Significato di “a l’ha tirà ij caussèt”

Alcune parole del lessico quotidiano si preferisce sostituirle con altre per mascherare, nascondere o attenuare i concetti da esse espressi. Morire è una di quelle che gode del maggior numero di equivalenti sinonimici che si possono ricondurre a: andare all’altro mondo, passare a miglior vita, volare in cielo, tirare le cuoia. Le cuoia sono la forma plurale femminile di cuoio, usato per indicare la pelle conciata di alcuni animali e, con significato estensivo, per designare la pelle umana.

Quando un piemontese incontra un funerale il commento è un preciso scontro culturale: il tipico pragmatismo sabaudo risponde con un’espressione ironica e tagliente come “a l’ha tirà ij caussèt”, letteralmente tirare i calzini.

Questo, come altri detti piemontesi, nasce da una particolare condizione di luogo e di tempo: per capire cosa significa e l’origine dobbiamo tornare indietro nel tempo di tanti anni, quando a Torino dal 1835 al 1853 le esecuzioni capitali (pubblica impiccagione) avvenivano nella zona che la tradizione popolare chiamava Rondò della Forca.

In quel periodo, l’attuale Rondò della Forca era aperta campagna: era stato scelto proprio questo luogo per la sua vicinanza alla prigione che si trovava in quella che oggi è via Corte d’Appello ed era uno spazio molto ampio per contenere un numero elevato di spettatori, inoltre era circondato da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro.

Il giorno dell’esecuzione una grande folla raggiungeva il Rondò della forca e lo spiazzo aveva l’aspetto di una festa popolare con saltimbanchi, cantastorie, venditori e borsaioli. Nel momento cruciale si contava il numero di giri che il corpo dell’impiccato avrebbe fatto prima di restare immobile per giocarli al lotto. Inoltre negli ultimi istanti prima della morte la contrazione dei nervi faceva muovere i piedi scalzi come se desse dei piccoli calci in aria e anche questo numero veniva giocato al lotto.

Da qui nasce il detto ironico per allontanare qualcosa di indesiderato “a l’ha tirà ij caussèt”: ha tirato non i calzini ma i calcetti all’aria come i condannati alla forca quando erano appesi al patibolo.

Altri modi di dire in piemontese per esorcizzare la morte sono:

  • “a l’é passaje Catlin-a”, è passata Caterina, Catlin-a è il nome più comune con il quale in piemontese si chiama la morte.
  • “al’ha le sòle dle scarpe al sol”, ha le suole delle scarpe al sole.
  • “a l’ha tirà j’ùltim”, ha tirato gli ultimi.
  • “a l’é mancaje ‘l fià”, gli è mancato il fiato.
  • “a l’é dësmentìase ‘d tiré ‘l fià”, si è dimenticato di tirare il fiato (di respirare).
  • “a l’ha la muda ‘d bòsch”, ha il vestito di legno.
  • “a l’ha tirà ‘l pèt glorios”, ha tirato la scorreggia gloriosa.
  • “a l’ha sarà ‘l lìber”, ha chiuso il libro.
  • “a l’ha ‘l paltò ‘d bòsch”, ha il cappotto di legno.

Gianni Cordola

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Significato di “na figura da cicolaté”

Abbiamo fatto una figura da cioccolatai. “I l’oma fàit na figura da cicolaté”. L’utilizzo di questa espressione nelle chiacchiere o nei dibattiti è comune in Piemonte. Il significato dell’espressione è ben chiaro: fare una figura da cioccolataio vuol dire fare una brutta figura, una figura barbina, meschina, ridicola, da sfacciato o un comportamento inappropriato.

Ma quando nasce questa espressione e da dove deriva?
Per comprenderne l’origine dobbiamo andare indietro nel tempo ed approdare nella Torino degli anni intorno al 1821÷31, epoca in cui regnava il Duca Carlo Felice di Savoia (1765-1831) col titolo di Re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, e la città Torinese era la capitale indiscussa del cioccolato.

