Ricordi nostalgici degli anni 50

(Arcòrd nostàlgich dj’ann 50)

Negli anni 50 del secolo scorso, dopo le difficoltà della guerra, l’Italia si colora di nuovo ottimismo e di una forte voglia di rinascita: ma com’era la vita del mio paese (Condove) all’inizio di quel decennio?

Quando nascevi a Condove, come in tutti i paesi della Valsusa, negli anni 40 del novecento possedevi già la prima certezza della tua vita, non avevi ancora emesso il primo vagito e tutti sapevano che eri al mondo. La vita nel mio paese era sempre stata così, volenti o nolenti, appena muovevi un passo tutti ne erano a conoscenza prima che tu lo facessi. Questa d’altronde è vita vera è l’essenza più pura della storia, non della storia che si legge sui libri di scuola, ma della storia di tutti i giorni.

I giorni a Condove si susseguivano seguendo il ritmo delle stagioni e della fabbrica (la Monce), ovvero d’estate si rimaneva fuori sfruttando l’ultimo raggio di sole, e d’inverno già alle nove di sera non si vedeva più un’anima in giro e non perchè la gente aveva paura di uscire come nelle città, ma perchè la vita il giorno dopo cominciava al sorgere del sole . Il tempo d’altra parte in questi luoghi sembrava fermarsi.  Lavatoi con mamme che lavavano ridendo e scherzando, bambini che giocavano per le vie, le persone s’incontravano e si salutavano caldamente, erano posti dove ci si conosceva tutti e dove ci s’informava del perchè la Pina stamani non era uscita a comprare il pane.

Erano giornate lunghe, intense, faticose ma ricche di parole, di ascolto e di condivisione e volti estranei non esistevano. La gente si muoveva in continuazione a piedi, le strade principali erano asfaltate, altre con l’acciottolato (le sterne), mentre la piazza principale era ricoperta da un ghiaino azzurrognolo. Lo stradone (la militar) era delimitato da paracarri in pietra regolarmente distanziati, che fungevano da ottimi sedili per una pausa durante la camminata.

La maggior parte della vita del paese si svolgeva in strada o nella piazza, in essa s’incontravano persone, si svolgevano tutti gli avvenimenti che caratterizzavano la vita di una piccola comunità nella quale tutti si conoscevano e dove le gioie e i dolori diventavano emozioni comuni e coinvolgenti. Le strade erano il primo ritrovo delle donne, che, con il secchio, andavano alla fontana schivando qua e là i ragazzi che si divertivano e che giocavano ai quattro cantoni, alle corse, o a nascondino. C’erano poche macchine e neanche sfreccianti centauri a seminare panico, la vita trascorreva tranquilla. Per la strada era tutto un andirivieni, passavano donne e uomini più o meno frettolosi e si formavano più che altro gruppetti di perdigiorno che osservavano curiosamente chi entrava e usciva dalle case: quando il medico, il prete, la levatrice, o quando, chissà perchè, la guardia comunale

Che stupore, che meraviglia e che interesse quando la corriera dalla stazione portava dei forestieri, allora ecco che si formavano subito ennesimi gruppetti di persone a domandarsi chi fosse codesto forestiero, da li nascevano così mille supposizioni dalle probabili a quelle più fantasiose e bizzarre, ecco allora che improvvisamente la serrata discussione veniva interrotta da quelle due o tre auto che strombazzando si facevano largo fra i curiosi. Eh si, le auto erano una rarità assoluta, la maggior parte delle persone andava a piedi, o meglio le donne andavano a piedi e gli uomini in bicicletta, salire in sella ad una bici per molte donne era considerato scandaloso… chissà cosa avrebbero pensato le più anziane del paese.

