Vera Rol, un’artista Condovese dimenticata

Pochi sanno o ricordano che Condove ha dato i natali ad una donna diventata famosa negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso nel mondo dello spettacolo teatrale più precisamente nella rivista. Stiamo parlando di Vera Rol, nata a Condove 8 maggio 1920 e deceduta a Roma 5 dicembre 1973.
Dotata di straordinaria bellezza Vera, inizia giovanissima la propria carriera teatrale e negli ‘40 diventa famosa come soubrette nel Teatro di Rivista. Attrice della compagnia dialettale di Mario Casaleggio, scoperta dall’attore Nuto Navarrini diventa soubrette nella sua compagnia di riviste, esordendo in “Il mondo in camicia” nel 1940. Bruna, formosa, appariscente, bella, la Rol incarna perfettamente il ruolo della soubrette-vamp in molte riviste degli anni quaranta del secolo scorso.
Sposò Nuto Navarrini con il quale diede vita ad un sodalizio sentimentale e professionale di grande successo in quegli anni. Protagonista in tante riviste da “Vicino alle stelle” (1941) a “Cortometraggio d’amore” (1942), da “Il diavolo nella giarrettiera” (1943) a “Gli allegri cadetti di Riva Fiorita” (1944) a “La gazzetta del sorriso” (1945).
Entrambi simpatizzanti del regime misero in scena vari spettacoli di propaganda e per allietare i militi della RSI a Milano per questo Nuto fu nominato Capitano ad honorem della Brigata “Ettore Muti”. Uno degli spettacoli di propaganda, con protagonista Vera, fu “Il diavolo in giarrettiera” operetta di Giovanni D’Anzi, famoso autore di canzoni, quello che scrisse “O mia bela Madonina”. Lo spettacolo ebbe un grande successo di critica e pubblico e fu rappresentato anche al Teatro Reinach di Parma nel febbraio del 1944.
L’ultimo spettacolo in chiave propagandistica della Compagnia Navarrini – Rol fu la “Gazzetta del Sorriso”, nel quale Vera simboleggiava l’Italia molestata dagli Stati Uniti rappresentati da un uomo di colore violento e prevaricatore. Navarrini, inoltre, inserì nello spettacolo un motivetto intitolato “Tre lettere”, scritto sempre da Giovanni D’Anzi, dal contenuto apertamente anti-partigiano.

La locandina della rivista

Dopo il 25 aprile Nuto Navarrini e Vera Rol hanno seri guai per l’accusa di collaborazionismo con i tedeschi e subiscono gravi atti di vendetta partigiana oltre ad ogni tipo di vessazione. La loro colpa agli occhi dei partigiani fu quella di aver messo in scena uno spettacolo in chiave anti-partigiana , appunto “la gazzetta del sorriso”, in cui l’attrice ironizzava sui personaggi che facevano parte delle formazioni partigiane. Basta poco, dopo il 25 aprile 1945 per essere presi e giustiziati sommariamente, oppure nel caso di donne, picchiate e rapate. Molti furono i giornali che uscirono con titoli come “Nuto alla meta”, parafrasando con scherno il famoso slogan dell’epoca.
Vera Rol ebbe in sorte una vendetta terribile: l’umiliazione pubblica. Fu prelevata e fotografata seduta in mezzo a Piazza Duomo a Milano mentre un manipolo di uomini armati le rasava i capelli a zero a sfregio della sua enorme bellezza. Tra lo scherno e le risate degli astanti, Vera Rol fu esibita per la città di Milano subendo ogni umiliazione possibile accompagnata dal cartello, visibile in foto, “VERA ROLL NELLA GAZZETTA DEL SORRISO” (il cognome è stato volutamente erroneamente riportato) come chiaro segno di censura e denigrazione della Rivista messa in scena dalla Compagnia Teatrale. Stessa sorte di essere rasate toccò a tutte le ballerine dell’ultima rivista della Compagnia: “La Gazzetta del Sorriso”.

Vera Rol in piazza Duomo a Milano


Arrestati con l’accusa di collaborazionismo furono processati ma prosciolti dalle accuse e liberati. Chiarita ogni cosa riprendono nella stagione 1946-47 la via del palcoscenico con “Cercasi felicità”, cui seguono “L’imperatore si diverte” (1949) e “Scandalo al Mediolanum” (1951).

L’avventura nel cinema è per la Rol solo un pretesto per mostrare le sue grazie e la sua avvenenza, Un’esperienza di breve durata. Tra i suoi film come interprete, ricordiamo: Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno (1954), Nennella (1948), Malaspina (1947), Vera Rol e Nuto Navarrini si separarono nel 1971, forse perché quella drammatica esperienza vissuta insieme era un peso troppo gravoso da sopportare e guardandosi si leggevano quel dolore negli occhi. Nonostante le loro vite si fossero divise, però, morirono a pochi mesi di distanza l’uno dall’altra. Nuto Navarrini se ne andò il 27 febbraio del 1973 e Vera Rol lo raggiunse il 5 dicembre dello stesso anno.

Le ballerine della rivista

Gianni Cordola

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C’era una volta: Il cesso

Il cesso o gabinetto è il luogo deputato all’espletamento dei bisogni fisiologici. Ai giorni nostri cesso è una parola considerata sinonimo di un qualcosa di sgradevole e volgare, è usato anche come insulto per indicare qualcosa o qualcuno di decisamente brutto. Il termine cesso, per indicare il gabinetto, in realtà ha un’origine neutra: deriva dal latino “secessus”, che significa appartato, perché originariamente era sempre lontano dall’abitazione.

Un cesso lontano dall’abitazione

Quando ero bambino ancora molte case, sia in paese che nelle borgate di montagna, non avevano il bagno (allora era considerata una cosa da ricchi) ma solo il cesso, stava all’esterno della casa nel cortile e tante volte era unico per tutte le famiglie che ci abitavano. Era un localino quadrato chiuso alla meglio, con uno scalino col buco dove si stava accucciati, non era propriamente igienico, soprattutto d’estate quando giravano mosche, mosconi e vermetti. Chi doveva andare in bagno durante una notte fredda e piovosa, oltre che munirsi di ombrello doveva anche vestirsi per non prendere una polmonite.
La carta igienica è notoriamente un’invenzione piuttosto recente, quando io ero piccolo si usavano fogli di giornale tagliati nel giusto formato e appesi a un chiodo o raccolti in apposite cassette di legno. Mi avevano insegnato, in caso di bisogno, a stropicciare il pezzo di carta prima di usarlo per renderlo più morbido e meno scivoloso. Apparentemente tutto funzionava abbastanza bene, a parte il fatto che l’inchiostro della stampa di allora non era indelebile per cui era talvolta causa di una presumibile tinteggiatura delle parti interessate, spiacevole da pensare anche se non visibile. Poi venne la consuetudine della carta velina e infine della carta in rotoli. È chiaro che anche le cose più banali hanno una loro storia ed un’evoluzione tecnologica. Il cesso poi lo si risciacquava ogni tanto con un secchio d’acqua.
Prima ancora la gente andava nelle stalle e si puliva con le foglie, meglio se quelle larghe. Tutto faceva da concime per la campagna. Del resto una volta non c’erano i giornali e la carta si utilizzava per altre cose e aveva il suo costo. I cessi scaricavano nei pozzi neri fatti in maniera da poter togliere ogni tanto il grosso con un secchio e concimare l’orto. Quando poi si riempiva, si svuotava a mano o con l’intervento di un trattore con pompa aspirante che poi andava a disperdere il liquame nei campi come concime.
In campagna, dove poteva capitare di avere l’impellente necessità di abbassare i pantaloni il problema non si poneva proprio, in quanto la prassi prevedeva l’uso detergente di foglie larghe, morbide se sapientemente usate dalla parte giusta, ed ovunque disponibili.
Per quanto riguarda il letame, c’è da dire che allora era una cosa preziosa e nessuno si schifava, c’era addirittura chi aspettava che la mucca facesse i suoi bisogni per raccoglierli immediatamente. È vero che i paesi profumavano di stalla ma era una cosa naturale e la gente non aveva la puzza sotto il naso del giorno d’oggi e nessuno faceva caso alla fragranza.
Nelle città, siccome c’erano condomini di quattro o cinque piani e scendere ogni volta che si aveva bisogno era una bella stancata, col rischio poi di non arrivare in tempo, si costruivano gabinetti di ringhiera; uno o due, in base al numero di famiglie, in fondo al balcone. Un’usanza che poi si è diffusa anche nei paesi dove in un cortile si potevano vedere balconi con due cessi alle estremità, altri appesi ai muri, scavati nelle pareti, che a volte erano bugigattoli da starci a fatica. I tubi di scarico erano in bella vista e scendevano fino a terra in un pozzo di raccolta da svuotare periodicamente.

