I pani della carità

Il 13 giugno il calendario religioso festeggia Sant’Antonio di Padova, e la mattina della domenica più vicina a quella data a Condove si celebra il Santo. Era consuetudine nei tempi antichi offrire il pane della carità, pane portato in chiesa e benedetto durante la festa e distribuito ai fedeli, un pezzetto per ognuno in famiglia. È il pane che veniva offerto ai poveri dai maggiorenti del paese in occasioni particolari, il pane speciale, quello bianco dei signori. Un pane dai molti significati, dove i culti precristiani, banditi dalla porta, sono rientrati dalla finestra in nome di un sincretismo che ha sovrapposto e riproposto le antiche tradizioni al Cristianesimo dominante.

Oggi la tradizione del pane della carità si ritrova nelle borgate della montagna Condovese in occasione della festa del Santo a cui è dedicata la Cappella ed a cura dei priori. I priori scelti di anno in anno sono i responsabili di una associazione di fedeli che di solito persegue finalità di culto. In questo caso è un laico ed ha il compito di presenziare e controllare che tutto vada bene durante la funzione religiosa nella cappella, curare l’addobbo floreale e la pulizia della stessa ed eventualmente fornire il pane della carità o un piccolo rinfresco.

La tradizione del pane della carità non è documentata, se ne ha memoria nelle persone più anziane di Mocchie e Laietto. Mio padre raccontava che la mattina della festa si andava alla casa dei priori che offrivano due grossi pani tondi o ovali decorati in vario modo, detti “la tsarità“ in francoprovenzale; una forma di pane più piccola della stessa forma e decorazione destinato alla famiglia che era stata scelta per fare i priori l’anno successivo e un’altra sempre piccola destinata al sacerdote che celebrava la messa. Si formava un piccolo corteo che giungeva alla chiesa dove aveva luogo la celebrazione liturgica. Terminata la messa si benediceva il pane che veniva tagliato a piccoli pezzi e messo in apposite ceste. I priori aspettavano accanto alla porta la gente che usciva dalla chiesa per offrire il pane benedetto e prima di portarlo alla bocca effettuavano il segno della croce.

Ma su quel pane ecco che i panificatori iniziarono a riproporre segni antichi e a ricollocare i talismani propiziatori della fertilità e di buoni raccolti. Nelle feste delle varie borgate si ritrovano spesso tali elementi, occasione per valorizzare e divulgare Il patrimonio della cultura locale. In alcune borgate il pane della carità era chiamato “ël cariton” (in piemontese) ed era una focaccia dolce farcita di uva fragola o mele spolverata di zucchero e veniva preparato solo in autunno e nelle prime settimane dell’inverno. Fatto con gli avanzi della pasta usata per fare il pane, senza aggiungere burro, con poco zucchero e utilizzando la frutta a disposizione. I pani della carità oggi sono veri e propri dolci preparati con farina dolcificata, burro e frutta (generalmente uva fragola fresca o essiccata o mele).

Vediamo come si fa oggi “IL PANE DELLA CARITÀ (Ël cariton)”

Ingredienti: ½ kg di farina, 1 hg di burro, 2 hg di zucchero, 1 uovo intero, 2 hg di uva fragola (oppure di mele tagliate a cubetti), mezzo bicchiere di latte, una bustina di lievito, un pizzico di sale.

Procedimento: Cuocere a fuoco basso latte, zucchero, burro e un pizzico di sale. Disporre la farina sul tavolo e aggiungere l’uovo e gradualmente la miscela di latte. Si impasta, incorporando per ultimo il lievito. Quando l’impasto è omogeneo, lasciarlo riposare per alcuni minuti davanti a una fonte di calore. Lavare l’uva fragola, lasciarla sgocciolare e farla asciugare. Dividere la pasta in due parti, di cui una leggermente più grande dell’altra, e stendere due sfoglie. Con la più larga foderare il fondo e le pareti di una teglia imburrata e infarinata. Quindi disporvi gli acini d’uva e coprire con l’altra sfoglia sigillando bene i bordi. Cospargere la superficie di zucchero e infornare. Durante la cottura, i chicchi di uva rilasciano il succo che si va a unire all’impasto. Lasciar raffreddare.

Origine della benedizione del pane.
Una volta, anni dopo la canonizzazione del Santo, una leggenda racconta che vicino Padova a una madre che stava lavorando nei campi cadde il figlio Tommasino in una vasca. Quando lo recuperò era morto annegato. La madre andò di corsa all’altare di Sant’Antonio, chiedendogli di restituire la vita al figlio e promettendo di dare ai poveri una quantità di grano pari al peso del bambino. Alla fine della supplica, il bambino si rianimò e tornò normale. La donna prese il grano, fece il pane e lo distribuì ai poveri. Per questo venne chiamato “Pane di Sant’Antonio” ed in seguito “Pane della carità”.

Gianni Cordola

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Quando si andava alla “maròda”

Fino agli anni cinquanta del secolo scorso, tra le bravate di noi ragazzini in età di scuola dell’avviamento industriale (11 ÷ 14 anni) abitanti a Condove c’era quella di avventurarsi al di là dei confini del paese per “andé a la maròda come si diceva allora.

Ci trovavamo in piazza tutti con la bicicletta ed andavamo verso il Castello del Conte Verde (Castrum Capriarum) per raggiungere i terreni tra il paese di Caprie e Novaretto ai lati della strada Statale detta la Militare, area a quei tempi ricca di frutteti. Lasciate le biciclette in un posto sicuro ci si avventurava a piedi in silenzio verso gli alberi da frutto e razziavamo di tutto: ciliege, pere, pesche, prugne, mele, persino fragole e uva a seconda della stagione.

