Monte Baraccone

Tratto da L’ESCURSIONISTA rivista della Unione Escursionisti Torino del 13 Aprile 1906 n. 2

Descrizione della seconda escursione sociale di Domenica 22 Aprile 1906

(Valle Dora Riparia)

MONTE BARACCONE (M. 1165)

ITINERARIO

Torino P. N. (Ferrovia dello Stato), part. 7,48 – Condove, ore 8,50 – Magnoletto (m. 622) – Frassinere (m. 991), ore 11 – Colazione, partenza, ore 13 – M. Baraccone (m. 1165), ore 13,45 – Fermata, ore 1 – Partenza, ore 14,45 – Villa Superiore – Ponte sul Grave, ore 15,15 – Mocchie, ore l6 – Sosta un’ora – Condove, ore 18,15 – Pranzo Albergo Vittoria, ore 19 – Partenza, ore 22,20 – Torino P. N. ore 23,30. Ore di marcia effettiva 4,30 circa – Spesa di viaggio L. 2,55. Da versarsi ai direttori L. 3.

Il Baraccone è quel monte che staccandosi dalle falde della Lunella, s’avanza nella valle di Susa, tanto da restringerla notevolmente presso S. Antonino. Il suo nome, alquanto strano, trae origine dal fatto di esservi stato sulla cima, nei tempi delle passate guerre, una stazione di telegrafo a segnali, con annesso baraccone o baraccamento per ricovero del ricevitore e del pugno d’uomini che difendeva il posto. I segnali erano ricevuti dalla Sagra di S. Michele, e trasmessi nell’alta valle, od a S. Giorio, pel Cenisio. Traccie di questa stazione non ne esistono più. Dai nativi vien anche chiamato “ël signal”. Per la sua posizione avanzata che domina la sottostante Comba e l’alta valle, il M. Baraccone è un belvedere importantissimo, meta facile e degna di una visita. Verso Borgone scende a ripide balze, mentre i suoi fianchi sul versante di Condove, racchiudono un’ubertosissima valletta, bagnata dal torrente Grave, la salita si fa completamente per mulattiera. Lasciate le ultime case dell’abitato di Condove, si attraversa il Grave, poco sotto alla sua uscita da una stretta turtuosa ove l’impeto delle acque scava da secoli e secoli un enorme frana di qualche centinaio di metri d’altezza.

La strada, per castagneti, campi e vigne, s’innalza in breve ai casolari Magnoletto, ed al salto del Francese, quindi, meno ripida, raggiunge il pilone delle sette strade. Qui si può ben aprire una parentesi circa le segnalazioni in montagna, facendo notare, che essendo questo un punto, ove dal basso e dall’alto convergono sette strade e sentieri, un’indicazione, che segnasse almeno le principali, sarebbe più che necessaria.

Noi prenderemo un sentiero a tergo del Pilone, che per una piccola convalle porta in pochi passi alla prima frazione di Frassinere. Sulla cresta opposta, si distende il capoluogo, composto di poche case allineate e ridenti al sole, e della graziosa chiesetta più in alto che sembra custodire, come gregge sparso nella conca, le sottostanti borgatelle.

La posizione di questo alpestre paesello è splendida, e l’attraentissimo panorama che già sì gode dal piazzale della Chiesa è meritevole di una lunga tappa. Proseguendo, per verdeggianti poggi e pinete, si tocca in breve la meta.

La bellezza del luogo, il basso della Comba di Susa, che inaspettatamente si apre quasi a picco sotto i piedi, l’imponente cerchia delle Alpi che sta intorno, forma un panorama indescrivibile, che compensa largamente le poche ore di salita. A Sud, dalla Sagra di S. Michele alle mille frastagliate punte del gruppo del Rocciavré, di fronte l’alta valle della Dora, la Someiller, l’Ambin e la Ciusalet.

Sulla destra la Rocciamelone si presenta in tutta la sua imponenza, poi il Palon, la Lunella, altri minori, e giù giù per le falde che rinserrano la valle di Mocchie, ricche di campi e prati, seminate di mille borgatelle. In fondo in fondo il Musiné, ed un lembo di pianura. Questo panorama è oltre ogni dire interessante, sia per l’estensione, sia per la grande varietà di piani, e si può ben affermare che il Baraccone è il punto di vista migliore della bassa valle di Susa.

La discesa si compie evitando di ritornare in Frassinere; per freschi boschi e praterie, una comoda mulattiera ci porta ad attraversare il Grave, e per la frazione Rivoire si raggiunge il capoluogo di Mocchie, paesello adagiato su un dolce declivio in mezzo ad una lussureggiante vegetazione, e che dà il nome alla sua arcadica valle.

L’antica “Vallis Moccensis” fu già feudo di Amedeo VI di Savoia, ed in regione Castellazzo vi sono avanzi del Castello che dicesi servisse di villeggiatura al Duca.

Continuando la discesa si potrà bene osservare, sul lato opposto al percorso la frana del Grave, e infine per una zona coltivata a vigna, e che produce uno squisito rivale al Chiomonte, si rientrerà in Condove.

Qui…….. la parola all’albergatore, il quale saprà ben degnamente coronare una lieta giornata.

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Anno 1907 le onoranze al botanico Giovanni Francesco Re in Condove

Tratto da L’ESCURSIONISTA la rivista della Unione Escursionisti Torino del 6 settembre 1907 n. 9

Pubbliche e solenni onoranze vennero tributate domenica alla memoria del celebre botanico Giovanni Francesco Re, nel paese di Condove, dove da Torino e da tutta la valle di Susa convennero in buon numero autorità, studiosi, amanti delle patrie memorie, alpinisti e rappresentanze di Istituti. Nel mattino venne scoperta una bella lapide in marmo, opera dello sculture Silvio Argenti, sull’antica casa dove il medico Re nacque nel 1773 e dove egli scrisse il suo classico lavoro: «La Flora Segusiensis». Gli ospiti vennero ricevuti alla stazione dall’egr. Sindaco Antonio Votta, e preceduti dalla musica con bandiera, salirono in corteo al luogo dove si svolse la simpatica funzione. A questa, intervennero l’on. Felice Chiapusso, deputato del Collegio; il sotto-prefetto di Susa cav. Dott. V. Pettinati; il prof. Oreste Mattirolo direttore dell’Orto botanico di Torino; il prof. Comm. Edoardo Perroncito; il sindaco di Susa cav. Avv. Miglia; l’industriale Fortunato Bauchiero; le signore e signorine Chiapusso, Pasquero, Pinard, Bruno, Barraja, Musso, dottoressa Effisia Fontana; l’avv. Dott. Enrico Mussa; il dott. Teppati, presidente dell’Associazione sanitaria valsusina; i consiglieri provinciali Richard e Teppati; l’ing. Cav. Luigi Marchelli, vice-presidente dell’Unione Escursionisti di Torino; l’avv. Cav. Giustino Bruno, segretario comunale di Condove; il dott. Avv. Gustavo Couvert, il colonnello Richard, il prof. Filippo Vallino, il notaio Morone, il dottor Felice Bruno, lo scultore prof. Argenti, il dott. Adolfo Pinard, il dott. Noelli, l’ing. Andrea Fontana, il maggiore Croce, il parroco don Rivetti, il prof. Saverio Belli; i signori Ferrari, Berrino, Dealessi, dott Regaldi, Guidetti, Bosco, Luzzatto, Parodi, il farmacista Belitrandi di Avigliana, ecc.