Il legame tra Torino e il cioccolato nasce nel XVI secolo quando dalle colonie spagnole arrivano i primi semi di cacao. Fino all’Ottocento il cioccolato era consumato solamente in tazza come bevanda liquida. Nel 1826 l’imprenditore Paul Caffarel dà inizio alla produzione di cioccolato solido ottenuto mescolando cacao, acqua, zucchero e vaniglia. Da lì in poi la città vedrà un fiorire di laboratori per la lavorazione del cioccolato ed i mastri cioccolatieri diventano i nuovi ricchi ed acquistano dimore lussuose e belle carrozze.

Lo storico Alberto Viriglio (1851-1913), così spiega nel suo libro “Voci e cose del vecchio Piemonte” (Torino 1917) l’origine del detto. Si narra che da tempo un cioccolatiere andasse in giro per la città di Torino con una ricca carrozza trainata da una quadriglia di cavalli, mentre solitamente i ricchi borghesi ne usavano una trainata da due. Pare allora che, vedendolo, il Duca Carlo Felice si sia risentito e lo abbia fatto chiamare, chiedendogli di non ostentare abitudini regali: il re non poteva permettersi di fare “na figura da cicolaté”.

Secondo un’altra versione meno accreditata un ricco cioccolataio fu scambiato per il re quando si presentò all’inaugurazione del teatro Carlo Felice in Genova, nel 1828, su una carrozza molto lussuosa tirata da una quadriglia. Essendo la carrozza del re meno bella, la gente mormorò che “il re aveva fatto una figura da cioccolataio” e la battuta riportata di paese in paese venne a conoscenza di tutti i Piemontesi.

Carlo Felice avrebbe potuto mettere un tiro a sei cavalli alla sua carrozza, ma questo giustamente avrebbe significato mettersi in competizione con un semplice cioccolataio, per cui preferì ridimensionare le velleità dell’artigiano e fargli ricordare le sue umili origini.
Da quando il detto divenne popolare, gli artigiani del mestiere preferiscono essere chiamati cioccolatieri.

Gian dij Cordòla

La carrozza reale nel 1817

La carrozza reale nel 1817

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Significato di “Furb coma Gariboja”

Un piemontese per indicare uno sciocco dice “a l’é furb coma Gariboja”, da dove viene questo modo di dire?

Fare il furbo significa cercare di barare, di cavarsela usando la furberia o imbrogliando gli altri; cercare di ribaltare una situazione o di confonderla a proprio vantaggio, tentando di far credere una cosa per un’altra. In Piemonte dicendo essere furbo come Gariboja non viene ammirata la destrezza di chi riesce nell’imbroglio, ma la dabbenaggine dell’individuo.

Il nome Gariboja risale ad un francese della Borgogna Jean Gribouille, personaggio popolare in Francia al pari di Bertoldino in Italia, proverbiale per la sua minchioneria. In Francia il personaggio di Gribouille è protagonista del romanzo “La Sœur de Gribouille” scritto nel 1862 da Sophie Rostopcina, contéssa di Ségur. Gariboja è diventato in Piemonte l’emblema di una ingenuità spinta ai confini della stoltezza. È uno strano quanto simpatico personaggio molto sempliciotto e gli si attribuiscono molte sciocchezze. Ne elenco alcune:

Ch’a stërmèissa ij sòld ant le sacòcie dj’àutri për tëmma d’esse derobà, (che nascondesse i soldi in tasca degli altri per timore di essere derubato)

Ch’a se stërmava sota ‘n pont ant l’eva për tëmma d’esse bagnà da la pieuva (che si nascondeva sotto un ponte nell’acqua per paura di essere bagnato dalla pioggia)

Ch’a s-ciapèissa le nos con j’euv (che spaccasse le noci con le uova)

Ch’a comprèissa j’euv a dodes sòld la dosen-a për arvendje a un sòld l’un (che acquistava le uova a dodici soldi la dozzina per rivenderle a un soldo l’una “guadagnando sulla quantità”)

Ch’a dava da beive a le ciòche e vestìa ‘l cioché (che dava da bere alle campane e vestiva il campanile)

Ch’a pupava sua mare ‘n sla schin-a (che succhiava il latte alla madre sulla schiena)

Ch’a serchèissa ‘d passé tra na stissa e l’àutra për nen esse bagnà da la pieuva (che cercasse di passare tra una goccia e l’altra per non essere bagnato dalla pioggia)

Per questo essere “furb coma Gariboja” vuol dire non esserlo per niente anzi essere particolarmente sciocco e credulone.

