Il mio ricordo del Natale

È dicembre e tra pochi giorni arriverà il Santo Natale e per quelli della mia età, nati alla fine degli anni 40 questa era la festa religiosa più importante dell’anno, perché ricordava la nascita di Gesù Bambino portatore nel mondo di pace, gioia e amore. Per me questa festa è un tuffo nel passato quando la ricorrenza veniva vissuta necessariamente in forme diverse per gli scarsi mezzi economici a disposizione delle famiglie. Sembra incredibile pensare che, sessant’anni fa, le cose erano totalmente diverse, anzi, proprio l’esatto contrario: il Natale era una festa esclusivamente religiosa e vissuta in maniera più intensa e partecipata di quanto non lo sia oggi. Dai miei ricordi si può compiere un affascinante viaggio fra usanze e tradizioni che oggi vengono riscoperte e riportate in vita.

A Condove e sicuramente nella quasi totalità della Valle di Susa negli anni 50 si faceva il presepe e non l’albero di Natale. Era tradizione in tutte le famiglie, fare il presepe ma per realizzarlo veniva utilizzato materiale povero e naturale e veniva preparato per tempo; infatti nei giorni precedenti il Natale coi fratelli più grandi andavamo nei boschi a raccogliere il muschio, licheni, corteccia d’albero e pietre per il presepe.

Muschio

Le statuine del presepe non erano di plastica; spesso erano di legno o di argilla; altre volte erano di carta, ritagliate anche dai noi bambini. Le casette erano fatte di legno o di paglia, usavamo la ghiaia per fare le strade e la carta blu dello zucchero per fare i ruscelli, era proprio una festa fare il presepe per noi bambini.

Presepe

Il presepe veniva realizzato anche nella Chiesa di San Pietro in Vincoli, all’asilo Perodo e nella scuola elementare del paese. Il presepe veniva costruito seguendo delle regole precise: la grotta con Gesù Bambino veniva posizionata sempre a sinistra cioè ad ovest o ponente mentre i Re Magi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre sempre a destra.

I doni li portava Gesù Bambino durante la notte di Natale e i bambini li trovavano al ritorno della messa di mezzanotte o la mattina appena svegli; Babbo Natale arriverà solo alla fine degli anni cinquanta inoltre i doni in tante case non arrivavano a Natale ma alla Befana.

L’albero di Natale venne invece introdotto nei primi anni Sessanta: veniva fatto con rami di abete o altre piante sempreverdi legati assieme e decorati con mandarini, limoni, noci, castagne, pigne, frutta secca, qualche caramella e cioccolatino, biscotti preparati in casa, il giorno di Natale, poi, si mangiava tutta la frutta e i dolci che erano appesi.

Durante l’Avvento a Condove i ragazzi si riunivano nella Parrocchia per tutto il tempo che precedeva il Natale e intonavano i canti popolari della tradizione regionale, uno diverso dall’altro ma ciascuno con una sua particolarità, che narravano gli eventi della tradizione legati al Bambin Gesù, dall’annuncio a Maria, al viaggio a Betlemme per il censimento, alla nascita. Per le vie del paese cominciavano ad arrivare gli zampognari che andavano in giro per le case allietando con musiche caratteristiche del Natale; erano vestiti in maniera tipica, con maglioni in lana di pecora e non erano improvvisati: erano zampognari veri, di professione. Si tratta di una di quelle tradizioni che, cadute nell’oblio, vengono ora riproposte ai più giovani, con successo.

Zampognari

Durante la cena della vigilia si verificava un fatto che era specifico delle feste di Natale: prima della cena, sotto il piatto del Papà, i figli piccoli mettevano, di nascosto, una lettera dove si prometteva maggior impegno a scuola, maggior educazione in famiglia e si assicurava di volersi impegnare nello svolgere qualche lavoro. Le lettere venivano lette dal Papà e ascoltate con molta attenzione da tutti i commensali, seguiva la recita delle poesie imparate a scuola.

Dopo la cena ci si preparava per andare ad assistere alla messa di mezzanotte. Prima di uscire di casa la mamma furtivamente metteva un dono sul mio letto per me. Il dono (lo scoprii negli anni successivi) era il regalo per i figli dei dipendenti Fiat, ma al ritorno della messa ero convinto fosse passato Gesù Bambino.

Durante la messa, quando nasceva Gesù le campane squillavano a festa, e un avvenimento che contribuiva a creare l’atmosfera natalizia era il bacio al Gesù Bambino rappresentato da una statua in gesso a grandezza naturale posta davanti alla balaustra.

Questo momento emozionante era seguito da tutti coloro che partecipavano alla messa mentre la Cantoria di quel tempo intonava il famoso e antico canto natalizio “Tu scendi dalle stelle”, accompagnato da tutti i fedeli presenti.

Il pranzo di Natale era uno dei pochi giorni in cui si faceva festa concedendosi una deroga ai frugali pasti quotidiani. Il menù tipico del Natale era rituale: qualche fettina di salame crudo e cotto e poi a seguire il classico risotto al vino, la gallina arrosto con patate lesse bevendo vino rosso locale. La frutta secca chiudeva il pranzo. Il dolce natalizio non era il panettone ma le frittelle di mele.

Capodanno, negli anni cinquanta non vi era l’usanza di aspettare svegli lo scoccare della mezzanotte, perché il 31 dicembre era un giorno come tutti gli altri. Dagli anni sessanta, si è cominciato a riunirsi in famiglia, facendo qualche giocata a tombola, per aspettare l’anno nuovo, come oggi. E allo scoccare della mezzanotte era tradizione lanciare fuori casa una scodella o un piatto usurati in segno di cambiamento rispetto al passato.

La festa dell’Epifania rappresenta il ricordo dell’offerta dei doni dei Magi nella grotta di Betlemme: questi Magi erano sapienti che, guidati da una stella, arrivarono dall’Oriente per rendere omaggio a Gesù appena nato, offrendogli oro, incenso e mirra; successivamente vennero indicati come Re e ne vennero identificati tre, con i nomi Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. La tradizione folkloristica ha affiancato la figura della Befana come distributrice di doni. L’usanza era di mettere sotto il camino o vicino alla stufa una grande calza per permettere alla Befana di riempirla di doni. Appena svegli al mattino correvamo in cucina a vedere la calza gonfia e traboccante di roba, era davvero una grande festa per noi che esplodevamo di felicità. Cosa c’era nella calza: mele, noci, mandarini, caramelle, qualche biscotto. Per i bambini più monelli veniva portato il carbone nero, un dolce che richiama in tutto la forma del carbone ed è composto prevalentemente da zucchero.

Oggi il Natale lo viviamo diversamente, ma non è il Natale ad essere cambiato, bensì è il cuore degli uomini che ha perso un po’ l’obiettivo, non si ha tempo più per nessuno, perchè si corre dietro ai regali, alle luci e al divertimento. Come avrete notato il consumismo attuale ha cancellato tutto ma non ha cancellato i piacevoli ricordi della mia infanzia.