La casa Re, ora Pinard, era tutta elegantemente imbandierata. E fu la gentile signora Irene Chiapusso-Voli, distintissima cultrice della scienza botanica, che traendo a sé un lungo nastro tricolore, fece cadere il velario che copriva la lapide.

Il segretario del Comitato avv. Barraja, ricordò in brevi parole l’operosa vita del medico Re, compiacendosi del successo dell’iniziativa, dovuto al valido concorso di tanti benemeriti. Annunziò che verrà pubblicato e distribuito ai sottoscrittori un volume illustrato per far conoscere la biografia ed i lavori di Giovanni Francesco Re, e concluse facendo consegna della lapide al Municipio ed al popolo di Condove, che sapranno conservarla con affettuosa venerazione.

Il sindaco signor Votta, con opportune parole di gratitudine, accettò il monumento che ricorda ai Condovesi il loro grande cittadino.

Quindi il prof. Cav. O. Mattirolo, il quale rappresenta pure l’Università di Torino e la Reale Accademia delle scienze, pronunciò uno splendido discorso accennando alla genialità ed al valore degli studi del botanico Re.

Ed elevatissime parole disse poi l’egregio avv. Enrico Mussa, dottore in scienze naturali, rappresentante della Sezione di Torino del Club Alpino Italiano.

Molto applaudito fu pure il discorso del prof. comm. Edoardo Perroncito, che rappresentava la R. Scuola superiore di medicina veterinaria, ed assai opportunamente rammentò l’opera prestata dal Re alla Scuola veterinaria della Venaria.

Parlarono ancora: il cav. Ing. Marchelli per l’Unione escursionisti di Torino, e l’on. Chiapusso, che portò l’adesione ed il concorso alla sottoscrizione dell’on. Rava, ministro della pubblica istruzione.

Seguì un pranzo, animatissimo, all’Albergo Vittoria.

Al dessert l’avv. Barraja comunicò le adesioni del signor Pietro Andreis, della società d’archeologia e belle arti, del dott. Flavio Santi, del sindaco di Avigliana comm. Pietro Cravetto, del cav. Ing. Borgesa, consigliere provinciale di Avigliana, del sindaco di Giaveno, del direttore della Scuola Veterinaria prof. Comm. Bassi, della R. Accademia d’agricoltura, dell’on. Paolo Boselli, deputato di Avigliana, che inneggiò al botanico Re con frasi scultorie, del cav. Alberto Casasco, sindaco di Sant’Antonino, del dott. Modesto Abelli, direttore del Dinamitificio Nobel, e del ministro della pubblica istruzione.

Il cav. Avv. Giustino Bruno, pronipote del medico Re, ringraziò con nobili parole il Comitato e gli intervenuti; ed il dott. Felice Bruno disse dei versi meravigliosi rievocando con affetto ed ossequio la serena figura del botanico insigne.

La bella giornata fu degnamente conclusa con una visita all’ospitale famiglia Bruno e con un giro nel vasto opificio della società anonima Bauchiero dove il simpatico direttore signor Fortunato Bauchiero fu amabile guida agli intervenuti, ai quali volle offrire una coppa di champagne.

L’on. Chiapusso bene interpretò l’animo di tutti, ringraziando di tante cortesie, che contribuiranno a rendere indimenticabile la riuscitissima festa.

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Quando si nasceva in casa

Fino ai primi anni 50 del secolo scorso a Condove e nella quasi totalità dei paesini di campagna e di montagna si nasceva in casa. Questo parto avveniva in modo concitato. Nell’imminenza del travaglio si allontanavano dall’abitazione uomini e bambini. Le donne adulte della casa o del vicinato entravano in azione riscaldando grandi pentoloni d’acqua e preparando le varie pezze di stoffa necessarie per il nascituro e la mamma. Al marito, l’unica cosa che toccava, era di andare a chiamare la levatrice o la donna esperta del luogo e che si era formata solo dopo una lunga pratica di parti poiché era lei che faceva nascere tutti i bambini del paese.
Quando arrivava trafelato un marito a cercarla, a qualsiasi ora del giorno o della notte, la levatrice non perdeva tempo. Sapeva quello che doveva fare, grazie alla sua esperienza. Non sempre il parto era facile, anzi. Quando si complicava bisognava correre a chiamare anche il medico. Quest’ultimo veniva interpellato solo in casi estremi, quando la partoriente era in gravi condizioni: nel mondo contadino, ci si è sempre arrangiati alla meno peggio.

Chi era la levatrice: una persona ben addentrata nell’arte sanitaria, capace di intervenire nelle circostanze più disperate nel difficile momento della nascita di una nuova vita. Ad occuparsi delle levatrici una serie di provvedimenti legislativi, a partire dal Regio Decreto del 1876, relativo al “Regolamento delle Scuole di Ostetricia per levatrici”, per proseguire con la legge sanitaria Crispi del 1888, con la quale si stabilivano i titoli necessari per poter esercitare un’attività sanitaria, seguito da altro decreto nel 1890. Con la creazione delle condotte ostetriche fu assicurato a tutte le donne povere ed abbienti l’assistenza ostetrica.

Altri provvedimenti seguirono in materia sanitaria, in particolare nel 1910 furono istituiti gli ordini professionali, dai quali sono escluse le levatrici. Con l’abolizione dei liberi sindacati ad opera del regime fascista e la creazione dei sindacati fascisti di categoria, fu istituito un sindacato nazionale delle levatrici. Con la creazione della O. N. M. I. nel 1925, alle levatrici furono attribuiti alcuni compiti nei consultori ostetrici e pediatrici. Nel 1935 con un R. D. L. abbiamo l’albo delle levatrici. Successivamente con un R. D. L . del 1937, il titolo di levatrice venne sostituito con quello di ostetrica, anche in considerazione del tipo di studi richiesto che si otteneva dopo la frequenza di un corso triennale.

Le donne partorivano in casa nella camera matrimoniale e in qualche caso nella stalla, al più tardi la prima domenica successiva, si procedeva al battesimo, perché si temeva per la sopravvivenza del bambino. Durante il parto era importantissima l’igiene, dunque bisognava far bollire tanta acqua per pulire bene la partoriente e il nascituro; questo era il solo mezzo utilizzato per disinfettare tutto. C‘era un gran trambusto di pentole e catini di acqua calda, ed ai fratellini o altri bambini, che ingenuamente chiedevano spiegazioni, si diceva che: ”la mama a cata ‘n cit”, e di andare fuori di casa “a vëdde la sicògna ch’a pòrta ‘l cit” che stava arrivando. Espletato il taglio del cordone ombelicale (con le forbici normali disinfettate con l’acqua bollente), e una volta che il neonato era ben lavato e asciugato veniva fasciato dal collo ai piedi con una striscia di stoffa bianca. Era una striscia alta circa 15 centimetri e molto lunga. Aveva l’incombenza di mantenere diritta la schiena e le gambe dei neonati, la testa era coperta con una cuffietta in filo di cotone lavorata con particolare cura.

La levatrice

La levatrice

Fasciare un bambino era un’impresa non semplice: due o tre giri intorno alla pancia altrettanti tra le gambe, di nuovo altri due tre giri sui fianchi e poi si provvedeva ad avvolgerlo strettamente. Possibilità di muovere le gambe: nessuna. Lo si lasciava così fino a quando, bagnato e sporco, si sfasciava, si lavava in qualche modo e si riavvolgeva in fasce pulite: igiene ridotta all’indispensabile, rossori e piaghe frequenti.