Cessi sui ballatoi nelle case di ringhiera

Di notte si usavano i pitali, che si tenevano sotto il letto o nei comodini. Ce n’erano di vari tipi e misure: di ferro o di latta, per norma smaltati di bianco magari con un bordino colorato; i signori avevano quelli in ceramica, più costosi da usare con attenzione per non romperli. Di seguito sono arrivati anche quelli di plastica, ma intanto avevano cominciato a fare i gabinetti in casa. I primi a usarli hanno ricevuto molte critiche; non era un lavoro da fare perché si pensava che la puzza rimanesse in casa.
La carta igienica l’hanno inventata gli americani e da noi è arrivata solo intorno agli anni sessanta quando hanno cominciato a mettere le fosse biologiche e coi giornali si rischiava di intasarle. Si usava con parsimonia perché aveva un costo.

Gianni Cordola

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L’alpeggio nella valle del Sessi ieri

Nei primi anni del 900 a Laietto, ma anche in tutte le altre borgate della Valle del Sessi ogni nucleo famigliare aveva una piccola stalla, ed ognuna ricoverava pochi capi di bestiame (generalmente due o tre mucche, qualche pecora o capra e i più benestanti una bestia da soma). La vita era molto dura: d’estate le famiglie che avevano più animali salivano all’alpeggio, accompagnati da un fedele cane pastore.

La pratica dell’allevamento del bestiame era fondamentale per la sopravvivenza della comunità alpina. I bovini e i caprini erano prevalentemente utilizzati per la produzione di latte mentre gli ovini oltre che per il latte anche per la carne e la lana. Non mancavano gli avicoli: galline ovaiole e qualche volta anche palmipedi. Ogni famiglia possedeva un piccolo alpeggio costruito dai propri avi, situato solitario in un angolo sperduto della valle o raggruppato a due o tre formando una piccola comunità come ad esempio gli alpeggi Anselmetti (Sërmët), Barmanera (Barmaneiri) e Combadoro (Coumbadòr).

Alpeggio Anselmetti (Sërmët) abbandonato

L’alpeggio è una pratica molto antica che risponde a necessità economiche e tecniche a un tempo, sia perché permette di sfruttare la produzione foraggera di alta montagna, inutilizzabile in altro modo, sia perché irrobustisce gli animali e li rende più resistenti alle infezioni, particolarmente alla tubercolosi, portando ad una migliore qualità dei prodotti zootecnici. Essa consisteva nel trasferimento, per l’intero periodo estivo, del bestiame e della famiglia in baite a quote più elevate tra i 1400 e 1800 metri e coincideva solitamente con il periodo che va dai primi di giugno a metà settembre.

In primavera si aspettava con impazienza il giorno in cui si uscivano le mucche dalla stalla: quando si levava loro dal collo la catena che le aveva tenute legate nei lunghi mesi invernali, parevano impazzite, cercavano la porta d’uscita, si davano cornate, inciampavano come se le loro gambe fossero rattrappite. Giunte all’aperto avrebbero voluto liberarsi dalla corda che le teneva e ci voleva un buon bastone per trattenerle. II primo giorno d’uscita durava poco, si conducevano fino alla fontana che era poco distante. Nei giorni seguenti si andava oltre, tra i campi e, finalmente abituate a camminare, si facevano pascolare per tutta la giornata nei boschi attorno la borgata.

Dopo le prime uscite, al collo delle mucche erano stati appesi i campanacci con quei bei collari di cuoio, dalla borchia lucente, in ottone, con le iniziali del capo famiglia. Quel tintinnio sonoro e vario, all’orecchio di ogni montanaro sembrava il più bello: era motivo di orgoglio, ognuno avrebbe voluto primeggiare per ogni bel pendaglio appeso al collo delle proprie mucche. A parte l’esteriorità questi campanacci avevano prima di tutto un’utilità pratica: per tenere il gruppo più unito, per allontanare eventualmente qualche vipera e permettere al pastore di ritrovare rapidamente la mucca che cerca. Un buon pastore deve avere l’orecchio fine e sapere, all’occorrenza, riconoscere il suono di una campana nel concerto di una mandria scampanellante. E poi d’estate, all’alpeggio, quando le mucche rientrano dal pascolo la sera, è il suono del campanaccio che permette al pastore di ritrovare l’animale smarrito. E così anche quando la nebbia avvolge gli alti pascoli Il ritmo del tintinnio, rapido, irregolare o lento può segnalare una mucca in difficoltà.

Il campanaccio

DAL PAESE ALL’ALPEGGIO

Il trasferimento all’alpeggio era un avvenimento importante. I fabbricati d’alpeggio erano molto primitivi, realizzati con pietrame a secco e tetto in lose. La tipologia variava molto in funzione dell’estensione dei pascoli, il clima, la disponibilità idrica, i materiali da costruzione disponibili in loco. Le famiglie utilizzavano ciascuna una propria baita con una piccola stalla e altri pochi vani per la lavorazione del latte e le funzioni abitative. Con le pietre raccolte sui pascoli si realizzavano lunghi muri di confine per evitare sconfinamenti e controversie. Si costruivano i muri a protezione dei prati da sfalcio e degli orti e dai salti di roccia e burroni.

Le baite erano disabitate per parecchi mesi, perciò prima d’entrarvi con il bestiame per passarvi il periodo estivo, si accendeva un po’ di fuoco nella stalla. Se disponibile si adoperava legno di ginepro che era profumato, disinfettante e si pensava che potesse prevenire le malattie, creando molto fumo al fine di far uscire qualche vipera o altri animali indesiderabili che si fossero introdotti durante l’inverno o in primavera inoltrata. Questa precauzione si ripeteva ogni anno per evitare sgradite sorprese.

