“Trovesse, parlesse, volej-se bin, ma arcordesse che la lenga a l’ha gnun òss, ma a càusa ij maj pì gròss“. Trovarsi, parlarsi e volersi bene, ma ricordarsi che la lingua non ha ossa, ma causa i mali più grandi . Con questa massima mi fu un giorno sintetizzato dalla mamma con molta saggezza il senso antico del ritrovarsi insieme senza pettegolezzi.
Era veramente così. L’opportunità di incontrare la gente del paese mi fu offerta fin da piccolo, quando accompagnavo la mamma nel fare la spesa. La mia presenza non andava ovviamente al di là del ruolo di ascoltatore, ma di un ascoltatore curioso e attento: già allora le vicende che sentivo raccontare mi sembravano fiabe.
Di cosa sto parlando? Del pettegolezzo, una chiacchiera indiscreta, spesso malevola o non verificata, che riguarda la vita privata e i fatti di altre persone e vive in tutti i paesi: è quel qualcosa che cerca di avvicinarsi alla verità ma senza conoscerla, che si basa su un “sentito dire” senza fondamento.
Pensate che il grande filosofo Talete nato verso la fine del VII secolo a.C. a Mileto una colonia greca sulle coste dell’Asia Minore (Turchia oggi), già diceva: Gli Dei hanno dato agli uomini due orecchie e una bocca per ascoltare il doppio e parlare la metà, esattamente il contrario di coloro che parlano troppo, come i pettegoli, o a vanvera.
Il pettegolezzo è una strana bestia dalle forme mostruose: ha cinque orecchie, dieci occhi, venti bocche. È dappertutto: può essere portato ovunque. Lo trovi la sera all’osteria, serpeggia tra una partita a carte e una gara a bocce; al mattino è nei negozi infilato nelle borse della spesa e lo trovi anche al mattino della domenica che sussurra in chiesa. Gira anche nel campo sportivo tra i ragazzi che giocano a calcio, sulle panchine della piazza e non manca mai nelle case.
Il pettegolo non è una persona intelligente, è furbo, fastidioso, anche crudele, ma mai intelligente! Non si concede mai riposo è sempre in agguato per carpire qualche notizia succosa e diffonderla al più presto, storpiandola e gonfiandola all’inverosimile.
Il pettegolezzo ha un habitat ideale, il paese, nel quale vive benissimo e si riproduce a dismisura. È un modo di fare vile, stupido: lo sanno tutti, eppure tutti, invece di isolarlo, lo portiamo con noi, lasciandolo solo quando dormiamo; dopo una notte di riposo lo riportiamo con noi ad accompagnarci nel nuovo giorno.
Ogni giorno a tutti capita di ascoltare qualche pettegolezzo, anche su persone che non si conoscono e sulle cui vite private non si sa nulla… Eppure, anche in queste condizioni, i pettegolezzi non mancano di interessare. Questo accade in tutte le latitudini e in tutte le culture: alle persone piace infatti sapere dei colpi di fortuna, o delle sfortune, che capitano agli altri, e questo è particolarmente vero nelle piccole comunità. Infatti, in una cerchia con un limitato numero di persone può essere sicuramente più utile e vantaggioso conoscere gli affari privati di tutte le persone con cui si viene in contatto e con le quali si devono stringere rapporti, allo scopo di capire meglio se ci si può fidare o meno.
Quando si usa il pettegolezzo? Il pettegolezzo viene spesso usato fra persone che non hanno particolari argomenti comuni di cui parlare, oppure per rendere più piccante e curioso un qualche argomento, interessare e sorprendere il proprio interlocutore, costruire con lui una relazione di complicità per le cose di cui si parla. Potremmo dire, per queste ragioni, che il pettegolezzo è una sorta di “lubrificante sociale”, in quanto indubbiamente facilita i rapporti. Esiste anche il pettegolezzo “positivo” usato per condividere notizie positive o incoraggianti anche se non sempre verificate. Attraverso il pettegolezzo positivo impariamo le cose della vita, conosciamo mondi che ci sono sconosciuti, ci confrontiamo con gli altri e capiamo come gli altri la pensano, cosa farebbero in una determinata situazione, come giudicano i protagonisti delle varie storie che si raccontano.
Il pettegolezzo può essere utile in quanto può essere usato come ansiolitico: alla fine si scopre sempre che gli altri non sono poi così felici come si immaginava, cala l’invidia sociale e ci si accontenta con maggiore convinzione di ciò che si ha e di ciò che si è.
La lingua italiana definisce la malalingua come “Persona pettegola e maldicente”. La lingua piemontese va giù in modo più pesante, vediamo qualche grano di saggezza dei nostri vecchi:
- Grama lenga , cita testa, pés che la tempesta – Malalingua, piccola testa, peggio che la tempesta.
- Lenga ch’a taja e a cus pés che vipre e bisse – Lingua che taglia e cuce peggio che vipere o biscie
- La lenga a l’é sensa òss, ma a taja la ròba da còl – La lingua e senza osso, ma taglia i panni addosso
- Ai curios a–j buto ‘l bech an cros – Ai curiosi mettono il becco in croce
- Avej la lenga forcùa – Avere la lingua biforcuta
- Chi a vëd, sent e tas, a ten ël mond an pas – Chi vede, ascolta e tace, mantiene il mondo in pace
- Col òm-là a l’é brav mné la patalica – Quell’uomo è bravo a menare la lingua (bravo a pettegolare)
- Avèj la botega duverta – Avere la bottega aperta (chiacchierone)
- Brav a taché boton – Bravo ad attaccare bottone (chiacchierare)
- Le grame lenghe a së straco cand gnun a-j dé da ment – Le malelingue si stancano da sole quando nessuno gli dà retta
- A dëstissa ‘d pì na paròla che na sìja d’eva – Spegne più una parola che un secchio d’acqua
- A parlé pòch as faliss mai – A parlar poco non si fallisce mai.
Gianni Cordola