Allora generalmente le donne erano prosperose e i bimbi venivano allattati dalla mamma. L’allattamento durava finché la mamma aveva latte, poteva prolungarsi anche oltre i due anni: non costava niente e qualcuno credeva che impedisse gravidanze immediate. Adesso ci sono una infinità di marche di latte in polvere, per tutte le esigenze e intolleranze. In passato solo latte di mucca allungato con un po’ d’acqua, meglio ancora quello di capra, ma la capra non si trovava facilmente. Tutto quello che riguardava l’igiene del bambino era quasi sconosciuto per cui, frequentemente esso veniva colpito dalla gastroenterite o dal tifo, con conseguenze spesso gravi. La domenica mattina era di rigore il bagnetto nel “mastello” del bucato ed era di acqua tiepida, ben insaponata.

La culla era molto piccola, in legno decorato a mano, il materassino consisteva in un sacco di lana molto pieno e sulle coperte era steso un drappo il più bello possibile. Il tutto era tenuto fermo con una larga fettuccia di tela che passava negli apposito fori praticati ai lati della culla. Le case, all’epoca, non erano molto riscaldate e qualche volta i bambini morivano di polmonite nei primi mesi, soprattutto se avevano la sfortuna di nascere in inverno. Quando si temeva per la vita del nascituro, il battesimo veniva amministrato in casa subito dopo la nascita dalla levatrice e poi completato con la cerimonia in chiesa. Oggi si nasce quasi sempre in ospedale a Susa, Rivoli o Torino.

Prima, la nascita di un maschietto era l’avvenimento più bello che potesse capitare in famiglia, mentre la femminuccia non sempre era ben accettata, soprattutto se era la seconda o, peggio, la terza di seguito. Le nascite, durante il fascismo, erano numerose e, la peggior sfortuna, era di avere 6-7 figlie femmine. Ora, il sesso del nascituro non è più motivo di lamento qualunque esso sia e comunque, essendo diminuita la natalità, i pochi bambini che nascono sono un raggio di sole per l’intera famiglia.

Si cresceva senza tanti problemi, non c’erano giochi pericolosi per la salute e si era contenti di vivere con quello che passava il convento, si giocava con poco. Nei cortili e nelle contrade i bambini appartenevano alla comunità ed erano figli e nipoti di tutte le donne presenti, la loro sorveglianza ed educazione era un fatto corale.

Gianni nel 1947

Gianni nel 1947

Io stesso sono nato in casa alla contrada dei Fiori in Condove nel settembre 1947, ma, mi piace ricordare il sabato 4 agosto 1956 vigilia della festa del Collombardo, quando all’alpeggio Anselmetti a circa 1460 metri di altezza una donna che definire coraggiosa è poco, Giuglar Secondina moglie di Pettigiani Domenico, dava alla luce una bimba a cui veniva dato il nome di Piera e tutti i pellegrini che salivano a piedi al Santuario per la festa si fermavano a vedere la nuova nata. La settimana successiva veniva battezzata al Santuario da Don Luigi Siviero.

Gianni Cordola

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Specchio dei tempi alla borgata Dravugna

Tra i ricordi di gioventù è riaffiorato nella mia memoria un episodio di generosità grazie a “Specchio dei tempi”, la rubrica del giornale La Stampa di Torino, protagonista una giovane fanciulla abitante nella borgata Dravugna di Condove.

Nel mese di ottobre dell’anno 1961 una giovane pastorella aveva chiesto a “Specchio dei tempi” un orologio da polso. “I risparmi di casa sono pochi — spiegava nella lettera —, io non posso comprarmelo. L’orologio mi potrebbe servire quando vado al pascolo con le pecore, saprei quando è ora di tornare a casa, senza dover stare attenta ai rintocchi della campana nella valle. Nelle brutte giornate di nebbia, guardando qualche volta l’ora mi sembrerà che il tempo passi più in fretta”.

La pastorella era Maria R. diciottenne che trascorreva le sue giornate alla borgata Dravugna di Condove con una sorella minore ed i genitori accudendo una decina di pecore, un’altra sorella maggiore sposata viveva nella stessa borgata. La borgata composta di poche casupole con una quindicina di abitanti a circa 1230 metri di altitudine era raggiungibile a piedi dalla strada carrozzabile Condove Mocchie Frassinere con un’oretta di camminata, oppure direttamente dal capoluogo Condove tramite una mulattiera con due ore di cammino. A quei tempi i pastori percorrevano questa via almeno una volta a settimana di mercoledì, giorno di mercato. Scendevano con il mulo, portavano burro e formaggio di montagna e risalivano con le provviste per la settimana. Nella stagione invernale i montanari di Dravugna e delle altre frazioni montane vivevano quasi senza contatti con il mondo esterno. Le uniche persone che vedevano erano il postino se aveva lettere da recapitare o il messo comunale se aveva pratiche da espletare. Non ricordo se erano già allacciati alla rete elettrica ma credo di no. La loro sopravvivenza era data da pochi capi di bestiame e dal duro lavoro nei campi. In caso di funerali la bara doveva essere portata a spalle sino alla strada carrozzabile e da li al cimitero di Mocchie.

“Specchio dei tempi” accolse la richiesta e in una giornata di fine ottobre gli incaricati della rubrica salirono alla borgata accompagnati dalla guardia comunale C. Norberto, Maria era sulla soglia di casa. Le consegnarono un orologio di valore che non osava toccare nel timore si rompesse. “Quassù — spiegava il padre — gli orologi sono forse più rari che nei villaggi africani. In famiglia, l’ultimo orologio da taschino lo abbiamo comperato trent’anni fa. Mi ricordo che l’avevo pagato settanta lire”. La ragazza sprizzava felicità e gioia, non si aspettava un regalo così bello e diceva: “Nelle giornate di brutto tempo confeziono all’uncinetto calze e maglie di lana. Certi giorni il freddo mi paralizza le dita, non posso nemmeno lavorare”.

Nei giorni di festa gli abitanti della borgata andavano a Mocchie per la celebrazione liturgica, sicuramente Maria avrà sfoggiato l’orologio di “Specchio dei tempi”.

Gianni Cordola

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La festa degli alberi

Negli anni anni dal 1953 al 58 frequentavo la scuola elementare di Condove ed ogni anno si celebrava la festa degli alberi. Una festa antica che dopo anni di altalena tra celebrazione e declino una circolare del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste del 1951 formalizzava e ripristinava stabilendo altresì che si dovesse svolgere il 21 novembre di ogni anno, con possibilità di differire tale data al 21 marzo nei comuni di alta montagna. La nuova normativa fu emanata dall’allora ministro Amintore Fanfani che così dichiarava: ”Assicuro tutti che condivido le preoccupazioni per la situazione economica e sociale, prima ancora che idrologica e forestale della montagna italiana. Ma purtroppo, ancora la nostra nazione non ha abbastanza coscienza di ciò; bisogna svegliarla, bisogna educarla. Perciò ho disposto, in accordo ai ministeri interessati, che il 21 novembre di quest’anno si riprenda la vecchia «festa degli alberi». Sono già state date tutte le debite disposizioni a prefetti, a sindaci, a provveditori agli studi, a camere di commercio, a ispettorati agrari e forestali, affinché, mercoledì 21 novembre, in tutti i comuni; in ogni località dove è una scuola, si celebri la festa portando alunni e popolazioni in appositi luoghi e impiantare tenere pianticelle. Sarà questa una occasione per avvicinare la scuola all’agricoltura, i fanciulli agli alberi, la nazione al problema forestale. I tecnici con appositi premi saranno sollecitati a stimolare in adatte pubblicazioni l’amore della nazione e delle giovani generazioni per gli alberi. Appositi giornali rurali, cartelli alle scolaresche, manifesti alle popolazioni, apposito francobollo ai filatelici segnaleranno l’importanza della manifestazione. Questi cenni dicono con quali cure e con quali speranze il Ministero dell’agricoltura ha ripreso la festa degli alberi”.