Gian dij Cordòla

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Significato di “i l’hai daje ‘l bleu” e “dël pento”

Perché quando si rifiuta, abbandona o lascia una persona qualcuno dice “gli ho dato il due di picche” mentre un piemontese sicuramente dice “i l’hai daje ‘l bleu” (letteralmente gli ho dato il blu)?

Questo, come altri detti piemontesi, nasce da una particolare condizione di luogo e di tempo, per capire cosa significa e l’origine dobbiamo tornare indietro nel tempo di oltre duecento anni, all’annessione del Piemonte alla Francia ed al Regno d’Italia fondato da Napoleone Bonaparte nel 1805 e disciolto nel 1814.

Con la normalizzazione attuata dalle potenze europee con il Congresso di Vienna a termine l’occupazione Francese e con il ritorno di Vittorio Emanuele I a Torino restaurato nei suoi domini ha inizio l’epurazione delle persone che avevano collaborato con l’occupante, l’abolizione delle leggi napoleoniche e l’abbandono di tutto ciò che era francese nel tentativo di riportare indietro le lancette della storia come se nulla fosse accaduto.

I Torinesi in fase di restaurazione, decisero di cancellare ogni insegna o decorazione relativa all’occupazione francese, affinché venisse definitivamente dimenticata. Pertanto tutto venne ricoperto con generose mani di vernice di colore blu Savoia. Da qui l’espressione “i l’hai daje ‘l bleu” viene usata dai piemontesi generalmente in senso disdegnoso, quasi tracotante, e si applica alla volontà di troncare nettamente con il passato o con una persona, senza se e senza ma.

Allo stesso periodo storico risale il detto piemontese “dël pento” letteralmente “del pettine”, espressione usata molto spesso per indicare un’azione, un oggetto od un lavoro di nessun valore. Durante l’occupazione francese Napoleone fece coniare dalla zecca una moneta da un soldo. Da una parte era raffigurata la testa dell’imperatore e dall’altra una corona che per i torinesi aveva l’aspetto di un pettine. Tale moneta battezzata dai torinesi “ël sòld dël pento” venne presto messa fuori corso e perse quel poco di valore che aveva, da qui l’espressione usata in senso denigratorio e dispregiativo.

Era abitudine dei Piemontesi dare un nome alle monete, basta pensare alle “Galin-e” (nate nel 1755 avevano su una faccia la figura a codino del sovrano e portavano sull’altra uno di quegli uccellacci araldici simili all’aquila), o alle “Mote e mese mote” del 1794 in sostituzione del “set e mes”. Il nome “Mote” sembra derivasse da una spiritosa immagine che il popolino derivava dalle “motte” formelle di concia da bruciare che prima erano delle dimensioni di un pane da munizione e poi ridotte a minime dimensioni dalla taccagneria dei produttori, come succedeva al valore della moneta. Anche “ël sòld dël pento” moneta Napoleonica del Regno d’Italia con l’imperatore su una faccia e una corona arieggiante un pettine da trecce, non è sfuggita all’ironia dei Piemontesi vista la sua svalutazione e da lì il detto.

La moneta da un soldo coniata dalla zecca di Milano

soldo napoleonicoAltri studiosi ritengono che il detto abbia origine dai commercianti che all’inizio del secolo scorso girando per paesi e borgate acquistavano i “cavèj dël pento” i capelli che restavano impigliati nelle spazzole e nei pettini che venivano raccolti e conservati. Merce di scarso valore rispetto alle trecce intere. Il significato vero penso sia quello da me descritto in quanto mia madre del 1905 mi raccontava di queste persone che acquistavano i capelli ma non quelli del pettine bensì quelli tagliati alle donne. Nel primo novecento era usuale dalle mie parti nella stagione invernale mandare le ragazze a servizio nelle case di famiglie benestanti in città, a Torino. Alle ragazze appena arrivate nella casa di destinazione venivano cambiati i vestiti, lavate e tagliati i capelli per paura dei pidocchi. Da qui era diventato normale tagliare i capelli alle ragazze prima di andare a Torino e poi venderli ai compratori per ricavare qualche soldo. Non ho mai sentito raccontare che comprassero i capelli rimasti nel pettine, e mi pare improbabile vista la scarsa quantità e qualità.