Gianni Cordola, dicembre 2019

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I suoni della borgata

Tutti noi conserviamo un ricordo sonoro dei luoghi in cui siamo cresciuti, quella che comunemente viene definita come l’immagine acustica di un luogo o il paesaggio sonoro. Quando mio padre viveva al Coindo, borgata di Condove (TO), gli bastava aprire la porta di casa per sentire quei suoni, ad avere la sensazione di un paesaggio che appare e scompare al solo gesto di aprire e chiudere la porta nel far entrare o uscire i suoni da una stanza. Lui dalla porta osservava il sorgere del sole e l’aria carica di una sottile foschia che pian piano si alzava verso il cielo e sentiva l’inconfondibile suono dell’acqua.

frazione Coindo

In natura pochi elementi offrono una varietà così ampia di suoni come l’acqua, che in montagna trova sicuramente l’ambiente migliore per manifestare le sue diverse voci. Al rumore del rio che cantava sottovoce quando scorreva in superficie, si contrapponeva il suono scrosciante del torrente Sessi col fragore della corrente rimbalzante tra i sassi. Quando il torrente era in piena le sensazioni erano più forti: il rumore era allora cupo, roboante, rappresentato da una corrente rabbiosa con il rumore dei sassi che si urtavano tra loro sul fondo, un rumore lontano, apparentemente sotterraneo. Anche il getto d’acqua della fontana aveva la sua voce: gorgogliava mentre cadeva sulla piatta superficie del contenuto della vasca.

fontana del Coindo

Il sibilo del vento seguito da nuvole scure indicava l’arrivo di un temporale con fulmini e tuoni, che in poco tempo lasciava sul terreno tanta acqua e grandine. La pioggia, silenziosa quando era fine, produceva un suono scrosciante quando era battente, come durante l’acquazzone. La grandine, si manifestava con un ticchettio il cui timbro cambiava al variare dell’oggetto colpito e della dimensione dei chicchi. La neve invece non produceva un suono, ma aveva al contrario l’effetto di attenuare ogni altro suono, ovattando anche il suono delle campane.

Inconfondibile il suono delle campane del campanile di Laietto e in particolare il caratteristico scampanio festivo delle stesse, lo scampanio per la benedizione della sera; il rintocco a morto, scandito tra la muta attenzione della gente per segnalare un decesso; il pressante richiamo della campana a martello che convocava i volontari per i primi soccorsi in caso di calamità.

Laietto – Campanile parrocchia S.Vito

Ma molti altri sono i suoni entrati a far parte dei ricordi di mio padre montanaro di nascita. Non è possibile infatti dimenticare il verso degli animali, così diverso per ciascuno di essi: il miagolio del gatto; l’abbaiare del cane; il pigolìo del pulcino; il canto del gallo e il chiocciare della gallina; lo starnazzare dell’oca; il muggito della mucca; il raglio dell’asino; il belato della pecora; il ronzio del moscone; il gracchiare dei corvi e delle cornacchie; il tubare delle tortore e dei colombi.

Quando poi si avventurava nella campagna circostante la borgata non mancava la voce del cuculo, i gorgheggi di uccelli sopra gli alberi, il tamburellare del becco del picchio, lo squittìo dello scoiattolo, il gracidare della rana, il frinire del grillo e della cicala, il ronzio delle api e dei calabroni, il sibilo della biscia, il frullìo delle ali del fagiano in fuga tra i cespugli. E in alta montagna, il fischio della marmotta, lo stridere del falco seguito dai suoi battiti d’ala rapidi e nervosi o eccezionalmente, il grido dell’aquila.

Anche il tramonto aveva il suo concerto: nel tardo pomeriggio si sentiva il garrito delle rondini in volo attorno ai fienili, mentre più tardi, al calare della sera, si poteva ascoltare la civetta e lo stridìo appena percepibile dei pipistrelli in volo.

Infine il suono dei campanacci al collo delle mucche al pascolo; lo scampanìo allegro della campanella della capra; il fischio del vento tra i rami e lo stormire delle foglie; il suono dei rami secchi che si rompevano sotto gli scarponi e il fruscio delle foglie secche rimosse dai passi durante le camminate per sentieri e mulattiere.

Non meno intenso era il ricordo dei suoni del lavoro: il raschiare della sega a mano; i suoni del martello sul ferro, sul legno e sulla pietra; il rumore sfrigolante della falce sull’erba e quello raschiante della sua lama durante l’affilatura con la cote; il gorgoglìo del getto di latte nel secchio durante la mungitura; i colpi della scure per spaccare la legna.

Altri suoni ormai scomparsi sono i canti dell’osteria di Gildo al Laietto, sempre allegri; il suono del corno che annunciava lo sparo delle mine e poi segnalava il cessato pericolo durante la costruzione della carrozzabile per Laietto; il suono della raganella, lo strumento che il venerdì santo sostituiva le campane.

Osteria di Gildo

A questi ricordi di suoni della borgata natìa di mio padre, aggiungo qualche altro suono del paese di Condove all’epoca dei miei anni verdi. Primo fra tutti l’inconfondibile suono della sirena delle Officine Moncenisio che durante la giornata accompagnava l’entrata e uscita dei vari turni di lavoro. E la corriera che con le sue trombe segnalava la partenza per le borgate montane e il suono l’accompagnava in ogni curva del percorso.

Ricordo però anche altri suoni famigliari. Anzitutto quello delle campanelle attaccate con un ferro a molla accanto alle porte dei negozi e attivati dal movimento delle stesse. Tra queste soprattutto quella della locale Alleanza Cooperativa Torinese, dove spesso venivo mandato a comprare generi alimentari di vario tipo, o anche dal tabaccaio per comprare sale e fiammiferi.

La ricordo con simpatia per il suo suono accattivante e impertinente, ma anche per il suo vezzoso dondolio che persisteva a lungo dopo ogni apertura della porta. Sonagli simili erano talora presenti alla porta delle case, sostituendo a tutti gli effetti gli attuali campanelli elettrici. Quando entrambi mancavano, ci si annunciava con la voce.

Passano gli anni e grandi sono stati i cambiamenti, ora chi si avventura al Coindo non riesce più ad ascoltare la maggior parte di questi suoni, le case sono vuote ed in parte pericolanti, non c’è vociare di persone ne versi di animali se non quelli selvatici del bosco, le campane suonano soltanto nei giorni di festa e l’acqua scorrendo nei ruscelli privi di manutenzione spesso causa danni ai terreni. In paese invece i suoni prevalenti sono quelli fastidiosi delle autovetture: clacson sgommate e frenate improvvise; lo sferragliare dei treni; le sirene dei mezzi di soccorso; e un rumore più difficile da percepire quello della gente che corre per far soldi, tanti soldi. Non c’è più la pace e la serenità per cogliere la differenza tra il rumore che ci disturba ed il suono che ci affascina.

Gianni Cordola (scritto nel 2011)

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Quando si bruciava il carnevale alla Torretta

Condove è un comune ricco di tradizioni e di cultura, con una storia che ha le proprie radici nel passato delle popolazioni Celtiche. Ogni evento storico ha lasciato tracce nelle tradizioni locali, nelle feste comunali e nelle ricorrenze religiose. Simboli di usanze agresti, di rituali legati alla natura e al volgere delle stagioni, al ritorno della vita e alla speranza di ottenere messi abbondanti e una vita sicura. Esistono delle tradizioni condivise e di queste una riguarda la celebrazione del Carnevale: maschere, scherzi, dolci e tanta goliardia che termina con il Martedì Grasso, ultimo giorno di vita di Re Carnevale che ha regnato su questa settimana trasgressiva. Al termine del Carnevale, si brucia un fantoccio che può assumere le sembianze di una Vecchia, del Re Carnevale o altro. Dell’usanza di bruciare un personaggio dalle sembianze umane al termine del carnevale, si trovano tracce in parecchie regioni d’Italia.

Bruciare solennemente questo pupazzo significa distruggere definitivamente la stagione invernale, segnando l’arrivo della primavera con la rinascita della natura e della vita stessa. Questo periodo coincide infatti con un tempo di tregua nei lavori stagionali della campagna. Nel Carnevale sono confluiti i riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo Celtico, connessi con le feste che segnano l’inizio di un ciclo agricolo e quindi stagionale, ispirati al bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male: per questo l’atto di bruciare rimane comune pur nelle diversità locali.