Le mucche entravano direttamente nella stalla, dove vi era la mangiatoia. In parte c’era la cucina con il pavimento in terra battuta, poco spaziosa, ma abbastanza da contenere un tavolo, un ripiano di legno per i secchi dell’acqua e una piccola piattaia per un minimo di piatti, scodelle, bicchieri e posate. Nel muro un armadietto per le provviste correnti: caffè, zucchero, sale, farina, pastina ecc. In un angolo il focolare da cui pendeva una catena di ferro per appendere i paioli. Dietro la cucina una piccola cantina, una vera grotta scavata nella terra con dei ripiani ricoperti di paglia per la stagionatura delle tome. Vi erano anche altri ripiani di legno per appoggiare i contenitori del latte, il recipiente della panna e in angolo la zangola per fare il burro e il torchio per i formaggi. La cantina era sempre fresca anche in piena estate. Per dormire poteva esserci un letto nella stalla separato dagli animali con una palizzata di legno oppure il fienile. A sera l’illuminazione si faceva con lumini a petrolio o con candele. Per avere sul posto un po’ di vettovaglie, tutti gli utensili della cucina e della cantina, coperte e lenzuola, dovevano essere trasportati con il mulo.

LA GIORNATA AL PASCOLO

Terminata la scuola per i bambini era una festa passare l’estate all’alpeggio e con la mamma o la nonna andare al pascolo, anche se sapevano che non si poteva dormire tanto. Si andava a letto tardi e al mattino occorreva alzarsi appena i primi raggi del sole indoravano le cime. Era piacevole passare un giorno lassù sulla montagna, nei pascoli fioriti, specialmente se splendeva un bel sole, ed il lavoro di governare il bestiame diventava un gioco. Si preparava un tascapane con le provviste per mangiare sull’erba vicino ad una sorgente d’acqua fresca. Si faceva colazione prima di partire, poi le mucche uscivano dalle stalle, si riunivano e salivano pian piano nel Gran Bosco brucando l’erba tenera e profumata, fino al luogo del pascolo. Nel frattempo gli uomini scendevano al mattino dall’alpeggio per effettuare i lavori nei campi giù in borgata e facevano ritorno la sera.

II pascolo era tutto un fiorir di viole, nigritelle, bottoni d’oro, ed alla sera si ritornava sempre a casa con un bel mazzetto. Si raccoglievano anche le larghe foglie di genziana gialla che, ben lavate, si mettevano intorno alla forma del burro per mantenerlo fresco. La giornata era lunga e si portava qualcosa da leggere, o la soletta per le calze da sferruzzare. Generalmente non si aveva l’orologio. Si sapeva che quando appariva un’ombra in un determinato posto su una roccia era quasi mezzogiorno. Si pensava allora al pranzo; l’appetito non mancava, si mangiavano fette di polenta, alle volte un pezzo di salame, pane e toma, un bicchiere di vino per i grandi ma non sempre, il più delle volte una sorsata d’acqua fresca.

Nigritelle e botton d’oro

Era l’ora in cui anche gli animali si riposavano. Non si sentiva più lo scampanio delle mucche, che sparse qua e la sui ripiani, stavano ruminando. Regnava il silenzio, interrotto soltanto dal ronzio degli insetti: tafani, mosconi ed api che, cariche di polline si affaccendavano da un fiore all’altro.

Bovino al pascolo

Quando calava il sole si pensava al ritorno: si controllava che non mancasse nessuna mucca o capra e si prendevano i sentieri della discesa. Era faticoso anche scendere, stancava i polpacci: le nonne ci facevano raccogliere e trascinare dei rami secchi di faggio che si trovavano per la strada, così si portava a casa un po’ di legna per cuocere la cena. Rincasati gli animali, seguiva un momento di silenzio, perché nella baita erano occupati a mungere e a preparare la cena.

Bovino al pascolo

Tutta l’estate trascorreva cosi, a Laietto e nelle altre borgate rimanevano poche persone per lo più anziani che non potevano più salire agli alpeggi. Unico diversivo era l’avvicinarsi della festa dedicata alla Madonna degli Angeli al Santuario del Collombardo, il parroco di Laietto don G. B. Margaria saliva al colle e vi rimaneva almeno una settimana. Qui celebrava la messa ogni giorno sempre con un buon numero di fedeli che raggiungevano la chiesa anche dagli alpeggi più lontani. A sua volta il parroco giorno per giorno portava la benedizione del Signore in tutte le baite. Il 2 agosto giorno della festa quasi tutti presenziavano alla messa ed alla processione, la devozione era tanta. Al termine della stagione prima di ritornare a valle negli ultimi giorni veniva sparso nei pascoli il letame accumulato nel periodo precedente. Nel mese di settembre l’ultima sera di permanenza all’alpe veniva festeggiata, la famiglia si riuniva per ringraziare Dio di un buon ricavato di latte, burro e formaggio.

Don Margaria al Collombardo

Gianni Cordola

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La luna nelle tradizioni contadine

Chi ha avuto la fortuna di crescere nelle mntagna Condovese o in campagna sa che in ogni casa i lunari indicavano i quarti di luna che ogni contadino rispettava per il suo lavoro nei campi. Le nonne sapevano quando tagliarsi i capelli e quando i bambini sarebbero nati. I nonni quando fare semine, raccolti, trapianti, innesti o irrigare i campi. Il lunario era calendario e anche almanacco popolare che registrava i mesi e i giorni dell’anno, unitamente a previsioni meteorologiche e precetti improntati a una presunta saggezza. Nei lunari si trovavano ogni tipo di notizie utili e di consigli, proverbi, ricette, modi di dire, lavori del mese, storia locale, curiosità, albe e tramonti e tante altre informazioni utili per lo scorrere della vita quotidiana.

Esso rappresentava per i contadini e il mondo agricolo, la testimonianza di un’epoca segnata dai ritmi delle stagioni che passavano accompagnati dal lavoro e da esperienze secolari. Era il calendario dei riti del contadino, segnava i movimenti della luna, misurava lo scorrere dei giorni e le sue feste. I lunari erano delle piccole enciclopedie della cultura popolare nata dalla trasmissione orale del sapere e che si nutriva delle esperienze vissute. Uno dei più popolari in Piemonte era ed è “Il Gran Pescatore di Chiaravalle” edito dal 1701.

Il Gran Pescatore di Chiaravalle del 1701

Le fasi lunari in campagna vengono definite così:

  • Luna nuova è la fase in cui il suo emisfero visibile risulta completamente in ombra.
  • Luna crescente, si verifica quando la superficie visibile della luna è in fase di crescita. Si riconosce dalla posizione della gobba della mezzaluna che è volta a ovest (gobba a ponente, luna crescente). La luna crescente vale fino alla fase di luna piena.
  • Luna piena o plenilunio è la fase durante la quale l’emisfero lunare illuminato dal Sole è interamente visibile dalla Terra.
  • Luna calante o luna vecchia, si verifica quando la superficie visibile della luna è in fase di calo. Si riconosce dalla gobba della mezzaluna che è volta a est (gobba a levante, luna calante). La luna calante va dalla fase di luna piena alla completa estinzione della parte visibile.
La Luna vista dalla Terra

Basandosi sulle fasi lunari, dunque, la tradizione contadina consiglia di attendere la luna crescente per seminare tutti gli ortaggi che crescono al di sopra del terreno; con la luna calante ci si può dedicare alla semina degli ortaggi che crescono sotto terra e delle verdure con crescita a cespo. In generale si suppone che la luna crescente favorisca lo sviluppo vegetale delle piante, poiché le linfe tendono a risalire verso la superficie; questo è il tempo del raccolto e della crescita. Al contrario, con la luna calante i succhi si ritirano verso le radici e la terra è feconda; questo è il tempo della semina di ortaggi da radice.

