parto.

Altro che tempi da rimpiangere. I focolari dei bisnonni erano perennemente tormentati dalla fame e insidiati dall’arretratezza igienica, dall’assoluta mancanza di specifiche medicine, alla mercé di malattie che dilagavano e non concedevano scampo e che falciavano i bambini con le malattie infantili e la difterite, distruggevano i giovani con la tubercolosi, sterminavano gli adulti con la polmonite per la quale non c’era altro rimedio che le terapie con sanguisughe. Se poi vogliamo guardare al Settecento ed al Seicento situazione ancora più disastrosa, aggravata da guerre e conseguenti carestie che esponevano la vita quotidiana a sofferenze ben superiori alla nostra immaginazione.

Basti pensare che come oggi siamo sconcertati dall’arrivo degli immigrati che ci giungono da tante parti del mondo, fuggendo disperati dai loro paesi, con lo stesso animo erano allora i nostri avi ad emigrare con tanta nostalgia, speranza e disperazione che si alternavano in fondo al cuore, in cerca della “America”.

Quindi dobbiamo avere un po’ più di fiducia nei nostri tempi attuali ed essere felici del benessere generale e delle molteplici possibilità e comodità della vita moderna, come pure della longevità che ci consente.

Non lamentiamoci troppo. Ancor meno perdiamo tempo a guastarci inutilmente la vita con le sciocche predizioni sul futuro, la vita ha già abbastanza guai senza che ne inventiamo altri.

(°) Laietto borgata montana dell’ex comune di Mocchie (ora Condove – TO)

Gianni Cordola (gennaio 2021)

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Perché a mezzogiorno suonano le campane

Se ci troviamo in prossimità di un campanile durante l’ora di mezzogiorno, possiamo essere allettati dal vigoroso suono delle sue campane. Nel nostro tempo le campane suonano a mezzogiorno per dare l’annunzio dell’angelus, ma l’usanza ha un’origine molto antica.

L’uso della sonata risale al medioevo e serviva per scandire il lavoro dei campi e per ricordare la preghiera ai contadini. suonava alle 6 la mattina e alle 18 la sera, sempre per richiamare alla preghiera e per indicare l’inizio e la fine della giornata lavorativa. al giorno d’oggi sono poche le chiese a cui è permesso suonarle perché regolamenti vari limitano l’emissione di suoni in determinate ore.

Ma da dove trae origine la consuetudine di suonare le campane a mezzogiorno, entrata ormai a far parte della giornata religiosa? Ci sono due versioni ugualmente reali che fanno riferimento a episodi diversi ma di identica matrice e significano gratitudine per l’intercessione della Vergine Santissima nella vittoria del Cristianesimo sul nemico e celebrazione dell’evento.

La prima versione fa risalire la sonata di mezzogiorno al 7 ottobre 1571. Quella fu la data della Battaglia di Lepanto, in cui vari Stati cristiani, coalizzati nella Lega Santa, sconfissero l’Impero Ottomano.

Nel 1570, infatti, scoppiò la Guerra di Cipro, tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano. L’isola di Cipro era il più grande e importante possedimento della Serenissima, e l’Impero Ottomano, che già aveva privato i veneti di Rodi nel 1522 e di Naxos nel 1566, voleva metterci le mani. Nell’agosto 1570 i turchi misero sotto assedio Famagosta, ultima città cipriota rimasta in mani veneziane. A questo punto il papa Pio V, vista l’impressionate forza militare dei turchi e le terribili atrocità che questi commettevano ai danni dei prigionieri di guerra cristiani, mobilitò i sovrani cristiani in difesa della città e riuscì nel non facile intento di creare la Lega Santa, una coalizione militare.

Le nazioni che risposero all’appello furono la Repubblica di Venezia e la Spagna di Filippo II. Successivamente si aggiunsero i Cavalieri di Malta, la Repubblica di Genova, il Granducato di Toscana, il Ducato d’Urbino, il Ducato di Parma, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Mantova ed il Ducato di Savoia.

In un contesto più generale, la creazione della Lega Santa fu un episodio importante della lotta tra potenze europee e Impero turco per il controllo del Mediterraneo. Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche non cessassero mai e anzi fossero sempre intensi, il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell’occidente mediterraneo: esso minacciava non solo i possedimenti veneziani come Cipro, ma anche gli interessi spagnoli per via della pirateria turca.

Consapevole di questa crescente tensione, papa Pio V ritenne che il momento fosse propizio per coalizzare le forze della cristianità, all’epoca divise. La costituzione effettiva della flotta fu però lunga e laboriosa. Allarmato per il ritardo, Pio V dovette imporre tutta la sua autorità ai principi europei e minacciarli di scomunica se non fossero salpati. Infine, la flotta prese forma e il vessillo, benedetto dal papa, fu consegnato solennemente dal cardinale di Granvelle a don Giovanni d’Austria, nella basilica di Santa Chiara a Napoli il 14 agosto 1571. Intanto la città di Famagosta difesa da Marcantonio Bragadin senatore veneziano comandante la fortezza cadde il 1º agosto 1571, mentre la flotta mandata in suo soccorso era ancora in viaggio.