La celebrazione della Festa degli alberi era come una vera e propria festa del paese a cui partecipavamo noi bambini delle scuole elementari, gli insegnanti, i forestali, le autorità comunali ed ecclesiastiche, la banda musicale, nonché l’intera popolazione riunita. Già nelle giornate precedenti la festa i maestri ci preparavano all’avvenimento leggendo poesie e racconti aventi per tema l’albero imparando che gli alberi non sono utili soltanto per ripararci dal sole in estate o per fare oggetti e altre cose, ma anche a fermare qualche valanga che scende dalla montagna.

La festa veniva celebrata soprattutto nella scuola dove noi alunni esonerati da qualche ora di lezione, accompagnati dai nostri maestri, andavamo in corteo dalla scuola situata nella piazza Martiri della Libertà fino in Via Conte Verde sulle prime pendici dell’altura chiamata “La Mura” a mettere a dimora delle piantine di alberi forniteci dalla Forestale. Si cercava così di insegnare alle giovani generazioni quanto era importante il bosco.

Tutti erano coinvolti nei festeggiamenti che iniziavano con i discorsi ufficiali del sindaco e delle autorità scolastiche e terminavano con bicchierate per gli adulti, dopo il momento clou della festa rappresentato dalla messa a dimora delle piantine, provenienti dai vivai regionali, per opera dei giovani alunni che venivano accompagnati dagli agenti forestali dove erano state precedentemente predisposte buche scavate nel terreno pronte per la piantumazione. La consegna dei nuovi piccoli alberi alla terra era, quindi, benedetta dal parroco ed accolta festosamente dalla banda musicale.

La celebrazione si è svolta con regolarità e con rilevanza nazionale fino agli anni 70, successivamente è stata delegata alle Regioni che gestiscono localmente, con maggiore o minore efficacia, le varie iniziative ispirate a questo filo conduttore. Le Poste italiane hanno emesso due francobolli del valore di L. 10 e L. 25 nel novembre del 1951.

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Gianni Cordola

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Fulmini e tuoni in montagna (lòsne e tron an montagna)

Quante volte in montagna il sole splende alto nel cielo pur tra qualche cumulo di nubi e il suo calore si fa sentire anche se la quota alla quale ci troviamo è elevata. D’un tratto un colpo di vento, tutto si copre di una nebbia sempre più scura; è un attimo: un fulmine squarcia la pace di quel posto e il botto impressionante che segue solo in leggera differita si fa sentire in tutto il corpo. È l’inizio di un temporale che in poco tempo lascerà sul terreno tanta acqua e grandine.

Il fulmine (chiamato anche saetta o folgore) è una scarica elettrica che avviene nell’atmosfera, uno spettacolare evento da osservare in cielo, ma una pericolosa minaccia per chi si trova in spazi aperti durante un temporale. Le morti legate alla fulminazione non sono poche: escursionisti, alpinisti, semplici persone che fanno passeggiate o pastori con i loro greggi. La frequenza di scariche elettriche in montagna, soprattutto in quota, è nettamente superiore che in pianura.

Racconto ora una successione di avvenimenti del passato che hanno segnato la vita dei Condovesi e messo in risalto il senso dell’impotenza e della paura di fronte al fulmine.

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Agosto 1958 – Un fulmine colpisce una baita nei monti di Condove e causa la morte di una donna e di tre mucche

A Villa di Mocchie abitava la famiglia Croce, erano agricoltori e nella stagione estiva salivano all’alpeggio delle Balme ad oltre 1600 metri di quota con le loro mucche. L’alpeggio è il territorio dove si conducono al pascolo gli animali (vacche, capre, pecore), dove pascolano nell’erba migliore e dove si producono i più gustosi formaggi, ma è anche la baita che ospita i margari. Un giorno della seconda metà di agosto del 1958 verso sera un violento temporale si scatena sulla montagna di Condove, il Croce coi figli si trovava a Villa di Mocchie per accudire ai lavori agricoli nei campi mentre la moglie Luigia Selvo di 49 anni era all’alpeggio con le mucche. Al tramonto la donna rinchiuse gli animali nella stalla adiacente al locale dove mangiava e dormiva. Consumata la cena a base di formaggio latte e pane la donna si coricò su un tavolato con un giaciglio di foglie. Il temporale con tuoni, fulmini e violenti scrosci d’acqua durò più di un’ora. Al mattino seguente una parente anch’essa all’alpeggio in un’altra baita non vedendola uscire di casa aprì la porta e le si presentò questa scena: la donna folgorata dal fulmine era senza vita sul giaciglio bruciacchiato col volto annerito, sul tavolo la scodella del latte usata per la cena e una sporta contenente pane e formaggio appesa ad un gancio. Aprì anche la porta della stalla e vide tre mucche carbonizzate mentre altre due sfiorate dal fulmine non muggivano a causa dello spavento. La donna scese di corsa a Villa di Mocchie a cercare aiuto e dare la triste notizia ai famigliari. Il marito con altri compaesani, i carabinieri e il medico condotto salirono all’alpeggio, ma nulla poterono fare se non constatare la morte della donna per folgorazione. Esperite le formalità del caso e dopo il nulla osta del pretore la salma della donna fu trasportata a Mocchie dove si celebrarono i funerali.

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Fine luglio 1968 – Notte di paura per un gruppo di giovani Condovesi nel rifugio sul monte Rocciamelone colpito da un fulmine

Il Rocciamelone è una montagna alta 3.538 m s.l.m. al confine tra la Valle di Susa e la Valle di Viù. La vetta è molto frequentata dagli escursionisti e dai pellegrini devoti alla Madonna. In sommità si trovano una Cappella, una statua in bronzo dedicata alla Madonna ed un rifugio, detto Rifugio Santa Maria, per le emergenze. In una giornata di fine luglio un gruppo di Condovesi che aveva collaborato in parrocchia ad allestire il banco di beneficenza per la festa patronale di San Pietro in Vincoli parte per una gita avente come meta il monte Rocciamelone. Al mattino con diverse auto raggiungono il Lago di Malciaussia a quota 1805 metri nella valle di Viù. Alle 11, lasciate le auto, zaini in spalla incominciano la marcia per raggiungere la vetta. La comitiva di oltre venti persone è composta da giovani tra i 17 e i 23 anni accompagnati dal vice parroco di Condove Don Giuseppe Pautasso, da un insegnante delle scuole medie Guido F. e da una coppia di coniugi Ada e Spirito G. Nel pomeriggio il tempo si fa incerto, grosse nuvole si addensano nel cielo, man mano che avanzavano il tempo peggiorava e un gelido vento sferzava la comitiva. La marcia viene rallentata, grosse gocce di pioggia cominciano a cadere ma ormai si è troppo avanti per tornare indietro. Il temporale diventa sempre più forte, e assieme alla pioggia comincia a cadere la grandine fitta e con grossi chicchi. La temperatura si è abbassata e i ragazzi avanzano con fatica. Il cielo è sempre più nero solcato da lampi accecanti e fragorosi. Alcuni si trovano in difficoltà per l’aria rarefatta e la fatica, tutti sono fradici di pioggia e intirizziti. Finalmente si approssima l’ultimo tratto: l’attraversamento del ghiacciaio e la salita finale. Per la mancanza di forze alcuni giovani perdono contatto dai primi e si formano tre gruppi che raggiungeranno la vetta verso le ore 20 il primo, alle 20,30 il secondo ed il terzo verso le 21. I coniugi Ada e Spirito G. avevano lasciato il gruppo alcune ore prima causa un malore della donna ed era ridiscesa al rifugio sul lago. Sulla vetta la comitiva era intenta a togliersi gli indumenti fradici di pioggia ed a riscaldarsi con qualche bevanda calda quando con un fragore assordante una folgore colpisce il rifugio scaraventando a terra o contro le pareti i giovani. Alcuni perdono i sensi (B. Lino e P. Paola) altri sono a terra sconvolti e spaventati con difficoltà alle articolazioni. Oscar D. B. che al momento del fulmine si trovava nel locale adiacente porta i primi soccorsi aiutato da Angelo V., dal Guido F. e dal sacerdote. La tensione è talmente alta che anche il sacerdote si accascia svenuto. A questo punto Oscar D.B. con Angelo V. e Giuseppe B. decidono di scendere a valle al Trucco per chiamare i soccorsi. Da Susa partono le squadre di soccorso che raggiungono la vetta in piena notte e trovano i ragazzi ancora sconvolti e prostrati, prestando loro le prime cure. Solamente tre ragazzi hanno avuto bisogno di ulteriori cure. Al mattino i giovani iniziavano a scendere a valle per tranquillizzare famigliari e amici sulle loro condizioni fisiche. A Condove intanto fin dal primo mattino si rincorrevano voci di feriti e morti che gettavano nell’angoscia i famigliari dei ragazzi ma finalmente verso le nove giungeva la notizia rassicurante che tutti erano salvi.

