Condove, l’invasione dei bruchi

Nel mese di luglio dell’anno 1969 voraci bruchi invasero i terreni a monte della borgata Arronco di Condove distruggendo tutta la vegetazione che incontravano sul loro cammino.

Erano larve di farfalla notturna (Lymantria dispar) un lepidottero defogliatore i cui bruchi si nutrono su un gran numero di piante latifoglie: la roverella, le querce, il castagno, i carpini, il faggio, l’acero, i pioppi, le piante da frutto, il larice ed anche le piante erbacee. Compie una sola generazione l’anno e sverna allo stato di uovo. Le infestazioni si ripetono ciclicamente spesso favorite dal clima caldo e asciutto. Quando l’attacco è massiccio la defogliazione può essere totale, con gravi danni soprattutto per le specie coltivate.

Larva di Lymantria dispar

Queste larve stavano già trasformandosi in crisalidi, nascondendosi sotto i massi o in apposite buche del terreno, diventando poi farfalle e depositando migliaia e migliaia di uova che l’anno dopo si sarebbero schiuse causando, una seconda invasione.

Tutto cominciò ai primi di luglio, quando Adelaide Listello abitante ad Arronco, salì sulla montagna, a qualche centinaio di metri sopra la sua abitazione e vide parecchie piante di salvia completamente spoglie e diventate secche, come se fossero state bruciate. Sugli steli c’erano centinaia di bruchi. Moltissimi altri erano sparsi sul terreno. La Listello diede l’allarme ma prima che si potesse individuare le cause del fenomeno e preparare i mezzi di difesa, la piccola armata ha potuto moltiplicarsi. Milioni di bestiole alla velocità di una cinquantina di metri al giorno avanzavano, su un fronte di 200-250 metri verso Condove, divorando tutto quello che incontravano. Lo spettacolo che presentava la montagna era davvero impressionante: tutto il tratto preso d’assalto dagli insetti sembrava bruciato. Alcuni castagni erano morti con le foglie e la corteccia mangiate dalle larve.

La situazione era grave perché i bruchi stanno avvicinandosi alle zone coltivate. Mario Listello, un agricoltore che abitava in una casa prossima alla zona infetta diceva di aver tentato di tutto, ma sembrava impossibile fermarli. Veleni, acidi, fumo non servivano a nulla. Erano già arrivati nella sua vigna, nell’orto e ne avevano anche trovati in casa. Chi ha visto i bruchi mentre stavano attraversando la strada che da Pralesio porta a Laietto descriveva un fronte di 200 metri dove l’asfalto era letteralmente coperto da decine di migliaia di animaletti, alcuni dei quali lunghi sette otto centimetri.

Nel pomeriggio del 15 luglio le guardie forestali irrorarono la zona assediata con dose raddoppiata di un potente insetticida. Muoiono mosche, grilli e lucertoloni, ma le larve escono indenni. Mentre si studiano nuovi sistemi di difesa, la colonna dei bruchi continua ad avanzare: più temibili delle cavallette, si lasciano alle spalle un terreno distrutto, privo di erba. Giungono sulla strada e l’attraversano sotto lo sguardo preoccupato dei contadini, che ne uccidono a centinaia con i bastoni, mentre le auto ne schiacciano migliaia sotto le ruote. Nonostante questa decimazione, i bruchi raggiungono i campi coltivati e puntano direttamente verso le case.

Per il timore di vedere gli invasori superare la barriera velenosa e minacciare l’abitato di Condove, il Sindaco A. Suppo chiese alla Prefettura l’intervento di alcuni reparti del genio militare muniti di lanciafiamme.

Un reparto militare arrivò da Torino: con i lanciafiamme, i soldati in tuta mimetica ed elmetto avanzarono nella zona infetta facendo piazza pulita delle voraci larve. Due ettari di terra bruciata, e un nauseabondo odore di bruciato è tutto ciò che restò dell’esercito di milioni di bruchi che minacciavano Condove. L’impiego dei soldati con i lanciafiamme suscitò qualche polemica: alcuni erano convinti che si era esagerato, altri sostenevano che questo era l’unico mezzo per liberarsi dai bruchi che ormai assediavano le case.

Militari con lanciafiamme all’opera

Ma la battaglia non era ancora vinta, verso fine mese i bruchi ritornano all’attacco. Riapparvero su una larga fascia di bosco avanzando verso la borgata di Pralesio Superiore. In paese gli abitanti allarmati avvertirono il Comune che decine di migliaia di bruchi stavano nuovamente dirigendosi verso alcuni vigneti. Il Sindaco dopo aver controllato la zona, giudicò la situazione nuovamente pericolosa e chiese aiuto all’amministrazione provinciale. Squadre di disinfestatori giunsero da Torino per irrorare una vasta zona di castagneti ormai semi divorata dai bruchi con il potentissimo arseniato di piombo e questa volta la guerra fu vinta.

Gianni Cordola

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Mocchie – Anno 1902 – Scioglimento del Consiglio Comunale

I tre comuni Condove, Mocchie e Frassinere nel 1936, vengono accorpati per loro richiesta su suggerimento della Prefettura. Questo accorpamento avvenne a causa del dissesto finanziario, che colpì in modo particolare Mocchie e Frassinere, in seguito alla costruzione della strada carrozzabile che doveva unire le tre località e avvicinare le due più lontane alla stazione. Opera progettata dall’ing. Domenico Moretto e approvata nel 1913 dal Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici. Soltanto nel 1924 iniziarono i lavori e nel 1933 furono ultimati solo parzialmente. Ma non tutti sanno che il comune di Mocchie era già stato segnalato in non buone condizioni finanziarie nell’anno 1902.

Durante il governo Zanardelli (15 febbraio 1901/3 novembre 1903), Giovanni Giolitti Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno con una notevole influenza che andava oltre quella propria della sua carica, presentò a Sua Maestà il Re una relazione per richiedere lo scioglimento del Consiglio comunale di Mocchie a causa di gravi inadempienze. In accertamenti successivi si riscontrò che il Comune versava in difficili condizioni finanziarie.

Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 99 di lunedì 28 aprile 1902

Relazione di S. E. il Ministro dell’Interno a S. M. il Re, in udienza del 30 marzo 1902, sul decreto che scioglie il Consiglio comunale di Mocchie (Torino).

Il Consiglio Comunale di Mocchie licenziò il segretario col pretesto che da lungo tempo la popolazione desiderava a quel posto un notaio; ma in realtà per le mene e gli intrighi, anche delittuosi, da parte di colui che ne ambiva la successione e del cui volere il sindaco, inconscio della propria responsabilità, divenne più che mai docile e pericoloso strumento.
La Giunta provinciale amministrativa revocò il licenziamento, perché avvenuto illegalmente e fuori termine, e nel frattempo il Tribunale di Susa condannò il sindaco, l’assessore anziano ed il segretario assunto, quali responsabili di reato per fatti attinenti al mentovato provvedimento.
Pendenti i ricorsi al Consiglio di Stato contro la decisione della Giunta Provinciale ed alla Corte d’appello contro la sentenza del Tribunale, il sindaco ritenne conveniente dimettersi dalla carica, ma il Consiglio deliberò di non accettare la rinunzia, mostrando in tal guisa di non volere abbandonare l’indirizzo fin qui seguito.
Questo stato di cose ha finito per arrestare il funzionamento dell’Amministrazione e dei pubblici servizi, senza speranza che gli attuali rappresentanti, data la loro incapacità, vi possano in alcun modo riparare.
Da una recente inchiesta, oltre il disordine dell’archivio, la mancanza di qualsiasi controllo contabile e l’omessa rivendicazione di beni comunali usurpati, è risultato che il Comune versa in difficili condizioni finanziarie. Il dissesto, imputabile anche al segretario già licenziato, è reso assai più grave dalla inettitudine del segretario assunto.
Le irregolarità accertate negli atti dello stato civile sono state denunziate all’autorità giudiziaria, ed altro procedimento sta per aprirsi contro il segretario assunto, il quale si rifiutò di consegnare al sindaco la chiave dell’ufficio comunale, per impedirne l’accesso ad un commissario prefettizio.
Le cose sono quindi giunte a tal punto da rendere assolutamente necessario lo scioglimento di quella rappresentanza, affinché un regio commissario straordinario approfondisca le indagini, accerti le altre responsabilità, si adoperi per la conciliazione degli animi, e riconduca quel Municipio alla sua normale funzione.