In particolare, con la luna crescente si può:

  • seminare i cereali
  • seminare e trapiantare fiori
  • mettere a dimora siepi e arbusti
  • seminare ortaggi da frutto e da foglia
  • potare gli alberi deboli
  • raccogliere erbe officinali
  • raccogliere ortaggi da frutto (fagioli, piselli, lenticchie, soia, mais, pomodori, peperoni, cetrioli, zucchine…)
  • raccogliere ortaggi da radice (barbabietola, rapa, carota, ravanello)
  • effettuare innesti a spacco

La fase in cui la Luna è calante, invece, corrisponde al momento migliore per:

  • seminare e trapiantare ortaggi da radice
  • taglio di legna da costruzione
  • potare alberi in pieno vigore, sfrondare
  • concimare il terreno sotto il frutteto
  • effettuare innesti a gemma
  • prelevare le marze
  • raccogliere frutta e verdura a bulbo (cipolla, aglio, scalogno…)
  • taglio del fieno fatto a luna calante, si essiccherà più lentamente ma si conserverà meglio
  • vendemmiare (in cantina, con la pigiatura dell’uva a luna crescente la fermentazione del mosto è più rapida, con luna calante la fermentazione è più lenta e più regolare)
  • travaso e imbottigliamento vino (se si vuole frizzante a luna crescente)
  • mietere
  • macellazione del maiale e produzione di insaccati, prosciutti, coppe, pancette arrotolate, ecc.

Molto importanti meteorologicamente erano due lune, quella di marzo e quella di settembre: la luna di marzo (ne controlla sette), ovvero il tempo che fa durante la luna di marzo lo farà per sette successive lune. Altro proverbio popolare recita: “A la luna settembrina, sette lune le si inchinano”.

Tradizione, credenza popolare o semplici consuetudini? Qualsiasi sia la ragione, l’abitudine dei contadini di seguire le fasi lunari per organizzare i raccolti, le semine e le diverse attività agricole in campagna si è consolidata nei secoli. Ma ci sono anche tante altre cose influenzate dalla luna. Vediamole.

Chi ha la faccia macchiata da una voglia di vino, caffelatte, o da lentiggini, basta che guardi fisso la luna per un’intera lunazione, facendo il gesto di pulire la voglia con la mano e al sorgere della luna nuova tutte le macchie saranno sparite.

I capelli e le unghie vanno tagliati a luna calante, se si vuole evitare che ricrescano in fretta e questo è anche il momento migliore per depilarsi.

Diffuse credenze popolari vogliono le donne nei loro cicli accompagnate dalle fasi lunari. Per questo si ritiene che il ciclo mestruale concluda un periodo di ovulazione in cui il picco massimo si verifica durante la luna piena. Anche il concepimento ed il parto sarebbero influenzati dalla luna. Secondo queste credenze la fase crescente coincide con la massima fertilità, e la calante corrisponderebbe ad un periodo bassa fertilità. Analogamente, si associa la luna che cresce ad un anticipo del parto e alla nascita di un maschio e quella calante ad un ritardo del parto e alla nascita di una femmina.

Vero o no, non lo sappiamo, le credenze qui descritte, di cui non conosciamo la validità, vogliono solo ricordare come le tradizioni popolari in tutte le occasioni riescono ad esprimere, con o senza ragione, la loro saggezza.

Gianni Cordola

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La coltivazione della patata ieri

Le patate ricche di idrati di carbonio, sali minerali, vitamine, acido folico e pantotenico, per le popolazioni di montagna si rivelarono una risorsa alimentare ed economica fondamentale. La Valle di Susa è nota per la qualità delle sue patate, in particolare quelle coltivate in montagna, dove la maturazione è più lenta e gli antiparassitari non sono necessari: le particolarità organolettiche acquisite a queste altitudini le rendono molto più saporite rispetto a quelle di pianura.

Fin dall’800 la qualità delle patate coltivate sulla montagna Condovese, in particolare sui territori degli ex Comuni di Mocchie e Frassinere, era riconosciuta in tutta la provincia di Torino e particolarmente sui mercati cittadini, dove i contadini si recavano regolarmente per la vendita. Pensate che nell’anno 1829 nel comune di Mocchie si producevano 6.000 rubbi di patate e in Frassinere 2.500 mentre Condove in pianura solamente 700; un rubbo di 25 libbre equivaleva a Kg 9,225. Oggi questa coltivazione continua ad essere diffusa e i produttori del posto la commercializzano a vari livelli.

Approfondiamo ora la sua coltivazione, percorrendo le varie fasi dalla semina alla raccolta come si faceva nei tempi passati.

Per avere un terreno ottimale per la coltura delle patate occorreva portare il letame nei campi per una buona concimazione di fondo. La lavorazione del terreno per le patate doveva essere profonda, per offrire al momento della semina un suolo sciolto e drenante, per questo motivo si vangava affondando la lama fino ai 30/40 cm.

Le patate si seminavano in primavera quando le temperature medie arrivavano oltre i 15 gradi, ed in montagna questo avveniva tra la metà di aprile e i primi di maggio. Si seminava per file, distanziate di circa 70 cm l’una dall’altra. Si collocava una patata ogni 30 cm lungo ogni fila, interrata a 10 cm di profondità. Nella semina per talea si potevano usare patate intere, ma anche pezzi. Se la misura superava i 50 grammi si poteva dividere il tubero a spicchi per avere più semente. Nei lavori di campagna i montanari seguivano con attenzione le fasi della luna e le patate dovevano essere seminate non più tardi dei primi giorni dell’ultimo quarto di luna. La tradizione montanara consigliava di seminare tutti gli ortaggi che crescono al di sopra del terreno con luna crescente e con luna calante quelli che crescono sotto terra e le verdure con crescita a cespo.

Per coltivare le patate nel campo le accortezze da avere erano relativamente poche, in un suolo ben lavorato e ben concimato la coltura richiedeva irrigazione solo al bisogno. Il lavoro più importante durante la coltivazione era il rincalzo, che permetteva anche di eliminare la gran parte delle erbe infestanti.

La rincalzatura era utile, sia per mantenere soffice la terra, sia per proteggere i tuberi. Il primo rincalzo dopo circa 20 giorni dalla semina, il secondo rincalzo dopo un mese, distribuendo una concimazione prima dell’operazione di rincalzo. Si creava in questo modo un cumulo sulla pianta, che riparava i tuberi dal sole.