Gian dij Cordòla

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Significato di “Ciaparat”

Quando un piemontese incontra un uomo che si vanta esageratamente delle proprie capacità, delle proprie azioni o dei propri averi, cercando di apparire molto più importante, coraggioso o ricco di quanto non si sia nella realtà, la risposta non è una barzelletta, ma un preciso scontro culturale: il tipico pragmatismo sabaudo risponde all’esibizionismo con il silenzio, un’alzata di spalle e talvolta un’espressione ironica e tagliente come: “a l’é mach n’àutr ciaparat”, ossia “è solo un altro fanfarone“.

Il termine ciaparat è uno dei modi di dire più caratteristici del dialetto piemontese. Nasce dall’unione di ciapé (acchiappare, afferrare) e rat (topo), ma oggi non viene usato nel senso letterale di “acchiappatopi”. Con il tempo ha assunto un significato figurato, diventando un’etichetta dispregiativa e ironica molto diffusa.

A Torino e nel Piemonte occidentale, il termine indica:

  • chi parla tanto ma conclude poco;
  • chi si atteggia senza risultati concreti;
  • un vero e proprio fanfarone, sbruffone o spaccone.

Esempi:

  • “Con tuti ij sò dëscors, l’é mach n’àutr ciaparat” = “Con tutti i suoi discorsi, è solo un altro fanfarone”.
  • “A l’ha promëttu tant ma a l’ha nen fàit gnente: ciaparat” = “Ha promesso tanto ma non ha fatto nulla: fanfarone”.

Nel Piemonte orientale verso la Lombardia, il termine ha un significato più ampio e oltre a quelli già detti per Torino indica:

  • raccoglitore di cose inutili;
  • chi si perde in attività senza valore;
  • una sorta di perditempo o rigattiere di poco conto.

Esempi:

  • “L’é sèmper lì a fé ‘l ciaparat” = “È sempre lì a fare cose senza senso”.

Differenze tra Piemonte occidentale e orientale

  • Nel Piemonte occidentale prevale il significato sociale → fanfarone, millantatore, inconcludente.
  • Nel Piemonte orientale il significato sociale è allargato alla pratica → arraffone, perditempo.

Questa differenza rende il termine ricco di sfumature e legato al contesto.

Nel Medioevo “acchiappare topi” era usato per descrivere un lavoro ingrato e senza guadagno. Da qui nasce l’uso figurato: chi “ciapa ij rat” si affanna senza ottenere risultati. Un proverbio dice: “Ciapé ij rat a l’è ‘n mësté sensa paga” = “Acchiappare i topi è un mestiere senza guadagno”.

Gian dij Cordòla

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Significato di “Aut coma doi sòld ëd toma”

Alto come due soldi di toma (formaggio tipico piemontese)

Spesso si  usa questa frase  per indicare  una  persona molto bassa, ma perché si fa riferimento ai due soldi di toma? Questo, come altri detti piemontesi, nasce da una particolare condizione di luogo e di tempo: per capire cosa significa e l’origine dobbiamo tornare indietro nel tempo di oltre duecento anni, all’annessione del Piemonte alla Francia ed al Regno d’Italia fondato da Napoleone Bonaparte nel 1805 e disciolto nel 1814.