Noi abitanti della contrada dei Fiori e Rivi di Condove bruciavamo il Carnevale alla Torretta perché si vedesse da tutto il paese e sembrasse più grande di quello che veniva bruciato dagli abitanti della piazza e borgo della Chiesa su una piccola altura salendo da Via Matteotti lungo la mulattiera per la borgata Bodrola (sotto il truc La Comba); questo avveniva solitamente nella domenica successiva al martedì grasso.

La Torretta di Condove

I contradaioli dei Fiori, che più sentivano viva questa tradizione, erano soliti accumulare in un campo di loro proprietà il materiale necessario per la realizzazione del falò. Già nelle settimane precedenti, ma in linea generale durante tutto l’inverno, portavano nel campo scelto della paglia, ma anche i rami delle ultime potature. La tradizione vuole, infatti, che bruciando i rami delle potature possano essere scongiurate le gelate di primavera sulle piante. Inoltre, in termini pratici, bruciare ciò che rimane dei lavori di potatura contribuisce a liberare i campi per i lavori estivi.

L’accumulare materiale per il falò di carnevale, nel nostro paese, ha una data di inizio ben precisa. È il giorno di Sant’Antonio, patrono degli animali. Una ricorrenza molto sentita sia nella alta che nella bassa valle di Susa. In molti casi veniva scelta una palo lungo e diritto che aveva il compito di fungere da pertica. Attorno ad esso veniva poi accatastato il resto: legna, fascine, paglia, fieno, oggetti vari, sedie spagliate, assi, panche. Giorno dopo giorno, la pira aumentava di volume.

Il falò

Dal colore della cenere del falò, anni fa i vecchi delle borgate sapevano fare pronostici per il futuro. Se la cenere è chiara, serenità e benessere; se è scura, pessimo indizio. La stessa tecnica era usata per le fiamme per il vento. Se il fuoco era vivo era chiaro, buon auspicio per la stagione; se il vento si tramutava in tramontana guai seri per il raccolto. Una manciata di cenere si spargeva, e si sparge tutt’ora per chi mantiene questa tradizione, nei campi. L’intento era quello di scacciare insetti e parassiti che potevano danneggiare il raccolto. Ma anche l’orto e il pollaio venivano spolverati di cenere. Terminato il falò, l’odore acre del bruciato andava mescolandosi con il profumo dei dolci di carnevale e con l’aria leggera della primavera.

La tradizione di bruciare il Carnevale era viva anche a Mocchie e Frassinere, mentre a Laietto “Le Barbuire” decretavano la morte del Carnevale con il “Pajasso” che tagliava la testa ad un gallo.

Dai giorni successivi al falò del Carnevale iniziano ad avanzare nei campi timidi segnali di primavera, qualche primula e viola a lato della strada. Dal punto di vista religioso il falò del Carnevale chiude il capitolo dei divertimenti e apre l’uomo alla consapevolezza dell’inizio del periodo quaresimale.

Un’altra tradizione legata al Carnevale che cambia il nome da regione a regione (ma non la sua sostanza) è quella di mangiare le bugie (chiamate anche chiacchere o fiocchetti). Queste sono dei dolci tradizionali che hanno la forma di una striscia, sono fatte con un impasto di farina che viene fritto o cotto al forno e successivamente spolverato di zucchero a velo.

Gianni Cordola

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I soprannomi dei paesi

(Jë stranòm dij pais)

Tutti i paesi delle nostre valli nel passato erano catalogati con uno o più motti coloriti. Questi nomignoli scherzosi venivano dati in base alle abitudini, ai lavori, ai pregi o difetti che gli abitanti del tal posto avevano, influiva anche la posizione del luogo, che contava molto per questa simpatica e tipica abitudine. Il soprannome veniva appioppato dai residenti di un paese a quelli dei paesi vicini, tradizionalmente avversi. Buona parte dei motteggi nacque dallo spirito di campanilismo che animò nel passato i rapporti tra i nostri piccoli agglomerati.

Presento ora un elenco di soprannomi o nomignoli (stranòm) nella lingua Piemontese di alcuni paesi della Valle di Susa, Val Sangone, Val Chisone e Valli di Lanzo, tratti in parte dalle preziose ottave di Don Michele Gallo, dallo studio del Gruppo Ricerca Piscina e da varie altre fonti.

Inizio dal mio paese Condove che è oggi un grande comune situato sulla sinistra orografica della Dora Riparia il cui territorio comprende gli ampi valloni dei torrenti Sessi e Gravio. Questo territorio montano fino al 1935 ha fatto parte degli ex comuni montani di Mocchie e di Frassinere un tempo popolati e produttivi, oggi quasi abbandonati.
Il dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S. M. il Re di Sardegna compilato negli anni 1834÷1854 riporta una breve descrizione degli abitanti dei tre comuni oggi accorpati Frassinere, Mocchie e Condove.
FRASSINERE – Gli abitanti sono robusti, applicati al lavoro ed al traffico, ed assai costumati.
MOCCHIE – I mocchiesi sono in generale vigorosi, ben fatti nella persona, affaticanti, sobri e gioviali: attendono all’agricoltura ed alla pastorizia.
CONDOVE – Gli abitanti di Condove sono assai robusti e pacifici, ma non si distinguono per vivacità d’ingegno come quelli che stanno sui vicini balzi posti a tramontana.

Gli abitanti delle borgate di Mocchie e Frassinere chiamavano i Condovesi “massòch” o “sgnaca babi”.   “Massòch” duri di comprendonio o poco svegli visto il riferimento ad un ceppo di legno.   “Sgnaca babi” (përché na vira a l’era na contrà rantanosa). Schiaccia rospi perché una volta la zona oggi occupata dagli stabilimenti industriali ex Moncenisio era un tempo un’area esclusivamente agricola e naturale: orti, frutteti e prati a nord, estesi terreni anticamente paludosi a sud (ij maresch).

Airasca: “rané” pescatore o venditore di rane

Alpignano: “gavasson” forniti di grossi gozzi

Avigliana: “mastia ociaj” mastica occhiali oppure “vilan” dal detto “Vian-a vilan-a për ij so peca a l’é sprofondà”, Avigliana villana per i suoi peccati è sprofondata.

Balme: “gait” allegri gioiosi gaudenti

Bruino: “sensa fede” senza credo

Bussoleno: “sofièt” soffietti, forse deriva dal frequente rumore del fischio dei treni

Casellette: “mangia givo” mangia maggiolini

Chiusa S. Michele: “pasi” mansueti, tranquilli forse dal detto Piemontese “A toca andé a la Ciusa, là ‘t lo fan a comand” . Bisogna andare alla Chiusa, là te lo fanno su comando (un detto per definire gli incontentabili)

Coazze: “lacia crave” mungitori di capre

Collegno: “fora gavass” pungigozzo

Cumiana: “pavè” per la condizione delle strade

Druento: “mangia rave” mangia rape

Fenestrelle: “ ij pentnëtti” i pettinini

Fiano: “fidlin” vermicelli

Giaveno: “porchet” maiali

Givoletto: “siole pien-e” cipolle ripiene

Grugliasco: “përpojin” pidocchi dei polli

La Cassa: “ciocaton” ubriaconi

Lanzo: “cravon” caproni

Lemie: “mangia can” mangia cani, per colpa della povertà gli abitanti si adattavano perfino a mangiare i cani.