L’Impero Ottomano disponeva di 272 navi. La Lega Santa allestì una flotta in grado di competere con quella nemica: 109 galee e 6 galeazze veneziane, 30 galee napoletane, 27 genovesi, 14 spagnole, 12 toscane, 10 siciliane, 4 maltesi e 3 savoiarde, per un totale di 215 navi. I turchi erano comandati da Müezzinzade Alì Pascià, mente i cristiani da don Giovanni d’Austria coadiuvato dal doge di Venezia Sebastiano Venier e dall’ammiraglio Marcantonio Colonna.

La battaglia fu sanguinosissima. Nonostante la superiorità numerica i turchi persero 170 navi e 30000 uomini, tra cui lo stesso Müezzinzade Alì Pascià. Fu una vittoria totale dei cristiani: i turchi da allora non avrebbero più avuto una flotta potente quanto quella distrutta a Lepanto, e Venezia riuscì, proprio grazie alla superiorità marittima, a fungere da vero e proprio scudo per l’Europa Occidentale, frenando sempre l’avanzata ottomana.

La battaglia ebbe luogo la domenica del 7 ottobre 1571. Quel giorno, mentre si combatteva nel golfo di Patrasso, presso Lepanto, si narra che a Roma il papa avesse una visione ed esclamasse “sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima”. Da quel giorno è così subentrato l’uso di suonare ogni giorno le campane allo scoccare del mezzogiorno e non si è mai persa questa abitudine.

La Lega fu sciolta alla firma del trattato di pace tra Venezia e l’Impero ottomano nel 1573.

Il 7 ottobre ricorre la festa della Madonna del Rosario, istituita nel 1572 per celebrare il primo anniversario della Battaglia di Lepanto, cioè la vittoria dei cristiani sui musulmani. Il papa Pio V attribuì il merito alla Madonna (Vergine di Loreto) e volle esprimere la sua gratitudine istituendo la festa dedicata alla ” Beata Vergine della Vittoria”, ma non poté celebrarla perché moriva il 1° maggio 1572. Il suo successore papa Gregorio XIII mantenne la festa, ma la intitolò alla “Madonna del Rosario” per far probabilmente rivivere quella mobilitazione spirituale che aveva impegnato tutti i credenti nella recita collettiva del Rosario, l’arma più efficace per spingere i cristiani alla vittoria.

La seconda versione fa risalire la sonata delle campane ancora prima della battaglia di Lepanto e precisamente al 6 agosto 1456 data della battaglia di Belgrado sempre contro i Turchi sotto il pontificato di Papa Callisto III.

Durante la battaglia di Belgrado (che al tempo si trovava in Ungheria) il Papa Callisto III ordinò la costruzione di una campana di mezzogiorno per invitare alla preghiera i fedeli cristiani. Il 6 agosto le truppe del condottiero János Hunyadi, incoraggiate dal frate abruzzese Giovanni da Capestrano, sconfissero l’esercito nemico guidato dal sultano Mehmed II . Si decise così di continuare a far suonare le campane a perpetua memoria di quella gloriosa impresa militare. Sempre per celebrare la vittoria, il 6 agosto venne istituita la festa della Trasfigurazione, come a dire che, grazie a quella battaglia, la civiltà europea poteva continuare a splendere.

Il campanile della Chiesa di Laietto (Condove)

Gianni Cordola

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L’arrotino

Lungo le strade di paesi e borgate della Valle di Susa si annunciava con il suo grido caratteristico: “Dòne a-i é ël molita” (donne c’è l’arrotino). Un tormentone che molti giovani non hanno mai sentito riecheggiare per le vie del paese, ma che molte altre persone invece rimpiangono. E subito iniziava la processione di donne che portavano coltelli, forbici e mezzelune. Un uomo di una certa età, barba incolta, capelli arruffati, mani callose che conduceva una bicicletta con applicata dietro il manubrio una ruota in pietra (la mola), azionata dal movimento dei pedali che l’arrotino faceva girare dopo aver sollevato la parte posteriore della bici su un cavalletto.

L’arrotino pedalava da fermo, con la bicicletta sollevata e così faceva girare vorticosamente quella ruota di pietra sulla quale molava le lame dei coltelli. Si vedevano scintille, mentre l’arrotino operava e per noi ragazzini di una volta era uno spettacolo. La bicicletta era dotava anche di una borraccia di acqua che serviva per raffreddare i metalli. Questo artigiano della strada, avvicinava con maestria alla mola i coltelli, le asce, le roncole e li affilava.