Le patate non richiedevano moltissima irrigazione, sono pianta resistenti e temevano anzi gli eccessi di acqua. In genere essendo i campi in pendenza si usava irrigare a scorrimento tra una fila e l’altra. L’acqua si riversava sul campo grazie a un fossetto adduttore orizzontale, posto a monte del campo, e scorreva sulla superficie da irrigare sotto forma di un velo sottile e uniforme per tutta la durata dell’adacquamento sino a raggiungere il grado di saturazione desiderato per il terreno. Il momento migliore per bagnare era il mattino presto, con temperature più fresche. I periodi in cui si richiedeva più acqua durante la coltivazione della patata erano quando comparivano i primi boccioli e poi alla fine della fioritura.

Normalmente la resa di prodotto in un campo di patate era di circa 4 kg di tuberi per metro quadro di terreno coltivato. Se si voleva le patate novelle occorreva raccoglierle quando la pianta era ancora verde, mentre le patate normali, adatte anche ad essere conservate, si raccoglievano una volta che la pianta si seccava ingiallendo completamente. Per capire quando era ora di raccogliere le patate i montanari estirpavano una pianta e strofinavano la buccia del tubero: se non si staccava facilmente vuol dire che era il momento di raccogliere le patate.

La raccolta avveniva usando uno zappone bidente, un arnese con due robusti denti di ferro e lungo manico di legno, sollevando la zolla di terra sotto la pianta e scovando tutti i tuberi formatisi in corrispondenza delle radici. Le patate si lasciavano asciugare qualche ora sul campo, poi si portavano nella cantina, dove venivano sistemate negli spazi loro riservati. Si conservavano al buio perché non producessero solanina, che le rendeva non commestibili. La presenza di eccessiva solanina si riconosceva dal colore verde che assumeva il tubero già dall’esterno.

Zappone bidente

Le patate trovano produzione in tutta la valle di Susa, ma particolarmente pregiate oltre a quelle di Mocchie e Frassinere sono quelle di Sauze d’Oulx, di Cesana Torinese, delle Ramats di Chiomonte e di Novalesa.

In montagna le varietà più adattabili alle condizioni climatiche erano e sono ancora: la piatlina, la patata del bur e la vitelotte noire.

Patata piatlina

Antica varietà autoctona delle vallate Occitane e Francoprovenzali del Piemonte. pezzatura media e forma tonda leggermente appiattita (da cui il nome), la pasta è bianca, di consistenza tenace e profumata. È ottima bollita e indicata per frittura.

Patata piatlina

Patata del bur

È detta anche patata del bec o ratte e le sue origini vanno ricercate Oltralpe, nel Lyonnais. Coltivata da tempo nelle vallate alpine è la più diffusa in tutto l’arco alpino piemontese, in particolare nelle valli che hanno uno sbocco oltralpe. Pezzatura piccola, forma allungata e leggermente ricurva (di qui il nome del bec), buccia sottile, color giallo paglierino, polpa morbida a grana finissima. Ha pelle talmente sottile che può essere sbucciata semplicemente fregandola tra le dita. Il sapore è delicato ed è ottima consumata con la buccia. È consigliata la cottura al vapore, al forno, bollita.

Patata del bur

Patata viola o vitelotte noire o violette

Antica varietà di origine francese, ma coltivata anche sul versante italiano in Val Susa. La buccia e la pasta hanno un curioso colore blu-violetto, molto scuro, che si mantiene anche dopo la cottura. Ha forma tendenzialmente allungata, irregolare e bitorzoluta. Consigliata bollita e per vellutate, patatine fritte, purè e gnocchi. Ottima tra le verdure della bagna cauda. E non dimentichiamo l’effetto visivo, visto il suo colore viola, di cui i cuochi possono approfittare.

Patata viola

Gianni Cordola

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Commercio di ieri

Oltre settanta anni fa, nelle nostre montagne, commerciare significava portare in paese nel giorno di mercato i prodotti che ciascuno possedeva, venderli e col ricavato comprare nei pochi negozi l’occorrente per la settimana. Allora i paesi presentavano un aspetto molto diverso dall’attuale sotto il profilo delle attività commerciali e della vita quotidiana. A quei tempi non esistevano naturalmente i supermercati e i centri commerciali, inoltre i mezzi di trasporto e gli spostamenti da un paese all’altro erano assai rari. In paese si doveva trovare il necessario dai generi alimentari, alla merceria, alle botteghe del sarto o del calzolaio. I vizi come, per esempio, i sigari toscani, le sigarette e il tabacco da pipa e da naso erano comprati dal tabaccaio. Poi nei negozi si comprava sia per la cucina che per i bisogni giornalieri, il sale, lo zucchero e il caffè da macinare, le candele, le acciughe sotto sale e qualche grammo di conserva di pomodoro (che i bambini mangiavano durante il percorso dal negozio a casa). Era l’epoca in cui il tonno e la giardiniera sottaceto si compravano a peso: essi venivano prelevati da grandi scatole di latta, sgocciolati e deposti su un foglio di carta oleata o paraffinata, poi ulteriormente avvolto in carta normale. La marmellata era prelevata con un cucchiaio da grosse scatole ed era quasi sempre di albicocche o di ciliegie. Per lo zucchero, anch’esso venduto al minuto, si usava una carta blu che si chiamava appunto carta da zucchero. Il macellaio, infine usava una pesante carta di colore giallastro.

Erano allora di moda i dadi Liebig per fare il brodo, a cui si aggiunsero ben presto i formaggini triangolari avvolti in carta stagnola e, tra i dolciumi, i bastoncini neri di liquirizia, la liquirizia di legno da masticare e le pasticche di liquirizia, queste ultime vendute in scatolette cilindriche di alluminio da cui potevano essere prelevate scuotendo la scatoletta dopo aver fatto coincidere per rotazione i fori esistenti nelle due parti ad incastro della scatola. Non sempre il negoziante veniva pagato all’atto della spesa, le contadine lasciavano il debito facendosi segnare il conto su un quadernino; poi, alla fine del mese, o quando si guadagnava qualche soldo dai lavori, come la raccolta dei frutti della terra, il latte ottenuto dalle mucche, gli agnelli o altri prodotti, si saldava il conto.

Esisteva una strana diffidenza tra venditore e acquirente, legata al peso reale della merce. Contestato era l’uso abbondante di carta in cui avvolgere la merce, la vendita dei salami pesandoli con il piombino (che era di legge, ma non era commestibile).

Non tutto il commercio avveniva nei negozi del paese, esistevano anche gli ambulanti, il cui passaggio era un interessante diversivo. Erano mercanti che dopo aver passato la mattinata in un mercato, al pomeriggio giravano per le borgate raggiungibili con l’automezzo a vendere la loro merce. Una donna mi raccontava di un signore che arrivava col furgoncino nella borgata senza negozi un giorno fisso della settimana e allora passava lui con tutto il ben di Dio possibile, dalla pentola alla scopa, le mutande le calze e il grembiule, frutta e verdura di stagione, biscotti, caramelle e formaggi stagionati.

Mi dicono che era atteso perché alcune donne gli avevano ordinato chissà quale tipo di filo per il cucito. Quando arrivava suonava con il clacson e chiamava “son si bele madamin-e”, scendeva dal furgone con il suo grembiule con due tasche piene di foglietti e di monete. Le mamme erano contente di vederlo lo avevano aspettato tutta la settimana. Ai bambini dava sempre qualche caramella in regalo e le nonne quel giorno regalavano ai nipoti sempre qualcosa che acquistavano da lui, una matita o una scatola di gessetti preziosi durante i giochi, e poi ordinavano la spesa o il necessario per quando sarebbe tornato la settimana dopo.