Mompantero: “mangia coco” mangia cuculo per significare uomo sempliciotto

None: “sensa onor” senza onore

Pianezza: “sëmna sal” semina sale

Piscina: “rasatà” abbruciacchiati o abbrustoliti per la carenza di acqua

Rivalta: “malinteis” perché intendono le cose al contrario

Rivoli: “pià ‘nt le fëtte” presi nelle fette ossia sempre in ritardo

Sangano: “sensa lege” senza legge

San Gillio: “pista senëvra” pesta senape

Susa: “sgnaca bugnon” schiaccia ascessi riferito a pratiche molto diffuse in paese di medicina popolare

Trana: “balord” balordo

Torino: “bicerin” bicchierini per l’uso molto diffuso da metà ottocento di bere una bevanda fatta di cioccolato, caffè, fior di latte, ecc. in un piccolo bicchierino di vetro.

Usseglio: “barbaboch” barba di becco “përché na vira le fomne d’Ussej a calavo ‘nt la pian-a a cheuje le piantin-e ‘d barbaboch për vendje peui an sij mërcà”. Perché una volta le donne di Usseglio scendevano al piano a raccogliere le piantine di barba di becco (scorzonera, salsefrica, trapogon pratensis) per venderle poi nei mercati.

Val della torre: “brusatà” bruciacchiati perché privi d’acqua

Varisella: “mangia riondela” mangia malva

Viù: “grata cul” gratta culi “frut dla reusa servaja ch’a fa graté ël cul”, frutti della rosa selvatica che fanno prudere il sedere, per dire rompiscatole, fastidioso, noioso

Volvera: “cossòt” zucchine

Per concludere questa breve ricerca, voglio riportare alcuni versetti in Piemontese di Gallo Michele sull’ironia dei soprannomi, trovati sull’Almanacco Piemontese del 1969:

Soportoma ‘n santa pas / costi epiteti ch’ai dà / sò caratere ò ‘l cas / ai pais e a le borgià; / Ij’abitant për soa natura, / se ‘nt’na val ò ‘nt’na pianura, / s’a son bei ò s’a son brut, /stranomà son dapërtut.

Gianni Cordola

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Quando si viveva senza frigorifero

Se fino agli anni 50 del secolo scorso a Condove e nella quasi totalità delle borgate montane il frigorifero era un elettrodomestico sconosciuto, come conservavano gli alimenti le nostre nonne? La risposta in queste poche righe che descrivono gli “usi” più popolari.

Il frigorifero, l’elettrodomestico più utilizzato nelle nostre case, è stato inventato negli Stati Uniti prima degli anni 20 del secolo scorso, era dotato di un compressore che produceva il freddo localmente e autonomamente. L’idea è talmente buona da spingere un decennio dopo a produrlo a livello industriale. In Italia è arrivato verso la metà degli anni ’40 e, solo nelle case ricche, poiché troppo costoso. Ha cominciato a svilupparsi dappertutto negli anni 60.

L’impiego del freddo per la conservazione alimentare è una pratica consolidata da secoli. Ma mancando in passato i sistemi moderni per generarlo, l’unico modo con cui mantenere basse temperature per molti mesi all’anno era quello di costruire ghiacciaie sotterranee, caricate durante l’inverno con neve e ghiaccio. Ma come si riusciva nel passato a produrre ghiaccio e a conservare gli alimenti deperibili quando non si possedeva il frigorifero?

La ghiacciaia, era un buco profondo, in un luogo freddo, dove si raccoglieva la neve durante l’inverno e si copriva il tutto con fascine. Questa neve diventava ghiaccio che durava fino all’inverno successivo. La persona che custodiva la nevaia, tagliava, con una sega, man mano il ghiaccio necessario e, alla fine dell’estate, il buco era diventato così profondo che gli occorreva una scala a pioli per arrivare in fondo alla nevaia.

Il ghiaccio della nevaia, veniva comperato dalle famiglie, oltre che per tenere i cibi al fresco, per realizzare sorbetti o granite. Il pezzo di ghiaccio veniva grattato poi, sul composto ottenuto, si versava lo sciroppo, quasi sempre di menta o amarena: una delizia per grandi e piccini.

Ma senza ghiaccio come si faceva? Gli alimenti deperibili venivano consumati in giornata o, al massimo nei due giorni successivi. La conservazione del cibo è sempre stata la principale preoccupazione dell’essere umano, nel corso dei secoli si sono tramandate tecniche che hanno funzionato abbastanza bene.

Come dicevo esistono varie tecniche per mantenere i cibi, o strategie che i nostri vecchi mettevano in pratica, e non sono neanche tanto complicate, vediamo come.

Innanzitutto le nostre case avevano una cantina o un locale adatto alla conservazione degli alimenti cioè fresco, buio, asciutto e senza muffe o umidità, bastava soltanto preservarlo da roditori e insetti che potevano penetrare. Trappole per topi e recipienti pieni di acqua e zucchero, dove le mosche annegavano non mancavano mai.

Castagne: tendono facilmente a prendere la muffa o i vermi. Si conservavano tenendole a bagno in acqua per nove giorni: i frutti bacati salivano a galla e potevano essere gettati. Quindi si mettevano ad asciugare e si stendevano in cantina tra strati di sabbia ben secca.

Formaggio: veniva avvolto in panni di lino imbevuti di aceto di vino e posato su un’asse sospeso al soffitto nella cantina.

Frutta: mele e pere venivano adagiate in lunghe file tra foglie secchie sopra i pavimenti di solai o cantine, mentre prugne, lamponi, fragole, pesche, ciliegie, albicocche ecc. diventavano marmellate, composte, gelatine, sciroppi e liquori. Fichi e prugne si facevano anche seccare al sole. L’uva si appendeva a corde o a telai: se i chicchi appassivano, bastava immergerli un quarto d’ora prima dell’uso in una bacinella piena d’acqua tiepida. Le noci venivano immerse nella sabbia secca, ma più frequentemente trasformate in olio.

Cereali: venivano conservati con la macinatura o con l’essiccatura al sole o all’aria ma spesso germinavano o ammuffivano.

Patate: si conservavano in un locale asciutto e spazioso per poterle stendere e areare ogni tanto, scuro per evitare che inverdiscano e ne troppo freddo ne troppo caldo, per impedire gelo o germinazione. I germogli venivano tolti prima che si sviluppassero (un accorgimento era di posizionare le patate in vicinanza delle mele perché il gas etilene sprigionato dal frutto ritardava la maturazione delle patate).

Insalata: veniva avvolta in panni umidi, ma la maggioranza della verdura in generale finiva in barattolo; a seconda della stagione infatti le massaie mettevano sott’olio, sott’aceto o in salamoia, con ricette variabili da paese a paese, fagiolini, cipolline, cavoli, melanzane, peperoni, funghi, pomodori.

Uova: immerse in vasi di terracotta colmi d’acqua di calce, dai quali venivano pescate con speciali mestolini bucati oppure sepolte in cassette con sale fino e sistemate in cantina. Sul fondo della cassa rivestita di carta veniva posto uno strato di sale fino e su questo le uova una accanto all’altra. Gli spazi tra le uova venivano colmati di sale e coperti con un ultimo strato. Le uova conservate in questo modo si mantenevano sane anche per otto mesi. Altro metodo era di seppellire le uova in cassette colme di grano.

Salumi: se interi si conservavano appesi, in un luogo fresco e riparato dalla luce solare.

Le carni: venivano di solito messe sotto sale, sotto il grasso della sugna, oppure essiccate, affumicate, in salamoia o sotto aceto.