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Agosto 1975 – Un fulmine colpisce la Cappella di Camporossetto sui monti di Condove, tre persone ferite

Camporossetto una borgata a circa 1049 metri di quota sui monti di Condove ha una bellissima Cappella dedicata a San Martino dove in una giornata di metà agosto dell’anno 1975 il parroco di Laietto Don Dionisio Pettigiani si apprestava a celebrare la Santa Messa. Diverse persone erano già nella Cappella ed altre stavano arrivando quando scoppia un violento temporale con lampi e tuoni. Le persone presenti erano tutte al riparo nella Cappella quando entrata da una finestra, una saetta con un lampo accecante e fragoroso attraversava il locale e si scaricava all’esterno. La gente presa dal panico scappava fuori urlando spaventata. Ritornata la calma si faceva la conta dei feriti: una donna di Pratobotrile Rina B. col nipote e una terza persona ustionati, illesi tutti gli altri compreso il Parroco. La Cappella ha avuto le pareti annerite oltre a quadri ed ex voto sulle pareti bruciati.

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Agosto 1998 – Due persone sfiorate dal fulmine alla borgata Dravugna di Condove

Un pomeriggio dell’agosto 1998 nei pressi della borgata Dravugna di Condove (a circa 1200 metri s.l.m.), W.B. e G.B. padre e figlia stavano ammirando il panorama sottostante seduti su di un muretto vicino ad un albero di alto fusto. D’improvviso un fulmine accompagnato da un fortissimo boato è caduto sull’albero e si è scaricato al suolo passando in mezzo a padre e figlia. La figlia è finita a terra mentre il padre è stato sbalzato dal muretto e rotolato nel prato sottostante. Un vicino prontamente ha chiamato i soccorsi: entrambi hanno riportato ustioni al viso, sul collo e sul torace oltre ad un forte stato di choc. Pochi centimetri e le conseguenze avrebbero potuto essere molto più gravi. Il fulmine ha lasciato ai piedi dell’albero un solco lungo un metro e profondo diversi centimetri.

Gianni Cordola

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Sentenza n. 89 del 17 aprile 1861 Nella causa di Paolo Versino contro il Comune e la Congregazione di Carità di Mocchie e contro Michele Cordola

Collezione delle sentenze della Corte di Cassazione del Regno

Sentenza n. 89 del 17 aprile 1861 – Nella causa in Cassazione di Paolo Versino (Avv. Gazzera) contro il Comune e la Congregazione di Carità di Mocchie e contro Michele Cordola (Avv. Chiapusso). Il Comune e la Congregazione di Carità di Mocchie, con verbale 17 ottobre 1858, fittavano a Michele Cordola di Lemie un’alpe, detta la Comba , che possedevano in società.

Il Cordola, pretendendo che Paolo Versino e G. B. Carnino di Lemie avessero nel luglio 1859 introdotto in quell’alpe il loro bestiame, e recatogli un danno di L. 280, convenne innanzi la giudicatura di Condove il Comune e la Congregazione di Mocchie, affinché facessero ai medesimi divieto di più oltre pascolare in quell’alpe.

E il Comune e la Congregazione di Mocchie, ottemperando all’istanza, convennero Paolo Versino e G. B. Carnino avanti la stessa giudicatura, e conchiusero per la manutenzione in possesso dell’alpe, per la inibizione ai convenuti di esercitare il pascolo sulla medesima e per la loro condanna nei danni proposti nella somma di L. 280.

Non comparvero ne il Versino, ne il Carnino; e perciò dichiarata la loro contumacia, il giudice di Condove, con sentenza 26 agosto 1859, li condannava all’indennità di ragione verso Michele Cordola e inibiva loro di più oltre esercitare l’indebito pascolo.

Questa sentenza veniva addì 9 settembre 1859 notificata a Paolo Versino, il quale appellò dalla stessa al Tribunale di Susa, dicendola a un tempo nulla e gravatoria.

Nell’atto conclusionale intervenne, per profittare dell’appello, anche G. B. Carnino; e fra i motivi di nullità si addusse: che l’alpe in questione era sul territorio di Lemie, e in Lemie abitavano il Versino e il Carnino, ne quindi potevano essere convenuti avanti al giudice di Condove; – che, come non poteva innanzi questo convenirli il Cordola, cosi ne meno il Comune e la Congregazione di Mocchie, che non avevano diversa azione da lui; – che non poteva il giudice essere competente per connessione di causa, dacchè nessuna unione erasi dichiarata, ne fatto istanza in questo riguardo; — che in ogni caso doveasi anzi tutto unire la causa de’ contumaci a quella dei comparsi e provvedere a norma dell’art. 81, Cod. proc. civ.; – che la notificazione della sentenza non fu eseguita dall’usciere di Condove in essa nominato, ma da quello di Viù, come ne pure sarebbe sottoscritta dall’usciere che disse averla fatta, il quale avrebbe soltanto sottoscritto l’autentica della copia del decreto di sua nomina fatta dal giudice di Viù. Quanto al gravame contestavasi il fatto, ed il Carnino in sua specialità osservava che il pascolo era stato esercitato da suo figlio, il quale era emancipato per atto 17 marzo 1859, che produsse.

Il Tribunale di Susa con sentenza 12 ottobre 1959, dichiarò non appellante il Carnino, confermò nel resto l’appellata Sentenza.

Paolo Versino propone ora i seguenti mezzi di cassazione:

1. Violazione dell’art. 575, Cod. proc. civ., il quale non parla d’interesse in solido, come suppose il Tribunale, ma bensì d’interesse comune; ciocchè appunto avveravasi nel caso speciale, trattandosi di un solo fatto, per cui il ricorrente e il Carnino furono condannati, unitamente e con un solo dispositivo, all’indennità verso il Cordola.