L’arrotino al lavoro

Di buon mattino arrivava in paese e si collocava sempre allo stesso posto. Le prime clienti erano le casalinghe con coltelli da cucina e forbici, poi gli uomini con scuri, falci, roncole per essere affilati. L’uomo che azionava la mola prima di eseguire il lavoro pattuiva il prezzo. Un vero e proprio contratto verbale non sempre facile. Le donne riuscivano meglio degli uomini in questa trattativa, quelle giovani e carine ancora di più.

Allora gli utensili da taglio periodicamente si affilavano. Si faceva in modo che gli utensili durassero e fossero efficienti da cedere poi ai figli, ai nipoti. La riparazione allora apparteneva al modo di pensare, di conservare anche un modesto coltello. Era un vanto possedere una scure o una falce appartenente ai nonni o ai bisnonni.

Il “molita” era un artigiano esperto che conosceva e valorizzava il metallo e consigliava il cliente su come far durare a lungo l’affilatura. Si vantava della sua arte, di mettere a nuovo ogni tipo di lama come forbici di grandi o piccole dimensioni o prodotti d’acciaio come le forbici da seta dal filo particolarmente sottile. Per arrotare un utensile, l’arrotino imprimeva alla ruota un movimento ben ritmato e continuo e con abili gesti delle mani lo passava sulla mola fino a che la lama non diventava tagliente.

Noi bambini osservavamo con gli occhi sbarrati la mola girante che sprigionava scintille a contatto dell’oggetto metallico affilato e, con stupore, contavamo le gocce d’acqua che bagnavano lentamente la mola, servivano per non danneggiare il metallo. La presenza di noi bambini gli era gradita perché il nostro chiasso pubblicizzava la sua presenza.

I grandi lo chiamavano per nome e non gli risparmiavano critiche sull’utensile affilato. La sua perentoria affermazione non si faceva attendere: “Se non taglia, riportamelo”. All’onestà dell’arrotino faceva seguito la furbizia del cliente che contestava l’affilatura per ottenere un piccolo sconto.

Gli arrotini provenivano dalle vallate di montagna, dove era più facile trovare le pietre per le mole, verso la pianura, trascinandosi il materiale su un carretto per strade sterrate e polverose. Poi è arrivata l’epoca della bicicletta, poi della lambretta e in seguito del motocarro APE, più comodo e funzionale. L’arrotino tanti anni fa svolgeva il suo mestiere girando per tutte le strade, si fermava in un angolo o entrava nei cortili, poi chiedeva ospitalità per dormire in qualche fienile e si spostava il giorno successivo in un altro paese o borgata. L’arrotino tornava di rado a casa sua, era una vita molto grama: ambulante, senza fissa dimora, dormiva dove capitava, in una stalla o in un fienile, dentro in un sacco di tela, si lavava alla pubblica fontana, mangiava quasi sempre a secco un pezzo di pane e formaggio, più raramente un piatto caldo in qualche osteria. Costretto a pedalare, era esposto ad ogni intemperia, portando la bicicletta su strade non asfaltate o di montagna, in equilibrio tutto il giorno sui pedali.

Da molti decenni questo personaggio non c’è più, l’utensile che non taglia o si cambia o lo si manda ad affilare in qualche officina. Riservare un piccolo ricordo e merito a questo artigiano del passato è doveroso, se non altro per aver facilitato e alleggerito in passato il lavoro della casalinga, del falegname, del macellaio, del boscaiolo con le sue pazienti affilature. Con lui è uscito di scena un modesto artigiano che lavorava per pochi soldi e con tanta passione. Come tutti i mestieri di un tempo, con l’arrivo della tecnologia, anche questa attività ambulante è quasi del tutto scomparsa, almeno con queste modalità, portandosi dietro innumerevoli ricordi di una vita che non c’è più e anche un po’ di bellissimi ricordi della nostra fanciullezza.

I giovani, al giorno d’oggi, non dimostrano passione per imparare a fare l’arrotino, la cui formazione avviene sul campo, affiancandosi a un maestro esperto. Oggi è interessante conoscere questo mestiere: si possono utilizzare materiali più evoluti per rendere gli attrezzi più efficienti anche perché gli oggetti da affilare sono più sofisticati e non come i semplici coltelli di un tempo. Inoltre bisogna avere conoscenze chiare sui materiali e le paste abrasive, capire i tipi di pietra più adatti per costruire le mole e sapere come le particelle del materiale che si utilizza reagiscono al calore e al freddo .Dunque quello dell’arrotino è un lavoro sempre più specializzato e interessante.

Gianni Cordola

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La festa di Sant’Antonio Abate nella vita contadina di ieri

Il 17 gennaio si festeggia, come da tradizione, Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, patrono dei contadini, degli allevatori, dei macellai e dei salumieri, Santo al quale chiedere di ritrovare ciò che si è perduto; ecco tutto quel che c’è da sapere su questa festa.

