Il ciabattino o calzolaio

Se ci guardiamo un pò intorno, ci accorgiamo che botteghe di ciabattini o calzolai ne sono rimaste davvero poche. Qualcuno resiste nelle città, ma nei paesi non se ne trova più traccia. Questo, perché la lavorazione delle scarpe oggi più diffusa è quella industriale, che riesce a soddisfare tutte le esigenze del mercato italiano e in parte di quello estero. Le scarpe sono diventate un accessorio fondamentale della moda, che le trasforma, di volta in volta, secondo il gusto del momento.

Una volta invece, quando le necessità estetiche erano molto meno sentite e le scarpe dovevano durare il più a lungo possibile, il ciabattino riusciva a soddisfare tutte le esigenze. Per il lavoro di ciabattino era sufficiente uno spazio ridotto, una stanzetta in affitto al piano terra e la bottega era allestita, ed in caso di maltempo diventava uno dei principali spazi di socializzazione. Spazi ridotti e attrezzatura essenziale.

Quando la porta della bottega era aperta, già nell’avvicinarsi ti colpiva l’immagine di un ambiente buio, di un odore di cuoio e di colla; talvolta si udivano i colpi del martello, raggruppati in breve successione con intensità crescente nel tempo attorno a ciascuna infissione di chiodo nella suola. Una volta entrato, l’occhio vagava curioso su uno scenario sempre interessante anche se abituale. Il ciabattino seduto su uno sgabello con un robusto e ampio grembiule con pettorina e tante tasche, dei chiodi tenuti in bocca tra le labbra ricoprenti i pochi denti rimasti, ed un berretto con visiera ben calzato sul capo. Elemento caratteristico era un tavolino di circa un metro di lato, con i bordi rialzati e per tre lati diviso i piccoli scomparti in cui trovavano alloggiamento chiodini di varia misura, la pece, la cera d’api, gomitoli di filo e pezzi di cuoio.

Parte degli attrezzi del ciabattino

Gli attrezzi la lesina, il trincetto, forbici, pinze, tenaglie, martello, un attrezzo per forare la pelle, una raspa, ecc. Completavano l’armamentario un assortimento di forme in legno di varia foggia e misura, un treppiede in ferro a tre bracci terminanti con appendici di forma diversa, su ciascuna delle quali avvenivano le operazioni di battitura e inchiodatura dei tacchi e delle suole col martello da ciabattino. Anche questo era molto particolare, per avere una testa rotonda e piatta collegata al corpo dell’attrezzo da un collo cilindrico più stretto e sagomato. Sui ripiani lungo le pareti si vedevano scarpe, forme di legno, barattoli, scatole, attrezzi e oggetti di varia natura. Su quei ripiani vidi gli ultimi scarponi chiodati, ancora usati da qualche montanaro, ma che sarebbero presto scomparsi, soppiantati dalla diffusione delle suole di gomma dette a carroarmato. La macchina da cucire sarebbe stata in seguito un valido aiuto per cucire la tomaia.

Treppiede del ciabattino

Una parte notevole del lavoro erano le riparazioni, Prima di finire in soffitta la scarpa veniva sfruttata fino all’ultimo e spesso le pelli venivano riciclate. I tacchi venivano spesso ferrati per resistere più a lungo. Sotto la suola lungo il bordo venivano conficcate col martello dei pezzi di ferro che ritardavano il consumo della suola. Sotto il tacco venivano conficcati dei chiodi a formare una x. Dal ciabattino si andava spesso per chiedere interventi di risuolatura, di sostituzione dei ferretti a protezione di punta e tacco delle scarpe. Raramente il ciabattino si occupava di zoccoli in legno e cinture: i primi erano costruiti dai falegnami e arrivavano da lui solo per fissare la tomaia di cuoio con chiodini mentre per le seconde bastava nella maggior parte dei casi un avanzo di corda.

Scarpe rinforzate con ferro e chiodi

Un breve accenno alla realizzazione degli zoccoli in legno anticamente molto usati nelle nostre montagne: il legno più utilizzato, per la loro produzione è quello di salice perché è più leggero e non si “sfilaccia” oppure dí tiglio, betulla, frassino, pioppo. Gli attrezzi utilizzati sono sempre gli stessi fin dalle origini perché sono i migliori. La produzione di uno zoccolo richiede 2-3 ore e si compone di varie fasi. Si comincia col disegnare sul ceppo di legno la forma, e ovviamente la misura, del piede che poi viene sgrossata con la lama. Successivamente, con la sgorbia (particolare tipo di scalpello), viene incavato il buco dove poi si inserirà il piede; lo zoccolo quindi viene levigato con della cartavetro per renderlo liscio. Dopo la parte di legno si prepara il cuoio: si disegna la forma sulla tomaia (il cuoio) e viene tagliato, poi si modella con il piega cuoio. Infine la tomaia viene fissata allo zoccolo con dei chiodi, infilati verso il basso per non farli uscire dove si inserisce il piede.Altri tipi erano invece dotati di chiodi per permettere una migliore presa sui terreni ghiacciati. Avevano tre chiodi sul davanti e due sul tacco. Questi sono i passaggi necessari per la preparazione di uno zoccolo partendo da un semplice ceppo di legno. A Condove gli zoccoli in legno si trovavano nel negozio di Vigin-a.

Zoccoli di legno

Gianni Cordola

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Due poesie di Cesare Meano

Cesare Meano (1899 – 1957) nasce da un’antica famiglia valsusina ed è sepolto a Condove. Il paese gli ha dedicato un bella strada; è giusto che un piccolo paese si ricordi non soltanto dei suoi maestri, dei suoi santi, dei suoi guerrieri ma renda omaggio di memoria anche al suo poeta. Meano era nato a Torino, tuttavia nelle sue opere se ne vede l’origine valligiana. Il fratello di Cesare, l’architetto Corrado progettò il campanile della Chiesa di San Pietro in Vincoli di Condove. Cesare fu collaboratore del Corriere della sera e di altri giornali, pubblicò romanzi (Questa povera , 1932; L’avventura è finita, 1935; ecc.) e raccolte liriche (Esplorazione dell’anima, 1935; ecc.) di un delicato intimismo. Compose anche commedie (Nascita di Salomè, 1937; ecc.), libretti d’opera, soggetti cinematografici e lavori radiofonici e compilò un Commentario dizionario italiano della moda (1936).

Sono tre piccole stelle

Sono tre piccole stelle

che tu puoi toccare,

due rosse e una azzurra,

stanno sopra le tue ginocchia

come se ti volessero in grembo volare.

Sono tre stelle inchiodate

tra i quadranti del cruscotto;

quel motore parlotta là sotto,

si lamenta coi paracarri bianchi

della luce dei fari.

Sono tre stelle in esilio

che è così facile spegnere,

e forse per questo le guardi

tu che guardi nient’altro

e pensi che è così facile un gesto.

Minuti invece di strade

Credevi che camminassi di strada in strada,

mi seguivi contenta ma stanca,

e c’era un chiaro cielo d’ovatta

fasciato fra i tetti della città.

Credevi che cercassi una strada fra tutte quelle strade,

una casa fra tutte quelle case,

una piazza fra tutte quelle piazze,

e invece non camminavo per la città,

ma nel tempo camminavo,

lungo le ore cercavo un attimo

che non riuscivo a trovare.