Durante l’occupazione francese Napoleone fece coniare dalla zecca una moneta da un soldo, che con l’introduzione della lira italiana napoleonica divenne pari a 5 centesimi, quindi 20 soldi formavano una lira. Con la formazione dello stato nazionale non furono più coniate monete con questa denominazione, ma il termine rimase in uso per indicare la moneta da 5 centesimi. Il soldo napoleonico aveva da una parte raffigurata la testa dell’imperatore e dall’altra una corona che per i torinesi aveva l’aspetto di un pettine. Tale moneta battezzata dai torinesi “ël sòld dël pento” venne presto messa fuori corso e perse quel poco di valore che aveva, da qui l’espressione usata in senso denigratorio e dispregiativo. Allo stesso periodo storico risale il detto piemontese “dël pento” letteralmente “del pettine”, espressione usata molto spesso per indicare un’azione, un oggetto od un lavoro di nessun valore.

Il soldo Napoleonico

A prescindere dalla considerazione che il “soldo” non esiste più l’espressione “àut come doi sòld ëd toma” dà comunque l’idea di una quantità davvero irrisoria di formaggio. La toma, tra tutti i formaggi piemontesi è il più comune, il formaggio di tutti i margari. Ecco perché la nostra frase idiomatica, tra tutti i formaggi, fa riferimento proprio a questo prodotto tipico e tradizionale del Piemonte. Ma quanto mai potrà misurare, in altezza, due soldi di toma? Meno dello spessore di una moneta da 5 centesimi di una lira di ieri, e ancor meno di quello di una moneta da 5 centesimi di un euro dei giorni d’oggi. Comunque venga tagliata la fetta, e di qualunque formaggio si tratti, essa si presenterebbe come un velo trasparente, grande al massimo come un francobollo, proprio se si vuol essere generosi.

Difatti, l’espressione, ancor più che nel suo registro più ironico e di maldicenza per indicare persone di altezza decisamente sotto la media, è usata come un rimprovero, soprattutto nei confronti di quei ragazzini, che si atteggiano ad adulti, ma in realtà devono ancora crescere parecchio, sia fisicamente, ma ancor più d’intelletto.

Se addirittura due soldi sono poco denaro pensate a quando diciamo “I l’hai catà un pàira dë scarpe da quatr sòld” ho comprato un paio di scarpe da quattro soldi, altro tipico modo di dire piemontese per far capire di aver comprato un paio di scarpe da poco o che non valgono niente.

Gianni Cordola

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Significato di “dé dël cul”

Lo sapevate…da dove deriva l’espressione “dé dël cul (sla pera)”? Letteralmente significa dare del culo (sulla pietra) ma è un detto popolare piemontese per indicare una persona (mercante, bottegaio, banchiere o altro) che non riesce più a far fronte ai creditori e dichiara fallimento.

Tutto ebbe inizio nell’antica Roma, una delle Leggi delle XII tavole autorizzava i creditori non soddisfatti a uccidere o ridurre in schiavitù il debitore moroso. Giulio Cesare sostituì questa Legge introducendo un nuovo tipo di pena condannando i debitori insolventi alla Pietra del vituperio. I debitori insolventi e i commercianti falliti subivano come pena una spietata pubblica esecuzione che, se non toglieva loro fisicamente la vita, annientava ogni dignità personale. Venivano condotti nel Campidoglio e, esposti al pubblico ludibrio denudati dalla cintola in giù e obbligati a cedere i loro beni (ai banditori d’asta) stando seduti a chiappe nude su una pietra. Seduti sulla pietra dovevano gridare ad alta voce cedo bona o cedo bonis (svendo tutti i miei beni) e per tre volte dovevano alzarsi e violentemente sedercisi di nuovo.

Nel Medioevo il condannato veniva appeso per le braccia con addosso solo la camicia e lasciato cadere per tre volte facendogli battere il sedere sulla pietra del vituperio. Si voleva raggiungere lo scopo di dissuadere il reo dalla reiterazione del reato, ma anche di informare i cittadini per proteggerli da una persona disonesta. Perciò era necessario che la punizione avvenisse in un luogo simbolico, altamente evocativo e molto frequentato, così che un alto numero di spettatori garantisse la massima pubblicità ed un elevato effetto frustrante. I convenuti, infatti, con il loro ridere e berciare erano parte integrante della pena stessa.