Una volta si diceva che l’annata agricola inizia il giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno di San Martino, durando pertanto dal 17 gennaio all’11 novembre. Le due date sono significative, oltre che onorate dalla Chiesa con due grandi Santi. Questa giornata di gennaio viene alla fine del periodo dove la notte sembra non debba aver termine, ora il giorno sta riprendendo il sopravvento; così pure la terra, che sembrava morta ed oppressa dal grande buio comincia a rinascere. Fin dall’antichità, l’uomo, ha segnato questo periodo che prelude alla primavera con una serie di riti propiziatori, sacrifici di animali e feste. Per tale motivo la Chiesa, dopo le feste di Natale che celebrano la venuta del figlio di Dio tra di noi, indice dopo l’Epifania il periodo di festa del Carnevale, e pone proprio a metà di gennaio la venerazione di Antonio Abate.

In questo giorno era tradizione recarsi alla messa a prendere il santino nuovo da inchiodare alla porta della stalla e a ricevere dal prete il pane benedetto da mangiare, un pezzetto per ognuno in famiglia e da mettere nel pasto degli animali.
Molti portavano a benedire anche gli animali, davanti al sagrato della chiesa, e poi svariate volte il prete stesso andava di casa in casa a benedire le stalle, anche contando sulle offerte dei fedeli. Una festa tradizionale, a metà fra il sacro e il profano, che si rinnova ogni anno fra canti popolari, vino rosso e dolci tipici con cui si rende omaggio a Sant’Antonio.

Chi era Sant’Antonio

Antonio nacque a Coma in Egitto (oggi Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti (eremiti dediti alla contemplazione e alle pratiche ascetiche) facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l’intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un’attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.

In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando guarigioni e liberazioni dal demonio.

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.

Visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

Antonio è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, si consacrarono al servizio di Dio. Ma che c’entra Sant’Antonio con la campagna e gli animali, seppure sia sempre raffigurato con un porcellino con la campanella al fianco, la fiamma in mano ed il bastone, dal momento che visse nel deserto ed in luoghi in cui i maiali non c’erano?

Sant’Antonio, ritiratosi nel deserto della Tebaide, prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.

Mentre era in vita tanti ammalati si recavano dal Santo per chiedere e ottenere guarigione da terribili malattie; tra queste vi era l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, per tale motivo era invocato come potente taumaturgo. In alcune parti d’Italia, è tradizione accendere nella sera del 17 gennaio grandi falò in suo onore, in ricordo anche della leggenda che lo vuole donatore del fuoco all’umanità: sceso all’inferno per contendere al diavolo le anime di alcuni defunti, accadde che il suo maialino sgattaiolò dentro creando scompiglio fra i demoni; il Santo ne approfittò per accendere col fuoco infernale il suo bastone che poi portò fuori, insieme al maialino recuperato, accendendo con esso una catasta di legna.

Nel 1088 poi un nobile francese, Gaston de Valloire, dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un ospedale e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati, che col tempo si sarebbe trasformata nell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Costoro avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio, e con la carne, nutriente e calorica nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore delle campagne e dei contadini, degli animali domestici ma anche dei macellai e dei salumieri.

Anche oggi, il culto di Sant’Antonio Abate non conosce crisi: non c’è stalla o cascina ove non si trovi appesa una sua immagine e così anche le parrocchie di Condove, Frassinere, Mocchie e Laietto festeggiano il Santo nelle domeniche di gennaio con liturgie solenni, feste e lotterie che vedono sempre una grande partecipazione di fedeli. Durante le funzioni ha luogo la benedizione del pane (chiamato pane della carità) che poi viene distribuito ai fedeli e al termine della messa i contadini portavano gli animali domestici (muli, asini, mucche, cavalli, capre, pecore, cani, ecc.) fuori dalla Essere priore della festa era motivo di orgoglioChiesa a ricevere la benedizione di Sant’Antonio.

A Laietto fino agli anni 60 del secolo scorso la festa era molto sentita, non mancavano mai i priori che si alternavano ad organizzare la celebrazione addobbando la Chiesa ed offrendo il pane della carità, ma spesse volte non erano di Laietto o Pratobotrile. Ricordo alcune di queste famiglie: Martin da Camporossetto, Cordola del Coindo, Margaira di Vagera, Pettigiani e Vercellino del Sigliodo e i Giuglard della Brera. Essere priore della festa era motivo di orgoglio. Anche i bambini della scuola elementare uscivano accompagnati dalla maestra, perché in quel periodo veniva celebrata il giorno esatto anche se feriale, e divoravano velocemente il pane benedetto.

Secondo una leggenda la notte fra il 16 gennaio e il 17 gli animali possono parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire le greggi parlare sarebbe stato di cattivo auspicio quindi, se vi capita di sentire il vostro cane o il vostro gatto che discutono tra loro non vi preoccupate… state comunque lontani perché interrompere loro non porta bene.

E poi, c’è la credenza popolare che vuole che il Santo aiuti a trovare le cose perdute. In Piemonte si diceSant’Antoni dla barba bianca fame artrové lòn ch’i l’hai perdù – “Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi ritrovare quello che ho perso”.