A ciò provveda lo schema di decreto che ho l’onore di sottoporre all’Augusta firma di Vostra Maestà.

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno; visti gli articoli 295 e 296 del testo unico della legge comunale e provinciale, approvato col R. decreto 4 maggio 1898, n. 164; Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1

Il Consiglio comunale di Mocchie in provincia di Torino è sciolto.

Art. 2

Il signor dott. Angelo Fagiani è nominato Commissario straordinario per l’amministrazione provvisoria di detto Comune, fino all’insediamento del nuovo Consiglio comunale, ai termini di legge. Il Nostro Ministro predetto è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 30 marzo 1902

VITTORIO EMANUELE III

Dalla Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia n. 163 di lunedì 14 luglio 1902

Relazione di S. E. il Ministro dell’Interno a S. M. il Re, in udienza del 3 luglio 1902, sul decreto che proroga i poteri del R. Commissario straordinario di Mocchie (Torino).

Il R. Commissario di Mocchie si è fin qui principalmente occupato della sistemazione dell’Ufficio municipale da lui trovato nel massimo disordine; lavoro questo reso assai più difficile per il fatto che egli si deve ancora valere dell’opera di un segretario provvisorio.

Essendo molto trascurata la manutenzione delle strade, si procede ora alla compilazione delle perizie per il necessario riattamento di esse; e si stà provvedendo alla conduttura di acqua potabile alle diverse borgate del Comune. All’occorrente spesa si farà fronte mediante la vendita dei beni comunali usurpati e di un taglio di piante già maturo.

Ma tutto ciò, e in ispecie quanto riguarda la rivendicazione dei terreni di proprietà comunale, soltanto un R. Commissario può fare con sufficiente energia e con la volutà imparzialità, a differenza di qualunque ordinaria amministrazione, che è sempre vincolata al Corpo elettorale.

Epperò, nell’interesse della popolazione e della civica Azienda, mi credo in dovere di sottoporre all’Augusta firma di Vostra Maestà lo schema di decreto che proroga di tre mesi i poteri di quel Commissario

VITTORIO EMANUELE III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

RE D’ITALIA

Sulla proposta del Nostro Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno; Veduto il nostro precedente decreto con cui venne sciolto il Consiglio comunale di Mocchie, in provincia di Torino; Veduta la legge comunale e provinciale; Abbiamo decretato decretiamo:

Il termine per la ricostituzione del Consiglio comunale di Mocchie è prorogato di tre mesi. Il Nostro Ministro proponente è incaricato dell’esecuzione del presente decreto.

Dato a Roma, addì 3 luglio 1902

VITTORIO EMANUELE III

Gianni Cordola

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Le corvée a Laietto

Le corvée (dal lat. tardo corrogata opera richiesta), di antica memoria e tradizione, erano quei momenti comunitari, concordati secondo il bisogno, in cui tante persone compiono gratuitamente un determinato lavoro di interesse sociale per la comunità. La popolazione doveva unirsi per compiere determinati lavori: pulizia dei corsi d’acqua, delle strade e lavori in altre strutture comunitarie. La pulizia dei corsi dei canali avveniva in primavera ed era annunciata nel nel piazzale antistante la chiesa dopo le messe domenicali. In occasione dei lavori per la borgata si dava l’ordine di suonare la campana della Chiesa, era l’unico mezzo per radunare gli uomini validi sulla piazzetta e qui ad ognuno veniva assegnato il lavoro da svolgere.

Le corvée, frequenti sino alla prima guerra mondiale, si ripetevano principalmente d’inverno ad ogni caduta di neve per l’apertura delle mulattiere che collegavano le borgate fra di loro. Le strade dovevano essere sempre aperte per ogni imprevisto, come funerali, battesimi, chiamate urgenti del medico condotto e per gli scolari che frequentavano giornalmente le scuole. Le piogge di primavera pur essendo utilissime alla campagna, provocavano però qualche danno alle strade e sentieri: occorreva quindi pulirle e livellarle, rifare l’acciottolato nei punti in cui si era sconnesso, sgombrare i sassi caduti dai muri laterali. Si tagliavano i cespugli e i rami che sporgevano sulle mulattiere, in modo che passando in estate con il fieno, questi non vi rimanesse impigliato, e le “lese” (slitte) vi potessero transitare agevolmente.

Ogni anno una cura particolare era dedicata alla sorgente che fornisce l’acqua alla fontana e a tutti i ruscelli e fossi per l’irrigazione dei campi bisognava pulirli bene dalle foglie e dai rami. Agli uomini erano naturalmente demandati i lavori più pesanti, quali ad esempio la rimozione di massi franati all’interno del ruscello o l’eliminazione di smottamenti di terra, o il taglio di alberi. Le donne, munite di falci, falcetti e rastrelli dovevano pulire il corso del canale dal fogliame secco e dai rami ammucchiatisi durante l’inverno. A questi lavori non vi era assenza da parte di alcuno, tutte le famiglie vi partecipavano con almeno un componente, senza distinzione di sesso, anche le donne erano le benvenute.

Si partiva con tanta voglia di lavorare, perché ognuno sapeva e ne era convinto che ciò che serve agli altri, è utile ad ognuno di noi, e che se si è uniti e ci si aiuta reciprocamente la vita è migliore. La mancata partecipazione di una famiglia alla corvée era tollerata solo per casi gravi in cui quella famiglia si fosse trovata. In caso di grave disgrazia che avesse colpito una famiglia i cui componenti non fossero nella possibilità di rimediare, intervenivano gli altri abitanti della borgata, specie per la raccolta delle derrate agricole, quali la segale ed il fieno, ed anche la legna per il riscaldamento.

Le giornate di corvée erano giornate di duro lavoro, ma si svolgevano con serenità e spirito di collaborazione, memori del detto “l’unione fa la forza”. Le testimonianze degli anziani ricordano questi momenti come estremamente partecipati nel numero e apprezzati dai più che approfittavano della giornata per ritrovarsi, fare affari di compravendita o semplicemente solo per farsi una bicchierata tutti insieme.

Da ricordare le corvée compiute dagli abitanti di Laietto al Santuario del Collombardo con numerosissime giornate di lavoro totalmente gratuito per i vari lavori di ricostruzione della Cappella nel 1869. Monsignor Giuseppe Vinassa (priore di Laietto dal 1865 al 1881) alla domenica dal pulpito indiceva la corvée per il trasporto del materiale, la domenica successiva veniva celebrata al mattino presto una Santa Messa per tutti i partecipanti. Poi tanta gente, uomini donne e ragazzi partiva carica di calce, cemento, mattoni, legname verso il Collombardo. Arrivati al colle ricevevano tutti una grossa pagnotta, agli uomini anche un bicchiere di vino come unica ricompensa.

Le corvée si perpetuano ancora oggi attraverso l’istituto dei consorzi irrigui, interpoderali e di miglioramento fondiario con prestazioni personali previste dal regolamento dell’ente oppure volontarie e gratuite, di manodopera rese dai consorziati in modo meramente occasionale o ricorrente, diventando un momento di aggregazione e occasioni di incontro e di festa.

Anche se la borgata Laietto è solo più abitata da poche persone, alcuni volenterosi si prodigano per mantenere il paese in buone condizioni, e vengono quindi indette tuttora di tanto in tanto delle piccole corvée coinvolgendo residenti e villeggianti.

Gianni Cordola

La corvée
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Coltivazione della segale ieri

Il clima della montagna Condovese, e specialmente di Laietto nella valle del Sessi, consentiva in passato prevalentemente la coltivazione di due tipi di cereali: la segale e l’orzo un tempo indispensabili per l’alimentazione della popolazione. Nel secondo dopoguerra, i campi coltivati a segale intorno alle borgate hanno lasciato il posto ai prati o sono stati invasi dai boschi circostanti.