Frutti sovente ancora acerbi, da nascondere sotto la maglia, salvo perderne buona parte lungo la strada, dopo averli catturati con imprese memorabili nei frutteti degli altri. Compiaciuti e orgogliosi. Anche quelli che avevano in casa la stessa frutta, magari più matura. Era un gioco di squadra e di iniziazione. Si saliva di grado e di considerazione mostrando coraggio e abilità. Perché c’erano i muretti da scalare, le piante su cui arrampicarsi, e le inevitabili fughe per prati, sentieri e rive a raggiungere le biciclette e defilarsi senza farsi riconoscere, col derubato che ci inseguiva cinghia alla mano lanciando dei piccoli sassi. Obbligatorio saper fischiare per avvisare del pericolo i compagni ancora intenti alla razzia.

Non c’era malizia tuttavia in noi ragazzini che ci avventavamo nei frutteti dei paesi vicini per rubare una pesca o una mela. Solo il piacere di commettere una birichinata originata dalla voglia irrefrenabile di un frutto appena raccolto. Quella della “maròda” era a quei tempi, una marachella assolutamente perdonabile, persino dai contadini più burberi e severi, purché ovviamente la frutta razziata rimanesse in quantità contenute e i razziatori non avessero arrecato gravi danni alle piante o ai raccolti.

Ma cosa significa “maròda”? Vuol dire appropriarsi di qualcosa in un modo non proprio corretto. Per comprendere il significato, partiamo dalla parola “maròda” e dal verbo “marodé”, termini piemontesi che significano rispettivamente piccola razzia e rubare la frutta dagli alberi e sempre in piemontese“marodeur” è il ladruncolo. Questi termini piemontesi richiamano due corrispondenti vocaboli, uno della parlata francoprovenzale (dove maroda significa ladrocinio), e l’altro dalla francese (dove marauder significa predare, saccheggiare; e dove il maraud è la canaglia o vagabondo. Possiamo quindi ipotizzare che il termine piemontese derivi dall’antico francese “maraud”.

Gianni Cordola

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Il cappello di carta

Mi è successo di vedere in rete una immagine di un imbianchino col cappello di carta in testa e di soffermarmi a guardarla. Come succede in questi casi, il passo che si fa a ritroso nel tempo è lungo, a quando ero bambino, riportandomi alla mente i momenti successivi all’arrivo in casa dell’imbianchino o meglio del decoratore come viene chiamato oggi.

L’imbianchino è sempre stata una delle figure tradizionali dei mestieri svolti nelle nostre case. I miei ricordi vanno agli anni 50 del secolo scorso e l’immagine più viva e indelebile di tutti questi artigiani è data dal cappello che tenevano in testa, preparato sul posto, prima di prendere in mano il pennello: fatto in carta di giornale, piegata sapientemente per renderla una barchetta perfetta. Oggi del tutto scomparso, ma per anni l’ho visto in testa ai muratori (fatto con la spessa carta del sacco di cemento), agli imbianchini ed anche ai panettieri mentre preparavano l’impasto del pane.

Erano ingegnosi i nostri nonni, si costruivano il loro copricapo a punta che se ripiegavano all’interno diventava bustina militare, ma se lo facevano a barchetta con una pacca al centro diventava a due punte che se si ripiegavano ai lati diventava arrotondato oppure poteva diventare da alpino e chissà cos’altro. Un origamo nostrano e ricordo la meraviglia di noi bambini vedendo la creazione del cappello fatto coi fogli di giornale: era magia pura!

Vediamo come creare un semplice cappello di carta utilizzando un foglio di giornale, meglio se di un quotidiano, leggero e facile da piegare più volte. 1 – Prendere il foglio e disporlo sul tavolo. 2 – Piegarlo in due parti lungo la linea centrale. 3 – Piegare uno degli angoli verso il centro della pagina, in diagonale, formando un triangolo. 4 – Ripetere l’operazione per l’altro angolo, facendo combaciare il lato verticale dei due triangoli. 5 – A questo punto sollevare il bordo che si trova nel lato inferiore del foglio. 6 – Ruotare quest’ultimo e piegare anche l’altro bordo ed eventualmente piegare verso l’interno i bordi laterali. 7 – Il cappello di carta è pronto da indossare, allargando con le mani la parte interna per infilarselo in testa.

Gianni Cordola

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Il fazzoletto di stoffa di una volta

Da un cassetto spunta un fazzoletto di stoffa e non posso non tornare indietro nel tempo quando, ancora bambino, il fazzoletto era un oggetto importante nella mia quotidianità: fazzoletti a righe. a quadretti o più comunemente bianchi. Un oggetto apparentemente insignificante, ma di grande utilità che ha accompagnato la vita di ogni persona, donne e uomini , ragazze e ragazzi, bambine e bambini.

Un tempo i fazzoletti trovavano un largo impiego. C’erano quelli per il naso usati sia dagli uomini che dalle donne, c’erano quelli da collo, da taschino e quelli per proteggere la testa. Il fazzoletto è stato nelle mie tasche anche in alcune fasi particolari della mia vita: durante l’adolescenza, quando serviva per asciugare le lacrime che cadevano per una delusione, per un insuccesso scolastico o per sentimenti più intimi.

Il fazzoletto da naso, una volta usato, veniva lavato, stirato e reimpiegato. Gli usi che se ne facevano erano diversi. Oltre a soffiarsi il naso, veniva impiegato per asciugare il sudore dalla fronte, pulirsi la bocca a tavola e anche per pulire gli occhiali.

In epoca più recente lo vediamo impiegato nel taschino della giacca da uomo per dare un tocco di classe al look, ed ha ancora la funzione simbolica, oltre che pratica, di poter offrire il suo fazzoletto pulito, in caso di bisogno, ad un’altra persona come da vero gentleman, sia da porgere alla sua donna se si commuove vedendo un film oppure se si sporca il vestito bevendo una bibita, è il gesto che conta.

I contadini ne indossavano una versione più grande e colorata, sotto la camicia, attorno al collo, o legato attorno alla fronte per raccogliere il sudore e trattenere la polvere. In caso di ferite durante il lavoro, il fazzoletto veniva usato anche come tampone di emergenza o legaccio emostatico per arrestare l’uscita del sangue.