Gianni Cordola


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Borghi e borgate di Torino

La città fondata dagli antichi Romani era suddivisa in quattro parti dall’intersezione delle due strade principali, il cardo e il decumano. Ognuna di queste parti era un quarto della città ovvero un “quartiere”. Di questi quartieri a Torino è rimasta traccia nell’attuale “Quadrilatero Romano”, questa è l’unica area storica di Torino nata con il nome di quartiere. Questa suddivisione restò invariata anche in epoca medioevale.

Con il crescere della popolazione iniziarono a formarsi aree abitate al di fuori delle mura della città, detti Burgus. Due tra i più antichi nacquero sulle sponde dei fiumi Po e Dora fuori dalle antiche mura, ma presto Borgo Po e Borgo Dora furono inglobati nel tessuto urbano.
Successivamente nacquero i borghi Vanchiglia, San Donato, Martinetto, San Secondo e molti altri, ed una volta assorbiti dalla città se ne formarono altri: Vittoria, Sassi, Regio Parco, Cenisia ecc. Altre borgate storiche sono quelle di Lucento e Madonna di Campagna, abitate dal XIV e dal XVI secolo. Borgata Ceronda e Vittoria nascono a fine Ottocento, mentre la nuova Borgata Lanzo e le Vallette risalgono al Novecento. e così via in un inseguimento durato secoli, fino all’attuale conformazione cittadina.

Quindi il borgo è un quartiere o un sobborgo cittadino che si trovava originariamente fuori dalla cortina delle mura o dalla cerchia della fortificazione, caratterizzato da un’economia prevalentemente commerciale e con una periferia a carattere agricolo.

La borgata invece rappresenta l’entità minima con cui è possibile definire una località abitata (di meno ci sono solo le case sparse), un raggruppamento di case, localizzato in una zona cittadina ancora da urbanizzare, solitamente lungo una strada d’accesso alla città o attorno a una barriera della cinta daziaria; essa subisce poi ampliamenti normati, tali da rendere non sempre facile l’individuazione topologica d’origine.

Nella città di Torino definiamo quartiere un settore di territorio che ha assorbito più borghi, oppure luoghi dove l’antico borgo sia difficilmente riconoscibile e si distingue dagli altri settori cittadini per le sue caratteristiche. Un quartiere o più quartieri possono pure rappresentare una suddivisione amministrativa nella città (circoscrizione) e in tal caso è rappresentato da un consiglio. In un’accezione familiare, il termine viene spesso utilizzato per la zona in cui si abita, riferendosi ad esempio alla vita del quartiere o al cinema del quartiere.
Ma dove l’identità del borgo è rimasta, anche il nome è rimasto. In alcuni casi sostituendosi per intero alla definizione quartiere come Borgo Vittoria che tutti identificano nelle vie a ridosso della chiesa e del mercato, altri resistendo anche all’interno di un quartiere più ampio come Borgo San Secondo che è di fatto una porzione del quartiere Crocetta, ma che ha mantenuto un’identità molto forte, anche in questo caso attorno alla chiesa ed al proprio mercato.

Circoscrizioni, quartieri, borghi e borgate di Torino

Circoscrizione Quartieri Borghi e borgate
1 Centro
Crocetta
Centro
Quadrilatero Romano
Porta Palazzo
Borgo Nuovo
Borgo Crocetta
Borgo San Secondo
2 Santa Rita
Mirafiori Nord
Mirafiori Sud
Santa Rita
Borgo Mirafiori Nord
Borgata Città Giardino
Borgo Cina
Borgo Mirafiori Sud
(Cime Bianche, Le Basse)
3 San Paolo,
Cenisia
Pozzo Strada
Cit Turin
Lesna
Borgo San Paolo (Rione Lancia)
Borgata Cenisia
Borgo Pozzo Strada
Borgata Lesna
Cit Turin
4 San Donato
Campidoglio
Parella
Borgo San Donato
Borgata Campidoglio
Borgata Parella
Borgo Martinetto
5 Vittoria
Madonna di Campagna Lucento
Vallette
Borgata Vittoria
Borgata Tesso
Borgo Madonna di Campagna
Borgo Lucento
Borgata Santa Caterina
Borgata Ceronda
Borgata Lanzo
Borgata Vallette
6 Barriera di Milano
Regio Parco
Barca
Bertolla
Falchera
Barriera di Milano
Borgata Monterosa
Borgata Monte Bianco
Borgo Regio Parco
Borgo Barca
Borgo Bertolla
Borgata Falchera (Pietra Alta)
Borgo Rebaudengo
Villaretto
Famolenta
7 Aurora,
Vanchiglia
Sassi
Madonna del Pilone
Borgata Aurora
Borgo Rossini
Borgo Valdocco
Borgo Dora
Borgo Vanchiglia
Borgata Vanchiglietta
Borgata Sassi
Borgata Superga
Borgata Rosa
Borgata Reaglie
Borgo Madonna del Pilone
Borgata Mongreno
Borgata Lomellina
8 San Salvario
Cavoretto
Borgo Po
Nizza Millefonti Lingotto
Borgo San Salvario
Borgo Cavoretto (Colle dell’Eremo, San Luca)
Borgo Po
(Gran Madre, San Vito, Val Salice, Monte dei Cappuccini, Colle della Maddalena)
Borgo Rubatto
Borgo Crimea
Borgata Pilonetto
Borgo Nizza Millefonti
(Molinette, Barriera Nizza, Italia 61)
Borgo Lingotto
Borgata Filadelfia (Villaggio Olimpico)
Le otto circoscrizioni di Torino