2. Violazione dell’art. 25, Codice suddetto, perché essendo controverso, se l’alpe sia nel territorio di Mocchie o in quello di Lemie, la competenza dipendeva dall’avveramento di questa circostanza.

3. Violazione dall’art. 81, Codice suddetto, che prescrive in genere, che quando fra più persone citate una si rende contumace, debbano unirsi le cause, e ciò senza distinguere se le cause si confondano o no.

4. Violazione dell’art. 1102, Codice suddetto, perché l’intimazione della sentenza contumaciale spettava all’usciere di Condove, non a quello di Viù, ed è dalla sentenza medesima escluso che il giudice di Viù fosse a ciò stato richiesto.

5. Violazione degli art. 48 e 69 dello stesso Codice, perché l’usciere non ha sottoscritto l’atto di notificazione.

6. Violazione dell’art. 8 al capoverso, perché non soltanto nel giudizio di opposizione, ma anche in quello d’appello si può rivenire sui fatti in forza della contumacia ammessi.

Rispondono i contro-ricorrenti:

1. Solo che avrebbe interesse a chiedere la cassazione di quel capo di sentenza che dichiarò non appellante il Carnino è il Carnino medesimo; non mai il Versino, a cui quel capo di sentenza punto non riguarda. Solo ricorrente invece è Paolo Versino. Oltracciò il giudizio ch’essi due non avessero un interesse comune e giudizio di fatto, non censurabile.

2. Tanto Michele Cordola, quanto il Comune e la Congregazione di Mocchie citando il Versino e il Carnino avanti al giudice di Condove, dissero situata l’alpe sul territorio di Mocchie, e il giudice attesa la contumacia dei citati, dovea ritenere il fatto qual fu esposto; ne il Tribunale potea prender riguardo alla dichiarazione fatta dal Versino nel giudizio d’appello che l’alpe fosse nel territorio di Lemie, – tanto meno che non ne fu data, ne offerta prova. Ad ogni modo anche qui il Tribunale avrebbe espresso un giudizio di mero fatto.

3. Michele Cordola avea citato il Comune e la Congregazione di carità di Mocchie, che comparvero; il Comune e la Congregazione alla lor volta citarono il Versino ed il Carnino, che si resero contumaci. Trattasi adunque di due citazioni distinte, non della citazione di più persone, di cui le une siano comparse, le altre no. E ad ogni modo l’osservanza dell’art. 81 non è prescritta sotto pena di nullità.

4. Essendo il Versino e il Carnino domiciliati a Viù, l’usciere di Condove non era abilitato a notificare loro la sentenza. Ne il Tribunale di Susa era chiamato a conoscere sulla regolarità della notificazione; anche non notificata, la sentenza doveva, se giusta, essere confermata dal Tribunale.

5. Dalle due copie lasciate al Carnino e al Versino, e da questo unite al ricorso, risulta che la notificazione fu sottoscritta dall’usciere. Del resto, anche questa irregolarità era estranea alla questione sottoposta al Tribunale.

6. Il Tribunale non dichiarò inappellabile la causa, ma esaminò il mento della sentenza, e trovatala giusta, la confermò. L’art. 573, che accorda all’appellante di fare nuove produzioni e deduzioni in appello, non ha applicazione se il fatto sia già accertato per ammissione tacita, come appunto nel caso di contumacia , e tanto meno nel caso presente, che il Versino, senza fare in appello alcuna deduzione o produzione, si limitò a negare i fatti già per effetto della sua contumacia legalmente accertati.

La Corte di cassazione, sentite, ecc. (Bussolino A. G. nelle sue conclusioni favorevoli alla domanda quanto al sesto mezzo, contrarie quanto ai primi cinque).

Visti gli articoli di legge dalle parti invocati.

Sul primo mezzo:

Attesochè il ricorso e la procura al medesimo unita fanno fede che ricorrente in cassazione contro la sentenza denunciata è il solo Paolo Versino;

Che G. B. Carnino, dichiarato non appellante, non interpose ricorso , e si è adunque acquietato alla sentenza;

Che, ciò stante, il Versino, come non ha interesse, non ha neppure veste per proporre la censura.

Sul secondo mezzo:

Attesochè il giudice di Mandamento giustamente ritenne, in contumacia dei citati Versino e Carnino, che l’alpe per cui si piatisce fosse situata nel territorio di Mocchie, come avevano esposto tanto Michele Cordola convenendo il Comune e la Congregazione di carità di Mocchie, quanto alla lor volta il Comune e la Congregazione, convenendo in giudizio il Versino ed il Carnino;

Che addusse bensì il Versino, in sede d’appello, essere l’alpe situata nel territorio di Lemie, ma nessuna prova avendo offerta della sua asserzione, non poteva il Tribunale disconoscere il fatto allegato avanti al giudice di Mandamento, e pronunciare la costui incompetenza;

Che quindi non fu violato l’art. 25 del cessato Codice di procedura civile.

Sul terzo mezzo:

Attesochè, a termini dell’art. 81 del cessato Codice di procedura civile, se tra due o più persone citate alcuna si rende contumace, è dovere dei giudici di pronunciare l‘unione della causa del contumace con quella del comparso, e di rinviare le parti ad altra udienza per la decisione del merito;

Che, ritenuto il fatto, non ha applicazione al caso l’articolo suddetto, perché si hanno due distinte citazioni, l’una ad istanza del Cordola contro il Comune e la Congregazione di carità di Mocchie, l’altra ad istanza del Comune e della Congregazione contro il Versino ed il Carnino; perché, essendo comparsi il Comune e la Congregazione, e cosi i soli citati dal Cordola, ed avendo egli sostanzialmente assunto le difese dello stesso Cordola, vestirono con questo la qualità di attori rimpetto al Versino e al Carnino; perché quindi, essendo questi ultimi, nella qualità di veri convenuti, rimasti entrambi contumaci, non era il caso di provvedere per la riunione della contumacia al merito, si invece di conoscere senz’altro in contumacia contro entrambi, a termini degli art. 78 e 79 del Codice di procedura civile;

Che perciò la pretesa violazione dell’art. 81 del Codice di procedura civile non sussiste.

Sul quarto mezzo:

Attesochè il Tribunale di Susa ebbe per regolare la notificazione della sentenza ai contumaci, essendo seguita per apposito decreto del giudice di Viù, il quale dovette necessariamente esserne richiesto da quello di Condove;

Che ad escludere la verità di un fatto dal Tribunale ammesso mal si ricorre a questa Corte suprema.

Sul quinto mezzo:

Attesochè non essendosi il Tribunale fatto carico dell’eccezione desunta dagli art. 69 e 48 del Codice di procedura civile, non per violazione di questi articoli poteva la sentenza essere denunciata, si piuttosto per violazione dell’art. 208 del Codice di procedura civile;

Che non sussistendo perciò il proposto mezzo di cassazione, inutile torna l’esame se e in quanto sia regolare la sottoscrizione dell‘usciere all’atto di notificazione unito al ricorso.

Sul sesto mezzo:

Visti gli art. 6, n. 1, 8 e 573 del cessato Codice di procedura civile.