Tale pena, pur con sfumature diverse è durata sino al 1700. A Torino la pietra del vituperio era posta ai piedi della vecchia torre civica (demolita nel 1801 sotto il dominio napoleonico) all’incrocio della contrada di Dora Grossa, oggi Via Garibaldi,  con via S. Francesco vicino al tribunale. Lì il condannato doveva calare le braghe e battere tre volte il sedere nudo sulla pietra dicendo “Cedo tutti i miei beni”.

Nel volume “Torino e le sue Vie” (ed. 1868) l’autore Giuseppe Torricella scriveva: “Ai piedi di questa Torre, non è molto tempo”, (venne infatti rimosso solo nel 1853), “vedevasi un pianerottolo coperto da una pietra, sulla quale si esponevano nei giorni di mercato e specialmente nel sabato, i condannati alla pubblica berlina. Altra stranissima costumanza ci rammenta questa pietra: i negozianti che facevano bancarotta erano costretti di sedersi e, più propriamente, di battere il nudo deretano sulla pietra in presenza del pubblico, che numeroso assisteva a questo scandaloso castigo”.

Da questa usanza umiliante sarebbero nati dei modi di dire come “essere con il culo a terra” e l’espressione “dare del culo”, e quelle piemontesi “a l’é andàit a dè dël cul sla pera”, “andé dël cul”, “esse col cul a tèra”, “bate ël cul sla pera”, e le varianti “andé a baron” o “andé a rabel”.

In Piemonte troviamo numerose notizie di questa pratica. Ad Asti la pietra del vituperio si trova ora appesa in verticale nell’atrio del Palazzo Comunale; ma un tempo era nel centro della piazza principale, sede dei mercati.

Aramengo (in provincia di Asti) fu per lungo tempo luogo di confino e soggiorno obbligato per i condannati di reati relativi al patrimonio, principalmente i fallimenti. Ed ecco il detto piemontese “andé a ramengo”.

A Canale la pietra era sull’angolo di Via Mombirone con Via Roma, detto ancora oggi dagli anziani: “canton dla ciapa grama”, cioé dove il condannato batteva le “ciape”. A Vinadio ancora esiste ai piedi del campanile. A Carignano si trova nella piazza porticata.

Il termine “pietra del vituperio”, tradotto in piemontese in senso ironico, è diventato “Pera culera”.

Gian dij Cordòla

Una tela di Olivero in cui si vede la punizione di un debitore insolvente ai piedi della vecchia torre civica di Torino

quadro OliveroIncisione di G.B. Borra del 1749, entrata  e prospetto della piazza di Porta Palazzo di Torino con sullo sfondo vicino alla contrada di Dora Grossa l’antica torre civica

Anno 1749 - Entrata e prospetto della piazza di Porta Palazzo di Torino

Anno 1749 – Entrata e prospetto della piazza di Porta Palazzo di Torino

Incisione di Ignazio Sclopis di Borgostura del 1775, veduta della strada di Dora Grossa di Torino (attuale via Garibaldi) dalla piazza del Castello; è visibile sul lato sinistro l’antica torre civica

Anno 1775 - Veduta della strada di Dora Grossa dalla Piazza del Castello

Anno 1775 – Veduta della strada di Dora Grossa dalla Piazza del Castello

 

 

 

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Significato di “Cerea”

Il saluto piemontese “cerea”, è il saluto più piemontese che esista e, come un buon bicchiere di vino, sta sempre bene in ogni situazione e mantiene l’eleganza ed il rispetto nei rapporti tra le persone . “Cerea neh !” Oggi in Piemonte , specialmente tra i giovani, è di moda darsi del “tu” e dirsi”ciao” fin dal primo incontro sostituendo il cortese “cerea” che poco alla volta sta andando in disuso.

Cerea è usato e abusato nelle scenette comiche in lingua piemontese, ma è un saluto formale in origine reverenziale, che ha sempre significato rispetto e cortese distacco anche se poi è diventato col tempo più famigliare.

Mi sono chiesto per anni il significato di “Cerea”, pare che derivi dall’espressione ” saluto alla Signoria Vostra”, con alterazione della parola “Signoria” , attraverso “sereia, serea”, simile al saluto veneziano “sioria vostra” e al genovese “scià”. Secondo un’altra interpretazione linguistica meno accreditata deriva non tanto da una contrazione dell’espressione “vostra signoria” ma dal greco «chairo», che significa “mi rallegro, gioisco”. Si tratterebbe di una sopravvivenza dell’influenza greco-bizantina in Italia dopo il crollo dell’Impero Romano d’Occidente.