Mia mamma riponeva il fazzoletto nella tasca del grembiule o più frequentemente in una manica del vestito. Oltre ad asciugare il sudore aveva il compito di asciugare le lacrime e pulire la bocca ai bambini, oppure detergere abrasioni della loro pelle. Erano usati anche come pro memoria o porta chiavi. Bastava fargli un nodo ad un angolo, per ricordare un’azione da compiere. Perdere il fazzoletto portava sfortuna.

Altra cosa era il fazzoletto da testa che le nonne hanno portato fino a tutti gli anni 50 del secolo scorso. Il colore era solitamente scuro che diveniva nero in periodi di lutto. Le più giovani portavano fazzoletti di colore chiaro e alla moda. A volte legato dietro alla nuca, per trattenere i capelli e lasciare più libero il viso. Aveva anche una funzione protettiva dai rigori invernali. Una versione più grande del fazzoletto da testa era sempre a disposizione delle contadine e veniva impiegato come sacca per raccogliere in modo spiccio cibarie, frutta, erba per i conigli, foglie, o pannocchie di frumento appena raccolte e da trasportate a casa. Contadini e muratori lo usavano annodato ai quattro angoli intorno alla testa come protezione del viso dai raggi del sole e/o dalla polvere durante la trebbiatura nell’aia e nello svolgimento dei lavori all’aperto.

Il fazzoletto, specialmente quello ricamato, faceva parte, nel passato, del corredo della sposa, una serie di sei fazzoletti veniva regalato per un compleanno o un onomastico alle giovani da marito , non prima però di essersi fatte consegnare una moneta; si credeva infatti che regalare fazzoletti portasse male a chi li riceveva perché costei avrebbe presto versato lacrime e allora la moneta serviva per “pagare” il regalo che così non era più un regalo.

Vecchie credenze e vecchie usanze che però avevano e avrebbero un certo fascino se ancora fossero di moda . Oggi non è più così, fazzoletti in tessuto, che hanno accompagnato anche i primi anni dei nostri figli, sono stati sostituiti dai fazzolettini di carta, sicuramente più pratici e igienici, ma oserei dire, meno “poetici” di quelli in tessuto, molti dei quali sono legati a momenti significativi della nostra vita.
I fazzoletti hanno accolto i nostri turbamenti, emozioni ed i moti del nostro animo e se essi potessero raccontare, tante e tante altre sarebbero le narrazioni che ognuno di noi ascolterebbe anche per farne tesoro.

Gianni Cordola

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Come chiamano le ore i Piemontesi

Una curiosità della lingua piemontese sta nel modo di indicare le ore: per l’una, le due e le tre sia mattutine che pomeridiane, si usa la parola bòt, maschile, per le altre dalle quattro alle undici,la parola ore, femminile. Il bòt orario non è altro che il rintocco, o colpo, della campana: l’unico orologio che per secoli ha scandito il tempo del popolo.

L’origine del termine bòt come già detto deriva dal rintocco della campana, ma perché solo le prime tre ore vengono così chiamate e le altre no? Difficile rispondere, ci sono ipotesi che farebbero derivare il modo di indicare le ore alle abitudini della vita contadina in cui, com’è noto, ci si alza all’alba per lavorare nei campi e si fa una pausa nelle ore più calde della giornata (tra mezzogiorno e le tre) per riprendere nel pomeriggio fino a sera. Non so se l’origine è questa, ma non ne conosco altre.

Vediamo alcuni esempi in lingua piemontese:

Che ore sono? = che ora ch’a l’é?

È la mezza = a l’é mes bòt

È l’una = a l’é un bòt

Sono le due = a l’é doi bòt

Sono le due e mezza = a l’é doi bòt e mes

Sono le tre = a l’é tre bòt

Sono le quattro = a l’é quatr ore

Sono le quattro e mezza = a l’é quatr e mesa

Sono le undici = a l’é ondes ore

È mezzogiorno o sono le dodici = a l’é mesdì

È mezzanotte o sono le ventiquattro = a l’é mesaneuit

Per far capire che si tratta di un’ora del mattino, del pomeriggio, della sera o della notte si aggiunge:
ëd matin / dla matin, dël dòp-mesdì, ëd sèira, ëd neuit

Le diciotto = ses ore ‘d sèira,

Le sedici = quatr ore dël dòp-mesdì,

Le ventuno = neuv ore ‘d sèira,

Le due = doi bòt ëd neuit

Alle quindici e un quarto = a tre bòt e un quart dël dòp-mesdì

Mentre in italiano si dice: le due meno dieci, le quattro meno venti, etc. in piemontese si preferisce dire: des minute a doi bòt, vint minute a quatr ore etc. In piemontese si dice a l’é quatr ore, ma non “a l’é quatr ore e vint”: bisogna dire a l’é quatr e vint. Ricordiamoci che in piemontese “due” può essere maschile (doi) o femminile (doe). Nel caso ci si riferisca ad un intervallo di tempo, allora si usa sempre ore e mai bòt. Per arrivare ci vuole un’ora e mezza = Për rivé a-i va n’ora e mesa.

Alla domanda “Che ora a l’é?” Ai miei tempi le risposte per canzonare l’interlocutore erano due:
1) a l’é ora ch’it cate na mostra – 2) l’ora d’jer a st’ora!

Una curiosa locuzione è: dé ‘l bròd d’ondes ore, che pronunciata in un tono leggermente ironico ha significato di “brutta lezione ricevuta”. L’origine della stessa risalirebbe a quando nel regno sabaudo ancora esisteva la pena di morte che veniva eseguita al sabato mattina. L’ultimo pasto del condannato era una magra scodella di brodo, consumato intorno alle 11.

Orologio si può dire in vari modi ma mostra è il termine più comune per indicarlo (da taschino o da polso), ma non è l’unico. Un tempo, vecchi e grandi orologi da tasca, a volte assicurati con una catenella, erano chiamati per la loro forma rava (rapa) o siola (cipolla). Addirittura c’è chi usava termini come galanta ò pitocarda. Ci sono poi le sveglie, conosciute con il nome di dësvijarin, da dësvijé = svegliare. Orologi per campanili, torri ecc. si chiamano arleuri ò arlògi.