Attesochè due rimedii offre la legge alla parte condannata in contumacia, l’opposizione, cioè, e l’appello;

Che l’insinuazione d’appello importa rinuncia al giudizio di opposizione (art. 241 del Codice di procedura civile);

Che, essendo il giudizio di opposizione in facoltà della parte, questa, appigliandosi invece al rimedio dell’appello, può usare tutti quei mezzi di difesa a cui avrebbe avuto diritto nel giudizio di opposizione;

Che se, ammessa l’opposizione, viene meno l’effetto giuridico della cosa giudicata in contumacia (art. 246 del Codice di procedura civile), altrettanto deve dirsi nel caso che il contumace prescelga la via dell’appello, tanto più che dalla legge (art. 573, Codice suddetto) gli sono espressamente consentite tutte quelle produzioni e deduzioni che reputasse utili a difesa della sua domanda;

Che perciò il Tribunale di Susa, dichiarando nella parte razionale della sentenza e ponendo a base del dispositivo che i fatti ammessi per veri in forza della corsa contumacia potevano essere efficacemente contraddetti soltanto in giudizio di opposizione, applicò falsamente le disposizioni di legge relative all’opposizione, e violò quelle che attribuiscono all’appellante il diritto di far valere in sede d’appello le proprie ragioni, come avrebbe fatto nel giudizio di opposizione.

Per questi motivi,

Rigettati i primi cinque mezzi, cassa pel sesto la sentenza, ecc.

Milano, 17 aprile 1861

Manno P. P. – Sighele Rel.

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Sentenza n. 289 del 15 dicembre 1870 Nella causa di Cordola Giovan Domenico contro Micol Bartolomeo

Collezione delle sentenze della Corte di Cassazione del Regno

Sentenza n. 289 del 15 dicembre 1870 – Nella causa di Cordola Giovan Domenica (Avv. Isnardi) contro Micol Bartolomeo (non comparso). Per mandato 26 aprile 1865 Giovan Domenico Cordola costituiva suo procuratore il causidico Maurizio Sardi in tutte le cause mosse o da muoversi da esso o contro di esso costituente nanti le Autorità giudiziarie di Pinerolo.

Dopo di ciò, con decreto 16 giugno 1865 il Cordola venne ammesso al beneficio della gratuita clientela; 1. per convenire in giudizio Filippo Micol al pagamento di L. 2000 e interessi, sotto deduzione di L. 100; 2. per chiedere sequestro a mani di Bartolomeo Micol di quanto andasse costui debitore verso Filippo Micol suo fratello. Gli venne assegnato a tal uopo in difensore il procuratore Maurizio Sardi.

Col ministero di questo procuratore, e sussidiato dal beneficio del patrocinio gratuito ottenuto col decreto anzidetto, il Cordola ottenne decreto d’inibizione al Bartolomeo Micol di pagare al Filippo la somma di L. 500 e accessori, che si dicevano a questi dovute; sentenza del Tribunale di Pinerolo che confermò il decreto d’inibizione, a sentenza del Tribunale medesimo che condannò in contumacia il Filippo Micol al pagamento di L. 2000 e interessi dal 31 dicembre 1857,sotto deduzione di L. 100 imputabili sugli interessi; Cordola procedette al pignoramento a mani di terzo, citando nanti il giudice di Perrero il Bartolomeo Micol a dichiarare ciò ch’egli dovesse al Filippo, ed il Filippo ad assistere alla dichiarazione (art. 761, n. 6, del Codice di procedura civile del 1859); provocò sentenza di quel giudice 12 ottobre 1865, colla quale, in contumacia del Bartolomeo e del Filippo Micol, venne il Bartolomeo dichiarato debitore puro e semplice, e condannato a pagargli L. 500; sostenne il giudizio in opposizione del Bartolomeo Micol alla suddetta sentenze, sulla quale opposizione intervenne altra sentenza del Pretore di Perrero 31 luglio 1866. che dichiarò di niun effetto quella del 12 ottobre 1865, ed assolvette l’opponente; si provvide in appello dalla sentenza 31 luglio 1866, nanti il Tribunale di Pinerolo; quel Tribunale con sentenza 26 settembre 1866 pose in fatto, non avere il Cordola ottenuto ammissione al gratuito patrocinio per muovere il giudizio d’appello, e considerò che per conseguenza non potesse egli essere legalmente rappresentato del procuratore Sardi assegnatogli in difensore per altro giudizio e fossero nulli gli atti d’appello, ciò posto dichiarò il Cordola non appellante.

Contro la Sentenza 26 settembre 1866,ricorre il Cordola in cassazione:

1. Per erronea applicazione dell’art. 19 del Reale Decreto 6 dicembre 1865 sull‘ammissione al gratuito patrocinio n. 2637, e per violazione degli art. 18, 156, 158, 159, 489, del Cod. proc. civ., inquantochè il Tribunale ha creduto che non essendo esso ricorrente ammesso a godere della gratuita clientela, e non essendogli assegnato difensore nel giudizio d’appello, non potesse esservi legalmente rappresentato da quel procuratore che gli si era assegnato quando era ammesso al patrocinio gratuito in prima istanza; .

2. Per violazione dell’art. 21 del suddetto R. Decreto 6 dicembre 1865, degli art. 33 della legge sul bollo 21 aprile 1862; 50 e seguenti della legge sul registro della stessa data; e 56 del Cod. di proc. vigente, che corrisponde all’art. 1158 del Cod. proc. civ. del 1859.

La Corte di cassazione, sentite, ecc. (conclusioni Joannini S. P. G. favorevoli).

Viste le disposizioni di legge dal ricorrente invocate, e specialmente gli art. 19 e 21 del Regio Decreto del 6 dicembre 1865 sull’ammissione al gratuito patrocinio art. 26, 27, 56, 48, 156, 158 e 489 del Cod. di procedura civile;

Attesochè l’ammissione al gratuito patrocinio non ha altro effetto che di esimere la parte che vi è ammessa dal sostenere, durante il giudizio, le spese della lite;

Che l’uso della carta libera per gli atti pei quali la legge esige l’uso della carta bollata, e il difetto di pagamento di una tassa di registro, assoggettano bensì il contraente ad una pena pecuniaria, ma non importano la nullità degli atti;

Che nei giudizi è necessaria la presenza del procuratore, il solo mandato della parte non dà l’assegnazione del difensore fatta dall’autorità che ammette al beneficio della clientela gratuita , rende legittima la rappresentanza;

Attesochè il Cordola nel giudizio d’appello nanti il Tribunale di Pinerolo era rappresentato dal procuratore Sardi in virtù di mandato 26 aprile 1865;

Che sebbene, abbia egli senza la nuova ammissione voluta dalla linea dell’art. 21 del R. Decreto 6 dicembre 1865 goduto dal beneficio della gratuita clientela, ciò non toglieva, per le succennate ragioni , che egli fosse legalmente rappresentato, e che gli atti d’appello fossero validi;

Che pertanto il Tribunale di Pinerolo dichiarando, per difetto di legittima rappresentanza e per nullità di atti, deserto l’appello dava all’art. 19 del R. Decreto anzidetto un significato ed un effetto che legalmente non ha, pronunziava una nullità non pronunciata dalla legge e violava gli art. 48, 56, 156, 159, 489, del Cod. di procedura civile.

Per queste considerazioni, cassa, ecc. ecc.

Torino 15 dicembre 1870

D’AGLIANO f. f. di P. – MERELLO rel.