Minuti invece di strade,

minuti invece di case,

e tu credevi che cercassi un luogo

ove poterti baciare.

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2 Dicembre Santa Bibiana

2 Dzèmber Santa Bibian-a

Ël temp ch’a fà a Santa Bibian-a a lo fa për quaranta dì e na sman-a

Tutti abbiamo fra i nostri antenati qualcuno che, in tempi più o meno lontani, ha impugnato la zappa per mantenere sé e la propria famiglia subendo i capricci del clima che influiva in maniera determinante sui prodotti dei campi, sulla loro qualità e quantità. Essi erano esperti nello scrutare i segni del tempo che verrà, originando detti e proverbi che oggi sembrano venati di umorismo, ma in realtà furono ispirati da situazioni ben più difficili e riguardavano tutte le stagione dell’anno. Anche l’autunno ha i suoi proverbi riferiti al clima e ne elenco alcuni:

  • 29 Settembre San Michele Arcangelo – Pieuva dossa a San Michel, invern doss. Pieuva fòrta invern cru (Pioggerellina a San Michele, inverno mite – Pioggia forte inverno rigido).
  • 29 Settembre San Michele Arcangelo – La galinëtta ‘d San Michel a slarga j’ale e a vòla an cel (La coccinella di San Michele allarga le ali e vola in cielo, sverna in attesa della prossima primavera).
  • 1 Novembre Tutti i Santi – Për tuti ij Sant manigòt e guant (Per tutti i Santi manicotti e guanti).
  • 11 Novembre San Martino – A riva l’istà ‘d San Martin (Arriva l’estate di San Martino, periodo di bel tempo).
  • 25 Novembre Santa Caterina – L’istà ‘d Santa Catlin-a ch’a dura da la sèira a la matin-a (L’estate di Santa Caterina che dura dalla sera alla mattina).
  • 30 Novembre Sant’Andrea – A Sant’Andreja l’invern a monta ‘n carèja (A Sant’Andrea l’inverno monta in cattedra).
  • 2 Dicembre Santa Bibiana – Ël temp ch’a fà a Santa Bibian-a a lo fà për quaranta dì e na sman-a (Il tempo che fa a Santa Bibiana lo fa 40 giorni e una settimana).
  • Senza data – Se la fiòca a ven prima ‘d Natal a buta i dènt coma la sal (Se la neve cade prima di Natale mette i denti senza sciogliersi come fosse sale).

Ovviamente non esiste alcuna regola vera e propria ed oltretutto le previsioni attinenti ai detti poche volte sono rispettate. In questi detti invece emerge nell’uomo l’istinto di esorcizzare gli eventi, di addomesticarli a proprio favore. Un istinto che nasce molto lontano nel tempo, là dove l’uomo intuisce che i fenomeni climatici a favore o sfavore possono essere favoriti o contrastati attraverso la religione anche se sa più di superstizione che di dedizione.

Adesso voglio parlare di Santa Bibiana, la martire romana uccisa a quindici anni, flagellata a una colonna con verghe e pallini di piombo considerata, protettrice contro il mal di testa e l’epilessia. In Piemonte questa Santa è legata come detto sopra alla saggezza contadina che arriva fino ai giorni nostri. Infatti il proverbio che conosciamo dice “Ël temp ch’a fà a Santa Bibian-a a lo fà për quaranta dì e na sman-a” ovvero “il tempo che fa il 2 novembre lo fa per 40 giorni e una settimana” a dimostrazione che sia la Santa a segnare il tempo. Non tutti sanno però che il proverbio veniva così completato: “se santa Barbara a ji pìa nen ël pont” ovvero “se Santa Barbara non prende il punto” cioè toccherebbe quindi a santa Barbara, ricordata il 4 dicembre, correggere eventualmente la previsione del più popolare detto meteorologico.

Bibiana appartiene ad una famiglia di Santi martiri: il padre è Flaviano, già prefetto di Roma, la madre santa Dafrosa, la sorella santa Demetria. Tutta la famiglia fu martirizzata durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, quasi mezzo secolo dopo che Costantino aveva concesso libertà di culto ai cristiani con l’Editto di Milano del 313. Flaviano fu esiliato e martirizzato ad Aquas Taurinas nel 361. A partire da quel momento, Bibiana e Demetria si rinchiusero nella loro abitazione insieme alla madre Dafrosa, riunendosi in preghiera e nell’attesa del loro imminente martirio. Le sante non tardarono infatti ad essere arrestate perché cristiane, venendo rinchiuse in carcere e condannate a morire d’inedia. Grazie ad un miracolo, la sentenza si rivelò fallimentare, cosicché il prefetto decise di infliggere loro una morte cruenta: Dafrosa venne decapitata il 6 gennaio 362, mentre Demetria, rinchiusa nuovamente in carcere e minacciata di severe punizioni, professò la sua fede e spirò, in preda a una forte ansia.

Aproniano pensò invece di risparmiare la sola Bibiana, facendola affiancare da una turpe mezzana di nome Rufina, esperta di intrighi amorosi e di seduzioni del piacere. Nemmeno il pensiero di una vita mondana ebbe effetto sulla giovanissima santa, la quale, fedele alle sue virtù, proclamò nuovamente la sua fede. Il prefetto, offeso dalla scelta di Bibiana, decise allora di destinarla al martirio come i suoi parenti: legata ad una colonna e flagellata senza pietà con le «piombate», ovvero con fasci di verghe e pallini di piombo, la santa spirò quattro giorni dopo, secondo la tradizione, a quindici anni. Il corpo della santa, sempre secondo la leggenda, venne, su ordine dello stesso Aproniano, esposto ai cani randagi, i quali lo lasciarono perfettamente illeso. Le spoglie vennero dunque raccolte dal presbitero Giovanni, che le collocò nel palazzo del padre.

In realtà pare che alla base della persecuzione la religione era solo una scusa. Flaviano era prefetto di Roma già dai tempi di Costantino, e discendente di una famiglia consolare, quindi famiglia nobile e ricca. Al suo posto fu nominato Aproniano dall’imperatore Giuliano. Eliminare tutta la famiglia significava potere confiscare i beni di Flaviano, che erano consistenti, e impadronirsene. Ciò che accadde puntualmente dopo la morte di Bibiana.

Ora che abbiamo conosciuto meglio Santa Bibiana come comportarsi nei confronti del proverbio? Teniamolo come parte integrante della cultura popolare e non diamogli troppa importanza, in sostanza è una delle cose che è giusto sapere perché parte della nostra tradizione ma non ha alcuna valenza scientifica.

Gianni Cordola

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Condove: riflessioni su un paese che cambia

Rimuginando ad ogni domanda, il Condovese estrae tanti bei ricordi, eppure sembra non riconoscere più il suo paese che rievoca con una punta di malinconia: “E’ tanto che non vivo più a Condove ma spesso torno per venire a trovare i miei fratelli e ogni volta mi viene il magone”. Ad esempio l’ultima volta che sono venuto mi è sembrato un paese spento, non c’era nessuno a passeggio in piazza di pomeriggio.