Poi esistevano paesi e paesi, il mio era fornito di negozi, di un mercato settimanale, di scuole elementari ed avviamento industriale e di qualche altra comodità in più, qui giungevano gli abitanti dei paesi vicini in treno e quelli delle borgate montane, che arrivavano seguendo i percorsi di millenarie mulattiere. Nel paese si comprava tutto ciò che era necessario alla sopravvivenza delle piccole comunità: generi alimentari, attrezzi, utensili vari e pure cianfrusaglie per le vezzose del paese. 
Quei negozi di alimentari però erano una gioia per gli occhi, buona parte della merce era esposta fuori dalla porta: legumi, merluzzo sotto sale, verdure di stagione e dentro i sacchi di riso e delle minestre e poi le scatole di latta dei biscotti, marmellate, salsicce appese, lardo, burro e formaggi.

Ma ecco che arrivava anche il momento del silenzio, intorno le botteghe chiudevano le porte, le serrande venivano abbassate, i ragazzi smettevano di gridare e correre… passava un funerale (a l’é passaje Catlin-a a disìo ij vej). Avanti al mesto corteo si trovava una lunga fila di donne precedute dalla croce poi il prete coi chierichetti e il carro funebre trainato dai cavalli, seguito dagli uomini. Ai funerali partecipava tutto il paese…in fondo eravamo quasi tutti parenti. 


Una volta passata la triste processione la vita come per magia riprendeva e a proposito di vita il vero centro nevralgico del paese per la vita sociale era il dopolavoro (la bòciò).

All’interno si facevano le solite cose: si beveva (e tanto…), si giocava a carte e si parlava di tutto e di più. Del resto era un ritrovo vero, autentico, posti che non esistono più, quelli con il giornale spiegazzato e le carte da briscola e tressette unte e logore e fra il fumo di quelle stanze c’erano capannelli di pensionati, lavoratori e nullafacenti e fra tutti questi esistevano personaggi memorabili: c’era il beone(ël ciocaton)di turno e poi c’era sempre lui (ël savanton): quello che tutto sa, lui sapeva tutto, dalla politica, al calcio, a come far ripartire l’economia, a trovare funghi, sapeva pure le cure per guarirti da tutti i malanni.

Non si mangiava quanto adesso. A colazione pane secco o polenta nel latte, non certo merendine con marmellata cariche di zuccheri. Non si mangiucchiavano caramelle tutto il giorno. La carne la si mangiava una volta alla settimana e spesso di pollo o coniglio, tanta polenta e minestre di verdura. La frutta era contata, uno a persona, era facile essere magri.

Un particolare che solo quelli della mia età conoscono: i rettangoli di giornale meticolosamente ritagliati da papà e appesi al chiodo nel gabinetto all’esterno della casa, quando ancora si conosceva poco la carta igienica. Mi avevano insegnato, in caso di bisogno, a stropicciare il pezzo di carta prima di usarlo per renderlo più morbido e meno scivoloso.

Erano storie di una volta, di ricordi di un tempo passato, storie e modi vivere dei nostri nonni, che si potevano e si possono riflettere su un qualunque  paese valsusino, non occorre menzionarne uno specifico, ogni paese della valle viveva in questa maniera. Storie di vita più tranquilla, più vivibile, di un mondo dove riuscivi a sentirti meno numero e più persona. Un mondo dove potevi uscire per andare a bere un bicchiere all’osteria, sapendo che sicuramente avresti trovato qualcuno con cui scambiare due chiacchiere.

Allora la vita era più semplice, ma socialmente più intensa e viva, pur nella ristrettezza dei mezzi e nella mancanza delle comodità odierne. La fine di quel mondo che ci sembra così lontano è dovuta proprio al benessere e al progresso avvenuto: l’auto, il cellulare, gli elettrodomestici, il computer, l’istruzione, ma soprattutto la televisione. Anche se quest’ultima all’inizio , quando ci si riuniva tutti in un unico stanzone, seduti su panche o su sedie portate da casa, aveva una funzione aggregante per le chiacchiere ed i commenti che ne seguivano.

Gianni Cordola

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