La segale è il cereale più adattabile ai climi secchi e ai terreno poveri, germina rapidamente anche a basse temperature ed è idonea alle condizioni ambientali della montagna in quanto coltivabile fino a 1500 metri, inoltre garantisce una produzione apprezzabile di granaglie e di paglia. La semente vernina, cioè invernale, che aveva una resa maggiore e dava una farina più bianca, era seminata in genere in ottobre e si mieteva a fine luglio.

La segale

La preparazione del terreno doveva essere eseguita con cura i campi erano ripidi e la lavorazione avveniva a mano con l’uso della zappa, più adatta per i terreni pendenti, mentre la vanga era usata per i terreni più pianeggianti. La concimazione autunnale si effettuava con letame portato sul campo con la gerla o con la “lesa”, una slitta munita di cassone o di cesta e sparso con il forcone.

La semina avveniva manualmente spargendo i semi sulla terra rivoltata con l’accortezza di non gettarli troppo fitti altrimenti le piante non avrebbero potuto svilupparsi bene. Alla semina seguiva la ricopertura dei semi con un sottile strato di terra con la zappa. Allo spuntare delle prime pianticelle, con una zappetta, si estirpavano le erbacce infestanti come la gramigna.

Nella seconda metà di luglio, a seconda dell’andamento climatico e della esposizione dei campi, la segale ha lasciato il suo bel colore verde ed è diventata bionda con lunghe spighe cariche di chicchi, ed aspetta di essere falciata. L’attrezzo principale era la falce con il necessario corredo di cote e portacote che servivano ad affilarla. Bisognava alzarsi presto, le prime ore del giorno erano le più adatte e meno faticose. La mietitura veniva fatta a mano. Un uomo con la falce iniziava a tagliarne una striscia e una donna dietro di lui raccoglieva la segale facendone dei fasci legandoli con la stessa paglia di segale e lasciandoli sparsi nel campo.

La falce

A lavoro ultimato si raccoglievano questi fasci sistemandoli in piedi gli uni vicini agli altri a formare dei grossi covoni. Si lasciavano seccare nel campo per una quindicina di giorni e successivamente portati a casa riponendoli in un vecchio lenzuolo per evitare la dispersione dei chicchi. I covoni erano portati al riparo nella parte alta del fienile per facilitare l’arieggiamento. Il trasporto dal campo al fienile si faceva a spalla o con la “lesa”.

Quando i covoni erano completamente essiccati in autunno inoltrato si procedeva alla trebbiatura iniziando con la battitura per staccare i chicchi dalla spiga in uno spazio vicino al fienile accuratamente pulito. I fasci di segale si disponevano affiancati in doppia fila per facilitare la separazione della spiga. Questa operazione si svolgeva possibilmente prima del secondo taglio del fieno, al quale occorreva far posto nel fienile. I fasci venivano battuti o con due bastoncini uno per mano o con il correggiato. Quest’ultimo era composto da un lungo manico alla cui estremità è collegato con legacci di cuoio un legno di forma cilindrica somigliante ad un grosso mattarello. La battitura avveniva a ritmo cadenzato fino a quando i chicchi si fossero staccati da ogni spiga. La paglia rimasta veniva raccolta legata in fasci per essere poi adoperata come lettiera per gli animali nella stalla o anche come foraggio.

Battitura con correggiato

Successivamente si passava alla spulatura,cioè al distacco della pula, l’involucro che riveste il chicco, effettuata manualmente con il vaglio, un cesto di vimini con due manici, munito su tre lati di sponde rialzate per raccogliere il cereale e aperto sul davanti . Questa operazione doveva essere svolta all’aperto in presenza di una corrente d’aria: occorreva afferrare con forza i due manici del vaglio appoggiandolo al basso ventre e sollevarlo rapidamente per gettare il contenuto verso l’alto e raccoglierlo durante la caduta, mentre il vento ne asportava la pula. Il cereale dopo la trebbiatura doveva essere portato al mulino.

Il vaglio

La macinazione avveniva nei mulini azionati da ruote idrauliche, erano numerosi nella montagna Condovese, lungo il corso dei torrenti Gravio e Sessi e la loro attività era incessante e interrotta soltanto dalla scarsità di acqua nei mesi invernali. L’abbandono delle colture cerealicole, alcune alluvioni disastrose e una diversa canalizzazione delle acque hanno portato al progressivo abbandono dei vecchi mulini e al loro inevitabile degrado. L’acqua giungeva ai mulini attraverso un sistema di canalizzazione e cadeva sulla grande ruota. Il movimento rotatorio, impresso all’asse della ruota, metteva in moto una macina in pietra che ruotava sopra una fissa. La segale da macinare era contenuta in un imbuto di legno a forma di tronco di piramide rovesciata, che si trovava sopra la macina. Il mugnaio lavorava intensamente nei mesi autunnali e veniva pagato in natura con una parte della stessa farina macinata. La farina infine era portata al forno o venduta.

Gianni Cordola

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Ël travèt

Per i piemontesi “travèt” ha significato di impiegato modesto e diligente di bassa leva che ritiene di avere trovato “il posto sicuro”. Umile impiegato sempre maltrattato, sciatto, monotono, servile ma utile come un travetto per sostenere l’Amministrazione pubblica piena di falle.

Il termine deriva dal nome di Ignazio Travèt, protagonista della commedia piemontese “Le miserie ëd Monsù Travèt” scritta da Vittorio Bersezio. Opera in piemontese andata in scena per la prima volta al teatro Alfieri di Torino nel 1863. Tale raffigurazione non piacque al folto numero di impiegati statali che fischiò l’opera durante la prima; ma in seguito essa ebbe un grande successo, e il nome del protagonista entrò nella lingua italiana ad indicare appunto un impiegato vessato.

Non è una parola che capita spesso di vedere o udire, ma la figura da cui nasce, l’impiegato Ignazio Travèt, ai suoi tempi ha avuto un gran mordente sull’immaginario collettivo e di quando in quando viene ancora usata da saggisti o giornalisti particolarmente colti.

Il signor Travèt (cioè “travetto”, piccola trave) nella commedia di Bersezio è un impiegato pubblico che sul posto di lavoro subisce le vessazioni di un capoufficio che lo odia, vive la continua frustrazione di vedere cani e porci venir promossi prima di lui e svolge compiti monotoni e ripetitivi. Nonostante ciò nelle proprie mansioni è diligente, puntuale, e affronta il dovere con vero spirito di sacrificio; per di più nemmeno a casa le cose vanno meglio, per il signor Travèt, visto che anche lì subisce maltrattamenti da parte di moglie, figli e domestica.

Così il travet diventa per antonomasia il piccolo burocrate dedito tanto al proprio lavoro quanto all’ingoiare rospi con modestia. Una figura che anche a circa centosessanta anni di distanza dalla prima de “Le miserie ëd Monsù Travèt” non è certo sparita. Una parola bella e incisiva che veramente può impreziosire un discorso.

Teatro Alfieri di Torino

Per comprendere meglio la vita di un modesto impiegato nel 1870 ho letto il regolamento che disciplinava il comportamento dei dipendenti nello Stato Vaticano in un libro pubblicato dalla Pontificia Universitas Gregoriana, Miscellanea Historiae Pontificiae, dal titolo: La Vita religiosa a Roma intorno al 1870 ricerche di storia e sociologia, a cura di P. Droulers, G. Martina e P. Tufari dove sono citate le norme cui dovevano attenersi tutti gli impiegati delle ditte e delle botteghe presso lo stato Vaticano.