La memoria e la nostalgia scorrono sul web. Sulla pagina Facebook di “Sei di Condove se…” gli iscritti rievocano ricordi del paese, legati della loro infanzia, riportano episodi e personaggi che hanno accompagnato la loro vita di tutti i giorni. Se alle origini questa, come altre pagine legate ai paesi, aveva come principale mission la testimonianza di una memoria condivisa, e l’affermazione del senso di appartenenza ad una comunità, ora, si è costruito un fitto mosaico di racconti ed immagini, flash che passano da una generazione all’altra, compongono quadri di una storia più o meno recente che va dagli anni del dopoguerra agli anni Sessanta e Settanta, fino a periodi più recenti.

Un paese in gran parte scomparso ma vivo e presente nei ricordi di ognuno. Ho vissuto questi tempi e quelli precedenti degli anni 50 del secolo scorso. Ci divertivamo con niente e ci inventavamo i giochi. Ma non mancavano divisioni di classe e di quartiere, liti e maldicenze, fatiche e povertà. Ma ricordare l’infanzia è sempre bello e ognuno la ricorda come sa o immagina di averla vissuta.

Quando ero bambino nella contrada dei Fiori in cui abitavo giocavamo a nascondino, alla trottola o con le biglie. Facevamo andare le barchette di legno nelle bealere vicino alla Cartoncina e non ci siamo mai fatti male. Il viale Bauchiero e la piazza alla sera erano piene di persone sulle panchine e per la strada. I bar erano vivi e brulicanti di persone di ogni età.

L’estate si andava a fare i bagni lungo il torrente Gravio. E la “spiaggia” erano i castagneti nelle immediate vicinanze della centrale idroelettrica delle Officine Moncenisio, meta prediletta di tutti i giovani Condovesi. Le splendide piscine naturali lungo il corso d’acqua cristallina erano da sempre il ritrovo estivo di gente della zona nelle giornate calde e soleggiate. Ma i tempi di magra hanno trasformato il Gravio nella meta preferita anche di bagnanti disposti a spostarsi in auto nei fine settimana, pur di rinfrescarsi nelle caratteristiche “gheuje” o “gorge”, le pozze scavate dall’acqua smeraldo fra le rocce levigate, giocare sotto le piccole cascate e stendersi al sole. Si mettevano pietre con rami e frasche per arginare al meglio il corso dell’acqua e formare delle caratteristiche pozze.

Gli adulti se esperti nuotatori facevano il bagno nel bacino di raccolta delle acque di scarico della centrale idroelettrica tuffandosi da un trampolino oppure dalle rocce sovrastanti il bacino.

Una volta non esistevano solo i festeggiamenti del Santo Patrono o le fiere agricole ma si cercava di prolungare questo senso di “condovesità” che veniva coltivata durante tutto l’anno con spettacoli e tanti appuntamenti. Mi vengono in mente bellissime serate alla bocciofila o alla Festa dell’Unità, il bello di Condove era quello di essere un paese dove tutti conoscevano tutti. Oggi in molte realtà non ci si conosce nemmeno fra residenti sullo stesso pianerottolo, perdendo così incredibili occasioni di collaborazione e di crescita. Sprechiamo quella condizione che ci ha chiamati a vivere lo stesso tempo nello stesso luogo.

Direi che più di ogni altra cosa sono andati perduti i personaggi, quelli che aggregavano e che erano immediatamente riconoscibili: c’era Suppo Alfredo già membro del CLN e instancabile nella dedizione al paese, Argentino Rodolfo animatore di A.C., Don Viglongo Giuseppe sempre presente in mezzo ai giovani, Croce Achille del gruppo “non violenza”, Giuseppe Arrigoni insegnante ed artista, la maestra Livia Pettigiani attiva nell’Azione Cattolica, Elisio Croce attivo nel volontariato sociale, scrittore e futuro sindaco di Villardora, Pesce Giovanni capo gruppo alpini di Condove, Caccialupi Giuseppe il mago delle biciclette, Peretti Ettore coi cavalli sempre allegro e pronto alla battuta, Franco il barbiere, Argentino Giovanni della cartoleria, Listello Secondino impegnato nel gruppo dei coltivatori diretti, Tota Alessi, Bellando Lina sempre disponibile verso il prossimo già dagli anni della guerra, Alda Rocci Martin poetessa contadina. Poi Alterant che gestiva l’osteria dei Fiori all’inizio di via don Pettigiani di fronte alla villa dei Matteoda, che era sinonimo del vino e del bere ma che alla domenica sera rimaneva aperto fino a tardi ed era facile incontrarvi il poeta pittore Alexis ben disposto a intrattenersi a parlare della sua arte e a filosofare sui grandi problemi del vivere. Sicuramente ci sono altre persone meritevoli di citazione ma queste sono quelle che io ho avuto il piacere di conoscere.

Anche Condove come ogni paese aveva i suoi personaggi strani e originali ma simpatici, uno di questi era sicuramente Giuseppe “ël Cribo” il quale girava in lungo e in largo per l’abitato, percorreva chilometri, incontrava tanta gente, sorrideva a destra e a manca e parlava con tutti. Non mancavano le macchiette come Gioanin Tup. Di ciascun personaggio si sarebbe potuto dire sicuramente molto di più, ma penso che poche parole siano più che sufficienti a rievocarne la memoria. Tutti quanti assieme ad altri non citati ma ugualmente importanti erano punti di riferimento nel paese e adesso che diversi non ci sono più è come se ognuno vivesse per conto suo.

In quegli anni nessuno si immaginava di richiamare il vicino perché segava la legna al mattino o alle otto di sera. Al massimo ti chiedevano se avevi bisogno di aiuto. La sirena della Moncenisio rendeva tutti uguali: capi operai e impiegati dovevano tornare in fabbrica. La gente non era isterica le ragazzate erano considerate ragazzate e mai giudicate. Ho passato una gioventù stupenda in un bel paese che forse non c è più.

Chiudo questa riflessione con una frase ripetuta spesse volte da mia madre: Lascia il tuo paese, ma non lasciare che il tuo paese ti lasci.

Gianni Cordola (scritto nel 2018)

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Nostalgia e ricordi

Tanto tempo fa i ricordi raccolti dalla bocca di coloro che narravano le loro personali esperienze, venivano tramandati oralmente nelle lunghe serate invernali al calore della stalla o seduti attorno al tavolo sorseggiando un buon bicchiere di vino. Gli anziani raccontavano storie di famiglia o di paese, le loro gesta di ragazzi, del militare, del lavoro, delle feste tramandandoli di generazione in generazione.

Per millenni il ruolo dell’anziano fu basilare nel tramandare oralmente ciò che non si poteva o non si sapeva conservare o scrivere. Ai giorni nostri rincorriamo tante cose ma difficilmente raccontiamo ai figli i nostri ricordi perché lasciamo il compito a oggetti e immagini conservati in qualche angolo della casa.

Ognuno di noi ha idealmente un cassetto pieno di ricordi, belli ed anche tristi, dove le foto di gioventù , di famiglia, lettere ricevute o scritte, ricordi di amici con cui sono state divise ore belle ci dicono che la vita vissuta non è stata dimenticata. È pur vero che non si vive di soli ricordi. Ma non si può rinunciare a uno stato dell’animo che ci restituisce persone, luoghi, profumi, e ci distacca dall’ansia frenetica dell’oggi. La nostalgia non è rimpianto. È un’emozione che aiuta a non sprecare il piacere dei ricordi. Ma io, a dire il vero i ricordi non li ho solo in un cassetto, ma li ho anche e soprattutto nel cuore, e li sento, li vedo e li vivo oggi come li ho vissuti ieri.