L’affumicatura è un processo che richiede generalmente da 24 a 48 ore per essere portato a termine. La qualità del legno utilizzato per produrre fumo è fondamentale per il sapore finale: quercia, faggio, ontano, acero, melo e ciliegio sono generalmente legname di prima scelta che dona sapori caratteristici alla carne.

L’essiccamento di carne, ma anche di pesce e frutta, era praticata secondo il metodo antico e utilizzava soltanto la luce solare e il vento: il calore del sole e una costante brezza secca che scorreva tra gli alimenti da conservare favoriva l’espulsione dell’acqua e rallentava la decomposizione e la moltiplicazione dei microrganismi nocivi.

La salagione può essere efficace quanto l’affumicamento nella conservazione del cibo e spesso costituiva il passo preliminare per un’affumicatura di successo. Il sale creava un ambiente fortemente alcalino in cui ben pochi funghi, muffe o batteri potevano sopravvivere: ogni cellula vivente subiva un veloce processo di disidratazione fino a morire per carenza d’acqua.

La salamoia consisteva nell’immergere gli alimenti in una soluzione di acqua e sale, all’interno di piccoli vasi di terracotta.

La conservazione sotto aceto. L’aceto crea un ambiente salino o acido in cui i batteri e le muffe non sono in grado di proliferare, consentendo la conservazione del cibo anche per mesi.

Questa carrellata di usanze ci racconta un pezzo della nostra storia scandita attraverso la tecnica e l’ingegno dei nostri antenati affinché le nuove generazioni conoscano l’asprezza della vita nei tempi passati.

Gianni Cordola

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Coindo: perché non ne vada perduta la memoria

Mi piace scavare nel passato, ma soprattutto, amo i luoghi abbandonati della montagna Condovese che assomigliano a fantasmi di pietra, dove vecchie storie raccontano eventi e situazioni passate dai nostri avi, storie che sanno di semplicità, povertà e onestà. Mi piace entrare nelle case abbandonate e guardare cosa resta della memoria di chi era vissuto.

Oggi faccio un salto alla borgata di origine della mia famiglia e di tante altre con lo stesso cognome Cordola: il Coindo (Ou Couindou in francoprovenzale, ël Coindo in piemontese – si pronuncia Cuindu) un piccolo borgo rurale del comune di Condove diviso in due agglomerati di case denominati l’uno Superiore e l’altro Inferiore (Couindou damoùn e daveù).

frazione Coindo arrivando dalla mulattiera

frazione Coindo

Sino al 1936 le due borgate han fatto parte del Comune di Mocchie poi aggregato con il Comune di Frassinere a Condove. La parrocchia di appartenenza è Laietto. Le frazioni sono collocate sul versante esposto a sud della Valle di Susa e poste in destra idrografica del torrente Sessi. Il terreno, su cui si alternano principalmente faggeti, castagneti e pascoli, è caratterizzato da una decisa pendenza verso il fondo valle ed il torrente Sessi.

Al borgo superiore si arriva a piedi dopo aver percorso una mulattiera dalla provinciale che porta alla frazione di Laietto. Case a due piani, la stalla e la cucina sotto e sopra le camere, a volte un fienile, tetti coperti da lastre di pietra.

Solo 100 anni fa, una cinquantina di persone sopravviveva in questa borgata, che fu abbandonata quasi di colpo perché arrivarono strade migliori e la gente riuscì a scappare da quella che considerava una schiavitù, consegnandosi al paese dove, dal 1906, stava crescendo la prima grande industria: La Società Anonima Bauchiero per la costruzione di veicoli ferrotranviari. Sono rimaste case, mulini, barme, fontane: ruderi coperti di polvere, ragnatele, divorati dalle erbacce e dal tempo. Paese fantasma che è ormai difficile scorgere, nella boscaglia. Però sono ancora lì, nascosti e a loro modo vivi: testimonianza di un tempo recente eppure lontanissimo che meriterebbe di essere conosciuto, ricordato.

Una borgata che era davvero molto popolosa, gente di montagna, gente d’altri tempi, dalla tempra e dal carattere forte come le rocce che neanche il vento riesce a scalfire. Persone laboriose, avvezze al lavoro e alla fatica quotidiana, ma, al contempo capaci di sorridere, anzi, di ridere con quei modi di essere arguti e sornioni.

Le giornate iniziavano prima dell’alba e terminavano a notte fonda, conoscevano bene l’alternarsi delle stagioni, ciò che preannunciava il temporale e quindi la necessità del darsi da fare, mentre capivano subito quando il tempo era favorevole, l’esperienza era condita dai proverbi e dai detti popolari. Si viveva di castagne, dei prodotti dell’orto, di una mucca, di qualche capra e del loro latte, della segala coltivata sulle fasce strette. Il bosco, certo: con la legna, i sentieri puliti come il letto dei torrenti e dei rii.

Mia nonna “Melain (Cordola Melania 1858-1929)” curava la casa, le bestie nella stalla, il piccolo orto davanti casa e lavorava il latte. Il nonno “Djàn dla bèrdzera (Cordola Giovanni 1862-1946)” si occupava dei lavori nei campi, nel bosco e di un pergolato davanti casa carico di grappoli d’uva che ogni autunno trasformava in vino. Il fratello del nonno “Miqlin (Cordola Michele 1846-1929)” valente falegname creava oggetti in legno per tutta la piccola comunità; si trattava di arte povera limitata alle cose essenziali cioè armadi, sedie, tavoli, cassapanche, sgabelli e tutto ciò che poteva servire in casa, con un lavoro di pialla e scalpello. Alla sera si radunavano nella stalla del nonno oppure in quella di “Carlin (Cordola Carlo 1847-1929)”, “Cetch (Cordola Francesco 1851-1918)” o “Tounin (Cordola Antonio 1845-1930)”.

Là, alla luce del lume a petrolio le donne più anziane filavano la lana, le più giovani facevano la maglia o rammendavano, i giovani incontravano le ragazze nubili sotto lo sguardo vigile delle madri, gli uomini chiacchieravano, giocavano a carte e soprattutto raccontavano di fatti magici vissuti o risaputi, mentre i bambini ben svegli sgranavano gli occhi per l’interesse e per la paura, pronti a farsi accompagnare per andare a dormire onde non rischiare improvvisi avvistamenti delle masche. La serata finiva con un buon bicchiere di vino.

Non mancava lo spirito di collaborazione: quando una mucca doveva partorire tutti, in quella stalla davano il meglio e diventavano veterinari.

Lascio il Coindo e raggiungo i ruderi della borgata Chiandone affrontando grovigli di liane e di rovi, come un esploratore a colpi di roncola. Riscopro questi luoghi perché non ne vada perduta la memoria: scosto porte cigolanti, mi avventuro sotto tetti pericolanti, trovo piccoli dettagli: un paio di scarpe sfondate, lo scheletro di un letto, piatti sbeccati e cocci di bottiglia, una scritta a carbone sulla pietra, che raccontano storie infinite.

Ruderi borgata Chiandone

Anno 2014 – Ruderi borgata Chiandone (foto E. Borroni)

 

 

 

 

 

 

          

A volte tornando in questi luoghi sento un brivido come percepissi delle presenze e mi convinco che un giorno la gente capirà che questi posti non devono essere abbandonati e tornerà ad abitarli. Una casa al Coindo è già stata ristrutturata nonostante la mancanza di una strada carrozzabile e mi auguro non resti l’unica ma venga seguita da altri interventi.