Gian dij Cordòla

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Significato di “Bòja fàuss”

Potremmo definire “bòja fàuss” come un’esclamazione di stretta origine piemontese, una specie di imprecazione, di stupore o di rabbia. Insomma dire “bòja fàuss” è come dire porca miseria, porco cane e altro di simile….non è da considerarsi una bestemmia o un imprecazione volgare, ma un modo carino e simpatico dei piemontesi per sottolineare un emozione o un episodio un po’ particolare. L’origine di tale esclamazione ha due diverse interpretazioni.

La prima sostiene che l’esclamazione sia nata come eufemismo, per evitare di bestemmiare il nome di Dio in tempi in cui era condannato il bestemmiare in pubblico, quindi si è sostituita una parola per convenienza o decenza e non incorrere nella trasgressione di leggi civili o notificazioni religiose. Con “bòja fàuss” si evitava di bestemmiare il nome di Dio proclamandolo falso e si spostava l’oggetto della maledizione dal nome di Dio a quello di una persona, o meglio di un mestiere, considerato spregevole da tutto il popolo, quello del boia. Stesso discorso vale per l’esclamazione “porca miseria”, non certo nata in concomitanza con un periodo di carestia, ma un’esclamazione nata per eufemismo, per evitare di bestemmiare il nome della Madonna (sostituito da “miseria”).

notificazione 1750

La seconda è più cara al Piemontese che impreca dicendo “bòia fàuss”, o si lamenta perché costretto ad andare “an sla forca”. Il boia per il piemontese è falso (fàuss) e se deve indicare un luogo lontano dice che è “sulla forca” (an sla forca) e questi due modi di dire hanno origini dalla storia popolare del Piemonte.

Tutto iniziò ai tempi delle esecuzioni capitali a Torino. Il luogo dove iniziò questa storia fu “ël rondò dla forca” il nome del quale, come facilmente comprensibile, deriva dal fatto che sino al 1853 vi si tenevano le pubbliche impiccagioni. In quel periodo temporale, l’attuale Rondò della Forca (in una carta di Torino del 1865 era chiamato Circolo di Valdocco) era un vasto slargo, che poteva quindi ospitare molti spettatori, circondato da grandi pini che rendevano l’ambiente sufficientemente buio e tetro. Tutto intorno prati, fossi, pozze e poche case. Il luogo fu scelto perché relativamente vicino alle carceri che a quei tempi erano nella attuale via Corte d’Appello. Le condanne a morte venivano eseguite mediante la forca, installata di volta in volta. Dopo un mesto tragitto dalle carceri, giungeva qui la carretta con il condannato, confortato da un sacerdote ed accompagnato da una scorta armata e dalla Confraternita della Misericordia.

Carta di Torino del 1865

Carta di Torino del 1865

In epoca napoleonica in piazza Carlina, che allora, ironia della sorte, si chiamava ancora “Place de la Liberté”, funzionava invece la ghigliottina, mentre i roghi e gli squartamenti avvenivano nelle piazze San Carlo e Castello. Bisogna dire che la pratica dell’impiccagione fu abolita dal ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Zanardelli nel 1889, ma che fino ad allora i Boia, pur essendo dei funzionari ufficialmente designati per eseguire le sentenze di morte dei condannati, non godevano della stima dei propri concittadini e , anche se ben pagati, facevano una vita solitaria e di scherno.

Il popolo non poteva accettare che il Boia guadagnasse denaro dall’uccisione di altri uomini, per questo i Torinesi lo battezzarono “Fàuss”. Al numero 2 di via Bonelli abitava Piero Pantoni, l’ultimo boia di Torino, diverse esecuzioni a carico e una moglie che per la vergogna non usciva mai di casa. La vicina chiesa di Sant’Agostino era detta la “chiesa del boia”, in quanto nei suoi pressi vi venivano sepolti i condannati a morte e i detenuti defunti in carcere.