Gianni Cordola (gennaio 2021)

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Cipolle ripiene di Laietto (siole pien-e ‘d Lajèt)

Le cipolle ripiene sono il piatto tipico della borgata Laietto nel comune di Condove. Il paese sorge sul versante destro orografico del torrente Sessi, affluente della Dora Riparia nei pressi di Caprie. In questa borgata è tradizione durante la festa in onore del patrono San Vito, celebrata in una domenica in prossimità del 15 di giugno, accendere il forno di Bruno e Lucia e metterlo a disposizione di tutti coloro che vogliono far cuocere le proprie teglie di cipolle ripiene. Questa è la ricetta di mia mamma nata nel 1905, ma simile a tante altre di cui ogni vecchia famiglia di Laietto conserva con gelosia la propria personalizzazione.

Laietto

Ingredienti per fare una teglia per quattro persone:

  • un kg di cipolle, ideali sono le dorate piatte piemontesi (°)
  • Grissini o in mancanza anche pane raffermo
  • Latte
  • Noce moscata
  • Due uova
  • Parmigiano (o le nostre “tome” stagionate come una volta)
  • Saporita (misto di spezie: semi di coriandolo, cannella, chiodi di garofano, noce moscata, semi carvi e anice stellato)
  • Burro
  • Sale quanto basta
Cipolle dorate piatte

Pulire le cipolle, avendo cura di rimuovere la calotta superiore. Far cuocere entrambe le parti, lasciandole sulla fiamma per una ventina di minuti in acqua bollente, o comunque fino a che la parte più esterna diventa trasparente. Scolarle e farle raffreddare, nel frattempo iniziare la preparazione del ripieno.

Per ottenerlo, ammollare i grissini sbriciolati in un po’ di latte con una grattugiata di noce moscata, eliminando al termine il latte in eccesso.

I grissini (foto di Tiziana Cordola)

Prendere le cipolle cotte ormai raffreddate. Svuotarle del loro interno, facendo leva con una forchetta. Tenere da parte le cipolle svuotate, che dovrebbero avere soltanto più un paio di anelli, i più esterni, e disporle in una teglia.

Le cipolle svuotate (foto di Tiziana Cordola)

A questo punto frullare le calotte superiori e la parte interna delle cipolle insieme ad un uovo, ad abbondante parmigiano grattugiato o altro formaggio stagionato secondo i proprio gusti, ad un pizzico di Saporita e quanto basta di sale fino.

Il ripieno (foto Tiziana Cordola)

Se l’impasto risultasse essere non sufficientemente denso, unite del pangrattato e riempire le cipolle svuotate fino al bordo.

In una ciotola sbattere l’altro uovo rimasto con del parmigiano, fino a che non si ottiene una crema liscia, con la quale ricoprire le cipolle ripiene. Mettere su ognuna di esse un pezzetto di burro ed infornate per circa 30 minuti a 180/200 gradi, fino a che il profumo non avrà praticamente saturato la vostra cucina.

Pronte per il forno (foto di Tiziana Cordola)

Per essere sicuri che siano pronte, basterà osservare la loro superficie: la preparazione sarà ultimata quando si sarà formata una croccante crosticina dorata.

Pronte in tavola (foto di Tiziana Cordola)
Il forno di Laietto

(°) la cipolla dorata piatta e una varietà piemontese di cipolla bionda, dalla forma appiattita e dal sapore molto dolce, che la rende perfettamente adatta alla preparazione di prelibate specialità culinarie come quelle suggerite dalla tradizione montanara di Laietto.

Gianni Cordola

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13 Dicembre Santa Lucia, giorno più corto o no?

Vi sarà capitato di sentir dire: ” Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia”, ma è veramente così? In realtà no, visto che scientificamente il giorno più corto dell’anno è quello che corrisponde al Solstizio d’Inverno, che cade il 21 o 22 Dicembre. Ma è incredibile come una semplice rima possa mettere in scacco una tra le più elementari delle conoscenze. E purtroppo è così per molte, troppe persone che non si prendono la briga di approfondire la materia.