Come si fa a tenere in un cassetto la vita di gioventù, con gli amici di scuola e di giochi, come si possono chiudere i ricordi dei giri in bicicletta quando si andava festanti nei paesi vicini. I ricordi si conservano con immagini, foto che ti fanno sorridere o piangere, ma racchiusi nel cuore puoi vederli e sentirli quando vuoi, sempre con te, e non ti lasciano e lasceranno mai. Il ricordo del matrimonio, si ci sono foto, amici festanti, gioia intorno a te, ma le emozioni? Le ho solo io strette nel cuore.

Si dice che la nostalgia è prerogativa degli anziani, e io lo sono, ma penso che a qualsiasi età si possa godere del piacere della nostalgia senza essere definito retrò o nostalgico. È bello pensare al passato vedendo le immagini rileggendo alcune lettere scritte dalle persone care. Si sorride, a volte si soffre e ci si rattrista.
Io mi emoziono vedendo le ingiallite foto del mio paese negli anni cinquanta del secolo scorso, ed altre foto che mostrano la gioventù, mi emoziono, vedendo le foto dei miei compagni di classe, o quella degli amici con i quali si discuteva, si scherzava e qualche volta litigava. Ritorno indietro con il pensiero, vedo, commento , ma poi rimangono solo le foto.

Ecco perché posso tornare sempre indietro, posso ridere e piangere, perché le emozioni non si vedono, si tengono chiuse nel cuore e la chiave del mio cuore c’è l’ho solo io. E, così tornando indietro nel tempo vedendo le foto metto la mano sul cuore e lo sento battere. Sono le emozioni di un tempo passato, sono i ricordi e mi viene da ridere e piangere.

Eppure il vivere sempre e solo nel ricordo, non è e non può essere classificato come l’equivalente della nostalgia. Con questo sentimento, infatti, scendono in campo, arrivando nella testa e nel cuore, la memoria e il piacere di ricordare persone, luoghi, atmosfere, profumi, sensazioni. Pezzi piccoli e grandi della nostra vita. Percorsi fatti e da fare. Ricami del vissuto quotidiano. A quel punto la nostalgia, con il suo bagaglio di ricordi, ci accompagna, prendendoci per mano, nel presente ancorato alla memoria del passato e negli slanci verso i sogni e i desideri vitali del futuro. Diventa un attrezzo in quel cassetto che migliora i nostri stili di vita, e la nostra rincorsa verso la serenità, lo stare bene dentro prima che fuori.

Gianni Cordola

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La contrada dei Fiori in Condove

Contrada dei Fiori, un nome che può far pensare a una indicazione botanica, ma così chiamata perché abitata anticamente dalle famiglie Fiore, di cui è rimasta traccia in antichi documenti: Johannes de Flore de Mochis nel 1383 e Steffano e Cattharina Fior nel 1655.

La contrada dei Fiori nel catasto ottocentesco

Qui sono nato nel 1947 e ho passato gli anni più spensierati, qui le mie radici, quando in questo vicolo ci si conosceva tutti, e adesso… I tempi cambiano ma i bei ricordi rimangono indelebili e li portiamo dentro sempre. Qui oltre la mia famiglia Cordola – Pautasso, vivevano i Borgis, Reinaudo, Midellino – Franchino, Versino – Marra in parte originari della montagna Condovese e altri di diversa provenienza Corsieri, Bezio e la famiglia dello stagnaio. I miei compagni di giochi erano Marisa, Renata, Clara, Felice, Bruno, i due più grandi Ercole con mio fratello Giorgio, e Guido di cui non ricordo il cognome perché dopo qualche anno la famiglia si trasferì in Torino. Noi bambini, sia maschi che femmine, giocavamo quasi sempre insieme; pochi giochi erano prevalentemente femminili, come giocare alle bambole o a vendere.

I ragazzi della contrada dei Fiori fotografati poco sopra al roc du cëmpiun

Eravamo un gruppo di bambini che insieme, i più piccoli sotto la guida dei più grandicelli, fanciulli e fanciulle, giocavamo o anche lavoravamo. Tutti parlavamo un bel dialetto piemontese, che oserei definire genuino. Se qualcuno piangeva o aveva paura per qualche cosa, veniva per un momento consolato, ma poi, se continuava, veniva deriso con un “Ciu-ciula, ciu-ciula”, mentre i compagni fregavano insieme gli indici delle mani. Ci divertivamo moltissimo e restavamo fuori fino alla sera tardi. Giocavamo a nascondino, a pallone, con le biglie e le figurine, saltavamo la corda, inventavamo tanti giochi divertenti che ci facevano ridere a crepapelle. Alla sera nella bella stagione mamme e nonne si radunavano davanti al pilone (era l’unico punto luce pubblica) del vicolo per chiacchierare e rammendare vestiti mentre noi ragazzini scorrazzavamo per tutto il vicolo.

Il pilone dei Fiori

Di pomeriggio invece finiti i lavori domestici si riunivano nel cortile dei Versino o davanti il cortile di casa mia; c’erano tutte Rina, Natalina, Costantina, Domenica, Olimpia, Costanza, Carmelina, mia mamma Pina, Tilde e altre di cui non ricordo il nome. E come non ricordare Olga e sua mamma Tilde, la quale aveva una paura matta dei tuoni durante il temporale tanto da urlare per lo spavento e correre in casa a nascondersi. A fine giornata i padri se non stanchi del lavoro facevano un salto all’osteria dei Fiori di Alterant per una bicchierata in compagnia; lì alla domenica sera era facile incontrare il poeta pittore Alexis per parlare della sua arte e dei problemi del vivere.

Spesso di pomeriggio salivamo di fronte alla Cartoncina a far andare le barchette di legno nelle bealere. In inverno, incuranti del freddo, ci divertivamo lanciandoci palle di neve o scivolando lungo le strade ghiacciate. Nella tarda primavera andavano con gioia a raccogliere le fragoline di bosco attorno al Roc dij mess in vicinanza della strada per le Fucine per mangiarle sul posto belle fresche, oppure al Gravio per more e lamponi. La porta di casa era sempre aperta e se ci si assentava tutti la chiave era posta sotto un sasso vicino all’ingresso; non c’era pericolo, se arrivava un estraneo i cani abbaiavano e comunque chi lo vedeva avvisava tutto il rione. Attorno al borgo abitavano altri ragazzi, Bruna G., Paolo A., Rina D. e Francesco in via Mazzini ed altri in via Don Pettigiani.

Qualche anno dopo, più grandicelli, potevamo scendere alla sera in piazza e incontrarci con gli altri amici: Piero M., Beppe A., Giovanni, Osvaldo, Cesare, Ezio, Oscar, Paolo, il ritrovo era sempre fissato davanti la Bocio. Ognuno di noi aveva anche un soprannome scherzoso che evito di citare per non far arrabbiare nessuno, il mio era Censin affibbiatomi da Felice il mio vicino di casa. Non mancavano certo le ragazze Beatrice, Rita, Clelia tanto per citarne alcune. Quante chiacchiere sulle panchine della piazza, qualche volta si giocava al pallone nel cortile della vecchia chiesa finché era aperta al culto, con la costruzione della nuova chiesa si giocava nel campo sportivo oppure si guardava chi giocava a bocce, a carte o al biliardo. Anche il viale Bauchiero alla sera era pieno di persone sulle panchine e per la strada. I bar erano vivi e brulicanti di persone di ogni età. A quei tempi si formavano i gruppi dei vari rioni: i Fiori, le Fucine, le case operaie, le villette, il Molaretto, la piazza, ecc. e non mancavano divisioni di classe e di quartiere, liti e maldicenze.