Il regolamento in Vaticano nel 1870

  1. Gli impiegati dell’ufficio devono scopare i pavimenti ogni mattina, spolverare i mobili, gli scaffali e le vetrine.
  2. Ogni giorno devono riempire le lampade a petrolio, pulire i cappelli e regolare gli stoppini, e una volta la settimana dovranno lavare le finestre.
  3. Ciascun impiegato dovrà portare un secchio d’acqua e uno di carbone per la necessità della giornata.
  4. Tenere le penne con cura; ciascuno può fare la punta ai pennini secondo il proprio gusto.
  5. Questo ufficio si apre alle sette del mattino e si chiude alle otto di sera, eccettuata la domenica, nel qual giorno resterà chiuso. Ci si aspetta che ciascun impiegato passi la domenica dedicandosi alla chiesa e contribuendo liberamente alla causa di Dio.
  6. Gli impiegati uomini avranno una sera libera alla settimana a scopo di svago, e due sere libere se vanno regolarmente in chiesa.
  7. Dopo che un impiegato ha lavorato tredici ore in ufficio, dovrà passare il rimanente tempo leggendo la Bibbia o altri buoni libri.
  8. Ciascun impiegato dovrà mettere da parte una somma considerevole della sua paga per gli anni della vecchiaia, in modo che egli non diventi un peso per la società.
  9. Ogni impiegato che fuma sigari spagnoli, faccia uso di liquori in qualsiasi forma, frequenti biliardi o sale pubbliche, o vada a radersi dal barbiere, ci darà una buona ragione per sospettare del suo valore, delle sue intenzioni, della sua integrità e onestà.
  10. L’impiegato che avrà svolto il suo lavoro fedelmente e senza errori per cinque anni, avrà un aumento di paga di 5 centesimi al giorno, ammesso che i profitti della ditta lo permettano.

Gianni Cordola

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I riti e le usanze della notte di San Giovanni

Mi piacciono le tradizioni, le usanze, e alcune di queste riguardano il 24 giugno, la notte di San Giovanni, da sempre considerata una notte magica, che segue il solstizio d’estate quando il sole è al suo apice e imprime forza e vigore alla natura e alle sue creature. È una festa cristiana che, come spesso accade, si è innestata su una precedente festa pagana risalente probabilmente alla ritualità celtica (Litha solstizio d’estate) celebrata con riti propiziatori e l’accensione dei falò, usanza che ancora oggi illumina la sera della festa di San Giovanni in diversi paesi. In questo particolare periodo dell’anno, la natura raggiunge il suo massimo splendore,

A Mocchie, Laietto, Frassinere e in tutte le borgate di Condove la mattina del 24 giugno, non mancavano mai porte di case e stalle con del ramoscello di noce appeso allo stipite ed un bacile su un davanzale contenente l’acqua o rugiada di San Giovanni.

Con fronde di noce si adornavano le case traendone responsi propizi dal sussurrare delle foglie al vento e dal loro avvizzire lento o veloce. Usanza conosciuta come il “ramoscello di noce di San Giovanni”, albero che fiorisce verso la fine di giugno e porta i gustosi frutti in autunno, da porre all’ombra prima che sorga il sole e verificare già dopo il mezzogiorno le condizioni della noce, come da antiche tradizioni contadine. Se la noce appassisce prima di mezzogiorno estate molto secca, di contro se resta verde per più giorni estate piovosa. Per alcuni servivano anche a non far entrare in casa le streghe, in volo per raggiungere il luogo di ritrovo di cui parliamo più avanti.

L’acqua di San Giovanni, per chi non la conosce, è semplicemente un’acqua dove la sera del 23 Giugno vengono poste corolle di fiori e erbe.

Lasciata tutta la notte all’aperto su un davanzale, godrà dei benefici della rugiada di questa notte magica e il mattino dopo sarà pronta per essere usata per lavarsi viso, occhi e corpo avendo acquisito anch’essa poteri straordinari proteggerà dalle malattie, dalle disgrazie, dall’invidia.

La ricetta è semplice, un bacile, acqua, erbe e fiori. Per tradizione le erbe e i fiori dovrebbero essere raccolti da mani di donna, meglio a digiuno, al tramonto del 23, in numero dispari. L’acqua meglio di fonte ed il bacile non di plastica.

Quali fiori, quali erbe? Si raccolgono 7 qualità diverse: i fiori di iperico detti anche di San Giovanni o scaccia diavoli contro il malocchio, di artemisia detta anche assenzio selvatico per la fertilità, di lavanda e malva, foglie di menta, rosmarino e salvia. Erbe e fiori legate al buonumore, alla prosperità e fecondità, all’allontanamento del maligno e delle negatività.

Al tramonto erbe e petali vanno adagiati in un bacile colmo d’acqua fresca, che verrà sistemato all’aperto in modo che possa ricevere il beneficio dei raggi della luna e della rugiada.

La mattina seguente si inizierà la giornata con il lavaggio del corpo o di una sua parte a scopo purificatorio con questo infuso che nella notte ha raccolto sostanze e profumi inebrianti e freschi. Al di là di credenze e riti, di storie e tradizioni, risulta una eccezionale delizia e un piacere ineffabile. Non si conserva, se avanza va regalata agli amici.

Nella tradizione cristiana la rugiada di San Giovanni rappresenta le lacrime che Salomé versò dopo essersi pentita di aver desiderato e provocato la decapitazione del Battista. Disperata e divorata dal rimorso, Salomé iniziò a coprire la testa del Santo di lacrime di disperazione, ma improvvisa, la bocca del Battista si spalancò rilasciando un vento fortissimo che spinse Salomé e la complice madre in aria, dove restarono a vagare per l’eternità.

Secondo la tradizione nella notte di San Giovanni la rugiada da forza generatrice ed energica. Bagnarsi gli occhi con la rugiada è un gesto di purificazione che rimanda al Santo Battesimo. Si dice che raccoglierla e poi berla allontani il malocchio e favorisca la fecondità.

Ma la notte di San Giovanni resta soprattutto collegata all’albero di noce e ai suoi frutti, E’ proprio durante questa notte che si devono raccogliere le noci dette appunto di San Giovanni per la preparazione del nocino, il liquore ottenuto dalla infusione delle noci ancora verdi e immature, nell’alcol. L’utilizzo del mallo di noce come ingrediente per medicinali, o liquori risale a tempi antichissimi. Le noci per fare il nocino sono sempre in numero dispari, 33 per un litro di alcol, e devono essere verdi ancora nel mallo e tenerissime così da poterle tagliare in quattro parti.

Una credenza secolare è che in questa fase solstiziale dell’anno le streghe fossero solite darsi convegno nella notte tra il 23 ed il 24 giugno attorno ad un antichissimo albero di noce. Le leggende narrano che intorno a questo grande noce si svolgessero anche le famose danze delle streghe alle quali partecipavano le più famose streghe. Durante il sabba le streghe raccoglievano erbe per creare pozioni con le quali “incantare” gli uomini. Tra queste erbe anche le noci acerbe. Che si veda come rito propiziatorio o no, il 23 giugno diventa così la notte delle streghe, attorno alla quale si sono sviluppate nei secoli ricorrenze, feste popolari e riti.

Tra le tradizioni popolari legati a questo periodo ci sono i fuochi di San Giovanni, falò accesi nei campi considerati propiziatori e purificatori, perché le lingue delle fiamme vadano a dare rinforzo al sole che accorciandosi le giornate inizia a perdere energia. Il fuoco è considerato purificatore e la tradizione dice che porti bene saltare sul fuoco pensando intensamente a ciò che vogliamo migliorare o modificare della nostra vita. E poi saltarne le ceneri, buttarsene un po’ tra i capelli per preservarsi da tutti i mali.

La notte di San Giovanni è soprattutto una notte colorata d’amore: perché il 24 giugno è considerata la data più propizia ai matrimoni.

Molti rituali sono legati alla possibilità di trovare marito, o di sapere chi sarà o come sarà ricco o povero. Come l’usanza delle tre fave, che incartate e poste sotto il cuscino daranno il mattino dopo la misura di quanto sarà ricco il marito. A mezzanotte, prendere tre fave: alla prima togliere completamente la buccia, alla seconda togliere la metà della buccia, e alla terza lasciarla intatta. Incartare le tre fave come caramelle con tre carte identiche, metterle sotto il cuscino e dormirci sopra. Il mattino pescandone una a caso, se la buccia è intera vuol dire che s’incontrerà un marito ricco, con mezza buccia benestante e senza buccia povero.