Gianni Cordola

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Condove, Frassinere e Mocchie nell’annuario d’Italia 1933

L’annuario generale d’Italia è una pubblicazione periodica, annuale, che dà una raccolta di informazioni statistiche sugli aspetti della vita sociale, amministrativa, commerciale e industriale del paese, compilata col concorso degli organi dello Stato. Vediamo la parte riguardante i Comuni n. 58 CONDOVE, n. 70 FRASSINERE e n. 95 MOCCHIE nell’edizione dell’anno 1933.

ANNUARIO GENERALE D’ITALIA – ANNO 1933

UNICA GUIDA PROFESSIONALE GENERALE AMMINISTRATIVA COMMERCIALE E INDUSTRIALE DEL REGNO E DELLE COLONIE

Informazioni Generali sui Comuni tutti delle Provincie appartenenti alle seguenti Regioni: Piemonte, Liguria, Lombardia e Venezia Euganea

PROVINCIA DI TORINO

Circoscrizione Elettorale del Regno (Collegio Unico).

MANDAMENTI GIUDIZIARI N. 12 – SUPERFICIE KMQ. 5480,86 – COMUNI N. 179 – POPOLAZIONE 1.147.149 ABITANTI

Comune n. 58 CONDOVE

Diocesi di Susa. Abitanti 2387. Dista km 32 da Torino (Capol. Provincia) e km 22 da Susa (Capol. Mand. Giud.). Superficie ettari 540. Altit. m. 380. A levante di Susa, sulla sponda sinistra del torrente Gravio.

Frazioni: Fucine, Poisatto, Ceretto e Magnoletto.

Prodotti: cereali, frutta, uva, castagne, patate,legna, fieno e burro.

Corsi d’acqua: Dora Riparia e Torrente Gravio

Poste e telegrafo: locali

Ferrovia: locale a km 1 sulla linea Torino Susa.

Fiere: aprile, giugno, ottobre, marzo, settembre e novembre

Mercati: ogni mercoledì

Podestà: Barbiera cav. Valentino

Segretario: Bruno Enrico Mario

Conciliatore: Pagliarello Celestino

Esattore: Vassarotto Antonio

Opere di beneficenza: Asilo infantile

Acque gassose (fabbr.): Coppino A.

Aeroplani (fabbr.): Officine Moncenisio

Agenti d’assicurazione: Cordola Michele (Reale) – Fenoglio Luigi

Albergatori: Alterant Felice – Ricci Tommaso – Mina Bernardino

Apicultori: Bruno Enrico Mario – Bruno don G. B.

Armaiuoli: Vaira Gius.

Banche: Cassa di risparmio di Torino

Bestiame (negoz.): Pettigiani Felice

Caffettieri: Tosi Luigi – Ricci Tommaso

Calzaturifici: Arnaud Gius.

Capimastri: Boero Oreste

Carri ferroviari (costrutt.): Officine Moncenisio

Cartolai: Borello Felice

Cementi (fabbr.): Castagneri Castore

Chincaglieri: Manelli Luigi – Arnaud G. – Ogliero Clementa – Alpe Giuseppe

Cinemaografi (eserc.): Dopolavoro

Costruttori meccanici: Officine Moncenisio

Fabbri: Col Giuseppe – Benvenuti Alf.

Farmacisti: Vassallo Giovanni

Fornitori militari: Officine Moncenisio

Fotografi: Polo Carlo

Frigoriferi (eser.): Bellone Giuseppe – Chiariglione Pietro – Salino Paolo

Generi diversi (negoz.): Spirito G. – Manelli Luigi – Chiariglione Pietro – Danuse Mario

Geometri: Cordola Michele – Perodo Guido

Giornali (riven.): Delsanto

Illuminazione elettrica: Azienda Unione Elettr.

Lattonieri: Rocci Luigi – Rocci Paolo

Levatrici: Bronzino Benigna – Selvo Virginia – Illengo Silvia

Macchine da cucire (neg.): Chirio V.

Macellai: Chiariglione Pietro – Salino P. – Bellone Gius. – Gilardi Angelo

Medici chirurghi: Rosmini Giovanni – Brunicardi Oscar

Molini (eserc.): Rocci G. – Pautasso P.

Notai: Gatti Azzo – Vassarotti Ricciotti

Nastri (fabbr.): Faldella Angelo

Orologiai: Giverso B.

Panettieri: Montabone G. – Rocci G. B. – Olivero Oreste – Brando G.

Panierai e cestai: Ruffinatti Giov.

Parrucchieri: Serratrice Mich.

Pasticceri: Re Beniamino

Pizzicagnoli: Chiariglione Pietro – Bellone Gius.

Sarti: Chirio Vincenzo – Mustavo Gius.

Segherie (eserc.): Girardi Livio

Tabaccai: Boglione Giorgio – Pettigiani Delfina

Tipografi: Gagnor Ern.

Trebbiatrici (noleg.): Delsavio Egidio – Ditta Marra Camandona

Veterinari: Majotti Lorenzo

Vini (neg.): Soffietti Carlo – Zauli Andrea – Granero Giacomo

Zoccoli (fabbr.): Granetti Alberto – Suppo Mich.

Comune n. 70 FRASSINERE

Diocesi di Susa. Abitanti 1260. Dista km 38 da Torino (Capol. Provincia) e km 16 da Susa (Capol. Mand. Giud.). Superficie ettari 2300. Altit. m. 991. In territorio montano, bagnato dal torrente Gravio. La sede del Comune è in frazione Borla.

Frazioni: Borla, Grange, Maffiotto

Prodotti: pascoli, segale, avena, patate, uva, corteccia di rovere, legname e ottime trote del Gravio

Cave e miniere: vi si trovano miniere di amianto, cave di quarzo, di pirite aurifere e ramifere, talco, gneis, granito e ferro.