L’estate si andava a fare i bagni lungo il torrente Gravio nelle immediate vicinanze della centrale idroelettrica delle Officine Moncenisio, meta prediletta di tutti i giovani Condovesi. Le splendide piscine naturali lungo il corso d’acqua cristallina erano da sempre il ritrovo estivo di gente della zona nelle giornate calde e soleggiate.

Forse non è proprio questo il modo in cui trascorrono il loro tempo libero i ragazzi d’oggi, ma sicuramente è molto diverso da quello di una volta. Non è che non mi piacciano i divertimenti d’oggi, ma considero più belli i passatempi di una volta. Nella loro semplicità avevano qualcosa di particolare, ci si accontentava di quel poco che si aveva, si poteva essere se stessi senza cercare di apparire diversi da quello che si era veramente. Nel passato le macchine erano molto rare, lo stile di vita era completamente diverso. Si conoscevano quasi tutti gli abitanti del luogo e nel proprio paese ci si sentiva come una grande famiglia.

Non so, forse mi piacerebbe vivere in un luogo del genere, ma alla fine credo che le condizioni di vita erano comunque più difficili, anche se rispetto ad oggi era più facile trovare un lavoro vista la presenza di tante fabbriche sia nel paese che in quelli limitrofi. Meglio una volta o meglio oggi questo paese? Chi lo può dire? Forse ognuno di noi è portato a valorizzare e dare più importanza alle cose passate, a credere che “era meglio una volta”, io credo che ogni cosa abbia un suo tempo, non meglio o peggio, solo penso che la conoscenza delle cose trascorse non debba essere perduta perché anche se non torneranno più, un insegnamento per affrontare meglio il futuro possono sempre darcelo. Il tempo passa e modifica uomini e cose, solo i ricordi restano sempre come li abbiamo avuti. Quelli più forti, specialmente se felici, non possono svanire, non se ne sono andati.

Gianni Cordola

La contrada dei Fiori
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La chiesa di Laietto

Laietto nei tempi antichi era sede di una cappellania e faceva parte della Parrocchia di San Saturnino in Mocchie; fu eretta a Parrocchia nel giugno 1829. I patroni sono i Santi Vito, Modesto e Crescenzia. Il territorio fu scorporato dalla Parrocchia di Mocchie a causa della distanza delle borgate della valle del Sessi dalla Chiesa, per cui il parroco di Mocchie non poteva intervenire con sollecitudine nella regione di Laietto e i bambini morivano senza battesimo, i malati senza i conforti religiosi e l’istruzione religiosa trascurata. La Parrocchia comprende le borgate di Pratobotrile, Coindo inferiore e superiore, Sigliodo inferiore e superiore, Camporossetto, Chiandone, Muni, Mianda, Brera, Breri, Cascina e Vagera.

La chiesa esistente era piccola, del tutto insufficiente ad accogliere anche solo parte della popolazione. Con la nomina di Don Rolando a parroco di Laietto iniziò la costruzione della nuova chiesa al posto della preesistente cappella: il rustico venne completato nel 1838 e le rifiniture nel 1845. Don Michele Pettigiani parroco di Condove ma originario del Laietto costruì a sue spese la nuova casa parrocchiale e alla sua morte lasciò una rendita annua in favore della parrocchia.

La chiesa nuova consiste di una navata unica, terminante nell’abside dell’altare maggiore, con due cappelle laterali. La cappella di sinistra è dedicata alla Beata Vergine del Rosario mentre quella di destra a San Giuseppe e Sant’Antonio. Sopra l’altare maggiore un quadro rappresenta il martire San Vito assiso in cielo ai piedi della Beata Vergine Maria, coi Santi Modesto e Crescenzia alle sue spalle e in basso San Carlo Borromeo. Dietro l’altare vi è una mensola con sopra una teca in vetro e legno dorato contenente le reliquie di un San Modesto inserite in una statua.

Attualmente la processione annuale viene effettuata con la statua del patrono San Vito, statua donata da Riccardo Cinato di Laietto prima di partire militare per la seconda guerra mondiale. Il confessionale e il pulpito soprastante vennero costruiti nel 1848 dai fratelli Cinato Battista e Domenico di Novaretto. Presso l’ingresso è sistemato il battistero e tramite una scala si raggiunge la tribuna della cantoria. L’armonium venne acquistato nel 1896.

La facciata ha un finestrone al centro per illuminare l’interno ed è ornata da due meridiane una solare ed una lunare. Al centro della piazza antistante la chiesa esisteva fino agli anni 50 una grande croce in calcestruzzo eretta nell’anno 1927 in sostituzione della precedente di legno. Il campanile venne costruito negli anni 1871-1872 da Col Stefano di Mocchie durante il priorato di Don Giuseppe Vinassa. Le tre campane sono dell’anno 1875.

La Parrocchia di Laietto ha nel suo territorio cinque cappelle:

  • San Bernardo nel cimitero di Laietto
  • Santo Stefano al Sigliodo
  • San Martino a Camporossetto
  • Beata Vergine Immacolata a Pratobotrile
  • Beata Vergine degli Angeli al Collombardo
La chiesa di Laietto
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La Sacra San Michele nel 1825

Tratto integralmente da: DESCRIZIONE DEI SANTUARII DEL PIEMONTE PIÙ DISTINTI PER L’ANTICHITÀ DELLA LORO VENERAZIONE E PER LA SONTUOSITÀ DEI LORO EDIFIZII – OPERA ADORNA DELLE VEDUTE PITTORESCHE DI OGNI SANTUARIO, DEDICATA ALLA S. R. M. CARLO FELICE RE DI SARDEGNA

VOLUME PRIMO – TORINO MDCCCXXV – PRESSO LI F. REYCEND E COMPAGNIA LIBRAI DI S.S.R.M.

SACRA DI SAN MICHELE DELLA CHIUSA PRESSO AVIGLIANA

Come raccontano gli Storici, volgendo l’anno novecento sessantasei, mentre la città di Torino si manteneva sotto la tutela di Geronimo Manfredi, Marchese di Susa, un certo Ugone Marino, altrimenti detto lo Sdrucito, uno dei primi personaggi dell’Alvernia e Signore di Montebucchero, ebbe a dare incominciamento ad un’Abadia, che poi divenne celebre fra le quattro principali dell’ordine di San Benedetto. Il quale Cenobio, tra per le sante virtù de’ Monaci ivi stati raccolti, tra per l’erto del sito dove fu collocato e per la struttura singolare delle sue fabbriche, in ogni tempo fu l’oggetto della venerazione ed ammirazione de popoli.

Vuolsi che questo nobil uomo, l’uno degli antenati del venerabile Pietro Eremita, di cui ne cantò Torquato Tasso, fosse andato a Roma per visitare i Santi Luoghi, ed ottenere la remissione di un suo reato; che perciò, di ritorno da quella Città, giunto in Susa, si abbia proposto di compiere i suoi voti con mandare ad effetto l’edificazione di un Monastero; ed abbia a tal uopo scelto il monte Pirchiriano, siccome ottimamente piramidato, e la cui vetta signoreggiava quell’amena Valle.