In certe zone le ragazze usano, prima di addormentarsi, pregare San Giovanni di far mostrare loro in sogno il volto del futuro compagno; altri dicono che se una ragazza a mezzanotte si guarderà allo specchio, vedrà riflesso accanto al suo volto quello di lui. Anche mettere sotto il cuscino un mazzetto di foglie di alloro serve per sognare il volto del futuro amore.

Una leggenda dice che solo a mezzanotte in punto, una pianta di felce che nasce lungo i ruscelli fiorisca: chi riuscirà a cogliere questo fiore acquisterà la fama di saggio e capacità di leggere il passato e prevedere il futuro. Oppure cogliere un ramo di felce allo scoccare della mezzanotte aiuta ad aumentare le entrate economiche.

E che dire ancora sull’aglio che si deve comprare il giorno di San Giovanni e che, appeso in casa, porta ricchezza e protegge dalle streghe? Un vecchio proverbio recita: “Chi non prende aglio a San Giovanni, è povero tutto l’anno”.

Concludendo con la festa di San Giovanni si assiste alla glorificazione dell’acqua, simbolo della fecondità e della purificazione e vede il Santo protettore dalle influenze malefiche, assicurando la rinascita della luce.

Chi era Giovanni il Battista?

Giovanni Battista è l’unico Santo, oltre la Madre di Gesù, del quale si celebra con la morte (29 agosto) anche la nascita (24 giugno). Fu il più grande fra i profeti perché poté additare l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Giovanni è il precursore del Cristo con le parole e con la vita. Egli è l’ultimo profeta dell’antico testamento e il primo apostolo di Gesù, perché gli rese testimonianza ancora in vita.

Si dice nel vangelo di San Luca che era nato in una famiglia sacerdotale, suo padre Zaccaria e la madre Elisabetta. Essi erano osservanti di tutte le leggi del Signore, ma non avevano avuto figli, perché Elisabetta era sterile e ormai anziana.

Un giorno a Zaccaria , apparve l’angelo Gabriele che gli annunciò che Elisabetta avrebbe partorito un bambino al quale avrebbe dato il nome di Giovanni. Zaccaria fu turbato e non credette alle parole dell’angelo che lo rese muto fino alla nascita del bambino. Elisabetta diede alla luce un bambino che i sacerdoti volevano chiamare come il padre, ma volendo la madre chiamarlo Giovanni, chiesero quindi a Zaccaria che nome mettere al bambino ed essendo quello muto chiese una tavoletta sulla quale scrisse “il suo nome è Giovanni”: in quell’istante Zaccaria riacquistò la parola e cominciò a benedire Dio.

Della sua infanzia e giovinezza si sa poco ma quando ebbe l’età giusta, Giovanni conscio della sua missione, si ritirò a condurre la dura vita nel deserto, portava un vestito di pelle di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi, il suo cibo erano locuste e miele selvatico. Iniziò la sua missione intorno al Giordano, esortando la conversione e predicando la penitenza. La gente accorreva da tutta la Giudea ad ascoltarlo; e Giovanni in segno di purificazione dai peccati, immergeva nelle acque del Giordano coloro che accoglievano la sua parola.

Molti cominciarono a pensare che egli fosse il Messia tanto atteso, ma Giovanni assicurava loro di essere solo il precursore. Anche Gesù si presentò al Giordano per essere battezzato e Giovanni quando se lo vide davanti disse: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo”, Giovanni lo battezzò e vide scendere lo Spirito Santo su di Lui nel segno di una colomba.

Aveva operato senza indietreggiare davanti a niente, sempre pronto nel denunciare le ingiustizie non ebbe paura nemmeno quando dovette accusare di adulterio il re d’Israele Erode Antipa, e fu proprio questa accusa che lo portò alla morte. Il re Erode provava rispetto per Giovanni e non voleva farlo uccidere, ma cedendo alle richieste di Erodiade lo fece imprigionare.

Una tragica sera, mentre Erode dava un banchetto, Salomè figlia di Erodiade, danzò per i convitati, ed Erode promise alla giovane donna qualunque cosa gli avesse chiesto. Salomè, istigata dalla madre, chiese “la testa di Giovanni”. Il Battista fu decapitato e la sua testa fu portata in un vassoio d’argento e portata alla ragazza che la diede alla madre.

Il suo culto si diffuse in tutto il mondo, sia in Oriente che in Occidente e a partire dalla Palestina si eressero innumerevoli Chiese e Battisteri a lui dedicati. La festa della Natività di San Giovanni Battista fin dal tempo di sant’Agostino, (354-430), era celebrata il 24 giugno, per questa data si usò il criterio, essendo la nascita di Gesù fissata al 25 dicembre, quella di Giovanni doveva essere celebrata sei mesi prima, secondo quanto annunciò l’arcangelo Gabriele a Maria.

Per quanto riguarda le reliquie c’è tutta una storia che si riassume; dopo essere stato sepolto privo del capo a Sebaste in Samaria, dove sorsero due chiese in suo onore, si dice che il suo sepolcro venne profanato dai pagani che bruciarono il corpo disperdendo le ceneri. Per la testa che si trovava a Costantinopoli, purtroppo come per tante reliquie del periodo delle Crociate, dove si faceva a gara a portare in Occidente reliquie sante e importanti, la testa si sdoppiò, una a Roma nel XII secolo e un’altra ad Amiens nel XIII secolo. Secondo la tradizione della Chiesa Cattolica a Roma si custodisce senza la mandibola nella chiesa di San Silvestro in Capite, mentre la Cattedrale di San Lorenzo di Viterbo, custodirebbe il Sacro Mento.

Il culto per San Giovanni si estese in tutto il mondo della Cristianità in poco tempo, sia per il modello di vita ascetica che per l’esempio di coerente fermezza fino alla morte, e molte città e chiese ne presero il nome. In valle di Susa diverse chiese sono intitolate a San Giovanni Battista: Cesana, Foresto, Puy Beaulard, Salbertrand e Sauze d’Oulx, senza dimenticare il capoluogo del Piemonte: Torino.

Gianni Cordola

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Meglio ieri o meglio oggi

Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar! Era la canzone preferita dei nostri bisnonni di cento e più anni or sono che vivevano nelle borgate montane di Condove, Mocchie e Frassinere ed esprimeva in modo evidente e semplice il grande desiderio di una vita migliore, l’ansia di liberarsi da una condizione di miseria, dalla fame e da una vita dura e sacrificata, anche se vissuta nella semplicità di una società laboriosa, solidale e sostanzialmente buona ed onesta.

Questo occorre ricordare e ribadire soprattutto ora, all’inizio del secondo ventennio degli anni 2000, quando cominciano sempre più frequentemente a venire fuori gli allarmismi di facili e possibili scenari disastrosi, fantasticando di tempi ed avvenimenti da finimondo (guerre, pandemie, terremoti, ecc.).

Da un lato ci sono i pessimisti che moltiplicano le ansie degli ingenui raccattando le varie previsioni profuse di tempo in tempo, mentre dall’altra parte ci sono i nostalgici del tempo passato che vanno rimpiangendo la serenità dei bei tempi antichi mitizzandone la quiete ed il benessere: “Come si viveva felici ai tempi dei nonni”. Sarà poi vero?

Tempo addietro ho letto sul “Bollettino parrocchiale Valle del Gravio e Valle del Sessi” di gennaio 2012 una ricerca condotta da Francesco Pautasso sui registri parrocchiali dei defunti dal 1829 al 1939 a Laietto(°): dando uno sguardo complessivo, ho constatato quanto fosse difficile in quel periodo la salute e la stessa vita.