Gianni Cordola

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La “bagna càuda”

Ogni piemontese almeno una volta nella vita ha mangiato la “bagna càuda”, nata tra le valli occitane e franco provenzali, per estendersi fino alle colline dell’Astigiano, Monferrato e Langhe. Pare che nel Nord Piemonte questo piatto sia arrivato molto più tardi a partire da metà 800. In tanti l’adorano, qualcuno non la sopporta e altri non la digeriscono, ma non ci sono dubbi: è probabilmente il piatto più caratteristico della cucina piemontese.

Aglio, acciughe e olio: sono questi gli ingredienti base della “bagna càuda”, con l’aggiunta di burro, latte e noci secondo le varie usanze locali. Questa salsa, simbolo della cucina piemontese, è il condimento ideale per le verdure nella stagione autunnale e invernale. Non c’è dubbio che per i piemontesi rappresenti un simbolo culturale importante, ma pensateci bene: gli ingredienti principali acciughe e olio non sono piemontesi. La sua storia affonda le radici nel periodo medievale e merita di essere approfondita e conosciuta, anche perché non si sta parlando di una semplice salsa, ma di un vero e proprio rito.

Aglio

Più che un piatto, è un rito conviviale dove i commensali attingono la salsa tutti insieme da un unico tegame di cottura in terracotta (ël fojòt), mantenuto in temperatura mediante uno scaldino di coccio riempito di braci. Oggi sono di uso comune appositi contenitori in terracotta costituiti da una ciotola a cui è sottoposto un fornellino per mantenere calda la salsa. Si consuma intingendovi vari tipi di verdure di stagione solitamente divise tra crude e cotte (specialmente cardi, cipolle cotte al forno, peperoni crudi o abbrustoliti, foglie di cavolo crude, cavolfiore, topinambur, barbabietole, patate cotte a vapore, ravanelli, rape e tante altre).

Come già detto, il Medioevo è l’epoca in cui questo condimento venne introdotto per la prima volta. Si tratta di un’usanza dei contadini piemontesi che avevano bisogno di mettersi al riparo dal freddo e dai malanni invernali: le principali testimonianze localizzano la nascita della “bagna càuda” nelle vallate occitane. Al contrario, i ceti più nobili non amavano particolarmente la ricetta, a causa della presenza eccessiva di aglio e la consideravano un cibo rozzo e inadatto ad una alimentazione raffinata.

La storia inizia al di là delle Alpi, in quelle valli del Rodano lungo le quali si snodavano le rotte commerciali battute dai mercanti sin dal Medioevo. Gli scambi fra la Provenza e le adiacenti valli piemontesi furono intensi e proficui, già allora, come dimostra il perdurare di certe peculiarità culturali e linguistiche, che spaziano dalla lingua occitana parlata ancor oggi in alcune zone di confine al tramandarsi di ricette e tradizioni, di cui la “bagna càuda” costituisce uno degli esempi più significativi.

La sua origine storica quindi risale alle celeberrime “vie del sale”, antichi percorsi utilizzati per trasportare merci prevalentemente dal mare verso l’entroterra.

Ingrediente fondamentale per la produzione e la conservazione degli alimenti, il sale arrivava nel Basso Piemonte dalla Provenza: troviamo attestazioni di questo commercio sin dal XII secolo, lungo la via del sale, un percorso articolato che univa le saline provenzali con Nizza Marittima, si ramificava nelle Valli Maira e Stura, si riuniva poi a Cuneo proseguendo fino ad Asti, dove poi il sale veniva smistato capillarmente in un vasto territorio.

Alla diffusione del sale è strettamente connesso anche l’approvvigionamento delle acciughe, pescate in grandi quantità nel mare e distribuite poi lungo le stesse rotte in barili di legno, alternate a strati di sale. Questo spiega la curiosa presenza di questo pesce nella gastronomia di una regione senza affacci sul mare: leggenda vuole che le acciughe venissero usate per coprire i barili di sale, un espediente per evitare di pagare i dazi doganali, altissimi su questo prodotto e più bassi sul pesce. Da lì la diffusione e, immediatamente dopo, il commercio. La guerra ai contrabbandieri del sale ha infiammato per secoli i sentieri fra il Ducato di Savoia e gli Stati confinanti. Verso la fine del Settecento il commercio del sale venne strettamente regolamentato rendendolo meno redditizio. Molti dei mercanti di sale allora si convertirono a derrate più semplici da smerciare, come appunto il pesce salato.

Quello che è certo è che le acciughe vantarono presto una categoria di venditori esclusiva, i montanari della Val Maira che, nella brutta stagione, andavano di porta in porta a proporre l’acquisto del loro prodotto, anche in modiche quantità (in Val Maira, a Celle di Macra, c’è persino un museo degli acciugai). Questo favorì una diffusione capillare dell’acciuga che divenne ben presto un complemento a molte pietanze, trasversale a tutte le case, dei ricchi come dei poveri.

Nel Cinquecento e nel Seicento i Piemontesi consumavano soprattutto olio di noci e nocciole. Si coltivavano anche le olive sulle colline di Acqui ma nel 1709 l’orrido gelo dell’inverno causò la morte di molti olivi e il graduale abbandono della loro coltivazione, ripresa ora negli ultimi anni da alcuni nuovi pionieri. Da allora anche l’olio d’oliva per la “bagna càuda” dovette arrivare da altri territori.

ël fojòt

In Piemonte oggi, la “bagna càuda” non è più un piatto cucinato solo nelle cascine contadine ma diffuso anche nei borghi e nelle città. Le varie associazioni culturali, ristoranti e trattorie locali organizzano a partire dai mesi di ottobre-novembre delle “bagne càude” che vedono la partecipazione di tanta gente. Lunghe file di fornelletti con cesti di verdure cotte e crude fanno bella mostra sulle tavolate ed un profumo di aglio si spande per tutta nell’aria. Anche nella lontana Argentina i discendenti degli emigranti Piemontesi mantengono vivo il nostro piatto tipico organizzando frequentemente degustazioni della “bagna càuda” cucinata secondo la ricetta tradizionale.

RICETTA BAGNA CÀUDA (La bagna càuda a la mòda dël Coindo ‘d Condòve)

Ingredienti: 150g di acciughe salate, 60g di burro, ½ litro di olio d’oliva, ½ bicchiere di latte, 3 teste d’aglio (o una testa a persona), 3 gherigli di noce.

Fate cuocere a fuoco basso nel latte l’aglio tagliato a fettine per 30 minuti. Raccogliete il burro in un recipiente di terracotta e fatelo sciogliere a fuoco bassissimo, poi unite l’aglio col latte rimasto, i filetti di acciuga (dopo averli puliti, diliscati e sminuzzati), l’olio di oliva, i gherigli di noce sminuzzati e fate cuocere a fuoco basso per circa 10 minuti (l’aglio non deve prendere colore), mescolando gli ingredienti con un cucchiaio di legno fino a ottenere una crema liscia color nocciola chiaro. La “bagna càuda” va servita su un apposito fornello che la mantiene caldissima anche a tavola. In essa ogni commensale intingerà principalmente verdure crude: cardi (dopo averli lasciati a bagno in acqua fredda acidulata con succo di limone), sedani, peperoni, foglie di verza, topinambur, cavolfiori, porri, cipollotti, polenta arrostita e crostini di pane.

 

 

 

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Il gergo torinese

Un tempo l’arguzia popolare sapeva trarre l’aspetto più accattivante della lingua Piemontese sviluppando delle varietà di lingua e significati utilizzate per non farsi capire da chi non fa parte del gruppo. Anche nella città di Torino si sviluppò un gergo allontanandosi dalla lingua parlata di norma nella zona. Alcune delle parole appartenenti al gergo Torinese sono entrate a far parte della lingua corrente, altre sono diventate poco usuali e dimenticate nel tempo.