Gian dij Cordòla

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Significato di “Bogianen”

“Bogianen”, è la somma di “bogia nen” (si pronuncia bugianén) in italiano letteralmente “non ti muovere”, è un soprannome popolare dato ai piemontesi e che si riferisce a un temperamento caparbio, capace di affrontare le difficoltà con fermezza e determinazione spesso confusa con una traduzione letterale che si riferirebbe invece a una presunta passività troppo succube e prudente.

Battaglia dell'Assietta

Battaglia dell’Assietta

L’espressione ebbe origine dalle gesta dei soldati sabaudi durante la battaglia dell’Assietta, un significativo episodio della Guerra di successione austriaca. Non sono in molti a conoscere questa vicenda che ha poi ufficialmente coniato il termine “bogianen”. Era il 19 luglio 1747 ed era in corso la Guerra di successione austriaca che vedeva schierati la Baviera, la Prussia, la Francia e la Spagna contro l’Austria, la Gran Bretagna, l’Olanda e la Savoia. In quell’anno i Francesi e gli Spagnoli decisero di sferrare l’attacco a Carlo Emanuele III. Non riuscendo a sfondare dalla Costa Azzurra, dove gli Spagnoli si fermarono poco dopo Nizza grazie alla resistenza dei piemontesi, i Francesi decisero di tentare passando attraverso la Val di Susa e la Val Chisone. Non a caso Carlo Emanuele III aveva fortificato le due valli rispettivamente con il forte di Exilles e il forte di Fenestrelle. L’unica via di passaggio non fortificata restava il Colle dell’Assietta. In poco tempo Carlo Emanuele III fece erigere piccole opere di difesa sull’Assietta e sul Grand Serin, dove operava il Comandante Generale Conte di Bricherasio, che si rivelarono la chiave di successo della vittoria grazie all’eroica resistenza dei piemontesi. Nel pomeriggio del 19 luglio comincia la battaglia.

Le cronache parlano di una sfida impari che vede i Francesi in forte soprannumero, il che suggerisce al Generale Conte Giovanni Battista Cacherano di Bricherasio, comandante supremo in campo, di far ripiegare le truppe sul Grand Serin, posizione ritenuta più difendibile. L’ordine viene però respinto per ben tre volte dal Comandante del Primo Reggimento Guardie Tenente Colonnello Paolo Novarina Conte di San Sebastiano che conduceva le operazioni sull’Assietta, e sembra accompagni il rifiuto con la frase: “Noiàutri da sì i bogioma nen” (Noi non ci muoviamo da qui). I sergenti dell’esercito piemontese nell’imminenza di subire l’attacco avversario incitano i soldati in prima linea ricordando loro l’eroismo degli avi e ordinando “Bogeve nen, nèh!” (Non muovetevi, eh!). Con il calare della notte si concluse la battaglia, vinta dai Piemontesi: migliaia furono le perdite francesi (circa 5600), contro poche decine di unità dell’esercito piemontese (circa 192). L’eco della vittoria risuonò nei più importanti ambienti militari europei, tanto che il Re di Prussia, nemico in quel frangente del Regno Sardo, commentò così il valore dei soldati sardo-piemontesi: “Se Noi disponessimo di un esercito di tale valore, conquisteremmo l’Europa”.

Al di là della veridicità storica della frase che la tradizione attribuisce dal Conte di San Sebastiano, resta l’atto di coraggio e l’eroismo patriottico dimostrato dalle truppe piemontesi, che veramente hanno meritato l’aggettivo “bogianen” inteso nel suo significato più alto e nobile. Il vocabolo “bogianen” fu subito adottato come soprannome dei soldati piemontesi, e poi della popolazione stessa, assumendo, a poco a poco, l’accezione peggiorativa che si prende gioco di una sua presunta passività, eccessiva prudenza e refrattarietà ai cambiamenti, senza tuttavia disconoscere l’irreprensibilità e la caparbietà con la quale sa affrontare le situazioni difficili.

Gian dij Cordòla (scrit ant ël 2014)

 

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