Difatti quel luogo sembrava acconcio a chiunque, sollevandosi dalle cose terrene, bramasse volgersi alla vita contemplativa; ed avvegnachè ivi già fosse stata consegrata una Cappella all’Arcangelo San Michele; così un mattino, Ugone ed Isengarda sua moglie partiti da Susa vi si recarono, e riconosciuta l’opportunità del sito, discesero in Avigliana dove, accolti dal Marchese d’Ivrea Arduino (poi Re d’Italia), fu convenuto di quanto si avesse a contribuire in oro, argento e cavalli, per ottenere la cessione de’ terreni e promuovere le cose necessarie a quell’impresa. E, fatto quindi i medesimi il loro viaggio in Francia, e ritornati in Piemonte, con grosse somme di danaro, fu incominciata l’opera, la quale fu condotta a termine in trentadue anni; molta parte avendovi presa lo stesso Marchese Arduino, anche per compiacere allo zelo del Vescovo di Torino, Anucco, come per aderire al desiderio manifestato, in prò di quella fondazione, da Papa Silvestro; senza tacere i lavori manuali fattivi attorno dal santo uomo, Giovanni Vincenzo già Arcivescovo di Ravenna, che, ritrattosi a vita romitica sul monte Caprasio verso il 996 , là poco distante, tempo ebbe ed agio per adoperarsi in quell’edifizio.

La consecrazione della Chiesa, nel 998, fu opera degli Angeli, come si ha dalle preci liturgiche che si recitano il 29 maggio, giorno di sua dedicazione; e ciò fu favorevole allo stabilimento della Badia, mentre in tal modo può dirsi essere stata fin d’allora sottratta alla giurisdizione del Vescovo Diocesano. Ma essa non era ancora condotta a quell’immenso corpo di fabbriche, come lo fu in appresso. Si trovava suo primo Abate un Monaco detto Avverto, il quale stavasi in Susa in casa dell’ospite d’Ugone Marino; e morto questi fra poco, fu suo successore un Francese nato in Tolosa, chiamato Benedetto il seniore, perchè dopo di lui, fu Abate il suo nipote chiamato Benedetto il juniore, entrambi chiari per santità di vita monastica, narrandosi che a que’ tempi molte nobili famiglie dessero a que’ santi Monaci i loro figliuoli in educazione, come si pratica tuttodì ne’ Collegii; onde il monistero si trovava frequentatissimo da’ forestieri, essendovi stati accolti Sant’Anselmo d’Aosta poi Vescovo di Cantorbery, San Guglielmo Abate di Fruttuaria, ed il monaco Ildebrando, innalzato al Papato col nome di Gregorio VII. Sorti poscia i Conti di Moriana e di Savoja, verso que giorni, e chiamati al Regime Sovrano di questi Stati, essi ebbero a fare alla nascente Abbadia ricchissime donazioni; e molte conessioni vi fecero pure, ed accordaronvi privilegi, i Pontefici, Imperatori, Re, Principi, ed altri prelati e signori, in guisa che nel 1202, soggiacevano ai suoi Abati più di cento e quaranta altre Chiese, di cui buona parte in Francia e in Italia; e quegli Abati esercivano diritti di autorità temporale e spirituale sui Borghi della Chiusa, Sant’Ambrogio, Giaveno, ec.; e furono i monaci colà convenuti i primi a diradare le tenebre di queste contrade, trovandosi in numero grande, giacchè si narra che dodici muli andassero, ed altri ne venissero sempre da Susa, onde procacciare le vittovaglie.

Ma col volger dei secoli, discostandosi quell’Instituto dall’antica osservanza, invano Sisto V tentò di metterlo sotto la dependenza della Congregazione di Monte Cassino, come di sottoporlo alla riforma di Santa Giustina. Ridotto il Convento, nel secolo decimosettimo, a soli tre Monaci, Gregorio XV, ad istanza del Serenissimo Duca di Savoja, ne ordinò la soppressione, applicandone parte dei redditi alla fondazione della Collegiata di San Lorenzo in Giaveno. Così le fabbriche della Badia, già d’allora manomesse dal tempo, caddero in rovina dappoi; ma ne rimase in piedi la Chiesa con parte dell’edifizio principale, che, per l’aspetto laterale d’una vecchia torre, la vaghezza d’una galleria, l’altezza de’ muri, e l’ampio girare delle scale, si offre qual monumento sacro e guerresco da sorprendere i forestieri. Salito il monte alto e dirupato, però non senza qualche bellezza di cespugli e di acque, e trapassate le rovine di una Cappella detta dei morti, antica sepoltura dei Monaci, per via di lunghe gradinate si giunge alla porta d’ingresso, che mette capo ad un vestibolo il quale tutto rassomiglia all’entrata d’una fortezza, là posta per guardia del passo; quindi per cento e trentacinque altri scalini, di mirabil grandezza, con ispazioso andirivieno coperto, si ascende alla porta della Chiesa, che s’innalza al di sopra; e con tanta maestria e solidità di architettura , che, mentre le masse esteriori corrispondono all’elevazione dell’ edifizio, la rocca che termina in punta del monte, serve d’appoggio e come di anima interna a tutta la fabbrica, e se ne scorge ancora l’estrema cima accanto al volto della Chiesa, cui stà addossato il tetto della medesima. Salendo le scale interne il passaggero trovasi come atterrito alla vista di alcuni scheletri, che, tratti dalle catacombe de’ monaci, furono colà rizzati lungo il muro, ed addobbati nelle più strane foggie; opera di qualche Pellegrino venuto negli ultimi tempi al Santuario. Ma l’aspetto delle cose superiori ritrae bentosto l’animo da quegli oggetti di destruzione.

La Chiesa nel suo interno, di forma come dicesi gotica semplice, senz’aver nulla di rimarchevole, pare tuttavia magnifica e venerabile a segno, che dagli abitanti di quel luogo stimasi fabbricata dagli Angeli. A rincontro de’ pilastri si vedono colonne torse con fogliami e capitelli affatto singolari. Sull’ingresso, al di dentro, si scorgono i dodici segni del zodiaco; e il corpo della Chiesa è situato in maniera, che i devoti pregando stanno cogli occhi volti all’oriente. Fra gli ornati moreschi si osservano delle lettere carlovingie, con alcuni frammenti di motti in versi, che non è più dato di leggere. Il volto della nave di mezzo è romano, fatto a cilindro; quelli delle navi laterali sono dei terzi acuti, in arresto.

Fra i quadri antichi, in numero di tre, uno ne pare di buona mano, ma assai minuto, rappresentante la Madonna sedente sovr’una Cattedra, con varii Santi attorno; gli altri due non hanno altro pregio fuori quello del tempo. L’incona di S. Michele Arcangelo, come i pochi altri quadri moderni, sono affatto mediocri. Rimarchevole è il Mausoleo del Conte Tommaso III di Savoia, sepolto nell’Abbadia, perché suo benefattore avendole dato il pedaggio del pesce; morto nel 1282. Il Principe vestito da Monaco è disteso su di un sarcofago, cui sovrastavano quattro colonne di cattivo disegno, destinate a sostenere una piramide massiccia che, qual baldacchino, sovrasta al monumento. Sopra un pilastro, vicino all’altar maggiore, in un dipinto a fresco, si scorge il ritratto, come dicesi, di donna Isengarda, moglie del Fondatore. Nell’ingresso della Chiesa, su di una lapide grande, si legge l’epitaffio del Cardinale Sebastiano Guido Ferrero, Patrizio Biellese, stato allevato in Bologna, Vescovo di Vercelli e poi Cardinale; dotto Scrittore di diritto canonico, intervenuto al Sacro Concilio di Trento, Abate di San Michele della Chiusa, e morto in Roma.