 

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Vuoi ricercare le origini della tua famiglia? Ti racconto come ho fatto io

In questo articolo voglio raccontare ai navigatori del sito come si fa a realizzare l’albero genealogico della propria famiglia o almeno come ho fatto io. Creare un albero genealogico è un modo fantastico di illustrare la storia della tua famiglia. La prima cosa che dobbiamo sapere è che la ricerca genealogica si fonda sulla consultazione degli atti di nascita, matrimonio ed anche morte degli antenati, che vengono conservati negli archivi comunali ed in quelli parrocchiali. Con il Concilio di Trento del 1545-1563 venne imposto ai parroci di censire sia i battesimi, le cresime, i matrimoni ed anche i decessi dei parrocchiani, con il conseguente risultato della formazione di registri ricchi di informazioni a scopo genealogico. Ogni ricerca storica finalizzata alla creazione di un albero genealogico, deve di certo partire dal proprio cognome, che è definito anche “casato”, e cioè un qualcosa che indica tutti i discendenti, che fanno parte di una stessa famiglia. Accanto al cognome, come fattore fondamentale di identificazione familiare, vi è anche lo stemma, cioè un oggetto di studio dell’araldica.

La ricerca del proprio albero genealogico è un’attività, ma per alcune persone anche un hobby, davvero molto affascinante ed appassionante. Allo stesso tempo questo procedimento è anche una vera e propria disciplina complicata, difficile e che in alcuni casi può prevedere tempi molto lunghi prima di dare i risultati sperati. Pertanto è bene armarsi di molta pazienza ed anche di non scoraggiarsi ai primi insuccessi. Un albero genealogico parte dalla tua persona, da cui si separano i diversi rami. Comincia a scrivere i nomi dei tuoi parenti stretti, poi passa ai quelli della generazione dei tuoi genitori. Assicurati di non tralasciare nessuno. L’albero genealogico sarà un pezzo importante della storia della tua famiglia, perciò abbi cura di creare uno schema accurato. Andando indietro nel tempo di un paio di generazioni sarà difficile ritrovare i nomi. Per non dimenticare nessuno, fai delle ricerche e controlla bene, è una grande opportunità per imparare qualcosa in più sulla tua famiglia. Parla con le persone più anziane della tua famiglia per avere altre informazioni. Scopri i nomi dei fratelli dei tuoi nonni, i loro coniugi e figli. Cerca di scoprire più che puoi. Se sei fortunato, verrai a conoscenza di interessanti storie di famiglia e forse anche di alcuni segreti.

Ricordiamo che in rete è oggi possibile, trovare un gran numero di risorse, che sono del tutto gratuite e che ci permettono di costruire degli alberi genealogici online. I siti sono: FamilySearch.org, MyHeritage.it e Ancestry.com. Attraverso tutti questi siti, molte persone di tutto il mondo, sono in grado di risalire ai loro antenati, inserendo i loro dati. Grazie agli alberi genealogici che riescono a creare, gli utenti possono rintracciare lontani avi consultando nomi, date, luoghi, foto e persino documenti. Ovviamente la maggior parte dei siti consentono solo ricerche generiche e inoltre va tenuto ben presente che le informazioni relative al proprio cognome non sono per forza inerenti alla propria famiglia. Per una ricerca seria e ben documentata è necessario recarsi presso gli archivi, ma solo dopo aver raccolto con cura la memoria orale che possono ancora trasmetterci i nostri genitori e i nostri nonni.

Nel mio caso la ricerca e consultazione dei dati anagrafici dei componenti la famiglia è stata fatta in gran parte presso le Parrocchie di Laietto, Mocchie e Condove. La difficoltà maggiore incontrata è stata decifrare gli antichi scritti nei vetusti registri consumati dal tempo, non sempre in bella calligrafia e sino ad una certa data in lingua latina. Frequenti sono anche gli errori di trascrizione nei registri: pensate che mia nonna paterna nella parrocchia di Mocchie dove è stata battezzata, era registrata come Cordola Emilia Alberta (1858/1929), mentre nella parrocchia di Laietto dopo il matrimonio con mio nonno Giovanni era registrata come Cordola Melania, nome con cui comunemente veniva chiamata. Ho impiegato molto tempo ma grazie anche all’aiuto di persone aventi le stesse origini il risultato è ottimo e potete vederlo nella pagina http://www.cordola.it/albero-genealogico/.

Sempre dal web abbiamo altre risorse per saperne di più in merito al cognome ed eventuale stemma o blasone di famiglia, navigando nei siti internet: Blasonario Subalpino di Federico Bona http://www.blasonariosubalpino.it; http://www.heraldique-blasons-armoires.com; http://www.euraldic.com;http://www.genealogie.com; http://www.genealogie.orange.fr; http://www.stemmario.it; http://www.heraldrysinstitute.com; http://www.misapellidos.com;

Oppure per notizie e immagini sui caduti nella grande guerra 1915-18 vai nei siti: http://www.cadutigrandeguerra.it per dati sui caduti della grande guerra 15-18; http://www.14-18.it/ per documenti sulla grande guerra 15-18.

Come ultimo cito il sito http://archiviodistatotorino.beniculturali.it dove si trovano tanti documenti ma non tutti consultabili. Ulteriore fonte sono i Centri Genealogici dei Mormoni (Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni), i quali per aiutare i propri membri nella ricostruzione della storia di famiglia, hanno microfilmato milioni di documenti di famiglia che hanno reperito presso gli archivi di stato, le parrocchie, i comuni, ecc.

Altro aiuto per lo studio delle origini è dato dalle nuove tecnologie sul DNA. Con una modesta spesa si può fare un test per sapere qualcosa di più sulle origini e il profilo genetico della propria famiglia. Nell’anno 2009 mi sottoposi ad un test di genealogia del DNA effettuato da www.Igenea.com di Zurigo. Il test di genealogia del DNA analizza il cromosoma Y che viene tramandato di padre in figlio maschio come fosse lo stemma genetico di famiglia ed il DNA mitocondriale che viene tramandato di madre in figlio. Il risultato si riferisce a tre diverse epoche. L’aplogruppo mostra le origini in tempi primitivi, il popolo originario mostra la discendenza ai tempi degli antichi (900 a.C. – 300 d.C.), il paese d’origine mostra in quale zona geografica gli antenati hanno vissuto nel passato. Inoltre si riceverà l’accesso alla banca dati di genealogia del DNA grazie alla quale si può scoprire chi condivide con noi antenati comuni. Dal test ho saputo che in linea paterna appartengo all’Aplogruppo R1B ed i Celti sono il mio popolo originario (per maggiori dettagli vai http://www.cordola.it/genealogia/origine-famiglia-cordola/).

Realizzato l’albero genealogico di famiglia iniziate la raccolta di notizie sui luoghi in cui hanno vissuto, le tradizioni, gli usi e costumi dei tempi passati. Fate una storia personale includendo qualsiasi documento contenga informazioni sulla vita della persona e aiuti a raccontarne la storia. Tra questi vi sono i diari; i certificati di nascita, matrimonio e morte; i certificati dei conseguimenti (come i diplomi e i documenti delle varie organizzazioni); le lettere; le fotografie; le registrazioni audio e video. Questa raccolta di documenti diventerà una parte importante della tua storia e ti consentirà di creare connessioni con i tuoi familiari futuri, anche se potresti non incontrarli mai in questa vita.

Concludo con un pensiero: ognuno è una persona a sé stante, diversa dalle altre, e può avere esperienze degne di nota. Può esservi uno sprazzo di luce qui ed una storia di fedeltà là; è necessario annotare le azioni ed i sentimenti che descrivono il nostro io. La nostra storia deve essere scritta mentre è ancora fresca nella nostra mente, quando ancora ricordiamo ogni dettaglio rilevante. Che cosa di meglio possiamo fare per i nostri figli ed i figli dei nostri figli, che annotare la storia della nostra vita, i nostri trionfi sull’avversità, la nostra guarigione dopo una caduta, il nostro progresso quando tutto sembrava nero, la nostra gioia quando finalmente siamo usciti dalle tenebre.

Gianni Cordola

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