Poste e telegrafo: Borgone di Susa

Ferrovia: Borgone sulla linea Torino Susa.

Podestà: Rocci Giacomo

Segretario: Favre Camillo

Conciliatore: Ambrosia Giovanni

Esattore: Vassarotti Antonio

Albergatori: Borla Michele – Gagnor Giacinta -Vayr Angelo – Nurisso Ferdinando – Vasone Francesco – Richiero St.

Medici chirurghi: Oscar Brunicardi

Miniere d’amianto: Cornut Comm. C.

Miniere di quarzo (eserc.): Succo P.

Molini (eserc.): Alpe Lorenzo – Lavi Via.

Tabaccai: Nurisso Ferd. – Vayr Angelo

Comune n. 95 MOCCHIE

Diocesi di Susa. Abitanti 1969. Dista km 36 da Torino (Capol. Provincia) e km 15 da Susa (Capol. Mand. Giud.). Superficie ettari 4293. Altit. m. 791. In val di Susa a sinistra del torrente Gravio, sora una delle più fertili montagne della valle.

Frazioni: Alotti – Bigliasco – Laietto – Reni

Prodotti: burro, cacio, uova, legna, carbone, corteccia di rovere, frutta, cereali, bestiame e pollame.

Cave e miniere: rame solforato e piritico, schisto micaceo quarzoso, schisto talcoso, titano calcareo selcioso e tormalina nera; nella regione Barmonsello una miniera d’oro poco produttiva. Cave di talco non coltivate.

Poste, telegrafo e Ferrovia: a Condove dista 5 km sulla linea Torino Susa.

Podestà: Ala Giuseppe

Segretario: N. N.

Conciliatore: Martin Adolfo

Esattore: Vassarotto Antonio

Albergatori: Borgis Michele – Pettigiani Ermenegildo – Senor Fedele – Selvo Benigna – Pettigiani Stefano – Cordola Matilde – Rocci Armando.

Calzolai: Borgis Antonio – Garnero Alfonso – Rocci Felice

Fabbri: Croce Giacinto

Medici chirurghi: Brunicardi Oscar

Molini (eserc.): Cordola Vinc. – Croce Antonio – Selvo Battista

Parrucchieri: Senor Fedele

Pizzicagnoli: Alpe Teresa – Senor U.

Sarte: Rocci Cesarina

Tabaccai: Pettigiani S. – Senor Fedele

Veterinari: Maiotti Lorenzo

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Un antico rito: la barca di San Pietro

Nella notte tra il 28 e il 29 giugno, in occasione della festa di San Pietro e Paolo, nelle montagne si celebra un rito molto particolare per capire come sarà il tempo ma anche come andrà il raccolto e il destino dei componenti della propria famiglia, è l’affascinante tradizione nota come la barca o veliero di San Pietro. E’ un’antica tradizione diffusa in tante parti del nostro Paese che, secondo alcune ricerche, sarebbe stata importata attorno al XVIII secolo dai monaci Benedettini. Una usanza che si serve di pochi ingredienti e materiali: un contenitore di vetro, una chiara d’uovo e la magia della notte di San Pietro e Paolo.

La tradizione montanara da sempre si serve di rituali alla cui base vi sono credenze popolari, leggende o storie di santi. Spesso si utilizzavano questi mezzi per capire come sarebbero state le condizioni meteorologiche, indicatore molto importante per il buon raccolto nei campi e dunque il sostentamento delle famiglie.

Ma come si fa la barca di San Pietro? L’usanza è quella di riempire d’acqua una caraffa o un contenitore simile di vetro trasparente (anticamente si usava un fiasco vuoto, di vetro trasparente e senza il rivestimento in paglia), per poi versarci il bianco dell’uovo e riporre il tutto fuori dalla finestra al chiaro di luna, oppure nel giardino o nell’orto, nella notte tra il 28 e il 29 giugno. La credenza vuole che San Pietro apostolo, in origine un pescatore, vada a soffiare all’interno dei contenitori facendo apparire una barca, e dimostrando così la sua vicinanza ai fedeli.

La barca di San Pietro

Intravedere la barca di albume però non basta. Il risultato va interpretato: i filamenti dell’albume si posizionano in modo variabile e, a seconda dell’aspetto del veliero, si dice che si possano avere premonizioni sul proprio futuro. A seconda dell’apertura delle vele, si potrà capire se sarà una stagione asciutta con tanto sole, al contrario invece con tante piogge. Inoltre, se le vele appaiono dispiegate i presagi per il raccolto saranno buoni, mentre se le vele appaiono ammainate si preannunciano eventi nefasti e uno scarso raccolto.

Il fenomeno ha un fondamento scientifico: è dovuto semplicemente alla diversa temperatura della notte (più fresca) che permette all’albume di rapprendersi formando il caratteristico veliero ma anche al fatto che l’albume ha una densità maggiore dell’acqua e tende ad affondare. Quando l’acqua fredda si riscalda grazie al calore che assorbe la brocca dalla terra o dal davanzale su cui è posizionata, tende a risalire portando con se anche l’albume e formando così le vele.

Ogni anno la chiara si posiziona in maniera differente e le persone sono intente ad interpretare i messaggi mandati da San Pietro. E ancora oggi tante famiglie tramandano la tradizione anche ai bambini asserendo che l’uovo più di una volta ha centrato le previsioni.

Gianni Cordola

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Alcune escursioni alla Punta Lunella nell’anno 1888

Punta Lunella montagna delle Alpi Graie che si trova lungo lo spartiacque tra la val di Susa e la valle di Viù in Piemonte.

CRONACA E DESCRIZIONE DI ALCUNE ESCURSIONI DEL CLUB ALPINO ITALIANO PUBBLICATE NEL VOLUME VII – ANNO 1888 DEL CAI RIVISTA MENSILE

Maggio 1888 – Punta Lunella m . 2772 – Escursione sociale della Sezione di Torino

La sera del 26 maggio partirono da Torino diretti a Condove i signori G. Carena, ing. Varvelli, conte Luigi Cibrario, Alberto Barrera , Ernesto Martini, L. Ferrero, F. Paganone, Emilio Fiorio e Cesare Fiorio.