Ho reperito frugando nella mia memoria diversi vocaboli del gergo Torinese una volta di uso comune nel conversare famigliare e forse tra i più caratteristici e simpatici:

Ampianté: uccidere

Babiòt: ragazzino

Bacàn, rabùch, ghegg: contadino o padrone

Badòla: perditempo

Bajèt: militare

Balòss: furfante

Baraval: cappello

Barìcole: occhiali

Becana: bicicletta

Bërgna, ciòrnia, flècia, gnòca: vulva

Berta, tron, bajàfa: pistola

Biòvo: idiota

Bojosa: prigione

Bòita: prigione

Botonera: ferita da coltello

Brajé: cantare

Brun-a: sera

Brusca: suora

Burlanda, sbòba: minestra

Burnia: testa

Busiard: giornale

Cagnòt: pugno

Cagnass: persona di potere

Canapia: naso

Carion: dongiovanni

Castagnà: colto sul fatto

Cavija: una lira

Ciòspa: donna vecchia

Cornajass: prete

Dobià: dieci lire

Dròga: lazzarone

Fafioché: fanfarone

Fangosa: scarpa

Fardèl: portafoglio

Fnestra: occhio

Foré: accoltellare

Fumarin: sigaretta

Galopin: impiegato

Gamba: cento lire

Gancio: debito

Gargagnan: protettore

Garsamela: gola

Ginicon: inverno

Giornal: soprabito

Gòrba: bambino

Griffoné: scrivere

Gròss: un milione

Ij cop: i capelli

Ij gris: i genitori

La bruta: la fame

Lanosa: barba

Lasagnòt: lettera o biglietto

Lima: cravatta

Maròc: pane

Mesa gamba: cinquanta lire

Nèir: inchiostro

Ope: operaio

Pantofla: mano

Papé: carta documento

Parpajon: mille lire

Patanùa: mano

Pedala: fila via

Pinguin: prete

Ramblé: tram

Rusc: lavoro

Ruscon: lavoratore

Sac: mille lire

Sacagnà: coltellata

Sagneur: coltello

Santin: foto segnaletica

Scura: cantina

Scursé: ammazzare

Sgalùssa, crivèla, bruta: fame

Sgnicolé, sbalafrè: mangiare

Spussin: calzini

Stopa: bottiglia di vino

Sùita: pastasciutta

Taboj, tenor, garùf: cane

Tapa: vestito

Tela: fila via

Tenor: cane

Tòla: automobile

Tron: arma da fuoco

Tubo: bottiglia

Vascò: persona in gamba

Vincens, gàgio: sciocco, persona da derubare

Vòla: polizia

 

 

 

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Monte Baraccone

Tratto da L’ESCURSIONISTA rivista della Unione Escursionisti Torino del 13 Aprile 1906 n. 2

Descrizione della seconda escursione sociale di Domenica 22 Aprile 1906

(Valle Dora Riparia)

MONTE BARACCONE (M. 1165)

ITINERARIO

Torino P. N. (Ferrovia dello Stato), part. 7,48 – Condove, ore 8,50 – Magnoletto (m. 622) – Frassinere (m. 991), ore 11 – Colazione, partenza, ore 13 – M. Baraccone (m. 1165), ore 13,45 – Fermata, ore 1 – Partenza, ore 14,45 – Villa Superiore – Ponte sul Grave, ore 15,15 – Mocchie, ore l6 – Sosta un’ora – Condove, ore 18,15 – Pranzo Albergo Vittoria, ore 19 – Partenza, ore 22,20 – Torino P. N. ore 23,30. Ore di marcia effettiva 4,30 circa – Spesa di viaggio L. 2,55. Da versarsi ai direttori L. 3.

Il Baraccone è quel monte che staccandosi dalle falde della Lunella, s’avanza nella valle di Susa, tanto da restringerla notevolmente presso S. Antonino. Il suo nome, alquanto strano, trae origine dal fatto di esservi stato sulla cima, nei tempi delle passate guerre, una stazione di telegrafo a segnali, con annesso baraccone o baraccamento per ricovero del ricevitore e del pugno d’uomini che difendeva il posto. I segnali erano ricevuti dalla Sagra di S. Michele, e trasmessi nell’alta valle, od a S. Giorio, pel Cenisio. Traccie di questa stazione non ne esistono più. Dai nativi vien anche chiamato “ël signal”. Per la sua posizione avanzata che domina la sottostante Comba e l’alta valle, il M. Baraccone è un belvedere importantissimo, meta facile e degna di una visita. Verso Borgone scende a ripide balze, mentre i suoi fianchi sul versante di Condove, racchiudono un’ubertosissima valletta, bagnata dal torrente Grave, la salita si fa completamente per mulattiera. Lasciate le ultime case dell’abitato di Condove, si attraversa il Grave, poco sotto alla sua uscita da una stretta turtuosa ove l’impeto delle acque scava da secoli e secoli un enorme frana di qualche centinaio di metri d’altezza.

La strada, per castagneti, campi e vigne, s’innalza in breve ai casolari Magnoletto, ed al salto del Francese, quindi, meno ripida, raggiunge il pilone delle sette strade. Qui si può ben aprire una parentesi circa le segnalazioni in montagna, facendo notare, che essendo questo un punto, ove dal basso e dall’alto convergono sette strade e sentieri, un’indicazione, che segnasse almeno le principali, sarebbe più che necessaria.

Noi prenderemo un sentiero a tergo del Pilone, che per una piccola convalle porta in pochi passi alla prima frazione di Frassinere. Sulla cresta opposta, si distende il capoluogo, composto di poche case allineate e ridenti al sole, e della graziosa chiesetta più in alto che sembra custodire, come gregge sparso nella conca, le sottostanti borgatelle.

La posizione di questo alpestre paesello è splendida, e l’attraentissimo panorama che già sì gode dal piazzale della Chiesa è meritevole di una lunga tappa. Proseguendo, per verdeggianti poggi e pinete, si tocca in breve la meta.

La bellezza del luogo, il basso della Comba di Susa, che inaspettatamente si apre quasi a picco sotto i piedi, l’imponente cerchia delle Alpi che sta intorno, forma un panorama indescrivibile, che compensa largamente le poche ore di salita. A Sud, dalla Sagra di S. Michele alle mille frastagliate punte del gruppo del Rocciavré, di fronte l’alta valle della Dora, la Someiller, l’Ambin e la Ciusalet.

Sulla destra la Rocciamelone si presenta in tutta la sua imponenza, poi il Palon, la Lunella, altri minori, e giù giù per le falde che rinserrano la valle di Mocchie, ricche di campi e prati, seminate di mille borgatelle. In fondo in fondo il Musiné, ed un lembo di pianura. Questo panorama è oltre ogni dire interessante, sia per l’estensione, sia per la grande varietà di piani, e si può ben affermare che il Baraccone è il punto di vista migliore della bassa valle di Susa.

La discesa si compie evitando di ritornare in Frassinere; per freschi boschi e praterie, una comoda mulattiera ci porta ad attraversare il Grave, e per la frazione Rivoire si raggiunge il capoluogo di Mocchie, paesello adagiato su un dolce declivio in mezzo ad una lussureggiante vegetazione, e che dà il nome alla sua arcadica valle.

L’antica “Vallis Moccensis” fu già feudo di Amedeo VI di Savoia, ed in regione Castellazzo vi sono avanzi del Castello che dicesi servisse di villeggiatura al Duca.