Nel 1830, la parrocchia di Laietto a cui facevano riferimento le borgate Pratobotrile, Coindo inferiore e superiore, Sigliodo inf. e sup., Camporossetto, Chiandone, Muni, Mianda, Brera, Breri, Cascina e Vagera, contava 511 abitanti poi aumentati sino a raggiungere i circa 900 nel 1904 e ancor più nel decennio successivo. Il libro dei defunti della parrocchia per il periodo che va dall’inizio della parrocchia, il 5 giugno 1829 al 31 dicembre 1939 contiene 1690 atti di morte (820 femmine e 870 maschi). Dei 1690 atti di morte, quasi la metà cioè 813 atti riguardano bambini sotto i sei anni di vita. Di questi 303 vissero alcuni giorni, 271 alcuni mesi e 239 tra uno e sei anni. Considerando le 877 persone decedute ad un’età maggiore di cinque anni, l’aspettativa media di vita per i 422 maschi è di 56 anni, mentre per le 455 femmine è di 51 anni. Nel 1918 dal 7 novembre al 16 dicembre muoiono a Laietto 2 bambini e 12 adulti per l’epidemia influenzale “Spagnola”. Diverse donne nel periodo considerato muoiono a causa del parto.

Altro che tempi da rimpiangere. I focolari dei bisnonni erano perennemente tormentati dalla fame e insidiati dall’arretratezza igienica, dall’assoluta mancanza di specifiche medicine, alla mercé di malattie che dilagavano e non concedevano scampo e che falciavano i bambini con le malattie infantili e la difterite, distruggevano i giovani con la tubercolosi, sterminavano gli adulti con la polmonite per la quale non c’era altro rimedio che le terapie con sanguisughe. Se poi vogliamo guardare al Settecento ed al Seicento situazione ancora più disastrosa, aggravata da guerre e conseguenti carestie che esponevano la vita quotidiana a sofferenze ben superiori alla nostra immaginazione.

Basti pensare che come oggi siamo sconcertati dall’arrivo degli immigrati che ci giungono da tante parti del mondo, fuggendo disperati dai loro paesi, con lo stesso animo erano allora i nostri avi ad emigrare con tanta nostalgia, speranza e disperazione che si alternavano in fondo al cuore, in cerca della “America”.

Quindi dobbiamo avere un po’ più di fiducia nei nostri tempi attuali ed essere felici del benessere generale e delle molteplici possibilità e comodità della vita moderna, come pure della longevità che ci consente.

Non lamentiamoci troppo. Ancor meno perdiamo tempo a guastarci inutilmente la vita con le sciocche predizioni sul futuro, la vita ha già abbastanza guai senza che ne inventiamo altri.

(°) Laietto borgata montana dell’ex comune di Mocchie (ora Condove – TO)

Gianni Cordola (gennaio 2021)

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Perché a mezzogiorno suonano le campane

Se ci troviamo in prossimità di un campanile durante l’ora di mezzogiorno, possiamo essere allettati dal vigoroso suono delle sue campane. Nel nostro tempo le campane suonano a mezzogiorno per dare l’annunzio dell’angelus, ma l’usanza ha un’origine molto antica.

L’uso della sonata risale al medioevo e serviva per scandire il lavoro dei campi e per ricordare la preghiera ai contadini. suonava alle 6 la mattina e alle 18 la sera, sempre per richiamare alla preghiera e per indicare l’inizio e la fine della giornata lavorativa. al giorno d’oggi sono poche le chiese a cui è permesso suonarle perché regolamenti vari limitano l’emissione di suoni in determinate ore.

Ma da dove trae origine la consuetudine di suonare le campane a mezzogiorno, entrata ormai a far parte della giornata religiosa? Ci sono due versioni ugualmente reali che fanno riferimento a episodi diversi ma di identica matrice e significano gratitudine per l’intercessione della Vergine Santissima nella vittoria del Cristianesimo sul nemico e celebrazione dell’evento.

La prima versione fa risalire la sonata di mezzogiorno al 7 ottobre 1571. Quella fu la data della Battaglia di Lepanto, in cui vari Stati cristiani, coalizzati nella Lega Santa, sconfissero l’Impero Ottomano.

Nel 1570, infatti, scoppiò la Guerra di Cipro, tra la Repubblica di Venezia e l’Impero Ottomano. L’isola di Cipro era il più grande e importante possedimento della Serenissima, e l’Impero Ottomano, che già aveva privato i veneti di Rodi nel 1522 e di Naxos nel 1566, voleva metterci le mani. Nell’agosto 1570 i turchi misero sotto assedio Famagosta, ultima città cipriota rimasta in mani veneziane. A questo punto il papa Pio V, vista l’impressionate forza militare dei turchi e le terribili atrocità che questi commettevano ai danni dei prigionieri di guerra cristiani, mobilitò i sovrani cristiani in difesa della città e riuscì nel non facile intento di creare la Lega Santa, una coalizione militare.

Le nazioni che risposero all’appello furono la Repubblica di Venezia e la Spagna di Filippo II. Successivamente si aggiunsero i Cavalieri di Malta, la Repubblica di Genova, il Granducato di Toscana, il Ducato d’Urbino, il Ducato di Parma, la Repubblica di Lucca, il Ducato di Ferrara, il Ducato di Mantova ed il Ducato di Savoia.

In un contesto più generale, la creazione della Lega Santa fu un episodio importante della lotta tra potenze europee e Impero turco per il controllo del Mediterraneo. Benché tra Oriente e Occidente gli scambi di persone, merci, denaro e tecniche non cessassero mai e anzi fossero sempre intensi, il crescente espansionismo ottomano in quegli anni preoccupava sempre più i governi dell’occidente mediterraneo: esso minacciava non solo i possedimenti veneziani come Cipro, ma anche gli interessi spagnoli per via della pirateria turca.

Consapevole di questa crescente tensione, papa Pio V ritenne che il momento fosse propizio per coalizzare le forze della cristianità, all’epoca divise. La costituzione effettiva della flotta fu però lunga e laboriosa. Allarmato per il ritardo, Pio V dovette imporre tutta la sua autorità ai principi europei e minacciarli di scomunica se non fossero salpati. Infine, la flotta prese forma e il vessillo, benedetto dal papa, fu consegnato solennemente dal cardinale di Granvelle a don Giovanni d’Austria, nella basilica di Santa Chiara a Napoli il 14 agosto 1571. Intanto la città di Famagosta difesa da Marcantonio Bragadin senatore veneziano comandante la fortezza cadde il 1º agosto 1571, mentre la flotta mandata in suo soccorso era ancora in viaggio.

L’Impero Ottomano disponeva di 272 navi. La Lega Santa allestì una flotta in grado di competere con quella nemica: 109 galee e 6 galeazze veneziane, 30 galee napoletane, 27 genovesi, 14 spagnole, 12 toscane, 10 siciliane, 4 maltesi e 3 savoiarde, per un totale di 215 navi. I turchi erano comandati da Müezzinzade Alì Pascià, mente i cristiani da don Giovanni d’Austria coadiuvato dal doge di Venezia Sebastiano Venier e dall’ammiraglio Marcantonio Colonna.

La battaglia fu sanguinosissima. Nonostante la superiorità numerica i turchi persero 170 navi e 30000 uomini, tra cui lo stesso Müezzinzade Alì Pascià. Fu una vittoria totale dei cristiani: i turchi da allora non avrebbero più avuto una flotta potente quanto quella distrutta a Lepanto, e Venezia riuscì, proprio grazie alla superiorità marittima, a fungere da vero e proprio scudo per l’Europa Occidentale, frenando sempre l’avanzata ottomana.

La battaglia ebbe luogo la domenica del 7 ottobre 1571. Quel giorno, mentre si combatteva nel golfo di Patrasso, presso Lepanto, si narra che a Roma il papa avesse una visione ed esclamasse “sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto per intercessione della Vergine Santissima”. Da quel giorno è così subentrato l’uso di suonare ogni giorno le campane allo scoccare del mezzogiorno e non si è mai persa questa abitudine.

La Lega fu sciolta alla firma del trattato di pace tra Venezia e l’Impero ottomano nel 1573.