Pernottarono a Condove al Caffè ristorante Nazionale, condotto da Montabone Delfino, e vi si trovarono bene per bontà di cucina, pulizia, cure premurose dei padroni e modicità dei prezzi. Il tempo era bellissimo e la luna risplendente in pieno con gran malcontento del socio Barrera, che non poteva far ammirare a suo piacimento l’effetto della lanterna tascabile da lui lungamente studiata (V. Rivista N. 4) e che è effettivamente una bella ed utile cosa, nonostante che egli abbia voluto portarla accesa tutto il tempo, colla persuasione di far concorrenza alla luna .

Fu scelta la via che risale il vallone del Gravio pel suo fianco sinistro, via gradevole, pittoresca, e che presenta ad ogni svolto un cambiamento di scena e panorami incantevoli. È la più varia e divertente fra le molte strade che conducono alla Lunella : per indicarla più precisamente, furono toccate le borgate di Mocchie (capoluogo) Gagnor, Campo dell’Alpe e Prato del Rio. Poi la colletta e gli alpi Gagnor, donde occorre discendere in fondo al torrente (Gravio) e risalire per pascoli a Pra Buret (m. 1776) ultime grange, ove appunto la comitiva giunse alle 6 e mezza, e fece una sosta. Da Pra Buret un sentiero che gira a sinistra il Roc del Preive conduce in poco più di un’ora al Gran Pian, ma questo era ancora completamente sotto la neve, sicché non si poté godere della famosa fontana che sorge nel mezzo del medesimo, e che è una fra le migliori delle Alpi per bontà e freschezza delle sue acque. Dal Gran Pian la comitiva raggiunse in mezz’ora, per pendii erbosi e nevosi , il Colle di Cruvin, e seguì poi tutta la cresta fino alla base della piramide. Stante l’epoca precoce, la cresta nevosa presentava in qualche punto, se non gravi difficoltà, per lo meno i caratteri di una vera ascensione. Fu percorsa quindi molto lentamente, ma con molta sicurezza, e non è poco se si calcola che la comitiva di 9 individui conteneva elementi novizi affatto all’alpinismo, non era diretta da guida alcuna, e vi arrivò tutta compatta, senza la solita dispersione delle comitive sociali, e malgrado il tempo, che si era completamente guastato. Fu pure compiuta assai bene la divertente scalata della piramide rocciosa, e poco dopo mezzogiorno tutti erano sulla vetta donde si sarebbe dovuto godere di uno dei panorami alpini più felici ed orridi.

Alle 2 pom. tra fitta nebbia e nevischio, si cominciò la discesa per altra via e con lunghissime scivolate da seduti giù pei canaloni, che, senza toccare il Gran Pian, precipitano quasi direttamente, si arrivò a Pra Buret. Ripreso il portatore che ivi si era lasciato (Col Battista di Petronilla da Condove, che sarebbe anche abile e da raccomandarsi come guida per la località) si seguitò la discesa per la strada che segue la costiera destra del vallone del Gravio, opposta cioè a quella del mattino. Quest’altra via, serpeggiante per le amene e verdi colline di Frassinere, è pure gradevolissima, non è più lunga di quella di Mocchie, e varia la via del ritorno, permettendo così di poter dire dell’ascensione della Lunella che è senza alcun dubbio una fra le più belle nei dintorni immediati di Torino.

Essa fu compiuta in 9 ore di salita e 4 e mezza di discesa, ma la salita potrà facilmente ridursi ad 8 ore ed anche a 7 e mezza. La sera alle 9, per la ferrovia di Val Susa, si rientrava in Torino.

La domenica seguente all’escursione sociale furono subito compiute altre due ascensioni della Lunella, che tende così a diventare una punta di moda, e che del resto ne avrebbe i requisiti. Daremo un cenno pure di queste perché eseguite per strade diverse.

Giugno 1888 – Punta Lunella m . 2772

Una comitiva composta del sig. dott. V. Demaison, dott. T. Bestente, dott. G. Pollovio e Francesco Paganone, partiva da Torino il 2 giugno alle 2,15 pom. col diretto per Bussoleno; e per Cianoc ed il vallone di Cruvin si recava a pernottare alle Grange, un’ora e mezza sopra la borgata Pavaglione ; ore 4 da Bussoleno. Il domani, pel ripido vallone di Cruvin, raggiungeva il colle omonimo dal versante opposto a quello dell’itinerario precedente, e poi, seguendo la cresta comune alle due vie, raggiungeva la vetta alle 12. Il ritorno fu pure compiuto per la strada di Frassinere, che scende a Condove. La via del vallone di Cruvin è più lunga di quella di Mocchie, richiede almeno 9 ore ed è assai meno bella; ha il vantaggio che per portarsi alla sua base si può profittare dei treni diretti che alla stazione di Bussoleno si fermano tutti.

L’altra comitiva, composta dell’avv. Corrà e dell’ing. Pagani col portatore Col di Condove, percorreva la strada di Borgone, Maffiotto, Tilivit, la più breve di tutte, perché deve richiedere circa mezz’ora meno di quella di Mocchie, di cui però è molto meno bella e più monotona. L’avv. Corrà ha dimostrato ancora una volta di essere il più fenomenale divoratore di strade alpestri, giacché compì la sua ascensione partendo da Torino col primo treno del giorno 3, e rientrando a Torino la sera stessa. Notisi che questo primo treno arriva a Borgone alle 7, e da questo punto vi sono 2400 m. di dislivello da superare e 7 ore e mezza effettive di salita ripida, ma l’avv. Corrà, presa la via dei monti , in 2 ore raggiunse la borgata Maffiotto (m. 1323) situata sul gran pendio che prospetta Val Dora, e, proseguendo per l’erto sentiero che ivi si diparte, toccò i Piani (m . 1900) ; più in su, lasciando a destra gli alpi Tilivit , percorse su una traccia di sentiero tutta la cresta delle rocce Tilivit, giunse al Colle Cruvin, seguitò la cresta spartiacque fra Dora e Stura comune agli altri itinerari, ed arrivato alla base della piramide rocciosa ne fece la scalata tutto solo giungendo in vetta alle 3; alle 3.10 ne ridiscendeva, e sulla cresta raccolti i compagni divallava precipitosamente tutto giù per le ripide chine rocciose e poi erbose dell’itinerario di Maffiotto ed alle 7 era a Borgone! Respirate lettori che vi sono ancora 3/4 d’ora prima che passi il treno, e d’altronde non ci siamo fermati che 40 minuti in tutto.