Continuando la discesa si potrà bene osservare, sul lato opposto al percorso la frana del Grave, e infine per una zona coltivata a vigna, e che produce uno squisito rivale al Chiomonte, si rientrerà in Condove.

Qui…….. la parola all’albergatore, il quale saprà ben degnamente coronare una lieta giornata.

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Anno 1907 le onoranze al botanico Giovanni Francesco Re in Condove

Tratto da L’ESCURSIONISTA la rivista della Unione Escursionisti Torino del 6 settembre 1907 n. 9

Pubbliche e solenni onoranze vennero tributate domenica alla memoria del celebre botanico Giovanni Francesco Re, nel paese di Condove, dove da Torino e da tutta la valle di Susa convennero in buon numero autorità, studiosi, amanti delle patrie memorie, alpinisti e rappresentanze di Istituti. Nel mattino venne scoperta una bella lapide in marmo, opera dello sculture Silvio Argenti, sull’antica casa dove il medico Re nacque nel 1773 e dove egli scrisse il suo classico lavoro: «La Flora Segusiensis». Gli ospiti vennero ricevuti alla stazione dall’egr. Sindaco Antonio Votta, e preceduti dalla musica con bandiera, salirono in corteo al luogo dove si svolse la simpatica funzione. A questa, intervennero l’on. Felice Chiapusso, deputato del Collegio; il sotto-prefetto di Susa cav. Dott. V. Pettinati; il prof. Oreste Mattirolo direttore dell’Orto botanico di Torino; il prof. Comm. Edoardo Perroncito; il sindaco di Susa cav. Avv. Miglia; l’industriale Fortunato Bauchiero; le signore e signorine Chiapusso, Pasquero, Pinard, Bruno, Barraja, Musso, dottoressa Effisia Fontana; l’avv. Dott. Enrico Mussa; il dott. Teppati, presidente dell’Associazione sanitaria valsusina; i consiglieri provinciali Richard e Teppati; l’ing. Cav. Luigi Marchelli, vice-presidente dell’Unione Escursionisti di Torino; l’avv. Cav. Giustino Bruno, segretario comunale di Condove; il dott. Avv. Gustavo Couvert, il colonnello Richard, il prof. Filippo Vallino, il notaio Morone, il dottor Felice Bruno, lo scultore prof. Argenti, il dott. Adolfo Pinard, il dott. Noelli, l’ing. Andrea Fontana, il maggiore Croce, il parroco don Rivetti, il prof. Saverio Belli; i signori Ferrari, Berrino, Dealessi, dott Regaldi, Guidetti, Bosco, Luzzatto, Parodi, il farmacista Belitrandi di Avigliana, ecc.

La casa Re, ora Pinard, era tutta elegantemente imbandierata. E fu la gentile signora Irene Chiapusso-Voli, distintissima cultrice della scienza botanica, che traendo a sé un lungo nastro tricolore, fece cadere il velario che copriva la lapide.

Il segretario del Comitato avv. Barraja, ricordò in brevi parole l’operosa vita del medico Re, compiacendosi del successo dell’iniziativa, dovuto al valido concorso di tanti benemeriti. Annunziò che verrà pubblicato e distribuito ai sottoscrittori un volume illustrato per far conoscere la biografia ed i lavori di Giovanni Francesco Re, e concluse facendo consegna della lapide al Municipio ed al popolo di Condove, che sapranno conservarla con affettuosa venerazione.

Il sindaco signor Votta, con opportune parole di gratitudine, accettò il monumento che ricorda ai Condovesi il loro grande cittadino.

Quindi il prof. Cav. O. Mattirolo, il quale rappresenta pure l’Università di Torino e la Reale Accademia delle scienze, pronunciò uno splendido discorso accennando alla genialità ed al valore degli studi del botanico Re.

Ed elevatissime parole disse poi l’egregio avv. Enrico Mussa, dottore in scienze naturali, rappresentante della Sezione di Torino del Club Alpino Italiano.

Molto applaudito fu pure il discorso del prof. comm. Edoardo Perroncito, che rappresentava la R. Scuola superiore di medicina veterinaria, ed assai opportunamente rammentò l’opera prestata dal Re alla Scuola veterinaria della Venaria.

Parlarono ancora: il cav. Ing. Marchelli per l’Unione escursionisti di Torino, e l’on. Chiapusso, che portò l’adesione ed il concorso alla sottoscrizione dell’on. Rava, ministro della pubblica istruzione.

Seguì un pranzo, animatissimo, all’Albergo Vittoria.

Al dessert l’avv. Barraja comunicò le adesioni del signor Pietro Andreis, della società d’archeologia e belle arti, del dott. Flavio Santi, del sindaco di Avigliana comm. Pietro Cravetto, del cav. Ing. Borgesa, consigliere provinciale di Avigliana, del sindaco di Giaveno, del direttore della Scuola Veterinaria prof. Comm. Bassi, della R. Accademia d’agricoltura, dell’on. Paolo Boselli, deputato di Avigliana, che inneggiò al botanico Re con frasi scultorie, del cav. Alberto Casasco, sindaco di Sant’Antonino, del dott. Modesto Abelli, direttore del Dinamitificio Nobel, e del ministro della pubblica istruzione.

Il cav. Avv. Giustino Bruno, pronipote del medico Re, ringraziò con nobili parole il Comitato e gli intervenuti; ed il dott. Felice Bruno disse dei versi meravigliosi rievocando con affetto ed ossequio la serena figura del botanico insigne.

La bella giornata fu degnamente conclusa con una visita all’ospitale famiglia Bruno e con un giro nel vasto opificio della società anonima Bauchiero dove il simpatico direttore signor Fortunato Bauchiero fu amabile guida agli intervenuti, ai quali volle offrire una coppa di champagne.

L’on. Chiapusso bene interpretò l’animo di tutti, ringraziando di tante cortesie, che contribuiranno a rendere indimenticabile la riuscitissima festa.

 

Per correttezza storica alcune precisazioni al suddetto articolo

Il Condovese Gagnor Pier Giorgio, appassionato di ricerche storiche ha condotto nel 2005 (dietro invito del direttore della Segusium) una ricerca su Giovanni Francesco Re poi pubblicata sul n°44 della Rivista.

In questa ricerca si afferma che la “Lapide” venne murata su una casa, dove non è nato G. F. Re perché il famoso botanico, nacque alla borgata Grangetta. Infatti, dai registri parrocchiali di Condove, risulta che: da Giovanni Francesco Re e Anna Cordola il 4 maggio 1729 nasceva Giovanni Battista Francesco che, sposatosi con Anna Lucia Franzone si insediavano anche loro alla borgata Grangetta. In quella casa nascevano: Michele Angelo Luigi (13 febbraio 1772), G. F. Giacinto Re (27 settembre 1773) e M. T. Francesca (2 dicembre 1775). La casa dove nacque è la palazzina bianca, aggraziata dagli archi di un’ampia loggia che è ubicata in fondo alla borgata. Nel salone di quell’abitazione, (attualmente di proprietà della famiglia B……), è visibile un caminetto sul quale è riportata la seguente incisione: “F. F.I.B. REX—1722”. Per quanto riguarda l’iter della preparazione dei festeggiamenti, nella biblioteca ANPI di Condove è consultabile ( un fondo Francesco RE) dal quale si deduce che il tutto venne architettato dall’avv. Adolfo Pinard per dar lustro alla casa che aveva acquistato da Angelo Luigi fratello di G. F. Re che a sua volta aveva acquistato dal notaio Aimo.

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