Il momento in cui la durata del giorno è minore e la durata della notte maggiore corrisponde sempre con il solstizio d’inverno! Ma un fondo di verità nel detto c’è: la questione risale a parecchi anni fa: prima della riforma del calendario, introdotta da Papa Gregorio XIII nel 1582, il solstizio d’inverno cadeva proprio attorno al 12-13 di dicembre (da qui il detto). La riforma suddetta, fece slittare il calendario di circa 10 giorni, cosicché il solstizio andò a posizionarsi attorno al 21-23 dicembre ma il giorno dedicato a Santa Lucia restò il 13 dicembre. Nel giorno del solstizio d’inverno inizia ufficialmente l’inverno astronomico nell’emisfero boreale (e l’estate in quello australe).

A parziale discolpa e recupero del detto in questione, tuttavia, ci sono alcune doverose considerazioni da fare: vicino al 13 Dicembre si ha effettivamente una riduzione apparente delle giornate, perché il Sole tramonta prima. Al Solstizio il sole tramonta generalmente circa 3 minuti dopo rispetto a Santa Lucia, ma è l’alba che ritarda il suo arrivo. Pertanto anche se il sole tramonta più tardi, esso resta sopra l’orizzonte circa 3 minuti in meno rispetto al giorno 13.

Alla luce di queste informazioni possiamo dire che il giorno di Santa Lucia è sicuramente tra i giorni più corti che ci siano o meglio tra i tramonti più corti che ci siano. I ragionamenti fatti per il giorno più corto valgono in modo speculare per quello più lungo, quindi la durata maggiore di luce ci sarà nel solstizio d’estate del 20/21 giugno.

Chi era Santa Lucia

Santa Lucia è considerata dai devoti la protettrice degli occhi e degli oculisti, e viene spesso invocata nelle malattie degli occhi. Nacque a Siracusa verso la fine del III secolo, da una nobile famiglia cristiana. Sin da fanciulla, si consacrò segretamente a Dio con voto di perpetua verginità, ma, secondo le consuetudini dell’epoca, venne promessa in sposa a un pretendente, invaghitosi per la sua straordinaria bellezza. Al rifiuto di Lucia colui che l’aveva pretesa come sposa, si vendicò denunciandola al locale tribunale dell’impero romano, con l’accusa che ella fosse cristiana, poiché infieriva la crudele persecuzione anti-cristiana dell’imperatore Diocleziano. Arrestata, Lucia ammette e ribadisce la sua fede, irremovibile anche sotto tortura, affermando che la sua forza viene non dal corpo, ma dallo spirito e quindi venne processata e condannata dal magistrato Pascasio.


Rimasta miracolosamente illesa da crudeli supplizi, profetizzò l’imminente fine delle persecuzioni di Diocleziano e la pace per la Chiesa, dopo di che morì con un colpo di spada in gola e venne devotamente sepolta nelle grandi catacombe cristiane della sua Siracusa. Era il 13 dicembre dell’anno 304. Da allora, il suo culto si diffuse ben presto in tutta la Chiesa, e ancora oggi Santa Lucia è certamente tra i santi più popolari, più amati e più venerati nel mondo.

Il culto e la storia di Santa Lucia si diffondono molto velocemente lungo tutta la penisola ed oltre partendo già dal giorno della sua deposizione. Da subito i siracusani la venerarono come Santa e il sepolcro divenne meta di pellegrinaggi. La storia di Santa Lucia fu messa per iscritto, prima in greco e poi in latino, e fu tramandata alle generazioni successive. Santa Lucia è uno dei Santi più conosciuti e apprezzati in tutto il mondo. Le tradizioni sono rimaste maggiormente vive nella sua zona natale, Siracusa

Il corpo della santa, prelevato a Siracusa in epoca antica dai Bizantini, giunse a Costantinopoli e da qui è stato successivamente trafugato dai Veneziani che conquistarono la capitale bizantina nel 1204 ed è quindi attualmente conservato e venerato nella chiesa di San Geremia a Venezia. Le sacre spoglie della santa siracusana tornarono eccezionalmente a Siracusa per sette giorni nel dicembre 2004 in occasione del 17º centenario del suo martirio.
Sembra non ci siano tuttavia elementi certi che il corpo trafugato dai Bizantini fosse veramente di Santa Lucia, non essendovi al tempo alcun indizio che indicasse dove fosse seppellita la santa all’interno del complesso catacombale siracusano. Oltretutto per quasi ben due secoli, dal 1040 al 1204 si persero le tracce di questo corpo.

Gianni Cordola

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Il ciabattino o calzolaio

Se ci guardiamo un pò intorno, ci accorgiamo che botteghe di ciabattini o calzolai ne sono rimaste davvero poche. Qualcuno resiste nelle città, ma nei paesi non se ne trova più traccia. Questo, perché la lavorazione delle scarpe oggi più diffusa è quella industriale, che riesce a soddisfare tutte le esigenze del mercato italiano e in parte di quello estero. Le scarpe sono diventate un accessorio fondamentale della moda, che le trasforma, di volta in volta, secondo il gusto del momento.