E chi si crede di aver buona gamba si provi a far altrettanto. Per conto nostro, conoscendo tutte le strade, se avessimo da dar un suggerimento, consiglieremmo a chi voglia salir questa vetta di seguire appieno l’itinerario primo, quello della comitiva sociale, cioè salita per Mocchie, discesa per Frassinere, che è il più bello ed il più vario dei percorsi. Tutt’al più, chi non vuol far tutta la tirata in un giorno, può recarsi a pernottare a Prato del Rio (m. 1363), ultima borgata da questo lato.

Luglio 1888 – Punta Lunella m. 2772.

Una comitiva composta dei signori Sciorelli, Brandt , Stevano , Grandis, Borani e Devalle partiva la sera del 7 luglio circa alle 9 e mezza da Condove per recarsi a pernottare ai casolari di Gagnor ad un’ora e mezza dal villaggio di Mocchie. Alle 3 antim. del giorno 8 , seguendo la stessa strada tenuta dalla comitiva sociale nell’escursione del 27 maggio giungeva alle 5 e mezza alle alpi di Pra Buret, trovando ospitalità cordiale presso quegli alpigiani. Continuava quindi pel Gran Pian , ed alle 9 e mezza circa giungeva presso la cresta, che percorse in tutta la sua lunghezza fino a raggiungere la piramide rocciosa che venne superata facilmente . Alle 11 antim. la comitiva si trovava sulla vetta , da cui poté ammirare in parte la stupenda veduta che di là si scopre.

Al ritorno, invece di seguire la via del mattino, scese alle alpi Tilivit, e di là al sottostante paese di Maffiotto, e quindi a Borgone, dove poco dopo prese il treno che la portava a Torino. Durante la notte, che era affatto priva di luna , la lanterna alpina Barrera diede ottimi risultati , e crediamo poterla raccomandare come quella che possiede tutti i requisiti che la rendono adatta allo scopo cui è destinata.

Agosto 1888 – Punta Lunella m. 2772.

I soci Mario Velasco e Luigi Ceresole (Sezione di Torino) unitamente al portatore Col Battista si recavano la sera del 4 agosto a pernottare nella borgata Bigliasco a due ore sopra Condove. La mattina del 5 alle 3 partivano diretti alla Punta Lunella; alle 6 erano alle alpi Pra Buret, alle 7 e mezza raggiungevano il Gran Pian ed alle 10 precise toccavano la punta. Disgraziatamente verso le ore 8 il cielo s’era coperto di dense nubi, che avevano poi avvolto le cime dei monti; e così, giunti sulla sommità della Lunella, nonché poter ammirare il bel panorama che si deve scorgere di lassù, a mala pena distinguevano le rocce a dieci metri al di sotto. Alle 10 e mezza essendosi dileguate alquanto le nebbie basse, si decisero a discendere, e, dopo essere calati per circa 30 metri per la strada che avevano fatto nella salita, appoggiarono a destra, e, scavalcata la cresta aguzza al di sopra della più alta cava di amianto , cominciarono una discesa difficile e faticosa pel versante di Usseglio , su macereti movibili, ed accompagnati da una fitta neve dura e gelata che il vento sbatteva furiosamente sulla faccia. Senza pericoli ed accidenti però alle 12 e 3/4 giunsero ad un altipiano coperto di neve , dove sono due piccoli laghetti. Quivi fecero breve sosta.

Ripresa quindi la discesa, alle 2 toccavano i casolari di Andriera, dove si ballava nonostante la pioggia, per festeggiare la Madonna della Neve; alle 2 e mezza raggiungevano Usseglio; indi proseguendo per la nuova e bella strada che si sta ora costruendo, toccavano Lemie alle 4 pom. Qui si fermo il Col Battista , e i due alpinisti ripresero la strada per Viù, dove giunsero alle 6 e mezza, ancora in tempo per salire sull’omnibus e fare ritorno la stessa sera a Torino.

Alcuni alpinisti verso la Lunella nel 1924
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Una tradizione tra passato e presente “la marenda sinòira”

Quello che oggi potrebbe sembrare un apericena, nella tradizione Condovese ma anche di tutto il Piemonte veniva definita “marenda sinòira”, e affonda le sue radici in un’epoca ormai lontana, in cui le giornate erano scandite dal ritmo del lavoro nei campi e dalle ore di luce, che man mano si affievolivano verso la fine della giornata.

Si tratta di un frugale pasto contadino consumato dopo una dura giornata di lavoro nei campi, tra il tardo pomeriggio e l’ora di cena. Si svolgeva all’aria aperta, nei cortili delle case o nei campi, magari all’ombra di una “tòpia”, cioè di un pergolato spesso ricoperto di vite.

Era un momento conviviale, campagnolo, che si svolgeva nei mesi primaverili ed estivi, aveva lo scopo di dare energia dopo i faticosi lavori del primo pomeriggio e prima di affrontare quelli serali legati alla terra e alla stalla che si protraevano sino al calar del buio.