Il 7 ottobre ricorre la festa della Madonna del Rosario, istituita nel 1572 per celebrare il primo anniversario della Battaglia di Lepanto, cioè la vittoria dei cristiani sui musulmani. Il papa Pio V attribuì il merito alla Madonna (Vergine di Loreto) e volle esprimere la sua gratitudine istituendo la festa dedicata alla ” Beata Vergine della Vittoria”, ma non poté celebrarla perché moriva il 1° maggio 1572. Il suo successore papa Gregorio XIII mantenne la festa, ma la intitolò alla “Madonna del Rosario” per far probabilmente rivivere quella mobilitazione spirituale che aveva impegnato tutti i credenti nella recita collettiva del Rosario, l’arma più efficace per spingere i cristiani alla vittoria.

La seconda versione fa risalire la sonata delle campane ancora prima della battaglia di Lepanto e precisamente al 6 agosto 1456 data della battaglia di Belgrado sempre contro i Turchi sotto il pontificato di Papa Callisto III.

Durante la battaglia di Belgrado (che al tempo si trovava in Ungheria) il Papa Callisto III ordinò la costruzione di una campana di mezzogiorno per invitare alla preghiera i fedeli cristiani. Il 6 agosto le truppe del condottiero János Hunyadi, incoraggiate dal frate abruzzese Giovanni da Capestrano, sconfissero l’esercito nemico guidato dal sultano Mehmed II . Si decise così di continuare a far suonare le campane a perpetua memoria di quella gloriosa impresa militare. Sempre per celebrare la vittoria, il 6 agosto venne istituita la festa della Trasfigurazione, come a dire che, grazie a quella battaglia, la civiltà europea poteva continuare a splendere.

Il campanile della Chiesa di Laietto (Condove)

Gianni Cordola

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L’arrotino

Lungo le strade di paesi e borgate della Valle di Susa si annunciava con il suo grido caratteristico: “Dòne a-i é ël molita” (donne c’è l’arrotino). Un tormentone che molti giovani non hanno mai sentito riecheggiare per le vie del paese, ma che molte altre persone invece rimpiangono. E subito iniziava la processione di donne che portavano coltelli, forbici e mezzelune. Un uomo di una certa età, barba incolta, capelli arruffati, mani callose che conduceva una bicicletta con applicata dietro il manubrio una ruota in pietra (la mola), azionata dal movimento dei pedali che l’arrotino faceva girare dopo aver sollevato la parte posteriore della bici su un cavalletto.

L’arrotino pedalava da fermo, con la bicicletta sollevata e così faceva girare vorticosamente quella ruota di pietra sulla quale molava le lame dei coltelli. Si vedevano scintille, mentre l’arrotino operava e per noi ragazzini di una volta era uno spettacolo. La bicicletta era dotava anche di una borraccia di acqua che serviva per raffreddare i metalli. Questo artigiano della strada, avvicinava con maestria alla mola i coltelli, le asce, le roncole e li affilava.

L’arrotino al lavoro

Di buon mattino arrivava in paese e si collocava sempre allo stesso posto. Le prime clienti erano le casalinghe con coltelli da cucina e forbici, poi gli uomini con scuri, falci, roncole per essere affilati. L’uomo che azionava la mola prima di eseguire il lavoro pattuiva il prezzo. Un vero e proprio contratto verbale non sempre facile. Le donne riuscivano meglio degli uomini in questa trattativa, quelle giovani e carine ancora di più.

Allora gli utensili da taglio periodicamente si affilavano. Si faceva in modo che gli utensili durassero e fossero efficienti da cedere poi ai figli, ai nipoti. La riparazione allora apparteneva al modo di pensare, di conservare anche un modesto coltello. Era un vanto possedere una scure o una falce appartenente ai nonni o ai bisnonni.

Il “molita” era un artigiano esperto che conosceva e valorizzava il metallo e consigliava il cliente su come far durare a lungo l’affilatura. Si vantava della sua arte, di mettere a nuovo ogni tipo di lama come forbici di grandi o piccole dimensioni o prodotti d’acciaio come le forbici da seta dal filo particolarmente sottile. Per arrotare un utensile, l’arrotino imprimeva alla ruota un movimento ben ritmato e continuo e con abili gesti delle mani lo passava sulla mola fino a che la lama non diventava tagliente.

Noi bambini osservavamo con gli occhi sbarrati la mola girante che sprigionava scintille a contatto dell’oggetto metallico affilato e, con stupore, contavamo le gocce d’acqua che bagnavano lentamente la mola, servivano per non danneggiare il metallo. La presenza di noi bambini gli era gradita perché il nostro chiasso pubblicizzava la sua presenza.

I grandi lo chiamavano per nome e non gli risparmiavano critiche sull’utensile affilato. La sua perentoria affermazione non si faceva attendere: “Se non taglia, riportamelo”. All’onestà dell’arrotino faceva seguito la furbizia del cliente che contestava l’affilatura per ottenere un piccolo sconto.

Gli arrotini provenivano dalle vallate di montagna, dove era più facile trovare le pietre per le mole, verso la pianura, trascinandosi il materiale su un carretto per strade sterrate e polverose. Poi è arrivata l’epoca della bicicletta, poi della lambretta e in seguito del motocarro APE, più comodo e funzionale. L’arrotino tanti anni fa svolgeva il suo mestiere girando per tutte le strade, si fermava in un angolo o entrava nei cortili, poi chiedeva ospitalità per dormire in qualche fienile e si spostava il giorno successivo in un altro paese o borgata. L’arrotino tornava di rado a casa sua, era una vita molto grama: ambulante, senza fissa dimora, dormiva dove capitava, in una stalla o in un fienile, dentro in un sacco di tela, si lavava alla pubblica fontana, mangiava quasi sempre a secco un pezzo di pane e formaggio, più raramente un piatto caldo in qualche osteria. Costretto a pedalare, era esposto ad ogni intemperia, portando la bicicletta su strade non asfaltate o di montagna, in equilibrio tutto il giorno sui pedali.

Da molti decenni questo personaggio non c’è più, l’utensile che non taglia o si cambia o lo si manda ad affilare in qualche officina. Riservare un piccolo ricordo e merito a questo artigiano del passato è doveroso, se non altro per aver facilitato e alleggerito in passato il lavoro della casalinga, del falegname, del macellaio, del boscaiolo con le sue pazienti affilature. Con lui è uscito di scena un modesto artigiano che lavorava per pochi soldi e con tanta passione. Come tutti i mestieri di un tempo, con l’arrivo della tecnologia, anche questa attività ambulante è quasi del tutto scomparsa, almeno con queste modalità, portandosi dietro innumerevoli ricordi di una vita che non c’è più e anche un po’ di bellissimi ricordi della nostra fanciullezza.

I giovani, al giorno d’oggi, non dimostrano passione per imparare a fare l’arrotino, la cui formazione avviene sul campo, affiancandosi a un maestro esperto. Oggi è interessante conoscere questo mestiere: si possono utilizzare materiali più evoluti per rendere gli attrezzi più efficienti anche perché gli oggetti da affilare sono più sofisticati e non come i semplici coltelli di un tempo. Inoltre bisogna avere conoscenze chiare sui materiali e le paste abrasive, capire i tipi di pietra più adatti per costruire le mole e sapere come le particelle del materiale che si utilizza reagiscono al calore e al freddo .Dunque quello dell’arrotino è un lavoro sempre più specializzato e interessante.

Gianni Cordola

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La festa di Sant’Antonio Abate nella vita contadina di ieri

Il 17 gennaio si festeggia, come da tradizione, Sant’Antonio Abate, protettore degli animali, patrono dei contadini, degli allevatori, dei macellai e dei salumieri, Santo al quale chiedere di ritrovare ciò che si è perduto; ecco tutto quel che c’è da sapere su questa festa.