Gianni Cordola

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Il medico condotto nella prima metà del XX secolo

C’era un tempo a Condove, Mocchie e Frassinere in cui le persone, quando si sentivano indisposte o ammalate andavano dal medico condotto, sì proprio da quel medico tanto ridicolizzato nella commedia all’italiana. Il medico ti conosceva, e conosceva i tuoi famigliari, probabilmente occupava quel posto da così tanto tempo che ti aveva visto crescere se non addirittura nascere. C’era un rapporto umano, ti dedicava il suo tempo prezioso e mentre ti parlava ti guardava bonariamente. Pare strano oramai, ma i medici un tempo ti visitavano davvero, ti misuravano la febbre e la pressione, ti controllavano le pulsazioni, ti auscultavano il torace, e con lo stetoscopio lo percorreva avanti e indietro picchiettando con le dita alla ricerca di qualche anomalo suono, segno di un malore nascosto, controllava la gola, poi guardava dentro le orecchie e ancora ti faceva fare dei movimenti con gli arti.

Ma non sempre gli ammalati potevano recarsi all’abitazione del medico, molto spesso erano impossibilitati a farlo ed allora era il medico a dover raggiungere il malato anche nelle borgate di montagna più lontane. I trasporti all’inizio del secolo scorso erano pressoché inesistenti e l’unico mezzo erano gambe e piedi buoni, oppure qualche volta a cavallo e in pianura la bicicletta. Quante volte leggendo sui giornali dell’epoca di incidenti o fatti delittuosi nelle borgate montane di Mocchie e Frassinere veniva evidenziato l’arrivo del medico condotto a cavallo o a dorso di mulo.

Tanti i compiti che svolgeva non contemplati dal contratto di “condotta”, poiché nei paesi di montagna era, col parroco e il segretario comunale, tra le poche persone che avevano studiato. Come un parente faceva poi da padrino di qualche bambino che aveva fatto nascere e spesso era invitato come testimone di nozze, poiché, di tutti i conoscenti degli sposi, era la persona più di riguardo.

Indispensabile accessorio del medico condotto era la borsa, il contenuto della quale veniva variato a seconda del genere di patologie che il medico si trovava a dover affrontare e legate alla situazione logistica. Alcuni medici particolarmente scrupolosi preparavano addirittura più borse confezionate ciascuna per uno o più tipi di urgenza.

La borsa del medico primi anni del novecento

La figura del medico condotto nasce già nel Medioevo, per poi diffondersi in maniera capillare nell’Italia del Risorgimento; ma è con l’unità d’Italia, dal 1861, che viene istituzionalizzata nel mondo della sanità. Il medico condotto viene infatti assunto e stipendiato dall’amministrazione comunale per curare gratuitamente la popolazione povera.

Il R.D. del 30 dicembre 1923 prevedeva la Condotta residenziale, nella quale era assicurata la presenza di un medico che doveva curare i poveri gratuitamente. Uno speciale elenco dei poveri stabiliva quali erano gli abitanti del Comune che avevano diritto all’assistenza sanitaria gratuita, mentre con gli abitanti il medico condotto stabiliva un compenso annuo a forfait.

Il medico condotto è senza dubbio rimasto nella memoria come figura eroica e romantica fino alla metà degli anni ’70. Era la figura di riferimento di tutti coloro che erano rimasti fuori da ogni forma di previdenza sociale ai quali non restava che affidarsi all’assistenza caritatevole privata o fornita dal Comune.

Al medico condotto potevano anche essere temporaneamente affidate le funzioni di ufficiale sanitario, se non era possibile assegnarne uno al comune, anche in consorzio con altri, per la ridotta popolazione, le condizioni economiche o le difficoltà di comunicazioni con i comuni confinanti. Egli doveva avere obbligatoriamente la residenza nel comune nel quale aveva la cosiddetta “condotta”, ed era tenuto a fornire obbligatoriamente la propria assistenza 24 ore al giorno. La figura è stata sostituita, ai sensi della legge 23 dicembre 1978 n. 833, dal medico di famiglia.

Perché si chiamava condotto? La parola condotto deriva dal latino “conductum” participio passato del verbo “conducere” che si traduce con il termine “assunto”. Il medico condotto era infatti un medico stipendiato a contratto con l’ente, generalmente il Comune, con cui stipulava il rapporto per adempiere la funzione medica, che comportava un’assistenza medica continua, diurna e notturna, di una comunità e con due sole settimane di ferie all’anno.

Il medico condotto ha avuto da un lato il ruolo fondamentale di portare la medicina moderna anche nelle classi sociali più disagiate, e dall’altro quello di svolgere per la prima volta un’azione di istruzione sanitaria, soprattutto allo scopo di diffondere i principi dell’igiene. Il suo lavoro per molti anni è stato una vera e propria missione ad alto valore sociale.

Gianni Cordola

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La fienagione ieri a Laietto e Pratobotrile

(Fé ‘l fen ier a Lajet e Pabotri)

Siamo ai primi giorni di giugno, nei prati di Laietto e Pratobotrile, borgate di Condove a circa 1000 m. di altezza, la fioritura è completa e quasi incomincia a sfiorire, il fieno è maturo, è giunto il momento della fienagione di primo taglio che si concluderà a settembre, con il fieno di secondo taglio: giornate faticose, specialmente per gli uomini.

Ci si alzava molto presto e si partiva con le falci a spalla quando il cielo era ancora stellato e la mulattiera per raggiungere i prati appena visibile. La martellatura della falce era già stata fatta la sera precedente. Il lavoro veniva compiuto interamente a mano ed impegnava duramente e a lungo l’intera famiglia. Gli attrezzi impiegati nella fienagione erano: falce (ël daj o ranza), rastrello (rastel), tridente (trent), cote (la co) e portacote (pòrta-co). La cote è un arnese per affilare la falce, formato da una pietra abrasiva naturale tagliata in varie forme.

Falce e cote

All’alba l’uomo falciava l’erba, ancora madida di rugiada, incominciava da un angolo del terreno e procedeva in modo lineare a strisce, formando alla sua sinistra il cumulo di erba tagliata, ogni tanto si fermava per affilare la lama con la cote. Quando tutta l’erba è caduta, risultava raccolta in file irregolari che erano immediatamente sparpagliate per favorirne l’essiccazione. In poche ore veniva tagliata un buona quantità di fieno, e lo sforzo fisico, con l’aria mattutina, faceva crescere l’appetito. L’arrivo della donna di casa con il paniere del pranzo era accolto con piacere. L’uomo deponeva la falce e all’ombra di un albero mangiava pane e toma con del buon vino. Terminato il pasto l’uomo continuava il suo lavoro mentre la donna coi bambini si dava da fare intorno al fieno.