“Sinòira” deriva da “sin-a” che in lingua piemontese significa per l’appunto cena. Un pasto povero e frugale, ma sostanzioso, per lo più composto da un po’ di pane casereccio, qualche pezzetto di formaggio, un salame, frutta e un buon fiasco di vino. Quanto bastava per riprendere il lavoro ancora per qualche ora e tornare a casa non troppo affamati per cena.

La cena, di conseguenza, era piuttosto leggera: pane e latte o minestra di verdura o panada (brodo con pane vecchio) ed eventualmente un pezzo di formaggio.

La definizione di merenda che appare sul Gran Dizionario Piemontese Italiano del cavaliere Vittorio di Sant’Albino del 1859 recita: “Il mangiare che si fa tra il desinare e la cena “San Giusep a pòrta la marenda ant ël fassolèt”, “San Michel a pòrta la marenda an cel” – L’usanza fra i contadini, concede la merenda soltanto da marzo San Giuseppe a fine settembre San Michele.

L’avvento di un maggiore benessere ha cambiato profondamente la vita nelle campagne piemontesi, ma la tradizione della “marenda sinòira” ha comunque resistito al passare del tempo, anche se in modo più sfumato e sempre meno legato ad una necessità di nutrirsi per continuare a lavorare. È diventata un momento conviviale da salvaguardare per recuperare gli antichi valori tradizionali e un modo per ritrovare ritmi più lenti e regalarsi un po’ di relax, occasione per riunirsi, parlare e stare in compagnia lontano dalle preoccupazioni quotidiane.

Gianni Cordola

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C’era una volta il pranzo all’aperto di Pasquetta

Sto pensando a come ho trascorso da ragazzino a Condove (anni cinquanta del secolo scorso) il giorno di Pasquetta. Se anche voi siete della mia generazione, non più giovani per intenderci, certamente vi ricorderete con una punta di nostalgia di quel lunedì dell’Angelo che era per noi il giorno della scampagnata. Già nel mattino le vie che conducevano su nei castagneti in vicinanza della centrale idroelettrica della Moncenisio e così le mulattiere che portavano alle borgate montane, si animavano di gente festante: uomini e donne, giovani e anziani: intere famiglie che arrancavano sui ripidi sentieri portando grosse borse e sporte ripiene.

E con il passar del tempo le mulattiere si affollavano sempre più assumendo quasi l’aspetto di un pellegrinaggio simile a quello della festa del Collombardo. Così quella marea di gente saliva verso la montagna, accampandosi sui prati che si affacciavano lungo il cammino in vicinanza delle fontane di acqua fresca o di ruscelli. Nasceva in questo modo la più spontanea e cara festa campestre dei Condovesi.

Nell’aria luminosa della primavera, si sentivano le voci festanti di bambini e adulti, c’era allora un’armonia, un modo diverso d’essere, che nasceva forse da una vicinanza, da un incontro, vorrei dire da uno spirito paesano. C’era una maggiore disponibilità ad apprezzare le cose semplici, dovuta forse al fatto che poche erano le possibilità offerte da quei tempi. Bastava sedersi sull’erba, davanti ad una ruvida tovaglia che offriva fette di pane scuro, un piatto di acciughe al verde, l’immancabile toma nostrana, salame, uova sode, qualche fetta di polenta e un fiasco di Avanà il vino rosso locale, per ritrovare poi l’allegria e un nuovo gusto per la vita. Era l’occasione più propizia per quella che oggi si direbbe un’abbuffata, tale da costringere ad allentare la cintura dei pantaloni ed a sonnecchiare sotto un albero dopo il pranzo.

Anni 50 del secolo scorso, la Pasquetta in famiglia – il ragazzino è l’autore dell’articolo Gianni Cordola

L’automobile, che avrebbe cambiato tante abitudini, era ancora agli albori della sua diffusione, e non si pensava ad essa. Non era ancora giunto il caotico fine settimana fatto di caselli, di code snervanti e di autostrade, di ristoranti, di piatti e bicchieri di plastica. La montagna, a due passi dal paese, era ancora aperta e pulita, e limpido il cielo e più chiaro il sole e più vero l’avvento delle stagioni. La scampagnata di Pasquetta era più di una tradizione: pareva divenuta un rito. Così la giornata passava fra giochi e divertimento, mentre i bambini trascorrevano il tempo divertendosi con giochi semplici, gli adulti trascorrevano il pomeriggio chiacchierando del più e del meno, all’ombra di qualche albero. Il tutto, tempo permettendo, perché come sempre, in questo giorno, il tempo è sempre un po’ bizzarro.

A volte, facendo il confronto tra passato e presente, mi chiedo che cosa ricorderanno dei loro tempi i giovani d’oggi. Certamente non la nostra scampagnata di Pasquetta. Essi non hanno vissuto quel momento; non perché non vollero, ma perché non lo trovarono. Fu certamente colpa dei tempi che, offrendo nuove possibilità, promisero migliori occasioni di svago, ma fu anche colpa dell’uomo che, frastornato da tante novità, credette di emanciparsi fuggendo dalla semplicità di molte tradizioni; pensò d’essere più libero chiudendosi in se stesso, più moderno rifuggendo da quello spirito paesano che ancora lo legava al passato, alla gente, alla terra.

Una curiosità: come si calcola la data di Pasqua? In base alle norme dei Concilio di Nicea del 325 in cui venne stabilito che la Pasqua doveva essere celebrata da tutta la cristianità la prima domenica dopo la luna piena seguente l’equinozio di primavera. Inoltre nel 525 si stabilì che la data doveva trovarsi fra il 22 marzo e il 25 aprile. Oggi la data si calcola scientificamente, sulla base dell’equinozio di primavera e della luna piena, utilizzando per il computo il meridiano di Gerusalemme, luogo della morte e risurrezione di Cristo. E’ da notare come la data della Pasqua ortodossa non coincida con quella cattolica, perché la Chiesa ortodossa utilizza per il calcolo il calendario giuliano, anziché quello gregoriano. Pertanto, la Pasqua ortodossa cade circa una settimana dopo quella cattolica.

Gianni Cordola

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