Le suppellettili della Chiesa sono di poco riguardo, se si eccettuano un legno di Santa Croce, di lunghezza due oncie, ed un calice d’argento, di cui, sulla coppa veggonsi in basso rilievo le nozze di Cana in Galilea, e sul piede la moltiplicazione de’ pani e de’ pesci; lavori di un qualche pregio. L’altezza della Sacra di San Michele, misurata dal Saussure, fu trovata di 450 tese, al dissopra del livello del mare.

Intanto pare cosa degna sia tenuto conto dello zelo del padre Bruno Certosino, che, raccoltosi a questo antico Santuario, dopo la soppressione della Certosa di Collegno, lo è andato ristaurando con opere ed anche con ispese di proprio danaro; intento com’egli è a servire decorosamente la Chiesa, ad ammaestrare i Fedeli che vi accorrono, e ad accogliere con isquisita urbanità i forestieri. Al suo alloggio si giunge per una scala posta a manca di quella della Chiesa. Nelle sue camere si scorge un bel quadro dell’Olivieri, e due ne sono del Rapous. Oltre ciò viene mostrato ai forestieri un bastone pastorale, di un antico Abate, stato ritrovato nelle tombe, pei tre quarti, impietrito.

La Sacra di San Michele della Chiusa, dove giorno e notte salmeggiavasi con coro perenne, fu eretta anzi ridotta in Commenda, fino dal 1381, e fu mantenuta quale Abazia, immediata, cioè nullius dioecesis, dopo la soppressione del Monastero ; essa conta fra i suoi Abati persone di alto grado, fra le quali, il Cardinale Maurizio di Savoja, Antonio di Savoja, e l’invitto Principe Eugenio, che nel 1699, per opera del suo Vicario generale, il Canonico Caroccio, tenne in Giaveno il suo Sinodo; le cui Costituzioni appajono pubblicate in Torino dal Zappata, Stampatore abaziale. Dell’inclita Abazia è titolare in oggi l’Abate Don Cesare Garretti di Ferrere, Torinese, Presidente della Congregazione di Soperga, Limosiniere di S. M., e Maestro di Cerimonie dell’Ordine Supremo della SS. Nunziata,


La Sacra di San Michele della Chiusa, presso Avigliana (Incisione di Giacomo Arghinenti, su disegno dal vero di Marco Nicolosino), tratta da: “Descrizione dei Santuarii del Piemonte più distinti, per l’Antichità della loro Venerazione e per la Sontuosità dei loro Edifizii. Opera adorna delle vedute pittoresche di ogni Santuario, diligentemente colorite, dedicata alla S.R.M. di Carlo Felice, Re di Sardegna”. Torino MDCCCXXII, Presso li F. Reycend e Compagnia, Librai di S.S.R.M.].

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Padre cappuccino Placido Bacco

Il Padre Placido Bacco cappuccino nacque in Giaveno il 18 aprile 1808 e morì in Torino il 19 maggio 1879, (tumulato nel convento dei frati cappuccini Madonna di Campagna di Torino distrutto durante il bombardamento dell’8 dicembre 1942 e ricostruito nel 1949).

Per circa 40 anni si dedicò con perseveranza e tenacia allo studio della storia di Avigliana e Susa. Fu un protagonista delle antichità valligiane, pur disponendo di pochi mezzi, li impiegò tutti a beneficio dell’archeologia di cui era appassionato; percorse la valle di Susa, cercò e rinvenne oggetti che erano stati per secoli sepolti, restituendoli alla luce. Non era considerato un esperto di antichità né tanto meno un epigrafista, ma un solerte e sincero raccoglitore di pezzi antichi, geloso delle proprie scoperte e troppo convinto della propria cultura.

“Sin dalla più tenera età spinto mi sentii ad erudirmi del nostro bel Piemonte, segnatamente della parte più occidentale: nel divisarne la storia facevo tempo alle tradizioni conformandole ai documenti e ai monumenti che per lo spazio di anni Quaranta circa andava discoprendo a destra e a sinistra della Dora da Avigliana alle cime di Susa”, così scriveva il cappuccino nell’introduzione di un manoscritto conservato presso la Biblioteca Civica di Susa, importante per il ricco corredo di immagini che presenta.

In Malano regione di Avigliana a partire dal 1858 il cappuccino Placido Bacco individuò il sito di “ad Fines Cotii” ovvero “ai confini di Cozio”, la stazione dove veniva riscossa la “Quadragesima Galliarum”, lavorò in solitudine scavando l’ampio recinto del tempio delle Dee Matrone portando alla luce alcuni dei più significativi reperti scultorei ed epigrafici della romanità piemontese: dal cippo di Acestes, dove le Matrone danzano, le braccia allacciate in catena, al bassorilievo del prigioniero, dalle ceramiche ai vetri colorati e alle anse, alle fibule, alle borchie in bronzo, alle monete d’oro e di rame.

Gran parte delle sue preziose scoperte sono custodite nel Museo Archeologico di Torino e Museo di Susa nel Castello della Contessa Adelaide.

Insigni personaggi, archeologi, amatori e protettori delle scienze, lo incoraggiarono e lo coadiuvarono nelle sue ricerche archeologiche. Fra costoro il Conte Valperga di Masino, il Comm. Filippo Galvagno, l’illustre geologo Prof. Bartolomeo Gastaldi, S. E. il Conte Federico Sclopis, ed infine la Società di Archeologia di Torino.

I risultati della passione di padre Bacco per le antichità della Valle di Susa, trasferiti in centinaia e centinaia di pagine manoscritte, costituiscono una documentazione di prima mano perché presentano il valore d’una testimonianza diretta ed unica pur se redatti mescolando alla scienza anche un po’ di fantasia con l’aggiunta di qualche infelice interpretazione storica. Sono conservati nella Biblioteca di Susa questi manoscritti:

  • Avigliana – Santuario, Dissertazione, Miscellanea: contenente 387 facciate scritte in foglio, dell’anno 1864
  •  Avigliana ed il Regio Santuario: opera critico-storica contenente 476 facciate in foglio, dell’anno 1865
  •  Avigliana ed il Regio Santuario: opera critico-storica contenente 438 facciate in foglio, dell’anno 1868
  •  Cenni storici su Avigliana e Susa: contenente 266 facciate scritte, dell’anno 1876, in cui c’è la storia e stemmi di 74 famiglie Segusine e 408 Aviglianesi

La direzione della Biblioteca civica di Susa comprò dagli eredi parte dei suoi manoscritti, e deliberò nella seduta del 25 maggio 1879 di iscrivere nell’albo dei benemeriti il nome di Padre Placido Bacco, per dare una testimonianza di riconoscenza a chi nel silenzio della sua umile cella tanto aveva fatto per illustrare la storia della valle di Susa.