Fare il fieno, era un lavoro, ma anche una fantastica occasione di divertimento per i ragazzi. Il profumo acre dell’erba appena tagliata e quello dolciastro del fieno secco; il morbido volume dei mucchi di erba secca sui quali ci si buttava a capofitto. Se era rimasta erba vicino agli alberi ed ai cespugli la donna la tagliava a mano con una piccola falce (la mëssòira). Il giorno successivo, quando comunque il fieno aveva subito una parziale trasformazione e cominciava ad appassire, si provvedeva con il rastrello a formare lunghe file orizzontali. Quando era accertata la completa essiccazione, si provvedeva alla raccolta per mezzo del tridente in grandi mucchi, mentre con i rastrelli si provvedeva alla minuziosa raccolta del fieno rimasto sul terreno.

Per la raccolta a seconda della quantità e della distanza da casa si avvaleva di diversi metodi: la coperta da fieno, la fraschera, il barione e la trappa.

La coperta da fieno (fioré) era un pezzo di tela di cotone o canapa quadrato di circa due metri di lato, con corde fissate agli angoli; si distendeva sul terreno, vi si metteva il fieno sopra, legando le corde a due a due, incrociate e si portava a spalle.

Coperta da fieno

La fraschera (la fëschera), era un attrezzo costituito da due lunghe sbarre parallele, unite alle estremità da due listelli, in modo da formare un telaio; al centro dei lati corti vi era un foro, nel quale scorreva una corda, all’estremità della quale era fissato un apposito utensile di forma affusolata, che serviva per facilitare l’annodatura. Veniva appoggiata sul terreno, con il tridente si caricava il fieno sopra, quindi si passavano le corde e si faceva il nodo. Per caricarla sulle spalle si metteva in verticale e con le mani si impugnavano le sbarre lunghe.

La fraschera

Il barione (barion), era costituito da due sbarre in legno, lunghe circa un metro e mezzo, con dei fori nei quali scorrevano delle corde parallele: alle estremità di una delle barre erano fissate altre due corde, che servivano per legare il carico. Il barione si stendeva sul prato, poi con il tridente vi si metteva il fieno sopra, quindi si chiudeva in modo che il fascio assumeva una forma cilindrica come un grosso salame. A seconda della lunghezza dei bastoni il barione così formato era abbastanza pesante poteva essere trasportato sulle spalle o con la slitta (la lesa ò levia).

La trappa (trapa) era invece costituita da una rete di corda e due semicerchi in legno. Si distendeva aperta sul prato, vi si metteva sopra il fieno, si chiudeva avvicinando i legni, quindi si legava. Questo sistema era utilizzato di solito per il trasporto di piccole quantità di fieno e per tratti non molto lunghi.

La trappa

Il fieno veniva stipato nel fienile, generalmente collocato nella parte alta dell’abitazione, in modo da essere aerati e da consentire al tempo stesso il trasferimento del foraggio nella stalla per tramite di una botola, per garantire l’alimentazione del bestiame durante il lungo inverno. Ma quanta fatica prima che il fieno fosse sistemato nel fienile.

La fienagione era ed è la base dell’agricoltura di montagna, rappresentava in passato un’operazione di importanza vitale per la sopravvivenza della comunità, in quanto la possibilità di alimentare il bestiame durante il lungo inverno dipendeva strettamente dalla quantità di fieno che si riusciva a raccogliere durante l’estate, inoltre consentiva il pieno utilizzo dei prati e dei pascoli. L’esito della raccolta dipendeva esclusivamente dalla pioggia che, se cadeva sopra il raccolto, la stagione era compromessa e il montanaro doveva acquistare foraggio o eliminare uno o più capi di bestiame.

Ma lo spopolamento della montagna ha fatto si che tanti prati non vengono più falciati con il rischio, dopo fenomeni meteorologici di forte intensità, di eventi dannosi al territorio. Una regolare falciatura estiva dei pendii aiuta la prevenzione delle valanghe. Naturalmente le masse di neve precipitano a una velocità maggiore se incontrano superfici scivolose sul loro cammino. Se i prati vengono lasciati incustoditi durante l’estate, le piogge autunnali e la neve dell’inverno schiacciano l’erba alta, facilitando l’erosione in primavera.

Gianni Cordola

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Condove, l’invasione dei bruchi

Nel mese di luglio dell’anno 1969 voraci bruchi invasero i terreni a monte della borgata Arronco di Condove distruggendo tutta la vegetazione che incontravano sul loro cammino.

Erano larve di farfalla notturna (Lymantria dispar) un lepidottero defogliatore i cui bruchi si nutrono su un gran numero di piante latifoglie: la roverella, le querce, il castagno, i carpini, il faggio, l’acero, i pioppi, le piante da frutto, il larice ed anche le piante erbacee. Compie una sola generazione l’anno e sverna allo stato di uovo. Le infestazioni si ripetono ciclicamente spesso favorite dal clima caldo e asciutto. Quando l’attacco è massiccio la defogliazione può essere totale, con gravi danni soprattutto per le specie coltivate.

Larva di Lymantria dispar

Queste larve stavano già trasformandosi in crisalidi, nascondendosi sotto i massi o in apposite buche del terreno, diventando poi farfalle e depositando migliaia e migliaia di uova che l’anno dopo si sarebbero schiuse causando, una seconda invasione.

Tutto cominciò ai primi di luglio, quando Adelaide Listello abitante ad Arronco, salì sulla montagna, a qualche centinaio di metri sopra la sua abitazione e vide parecchie piante di salvia completamente spoglie e diventate secche, come se fossero state bruciate. Sugli steli c’erano centinaia di bruchi. Moltissimi altri erano sparsi sul terreno. La Listello diede l’allarme ma prima che si potesse individuare le cause del fenomeno e preparare i mezzi di difesa, la piccola armata ha potuto moltiplicarsi. Milioni di bestiole alla velocità di una cinquantina di metri al giorno avanzavano, su un fronte di 200-250 metri verso Condove, divorando tutto quello che incontravano. Lo spettacolo che presentava la montagna era davvero impressionante: tutto il tratto preso d’assalto dagli insetti sembrava bruciato. Alcuni castagni erano morti con le foglie e la corteccia mangiate dalle larve.

La situazione era grave perché i bruchi stanno avvicinandosi alle zone coltivate. Mario Listello, un agricoltore che abitava in una casa prossima alla zona infetta diceva di aver tentato di tutto, ma sembrava impossibile fermarli. Veleni, acidi, fumo non servivano a nulla. Erano già arrivati nella sua vigna, nell’orto e ne avevano anche trovati in casa. Chi ha visto i bruchi mentre stavano attraversando la strada che da Pralesio porta a Laietto descriveva un fronte di 200 metri dove l’asfalto era letteralmente coperto da decine di migliaia di animaletti, alcuni dei quali lunghi sette otto centimetri.

Nel pomeriggio del 15 luglio le guardie forestali irrorarono la zona assediata con dose raddoppiata di un potente insetticida. Muoiono mosche, grilli e lucertoloni, ma le larve escono indenni. Mentre si studiano nuovi sistemi di difesa, la colonna dei bruchi continua ad avanzare: più temibili delle cavallette, si lasciano alle spalle un terreno distrutto, privo di erba. Giungono sulla strada e l’attraversano sotto lo sguardo preoccupato dei contadini, che ne uccidono a centinaia con i bastoni, mentre le auto ne schiacciano migliaia sotto le ruote. Nonostante questa decimazione, i bruchi raggiungono i campi coltivati e puntano direttamente verso le case.