Una volta invece, quando le necessità estetiche erano molto meno sentite e le scarpe dovevano durare il più a lungo possibile, il ciabattino riusciva a soddisfare tutte le esigenze. Per il lavoro di ciabattino era sufficiente uno spazio ridotto, una stanzetta in affitto al piano terra e la bottega era allestita, ed in caso di maltempo diventava uno dei principali spazi di socializzazione. Spazi ridotti e attrezzatura essenziale.

Quando la porta della bottega era aperta, già nell’avvicinarsi ti colpiva l’immagine di un ambiente buio, di un odore di cuoio e di colla; talvolta si udivano i colpi del martello, raggruppati in breve successione con intensità crescente nel tempo attorno a ciascuna infissione di chiodo nella suola. Una volta entrato, l’occhio vagava curioso su uno scenario sempre interessante anche se abituale. Il ciabattino seduto su uno sgabello con un robusto e ampio grembiule con pettorina e tante tasche, dei chiodi tenuti in bocca tra le labbra ricoprenti i pochi denti rimasti, ed un berretto con visiera ben calzato sul capo. Elemento caratteristico era un tavolino di circa un metro di lato, con i bordi rialzati e per tre lati diviso i piccoli scomparti in cui trovavano alloggiamento chiodini di varia misura, la pece, la cera d’api, gomitoli di filo e pezzi di cuoio.

Parte degli attrezzi del ciabattino

Gli attrezzi la lesina, il trincetto, forbici, pinze, tenaglie, martello, un attrezzo per forare la pelle, una raspa, ecc. Completavano l’armamentario un assortimento di forme in legno di varia foggia e misura, un treppiede in ferro a tre bracci terminanti con appendici di forma diversa, su ciascuna delle quali avvenivano le operazioni di battitura e inchiodatura dei tacchi e delle suole col martello da ciabattino. Anche questo era molto particolare, per avere una testa rotonda e piatta collegata al corpo dell’attrezzo da un collo cilindrico più stretto e sagomato. Sui ripiani lungo le pareti si vedevano scarpe, forme di legno, barattoli, scatole, attrezzi e oggetti di varia natura. Su quei ripiani vidi gli ultimi scarponi chiodati, ancora usati da qualche montanaro, ma che sarebbero presto scomparsi, soppiantati dalla diffusione delle suole di gomma dette a carroarmato. La macchina da cucire sarebbe stata in seguito un valido aiuto per cucire la tomaia.

Treppiede del ciabattino

Una parte notevole del lavoro erano le riparazioni, Prima di finire in soffitta la scarpa veniva sfruttata fino all’ultimo e spesso le pelli venivano riciclate. I tacchi venivano spesso ferrati per resistere più a lungo. Sotto la suola lungo il bordo venivano conficcate col martello dei pezzi di ferro che ritardavano il consumo della suola. Sotto il tacco venivano conficcati dei chiodi a formare una x. Dal ciabattino si andava spesso per chiedere interventi di risuolatura, di sostituzione dei ferretti a protezione di punta e tacco delle scarpe. Raramente il ciabattino si occupava di zoccoli in legno e cinture: i primi erano costruiti dai falegnami e arrivavano da lui solo per fissare la tomaia di cuoio con chiodini mentre per le seconde bastava nella maggior parte dei casi un avanzo di corda.

Scarpe rinforzate con ferro e chiodi

Un breve accenno alla realizzazione degli zoccoli in legno anticamente molto usati nelle nostre montagne: il legno più utilizzato, per la loro produzione è quello di salice perché è più leggero e non si “sfilaccia” oppure dí tiglio, betulla, frassino, pioppo. Gli attrezzi utilizzati sono sempre gli stessi fin dalle origini perché sono i migliori. La produzione di uno zoccolo richiede 2-3 ore e si compone di varie fasi. Si comincia col disegnare sul ceppo di legno la forma, e ovviamente la misura, del piede che poi viene sgrossata con la lama. Successivamente, con la sgorbia (particolare tipo di scalpello), viene incavato il buco dove poi si inserirà il piede; lo zoccolo quindi viene levigato con della cartavetro per renderlo liscio. Dopo la parte di legno si prepara il cuoio: si disegna la forma sulla tomaia (il cuoio) e viene tagliato, poi si modella con il piega cuoio. Infine la tomaia viene fissata allo zoccolo con dei chiodi, infilati verso il basso per non farli uscire dove si inserisce il piede.Altri tipi erano invece dotati di chiodi per permettere una migliore presa sui terreni ghiacciati. Avevano tre chiodi sul davanti e due sul tacco. Questi sono i passaggi necessari per la preparazione di uno zoccolo partendo da un semplice ceppo di legno. A Condove gli zoccoli in legno si trovavano nel negozio di Vigin-a.

Zoccoli di legno

Gianni Cordola

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