Gianni Cordola

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I balli francoprovenzali

Il francoprovenzale è una lingua e una cultura diffusa su un vasto territorio a cavallo dell’arco alpino occidentale, che interessa tre Stati, l’Italia, la Francia e la Svizzera.
L’area francoprovenzale piemontese è prettamente alpina ed è caratterizzata da un valico di importanza storica come il Moncenisio, che, insieme ad altri colli, ha avuto un ruolo fondamentale nella vita e nella cultura delle popolazioni locali; si pensi ai pellegrinaggi religiosi, al commercio, al contrabbando, all’emigrazione stagionale, e così via.

In Piemonte sono francoprovenzali la maggior parte delle valli della provincia di Torino: Val Sangone, media e bassa Val di Susa,Val Cenischia, Valle di Viù, Val d’Ala, Val Grande di Lanzo, Valli Orco e Soana e la Val Chiusella. Esse sono uno scrigno pieno di tesori con le musiche e le danze tradizionali un tempo molto diffuse e oggi tornate vive grazie alla passione di gruppi folk. Ancora oggi, le diverse popolazioni sentono e vivono fra loro profondi legami, proprio come testimonia la matrice linguistica e culturale rimasta comune, mantenendo i costumi tradizionali, le feste, la musica e il ballo.

I balli francoprovenzali mantengono non solo la tradizione musicale ma anche la conservazione di questa antica cultura, essi uniscono magicamente i partecipanti e il ritrovarsi diventa un momento gioioso e coinvolgente. Inoltre il ballo è un momento di vita sociale che vede protagonisti senza discriminazione persone di tutte le età e di ceto sociale diverso. Vi sono danze di coppia e di gruppo che provengono da un’antichissima tradizione, esse ancora oggi sono ballate in tutte le feste popolari del Piemonte.

La coureunta francoprovenzale

La coureunta delle valli francoprovenzali Piemontesi è una danza molto conosciuta e diffusa anche fuori dai confini territoriali, numerosissimi gruppi suonano queste danze alle quali partecipano sempre numerosi ballerini. La danza ha innumerevoli versioni, una per ogni singola valle che differiscono per i passi e per la durata delle parti.

La coureunta è una danza eseguita da coppie che si dispongono in cerchio, gli uomini all’interno, le donne all’esterno con il braccio sinistro sulla schiena del compagno che le tiene col braccio destro per la vita. Si comincia con una passeggiata (andé a spass), ci si ferma le coppie si girano di fronte tenendosi per le mani e fanno un balletto col passo tipico della valle (balé), poi dei giri (vir), di nuovo ign balé e ign vir, così da capo fino che la melodia cambia per il balèt dla fin, parte finale che chiude la danza dove i cavalieri fanno ign vir con tutte le dame del cerchio. Altre varianti prevedono la passeggiata prima in senso antiorario e poi in senso orario tipico delle danze eseguite in circolo.

La tèrhi francoprovenzale

Anche la tèrhi (che in lingua italiana significa treccia) è una danza ballata nelle valli francoprovenzali ma conosciuta anche nel repertorio del ballo folk. È molto vivace e, soprattutto quando i musicisti accelerano, genera un’allegra confusione. Viene danzata da tre coppie disposte in fila, una dietro l’altra, con gli uomini che portano le dame alla loro destra. La coppia di testa, unita con presa da valzer, parte per una galoppata (igna galoupà) verso il centro della sala (8 passi), ritorna al posto (8 passi), esegue ign balé, ign vir e alla fine di questo tenendosi per mano fa un ponte passando sopra le teste delle altre due coppie e portandosi in fondo alla fila. Tocca alla seconda coppia, che ora si ritrova davanti, fare igna galoupà, ritorno, ign balé, ign vir e portarsi in fondo. Quando anche la terza coppia esegue la sua parte e si è ristabilito l’ordine iniziale delle coppie inizia la seconda parte, la vera e propria tèrhi: le coppie compiono igna galoupà che segue una forma di otto intrecciandosi, cioè incrociando le altre coppie una volta a destra l’altra a sinistra. Alla fine della parte musicale della tèrhi la coppia che si ritrova in mezzo alla pista, nel punto più lontano da quello di partenza della danza, e fa ign balèt, ign vir e alla fine si riporta in fondo al gruppo che ricomposto nella posizione di partenza ed è pronto per ripetere un’altra volta le due parti.

Gli strumenti musicali francoprovenzali

Per trascinare i ballerini in un universo di danze occorrono strumenti musicali speciali: organetto, violino e la ghironda con l’aggiunta talvolta di antichi strumenti aerofoni a sacco come la zampogna, cornamusa o vari tipi di oboe, oggi tipici delle valli francoprovenzali e occitane, strumenti tutt’altro che facili da suonare. La fisarmonica diatonica, meglio conosciuta col nome di organetto, si può definire il padre della fisarmonica d’oggi. A mantice ma fornito di bottoni, suona contemporaneamente la melodia e l’accompagnamento; è impegnativo, anche se sicuramente piacevole. Altrettanto impegnativa la ghironda, che riesce in un attimo a creare un’ atmosfera veramente particolare, dal sapore medievale.

L’organetto o fisarmonica diatonica (l’armoni)

La fisarmonica diatonica è uno strumento musicale il cui suono è generato da un flusso d’aria prodotta da un mantice e provvisto di ance libere. L’ancia libera è una sottile linguetta di acciaio, fissata a un’estremità su una piastrina di ottone o alluminio forata in modo tale da consentire all’ancia di vibrare liberamente sotto il soffio dell’aria, producendo così il suono.

Le prime fisarmoniche diatoniche o organetti compaiono verso la seconda metà del XIX secolo. Sicuramente, in base a testimonianze orali alla fine dell’ottocento l’organetto è già uno strumento popolare, conosciuto un po’ in tutte le nostre valli. Una fisarmonica diatonica è caratterizzata da una tastiera melodica a bottoni, azionata dalla mano destra, nella quale le note sono ordinate per scale diatoniche. Nella parte destra, ci possono essere una o due file di tasti, considerate verticalmente. Numerose sono le testimonianze della presenza di organetti, normalmente a otto bassi e due file per la melodia.

La ghironda (la viòla)

È uno strumento musicale a corde di origini antichissime tuttora usato in molti paesi europei per l’esecuzione di musiche delle tradizioni popolari. Le corde sono poste in vibrazione dallo sfregamento del bordo di una ruota azionata per mezzo di una manovella, il bordo della ruota deve essere cosparso di pece, le corde invece sono fasciate con una minima quantita’ di cotone che migliora il suono ed evita allo stesso tempo di consumare eccessivamente le parti in sfregamento. Le corde vengono azionate da una tastiera i cui tasti scorrono in un’apposita struttura applicata al piano armonico e sono disposti su due file con i colori generalmente invertiti rispetto alla tastiera del pianoforte. L’aspetto piu’ difficoltoso dello strumento e’ dato dall’azionamento della “trompette”, ovvero di una corda non tastata che provoca il tipico ronzio ritmico a seconda del tempo e dalla velocita’ del brano eseguito, e che costringe il suonatore a sincronizzare le due mani con movimenti poco naturali e non riscontrabili nell’uso di nessun altro strumento musicale. La ghironda si tiene normalmente poggiata sulle gambe del suonatore, ma si puo’ suonare anche in piedi.

Gianni Cordola

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