Per il timore di vedere gli invasori superare la barriera velenosa e minacciare l’abitato di Condove, il Sindaco A. Suppo chiese alla Prefettura l’intervento di alcuni reparti del genio militare muniti di lanciafiamme.

Un reparto militare arrivò da Torino: con i lanciafiamme, i soldati in tuta mimetica ed elmetto avanzarono nella zona infetta facendo piazza pulita delle voraci larve. Due ettari di terra bruciata, e un nauseabondo odore di bruciato è tutto ciò che restò dell’esercito di milioni di bruchi che minacciavano Condove. L’impiego dei soldati con i lanciafiamme suscitò qualche polemica: alcuni erano convinti che si era esagerato, altri sostenevano che questo era l’unico mezzo per liberarsi dai bruchi che ormai assediavano le case.

Militari con lanciafiamme all’opera

Ma la battaglia non era ancora vinta, verso fine mese i bruchi ritornano all’attacco. Riapparvero su una larga fascia di bosco avanzando verso la borgata di Pralesio Superiore. In paese gli abitanti allarmati avvertirono il Comune che decine di migliaia di bruchi stavano nuovamente dirigendosi verso alcuni vigneti. Il Sindaco dopo aver controllato la zona, giudicò la situazione nuovamente pericolosa e chiese aiuto all’amministrazione provinciale. Squadre di disinfestatori giunsero da Torino per irrorare una vasta zona di castagneti ormai semi divorata dai bruchi con il potentissimo arseniato di piombo e questa volta la guerra fu vinta.

Gianni Cordola

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Mocchie – Anno 1902 – Scioglimento del Consiglio Comunale

I tre comuni Condove, Mocchie e Frassinere nel 1936, vengono accorpati per loro richiesta su suggerimento della Prefettura. Questo accorpamento avvenne a causa del dissesto finanziario, che colpì in modo particolare Mocchie e Frassinere, in seguito alla costruzione della strada carrozzabile che doveva unire le tre località e avvicinare le due più lontane alla stazione. Opera progettata dall’ing. Domenico Moretto e approvata nel 1913 dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Soltanto nel 1924 iniziarono i lavori e nel 1933 furono ultimati solo parzialmente. Ma non tutti sanno che il comune di Mocchie era già stato segnalato in non buone condizioni finanziarie nell’anno 1902.

Durante il governo Zanardelli (15 febbraio 1901/3 novembre 1903), Giovanni Giolitti Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno con una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica, presentò a Sua Maestà il Re una relazione per richiedere lo scioglimento del Consiglio comunale di Mocchie a causa di gravi inadempienze. In accertamenti successivi si riscontrò che il Comune versava in difficili condizioni finanziarie.

Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 99 di lunedì 28 aprile 1902

Relazione di S. E. il Ministro dell’Interno a S. M. il Re, in udienza del 30 marzo 1902, sul decreto che scioglie il Consiglio comunale di Mocchie (Torino).

Il Consiglio Comunale di Mocchie licenziò il segretario col pretesto che da lungo tempo la popolazione desiderava a quel posto un notaio; ma in realtà per le mene e gli intrighi, anche delittuosi, da parte di colui che ne ambiva la successione e del cui volere il sindaco, inconscio della propria responsabilità, divenne più che mai docile e pericoloso strumento.
La Giunta provinciale amministrativa revocò il licenziamento, perché avvenuto illegalmente e fuori termine, e nel frattempo il Tribunale di Susa condannò il sindaco, l’assessore anziano ed il segretario assunto, quali responsabili di reato per fatti attinenti al mentovato provvedimento.
Pendenti i ricorsi al Consiglio di Stato contro la decisione della Giunta Provinciale ed alla Corte d’appello contro la sentenza del Tribunale, il sindaco ritenne conveniente dimettersi dalla carica, ma il Consiglio deliberò di non accettare la rinunzia, mostrando in tal guisa di non volere abbandonare l’indirizzo fin qui seguito.
Questo stato di cose ha finito per arrestare il funzionamento dell’Amministrazione e dei pubblici servizi, senza speranza che gli attuali rappresentanti, data la loro incapacità, vi possano in alcun modo riparare.
Da una recente inchiesta, oltre il disordine dell’archivio, la mancanza di qualsiasi controllo contabile e l’omessa rivendicazione di beni comunali usurpati, è risultato che il Comune versa in difficili condizioni finanziarie. Il dissesto, imputabile anche al segretario già licenziato, è reso assai più grave dalla inettitudine del segretario assunto.
Le irregolarità accertate negli atti dello stato civile sono state denunziate all’autorità giudiziaria, ed altro procedimento sta per aprirsi contro il segretario assunto, il quale si rifiutò di consegnare al sindaco la chiave dell’ufficio comunale, per impedirne l’accesso ad un commissario prefettizio.
Le cose sono quindi giunte a tal punto da rendere assolutamente necessario lo scioglimento di quella rappresentanza, affinché un regio commissario straordinario approfondisca le indagini, accerti le altre responsabilità, si adoperi per la conciliazione degli animi, e riconduca quel Municipio alla sua normale funzione.

A ciò provveda lo schema di decreto che ho l’onore di sottoporre all’Augusta firma di Vostra Maestà.

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno; visti gli articoli 295 e 296 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato col R. decreto 4 maggio 1898, n. 164; Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

Il Consiglio comunale di Mocchie in provincia di Torino è sciolto.

Art. 2

Il signor dott. Angelo Fagiani è nominato Commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale, ai termini di legge. Il Nostro Ministro predetto è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 30 marzo 1902

VITTORIO EMANUELE III

Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 163 di lunedì 14 luglio 1902

Relazione di S. E. il Ministro dell’Interno a S. M. il Re, in udienza del 3 luglio 1902, sul decreto che proroga i poteri del R. Commissario straordinario di Mocchie (Torino).

Il R. Commissario di Mocchie si è fin qui principalmente occupato della sistemazione dell’Ufficio municipale da lui trovato nel massimo disordine; lavoro questo reso assai più difficile per il fatto che egli si deve ancora valere dell’opera di un segretario provvisorio.

Essendo molto trascurata la manutenzione delle strade, si procede ora alla compilazione delle perizie per il necessario riattamento di esse; e si stà provvedendo alla conduttura di acqua potabile alle diverse borgate del Comune. All’occorrente spesa si farà fronte mediante la vendita dei beni comunali usurpati e di un taglio di piante già maturo.

Ma tutto ciò, e in ispecie quanto riguarda la rivendicazione dei terreni di proprietà comunale, soltanto un R. Commissario può fare con sufficiente energia e con la volutà imparzialità, a differenza di qualunque ordinaria amministrazione, che è sempre vincolata al Corpo elettorale.

Epperò, nell’interesse della popolazione e della civica Azienda, mi credo in dovere di sottoporre all’Augusta firma di Vostra Maestà lo schema di decreto che proroga di tre mesi i poteri di quel Commissario

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno; Veduto il nostro precedente decreto con cui venne sciolto il Consiglio comunale di Mocchie, in provincia di Torino; Veduta la legge comunale e provinciale; Abbiamo decretato decretiamo:

Il termine per la ricostituzione del Consiglio comunale di Mocchie è prorogato di tre mesi. Il Nostro Ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 3 luglio 1902

VITTORIO EMANUELE III

Gianni Cordola

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