Una volta si diceva che l’annata agricola inizia il giorno di Sant’Antonio Abate e termina il giorno di San Martino, durando pertanto dal 17 gennaio all’11 novembre. Le due date sono significative, oltre che onorate dalla Chiesa con due grandi Santi. Questa giornata di gennaio viene alla fine del periodo dove la notte sembra non debba aver termine, ora il giorno sta riprendendo il sopravvento; così pure la terra, che sembrava morta ed oppressa dal grande buio comincia a rinascere. Fin dall’antichità, l’uomo, ha segnato questo periodo che prelude alla primavera con una serie di riti propiziatori, sacrifici di animali e feste. Per tale motivo la Chiesa, dopo le feste di Natale che celebrano la venuta del figlio di Dio tra di noi, indice dopo l’Epifania il periodo di festa del Carnevale, e pone proprio a metà di gennaio la venerazione di Antonio Abate.

In questo giorno era tradizione recarsi alla messa a prendere il santino nuovo da inchiodare alla porta della stalla e a ricevere dal prete il pane benedetto da mangiare, un pezzetto per ognuno in famiglia e da mettere nel pasto degli animali.
Molti portavano a benedire anche gli animali, davanti al sagrato della chiesa, e poi svariate volte il prete stesso andava di casa in casa a benedire le stalle, anche contando sulle offerte dei fedeli. Una festa tradizionale, a metà fra il sacro e il profano, che si rinnova ogni anno fra canti popolari, vino rosso e dolci tipici con cui si rende omaggio a Sant’Antonio.

Chi era Sant’Antonio

Antonio nacque a Coma in Egitto (oggi Qumans) intorno al 251, figlio di agiati agricoltori cristiani. Rimasto orfano prima dei vent’anni, con un patrimonio da amministrare e una sorella minore cui badare, sentì ben presto di dover seguire l’esortazione evangelica: “Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri”. Così, distribuiti i beni ai poveri e affidata la sorella a una comunità femminile, seguì la vita solitaria che già altri anacoreti (eremiti dediti alla contemplazione e alle pratiche ascetiche) facevano nei deserti attorno alla sua città, vivendo in preghiera, povertà e castità.

Si racconta che ebbe una visione in cui un eremita come lui riempiva la giornata dividendo il tempo tra preghiera e l’intreccio di una corda. Da questo dedusse che, oltre alla preghiera, ci si doveva dedicare a un’attività concreta. Così ispirato condusse da solo una vita ritirata, dove i frutti del suo lavoro gli servivano per procurarsi il cibo e per fare carità. In questi primi anni fu molto tormentato da tentazioni fortissime, dubbi lo assalivano sulla validità di questa vita solitaria. Consultando altri eremiti venne esortato a perseverare. Lo consigliarono di staccarsi ancora più radicalmente dal mondo. Allora, coperto da un rude panno, si chiuse in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma. In questo luogo sarebbe stato aggredito e percosso dal demonio; senza sensi venne raccolto da persone che si recavano alla tomba per portargli del cibo e fu trasportato nella chiesa del villaggio, dove si rimise.

In seguito Antonio si spostò verso il Mar Rosso sul monte Pispir dove esisteva una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. Era il 285 e rimase in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli veniva calato due volte all’anno. In questo luogo egli proseguì la sua ricerca di totale purificazione, pur essendo aspramente tormentato, secondo la leggenda, dal demonio.

Con il tempo molte persone vollero stare vicino a lui e, abbattute le mura del fortino, liberarono Antonio dal suo rifugio. Antonio allora si dedicò a lenire i sofferenti operando guarigioni e liberazioni dal demonio.

Il gruppo dei seguaci di Antonio si divise in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivevano in grotte e anfratti, ma sempre sotto la guida di un eremita più anziano e con Antonio come guida spirituale.

Visse i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, morì, all’età di 105 anni, probabilmente nel 356. Venne sepolto dai suoi discepoli in un luogo segreto.

Antonio è considerato il fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. A lui si deve la costituzione in forma permanente di famiglie di monaci che sotto la guida di un padre spirituale, si consacrarono al servizio di Dio. Ma che c’entra Sant’Antonio con la campagna e gli animali, seppure sia sempre raffigurato con un porcellino con la campanella al fianco, la fiamma in mano ed il bastone, dal momento che visse nel deserto ed in luoghi in cui i maiali non c’erano?

Sant’Antonio, ritiratosi nel deserto della Tebaide, prese a coltivare un piccolo orto per il suo sostentamento e di quanti, discepoli e visitatori, si recavano da lui per aiuto e ricerca di perfezione.

Mentre era in vita tanti ammalati si recavano dal Santo per chiedere e ottenere guarigione da terribili malattie; tra queste vi era l’herpes zoster, il cosiddetto fuoco di Sant’Antonio, per tale motivo era invocato come potente taumaturgo. In alcune parti d’Italia, è tradizione accendere nella sera del 17 gennaio grandi falò in suo onore, in ricordo anche della leggenda che lo vuole donatore del fuoco all’umanità: sceso all’inferno per contendere al diavolo le anime di alcuni defunti, accadde che il suo maialino sgattaiolò dentro creando scompiglio fra i demoni; il Santo ne approfittò per accendere col fuoco infernale il suo bastone che poi portò fuori, insieme al maialino recuperato, accendendo con esso una catasta di legna.

Nel 1088 poi un nobile francese, Gaston de Valloire, dopo la guarigione del figlio dal fuoco di Sant’Antonio, decise di costruire un ospedale e di fondare una confraternita per l’assistenza dei pellegrini e dei malati, che col tempo si sarebbe trasformata nell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani. Costoro avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati, poiché col grasso di questi animali ungevano gli ammalati colpiti dal fuoco di Sant’Antonio, e con la carne, nutriente e calorica nutrivano i degenti e i bisognosi. I maiali erano nutriti a spese della comunità e circolavano liberamente nei paesi con al collo una campanella. Da ciò deriva la tradizione, tra le più antiche del cristianesimo, che vuole Sant’Antonio Abate protettore delle campagne e dei contadini, degli animali domestici ma anche dei macellai e dei salumieri.

Anche oggi, il culto di Sant’Antonio Abate non conosce crisi: non c’è stalla o cascina ove non si trovi appesa una sua immagine e così anche le parrocchie di Condove, Frassinere, Mocchie e Laietto festeggiano il Santo nelle domeniche di gennaio con liturgie solenni, feste e lotterie che vedono sempre una grande partecipazione di fedeli. Durante le funzioni ha luogo la benedizione del pane (chiamato pane della carità) che poi viene distribuito ai fedeli e al termine della messa i contadini portavano gli animali domestici (muli, asini, mucche, cavalli, capre, pecore, cani, ecc.) fuori dalla Essere priore della festa era motivo di orgoglioChiesa a ricevere la benedizione di Sant’Antonio.

A Laietto fino agli anni 60 del secolo scorso la festa era molto sentita, non mancavano mai i priori che si alternavano ad organizzare la celebrazione addobbando la Chiesa ed offrendo il pane della carità, ma spesse volte non erano di Laietto o Pratobotrile. Ricordo alcune di queste famiglie: Martin da Camporossetto, Cordola del Coindo, Margaira di Vagera, Pettigiani e Vercellino del Sigliodo e i Giuglard della Brera. Essere priore della festa era motivo di orgoglio. Anche i bambini della scuola elementare uscivano accompagnati dalla maestra, perché in quel periodo veniva celebrata il giorno esatto anche se feriale, e divoravano velocemente il pane benedetto.

Secondo una leggenda la notte fra il 16 gennaio e il 17 gli animali possono parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire le greggi parlare sarebbe stato di cattivo auspicio quindi, se vi capita di sentire il vostro cane o il vostro gatto che discutono tra loro non vi preoccupate… state comunque lontani perché interrompere loro non porta bene.

E poi, c’è la credenza popolare che vuole che il Santo aiuti a trovare le cose perdute. In Piemonte si diceSant’Antoni dla barba bianca fame artrové lòn ch’i l’hai perdù – “Sant’Antonio dalla barba bianca, fammi ritrovare quello che ho perso”.

Gianni Cordola


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